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martedì 9 aprile 2013

Australasia - "Sin4atr4"

Golden Morning Sounds, 2012
Fa sempre piacere ascoltare un buon disco di una band esordiente, specialmente quando la band in questione è tutta italiana. Ne ho sentiti diversi, di dischi come questo, e gli Australasia si inseriscono in un filone molto fortunato, che ultimamente ha spopolato: quello del post rock strumentale, tutto basato su atmosfere fluide e mutevoli, tese a creare un substrato rilassante nel quale immergersi per una mezz'oretta senza pensieri nè preoccupazioni. 

Pescando un po' dallo shoegaze, un po' dalla scuola melodeath e mettendoci un pizzico di fantasia propria, questo duo nascente assembla un extended play molto piacevole, scorrevole e abbastanza coinvolgente, nel quale la voce (femminile) compare solo come sporadico intervento ed è usata come uno strumento musicale, omettendo parole e testi che in questo contesto non sono necessari. Tra chiaroscuri interessanti, melodie accattivanti e sprazzi aggressivi, nonché un pizzico di elettronica, le sette tracce costituiscono ciascuna parte di un insieme organico, che ha senso solo se viene ascoltato tutto di fila, con l'intento di gustarsi ogni singola nota e ogni singolo passaggio senza dedicare troppa attenzione a nessuno di essi. Come potrebbe essere un viaggio in treno o in automobile, nel quale si osserva dal finestrino un paesaggio che cambia in continuazione, stupendosi di ogni cambiamento e godendo di ogni dettaglio interessante che appare alla vista, ma senza poterlo fissare nei ricordi in modo permanente, data la velocità con cui si attraversa lo scenario. Nei suoi ventidue minuti, "Sin4tr4" dà proprio l'impressione di essere un breve viaggio in una terra multicolore, nella quale passare senza quasi lasciare traccia, ma conservandone un buon ricordo. Non si può infatti dire che i brani contenuti in questo esordio siano memorabili o particolarmente creativi, ma si tratta di musica assolutamente godibile e che, come biglietto da visita iniziale, lascia intravedere ottime possibilità, soprattutto se la band deciderà di investire il proprio potenziale dal lato immaginifico della musica, lavorando su arrangiamenti e su intarsi strumentali che qui sono solo accennati, ma che potrebbero essere sviluppati in maniera decisamente pregevole.

Per emergere in un genere che ormai sta diventando abbastanza inflazionato, servono idee interessanti e grande bravura: continuate quindi a lavorarci sopra, e i risultati arriveranno.

01 - Antenna (2:56)
02 - Spine (4:23)
03 - Apnea (2:38)
04 - Scenario (2:26)
05 - Satellite (2:53)
06 - Retina (3:06)
07 - Fragile (3:55)

venerdì 5 aprile 2013

Alley - "Amphibious"

BadMoodMan Records, 2013
Ammettiamolo: la copertina del secondo disco degli Alley è talmente brutta che si fa fatica a guardarla, ed è solo per coerenza che includo l'immagine in questa recensione, altrimenti avrei tranquillamente evitato. Quel faccione verdastro immusonito, dai capelli in stile alghe sott'olio e con quell'improbabile sfondo di stelline luminose da cartone animato giapponese, gli Alley se lo potevano proprio risparmiare, anche perchè è risaputo che la copertina incide molto su quello che sarà il giudizio finale dell'ascoltatore, il quale oltre alle orecchie per ascoltare è dotato anche di occhi per vedere e di un cervello per associare inconsciamente musica e immagini. Quello che non si può dire, invece, è che la musica contenuta dietro una tale bruttura sia brutta anch'essa: la band russa è infatti tornata alla carica con altri settanta minuti di musica che non mancheranno di sfamare l'insaziabile appetito di chi costantemente esplora l'underground in cerca di band interessanti da scoprire.

Ricordate il debutto "The Weed", uscito nel 2008? Chi ha ascoltato quell'album non può non avere presente come gli Alley si rifacessero ai maestri Opeth, praticamente copiandoli in tutto e per tutto: la voce growl era uguale, le sporadiche clean vocals erano praticamente identiche sia nello stile sia nel timbro, il suono roccioso e aggressivo delle chitarre era anch'esso molto simile, il riffing era della stessa identica natura, così come lo erano le strutture spiccatamente progressive death, che lasciavano spazio anche a momenti riflessivi dominati dalla chitarra acustica, dopo aver spinto sui distorsori per minuti e minuti. Elementi distintivi propri, nel sound degli Alley, erano praticamente inesistenti, e quel disco spaccò in due gli scandagliatori dell'underground che lo acquistarono. C'era chi apprezzava la loro dedizione alla storica band svedese, perdonandogli una grande derivatività in nome di una resa sonora impeccabile e di un'indubbia abilità che è necessaria anche solo per suonare come la pallida copia di Akerfeldt e soci; e c'era invece chi invece bocciava senza mezzi termini la loro proposta, bollandoli come cloni senza il minimo guizzo di originalità, perlopiù aridi come pietre. Probabilmente avevano ragione entrambi: la band suonava un progressive death corposo ed elaborato, forte di una tecnica sicuramente ottima e di un lodevole intento compositivo, ma non creava praticamente nulla di personale, limitandosi a ricalcare uno stile altrui, e peraltro lo stile non di una band poco conosciuta, ma di un gruppo fenomenale e conosciutissimo come gli Opeth, cosa che li espose a non poche critiche. Inoltre, anche se "The Weed" era sicuramente un buon disco, piacevole da ascoltare e riascoltare, mancava quasi totalmente della devastante carica emotiva e animalesca degli Opeth, come a sottolineare che i maestri sono unici e inimitabili, e che una minestra riscaldata non potrà mai in alcun modo eguagliare l'originale.

Dunque, con questo "Amphibious", cosa è cambiato? A caldo direi: non moltissimo, ma sicuramente qualcosa. Tutti gli elementi che componevano "The Weed" sono rimasti invariati, non si sono aggiunti nuovi strumenti nè nuove sonorità, ma stavolta non ci troviamo di fronte ad una raccolta di B-side degli Opeth; è innegabile che gli Alley in quest'occasione abbiano cercato di differenziare la loro proposta e di ampliare i propri orizzonti. Il trucco è in questo caso è lavorare sui dettagli: a fronte di un impianto sonoro ancora molto Opethiano, sono numerosi i punti in cui la band si distacca dai canoni degli svedesi e tenta di prendere strade ancora non battute. I chilometrici brani, dalle strutture sempre complesse e articolate, si snodano tra sezioni che rallentano oltre i limiti di guardia così come accelerano oltre misura, sconfinando nello sporadico blast beat; la voce pulita, sempre sognante e carica di mistero come nei migliori dischi degli Opeth, acquista talvolta un carattere più etereo, meno legato all'idea di linea melodica e più simile ad un elemento che accompagna il fluire strumentale; le sezioni melodiche prive di distorsioni vedono come protagoniste delle chitarre che esplorano terreni di improvvisazione, con raffinati arzigogoli che paiono pescare un pochettino dal jazz. Il riffing di chitarra, sempre molto vario, perde un po' della freddezza meccanica che affliggeva in parte "The Weed" e diventa più intenso, coinvolgente, multistratificato: "Amphibious" ha dalla sua alcuni passaggi davvero da capogiro, che nel precedente album si stentava a trovare. Si intensifica la durezza e la severità delle atmosfere, i consueti giri di accordi obliqui tengono costantemente i brani sospesi in una condizione di dubbio, le dissonanze diventano crude e stridenti, le ritmiche si mostrano più eclettiche, i rari momenti di pura emozionalità e di positività risaltano notevolmente in rapporto alla continua ricerca di sonorità ruvide e atmosfere plumbee (emblematiche sono alcune brevi parti melodiche nella conclusiva "Washed Away", insolitamente solari). Talvolta si vivono momenti di impazzimento e panico: ascoltate l'introduzione di "Skull & Bones" (che tuttavia nel finale sfoggia un assolo insospettabilmente sereno!), o il riff iniziale di "Amphibious", seriamente da capogiro: ciò dovrebbe bastare per affermare con certezza che gli Alley sono migliorati in modo tangibile. In sostanza, quello che rende questo disco più maturo e interessante è quel minimo di sperimentazione aggiunta e qualche guizzo di dinamismo compositivo in più, il quale fa la differenza. Si tratta sempre di sfumature, perchè comunque l'album non si discosta in maniera netta da "The Weed" in quanto a stile generale, ma i cambiamenti introdotti sono comunque sufficienti per togliere dagli Alley l'etichetta di gemelli brutti degli Opeth, ponendo le basi per quella che potrebbe essere un'evoluzione futura ricca di sorprese. I sei brani di "Amphibious", tutti molto simili tra loro e quindi considerabili come un unico lungo brano, non sono dei ricettacoli di emozione nè dei brani sbalorditivi (qualche lungaggine di troppo appare anche stavolta), ma gli Alley sono comunque musicisti di qualità che stanno pian piano riuscendo ad emergere dall'anonimato e a scrollarsi di dosso un'etichetta sgradevole, che rappresenta un po' la loro croce  e delizia (in fondo, chi non avrebbe piacere ad essere nominato a fianco degli Opeth, nel bene e nel male?). C'è da dire che si sono evoluti piuttosto lentamente, considerando che tra "The Weed" e questo "Amphibious" sono passati ben cinque anni; se la band vuole definitivamente emergere, il prossimo disco dovrà essere quello decisivo, e soprattutto non dovrà metterci un altro lustro a uscire.

Nonostante la lunghezza pachidermica, il disco si ascolta volentieri e tiene sufficientemente lontano lo spettro della noia, per cui il mio giudizio è sostanzialmente positivo, se non altro per il tentativo che ha mostrato di distaccarsi dalla derivatività del debutto. Nessuno riterrà gli Alley dei musicisti irrinunciabili, e nessuno si strapperà i capelli se non riuscirà a procurarsi "Amphibious", ma più o meno tutti saranno d'accordo nell'affermare che si tratta di un buon disco, riservato comunque a palati fini, a chi gode nell'avventurarsi in trame musicali ostiche, tutte da scoprire. Attendiamo comunque la definitiva maturazione della band e l'affermazione della loro vera personalità: "Amphibious" è un iniziale ed importante passo avanti in quella direzione, ma il cammino deve proseguire. E speriamo che per il prossimo disco scelgano una copertina più decente...

01 - Lighthouse (15:21)
02 - Weather Report (12:00)
03 - Amphibious (13:08)
04 - Skulls & Bones (7:42)
05 - Time Signal (13:07)
06 - Washed Away (8:03)

lunedì 11 marzo 2013

The Howling Void - "Runa"

Autoprodotto, 2013
Lo scopo degli extended play, normalmente, è quello di introdurre novità nel proprio sound e di sottoporle al pubblico per vedere com'è la reazione del medesimo. Se il pubblico apprezza, generalmente si continua su quella via: se invece si mostra per la maggior parte perplesso, si potrà sempre dire che "era solo un esperimento", tornando poi ai propri canoni oppure tentando altre strade. L'americano Ryan e i suoi The Howling Void, con quest'ultima piccola release, esprimono alla perfezione questo concetto proponendo una musica che non mancherà di stupire sommamente tutti coloro che finora hanno apprezzato il funeral doom arioso, sinfonico e maestoso della band. Dirò di più: personalmente trovo difficile che qualcuno, perfino tra i fan storici della band, rimarrà deluso da un dischetto di indubbia qualità come "Runa".

La storia di questo piccolo album, per ora disponibile solamente in streaming ma in dirittura d'arrivo per la Solitude Productions, è abbastanza travagliata: più volte Ryan ha distrutto e ricostruito i propri intenti e le proprie partiture, in manifesta crisi d'ispirazione, fino a quando la musa si è rifatta viva e si è concretizzata nei due brani che compongono "Runa". La svolta preannunciata sarebbe stata quella di contaminare il funeral doom con la musica folk (avete capito bene!), e per quanto possa sembrare strano, pare che il nostro artista ce l'abbia fatta, anche se il suo concetto di musica folk è indubbiamente molto personale, certamente lontano da quello che è il folk tradizionale. "Runa" si discosta significativamente da tutte le produzioni targate The Howling Void, accentuando la vena epica che per certi versi li accosta addirittura ai Moonsorrow (ecco dove sta la svolta "folk"!), e inanellando una serie impressionante di differenze con i precedenti dischi: sparisce completamente il growl catacombale in favore di brani cantati in pulito da una voce sognante, sovente seminascosta tra l'impetuoso fiume strumentale; i ritmi accelerano e i brani diventano delle possenti e inarrestabili cavalcate, che trascinano volenti o nolenti in un vortice di energia pura; le atmosfere diventano ancora più sontuose e avvolgenti, le melodie e le tastiere di accompagnamento richiamano scenari leggendari e antichi, basandosi su storie tratte dalla mitologia norrena (entrambi i brani fanno riferimento al mitico Yggdrasil, il millenario Albero della Vita). Dimenticatevi quindi l'oscura compagine del debutto "Megaliths Of The Abyss", così come della cosmica epopea di "Shadows Over The Cosmos", e dimenticatevi soprattutto della svolta vagamente horror dell'ultimo "The Womb Beyond The World": se Ryan aveva in mente di cambiare le coordinate e di stupire i propri fan, mantenendo comunque il proprio marchio di fabbrica, ci è riuscito pienamente. Per quanto "Runa" si discosti dai lavori precedenti, infatti, mantiene sempre quel timbro "Made In The Howling Void" che non tradisce mai: le strutture ridondanti e ipnotiche, la semplice efficacia delle linee melodiche, l'ottimo utilizzo della gamma di suoni ed effetti (tremoli, sovraincisioni, in questo caso addirittura la doppia cassa...) che, opportunamente sfruttati, costituiscono da sempre uno dei principali punti di forza del gruppo. L'ossatura è rimasta la stessa, ma si è rivestita di una pelle completamente nuova.

Chi ha sempre criticato i The Howling Void per la loro staticità compositiva, qui dovrà ricredersi: nonostante anche stavolta non si tratti di musica trascendentale, è talmente ben fatta che non riconoscerlo sarebbe un delitto. Ma oltre ad essere ben fatta, è anche coraggiosa, esaltante nella sua freschezza e nella sua ventata di novità. Certamente, si tratta di soli diciassette minuti di musica, quindi non posso formulare giudizi di particolare importanza su un dischetto così breve: per giudicare in modo maturo la nuova direzione della band dovremo aspettare il prossimo album in studio, che sarà una prova del nove. Ma  la curiosità a questo punto non può che essere elevata, viste le ottime premesse. Per ora godiamoci questo succulento bocconcino, un goloso antipasto per un futuro che sono sicuro ci riserverà ancora abbondanti e genuine emozioni.

01 - Irminsûl (10:15)
02 - Nine Nights (7:24)

mercoledì 6 marzo 2013

October Falls - "Tuoni"

Autoprodotto, 2003
Distorsioni e ritmiche potenti, nonostante il loro immenso fascino, ogni tanto stancano. In certi momenti si sente l'esigenza di un disco che non impatti sulle nostre anime con violenza, ma che ci culli semplicemente in un vellutato abbraccio di note semplici e delicate, che scivolano via carezzevoli e tranquille. Un dischetto come questo "Tuoni", primo vagito discografico dei finlandesi October Falls, è perfetto per questo genere di momenti: con il suo tripudio acustico è un disco che prende per mano e conduce in un pianeggiante sentiero boschivo, dove regna il silenzio e la pace.

Pochissimi elementi, nessun tipo di cantato, strumentazione interamente acustica per tutti i suoi ventiquattro minuti; "Tuoni" è tutto qui. Nei suoi solchi vive solo un'onnipresente chitarra acustica, talvolta accompagnata da un rado pianoforte e da qualche pennellata di flauti e archi, strumenti centellinati al punto da renderli quasi ininfluenti sul risultato finale. Ciò che offre questo breve viaggio silvestre è una continua cascata di note di chitarra gentili e pacate, quasi ipnotiche nel loro continuo fluire, note che hanno come unico scopo quello di mettere in contatto con l'elemento naturale per qualche decina di minuti. Bellissimo, direte? State già pregustando un nuovo capolavoro sulla scia di quel che fu l'immenso "Kveldssanger" degli Ulver? In tal caso frenate un pochettino, perché non stiamo parlando esattamente della stessa cosa. Per quanto "Tuoni" sia un disco piacevole da ascoltare e anche da riascoltare nel momento in cui si sente il bisogno di far riposare un po' le orecchie e la psiche, è un dischetto abbastanza monotono e poco diversificato al suo interno, con questa chitarra che non smette mai di arpeggiare senza variare nè il timbro, nè la velocità, nè l'intensità del suono. Pochissime variazioni degli accordi principali, pochissimi guizzi melodici, in sostanza poco contenuto musicale in senso stretto. Solo tanta atmosfera e tante note fini a sè stesse, che raggiungono il loro scopo di avvolgere e cullare ma non sono quasi mai strutturate con un senso logico o con una precisa finalità d'intenti.

"Tuoni" è un ottimo disco da usare come sottofondo, magari mentre si passeggia nel bosco per rilassare l'anima dopo una giornata faticosa, ma se messo a nudo non offre nulla di indimenticabile, solo un suadente substrato malinconico e introspettivo che può accompagnare circostanze particolari, ma che non possiede alcun elemento che lo faccia brillare di luce propria. Tant'è vero che, una volta finito, si può notare come il disco ci abbia fatto passare dei piacevoli momenti, ma in sostanza non ci abbia lasciato dentro nulla di duraturo. Non è una colpa, è solo una naturale conseguenza della sua fattura: sappiate che questo disco è in grado di offrire solo questo, e in base a ciò fate la vostra scelta se acquistarlo o meno. In ogni caso, serve al suo scopo.

01 - The Quiet Shores (3:14)
02 - Usher (1:59)
03 - Tuoni (2:59)
04 - Harvest (1:46)
05 - Reefs (3:04)
06 - The Last Drift (2:28)
07 - As The Mist Unfolds (3:55)
08 - Epitaph (5:05)

domenica 24 febbraio 2013

21 Gramms - "Water - Membrane"

Greytone, 2011
L'isolamento è la chiave di tutto. Quando si è isolati dal mondo, senza possibilità di comunicare con nessuno, i pensieri cambiano. Le sensazioni cambiano, le percezioni cambiano: in poche parole, cambia tutto, si diventa qualcos'altro, il mondo non appare più quello che credevamo. Si giunge all'alienazione, e con buona probabilità alla pazzia. L'isolamento, quello vero, produce quest'effetto ineluttabile che nessuno si augura di provare mai. Questa straniante condizione psicologica è ciò che i russi 21 Gramms si propongono di studiare e di esprimere con il loro "Water - Membrane": un disco minimalista, asciutto, estremamente ostico e concettuale, riservato a quella stretta fascia di persone che con la loro particolare sensibilità personale possono arrivare a immedesimarsi in una musica così particolare.

Giocando su un impianto sonoro squisitamente tendente al drone - ambient, la band crea scenari sonori da brivido grazie all'uso di tastiere estremamente rarefatte, dal suono a tratti disturbante e a tratti onirico, con qualche parentesi di rilassamento che tuttavia non abbandona mai un senso di tensione e di angoscia. Le percussioni sono rare come l'acqua nel deserto, la vocalità è assente se non fosse per alcune tremebonde sequenze di parlato, ed è difficile ravvisare una linea melodica portante in brani che spesso e volentieri si perdono in interminabili annegamenti sotterranei di psichedelia e marciume esistenziale inespresso (magistrali sono in questo senso le due "God" e "Voice"). Nell'estremo minimalismo dell'opera, tanto spinto da risultare quasi disarmante, sono i dettagli a rimanere maggiormente impressi, come potrebbero suscitare l'attenzione alcuni massi isolati in una sconfinata distesa di sale. Questi dettagli possono essere delle note isolate di pianoforte, spostate nel registro iperacuto e ripetute istericamente come se fossero suonate da un malato compulsivo che si siede davanti allo strumento e lo percuote in preda allo stato catatonico ("Hostel"); oppure possono essere le brevi parentesi di pura malinconia e commozione, che tuttavia rimangono solo degli squarci isolati in un panorama costantemente desolante ("Nostalgia"); o ancora, possono essere le note liquide e sotterranee di "Drown", o l'inaspettata chiusura tendente all'epico di "Don't Go", ponte che conduce ad un'inaspettata quanto interessante ghost track (poteva mancare una traccia nascosta, in un lavoro criptico e misterioso come questo?). Quando il disco finisce, ammesso che il nostro stato d'animo e i nostri gusti ci abbiano permesso di arrivare fino in fondo senza interruzioni e senza perdere la testa, la sensazione di triste isolamento e di lontananza abissale da qualsiasi aspetto "umano" è palpabile.

Qui sta la forza di un disco come "Water - Membrane". Una noia mortale? Potrebbe essere. Un esperimento schizoide di una personalità antisociale e profondamente disturbata? Ancora più probabilmente sì. Ma nessuno mi può togliere dalla testa che "Water - Membrane" sia un disco che sa il fatto suo, che ha una sua precisa direzione e dei precisi intenti, e che può conquistare chi riesce a scavare abbastanza a fondo nelle profondità della propria anima malata, fino a far coincidere la musica con le proprie desolanti sensazioni che affiorano da recessi insondati. Sarà allora, magari dopo mesi di inutili tentativi, che i 21 Gramms e il loro "Water - Membrane" avranno guadagnato un posticino nella vostra mente. Consigliato a chi ha voglia di ascoltare una versione un po' particolare dei Neurosis e di tutte le band che fanno capo alle sonorità inafferrabili ed enigmatiche del drone doom e del dark ambient. In ogni caso, un'esperienza che vale la pena di provare: rischiate che qualcosa, in tutto questo apparentemente insensato vagare nell'etere, vi rimanga dentro e non vi abbandoni più.

01 - Drown (5:35)
02 - Hostel (9:41)
03 - God (11:08)
04 - Nostalgia (1:46)
05 - Voice (16:41)
06 - Don't Go (3:17)
07 - Hidden Track (7:52)

venerdì 22 febbraio 2013

Caladan Brood - "Echoes Of Battle"

Northern Silence Productions, 2013
Qualcuno doveva pur esistere, ma finora non l'avevo trovato: ma adesso finalmente ce l'ho fatta. Ho trovato una band che suona esattamente come gli austriaci Summoning. Dunque, prima di avventurarvi nella recensione di questo disco, dovete chiedervi se conoscete i Summoning. Se la risposta è affermativa, chiedetevi se i suddetti vi piacciono. Se la risposta è ancora affermativa, non perdete tempo a leggere quanto segue, e affrettatevi a comprare questo album; se solo la prima risposta è affermativa, ma la seconda no, allora pensateci molto bene prima di spendere i vostri soldi; se invece anche la prima risposta è negativa, allora prendetevi cinque minuti e continuate a leggere la recensione.

I Caladan Brood sono un duo proveniente da Salt Lake City, e che debutta con la sempre lodevole Northern Silence Productions, proponendo questo corposo discone che sfonda il muro dei settanta minuti di durata. Il loro stile è ascrivibile all'epic black, ed è contemporaneamente facile e difficile da inquadrare; facile per via del fatto che una volta ascoltati li si riconosce subito, e difficile perchè le influenze che amalgamano in un unico prodotto sono molteplici, andando dal marciume black metal fino alla lieta melodiosità del folk, e inoltre - elemento che li distingue dai già citati Summoning - passando velocemente attraverso territori melodeath ed epic nel senso più classico del termine. Se i Summoning si ispiravano prevalentemente alle opere di Tolkien e le trasponevano in musica in un modo che solo loro erano capaci di fare, i Caladan Brood fanno la stessa cosa con un'altra opera di fantasia di Steven Erikson, creando un'ambientazione che più fantasy non potrebbe essere. Partiture sinfoniche maestose e possenti, abbondante uso di tastiere e sintetizzatori che riproducono archi e fiati accanto a suoni modernissimi, sonorità black metal calate su ritmi relativamente lenti che suggeriscono un'epica marcia battagliera, alternanza di voce scream molto tirata e di melodiose linee corali pulite; la ricetta è tutta qui, ma funziona alla grande. Poco importa se le partiture sono in fin dei conti piuttosto semplici e ripetitive, o se le armonie utilizzate sono già trite e ritrite; lavori come questi si basano sul potenziale evocativo, sulla capacità di stimolare l'immaginazione e la fantasia, di trasportare mentalmente in mezzo a situazioni fantastiche e poderose. La tecnica passa logicamente in secondo piano, dando assoluta precedenza alle amalgame di suoni, alle epiche melodie e alla potenza di fuoco della sezione ritmica, dal suono rimbombante e marziale, molto simile ad un tamburo da battaglia.

Bisogna dirlo: le somiglianze con i Summoning, in particolare con gli ultimi di "Oath Bound", sono così calcate che pare quasi di ascoltare un nuovo album del celebre duo austriaco. Se non mi avessero detto che era un'altra band, avrei potuto cascarci anch'io. Ma a parte tutto, bisogna dire che i Caladan Brood hanno qualche elemento di personalità propria che non li appiattisce a meri cloni senza nervi e senza qualità. Questi sprazzi di originalità stanno più che altro nei dettagli, piccoli ma non trascurabili, come ad esempio il notevole spazio che viene dato alle sezioni corali, le quali assumono spesso ruoli da protagonista (bellissima la scelta di chiudere il disco con un coro a cappella, dopo i quattordici minuti dell'epopea di "Book Of The Fallen"); oppure al ruolo indubbiamente maggiore sostenuto dalle chitarre, che non si limitano solo ad accompagnare con accordi e riffoni statici, ma si protendono invece con interessanti assoli e riff cesellati che ricordano quasi i migliori brani degli In Flames. Questa influenza deriva anche dal fatto che uno dei membri della band, tale Jake Rogers, è lo stesso che ha messo in piedi il piccolo progetto musicale Gallowbraid, precocemente abbandonato ma molto interessante con il suo black - folk dalle tinte energiche e un po' rockeggianti; si sente molto la loro impronta serena e solare, leggermente malinconica ma al contempo felice di essere al mondo, in contrasto con la vena più ombrosa e drammatica tradizionalmente mantenuta dai maestri Summoning. Bastano queste piccole differenze per rendere un gruppo come i Caladan Brood meritevole di esistere e di essere ascoltato, nonostante la sua derivatività.

Il disco è lungo ma non stanca mai e non annoia, sempre che possediate l'attitudine giusta per calarvi nel contesto evocato dalla musica; lasciate che l'immaginazione sia libera di fluire, e le magnifiche note di "Echoes Of Battle" accompagneranno il vostro viaggio fantastico nel migliore dei modi, conducendovi sotto cascate dai riflessi dorati e materializzandovi all'improvviso in uno sterminato campo di battaglia dove due eserciti stanno per fronteggiarsi. Non c'è un brano più bello o più interessante degli altri, l'insieme è omogeneo e richiede dedizione e impegno per poterlo assimilare; ma vedrete che sarà più facile di quanto pensiate. Che l'epopea abbia inizio, tra frecce sibilanti e pire ardenti all'orizzonte...

Strap on your shields and raise your banners
Hear the call of raging battle
Beneath a hail of burning arrows
Push ever forward, never surrender
Siege weapons tolling out like thunder
Ripping the city walls asunder
Columns of flame reach ever skyward
Horizons filled with burning pyres...

01 - City Of Azure Fire (10:09)
02 - Echoes Of Battle (9:21)
03 - Wild Autumn Wind (13:46)
04 - To Walk The Ashes Of Dead Empires (13:12)
05 - A Voice Born Of Stone And Dust (9:50)
06 - Book Of The Fallen (14:55)

martedì 19 febbraio 2013

Fen - "Dustwalker"

Code666 Records, 2013
Una volta lessi una frase da parte di una persona che commentava una recensione di un disco. Essa recitava "Ma è mai possibile che tutti i dischi metal siano capolavori?". Si riferiva, in maniera ironica, al fatto che spesso i recensori tendono ad esagerare un po' con le lodi, dipingendo quasi ogni disco come un capolavoro, anche e soprattutto dischi che capolavori non sono affatto. Si va dalle ciofeche totali agli ottimi dischi, ma non bisogna confondere gli "ottimi dischi" con i capolavori: questa parola così impegnativa è riservata a quei rari affreschi musicali che sono destinati a influenzare intere schiere di band emergenti, e che con tutta probabilità rimarranno infissi negli annali della musica, perlomeno quella di genere. Tutta questa premessa per dire che "Dustwalker" fa sicuramente parte di questa schiera di dischi: passionali, intensi, pregni di contenuti ma senza potersi forgiare del titolo di massime opere musicali. Sarebbe assurdo, infatti, dire che "Dustwalker" è un disco destinato a riscrivere la storia della musica; ma sarebbe altrettanto impietoso non riconoscere il suo eccellente livello qualitativo e la sua fenomenale capacità di coinvolgere l'ascoltatore e di trasportarlo in paesaggi desolati e solitari. E dopo questa lunga e forse inutile premessa, che però sentivo di dover fare in quanto da troppo tempo avrei voluto toccare l'argomento e scriverci due righe, passiamo ad analizzare il disco medesimo.

I dischi dei Fen, a partire dal primo EP "Ancient Sorrow" per arrivare ad oggi, hanno sempre mantenuto livelli sopraffini, capaci di fondere elegantemente la suggestività del post rock e del neofolk con la cruda aggressività del black metal, addolcita qua e là da elementi melodici e atmosferici di grande classe. Un cocktail che ultimamente va per la maggiore, ma che solo poche band sono in grado di padroneggiare con sicurezza, senza scadere nel già sentito e nel banale, cosa che con il passare degli anni è sempre più facile. I Fen, tuttavia, non sono dei novellini e sono sicuramente una delle band che riesce meglio in questo non facile compito: con "Dustwalker", il loro terzo album in studio ad oggi, non fanno altro che riconfermare la propria indiscutibile classe compositiva ed esecutiva, non dimenticando nemmeno di aggiungere qualche tenue elemento di novità che contribuisce a non fossilizzare il sound. Mescolando la crepuscolare rugosità di "Ancient Sorrow", la malinconia autunnale di "The Malediction Fields" e la finissima dolcezza melodica di "Epoch", il gruppo assembla un disco che non mancherà di spiazzare i fan storici, poiché se da una parte è indiscutibilmente un album al 100% "made in Fen", dall'altra è un qualcosa di nuovo, di meno immediato, di più inafferrabile e variegato nei suoi accentuati chiaroscuri.  In diversi casi, la componente black si separa in maniera quasi netta dall'atmosfera shoegaze - folk che aveva fatto la fortuna dei precedenti album, creando scenari pressoché inediti: la violenza smisurata che ci investe fin dalle primissime battute di "Consequence" (mai abbiamo sentito i Fen suonare così cattivi, con un basso così stupendamente prepotente e una voce velenosissima!) si accosta alle tenui soffusioni melodiche di "Spectre" con assoluta naturalezza, una naturalezza che inizialmente non viene colta per via dell'intrinseca nebulosità dell'album, ma che piano piano emerge come una perfetta riprova dell'abilità della band. Ciò appare in modo particolare nei brani che amalgamano le due anime dei Fen, e che sono anche i brani più facili da assimilare, come per esempio "Hands Of Dust" e la monumentale chiusura "Walking The Crowpath": brani che faranno la gioia dei vecchi fan, i quali ritroveranno tutto ciò che hanno amato nei dischi passati. La novità sta invece nella libertà con cui la band si permette di sperimentare, di sbilanciarsi ora verso l'atmosfera ora verso la durezza, riuscendo ottimamente in entrambi gli stili e forgiandosi con dei miglioramenti evidenti sotto l'aspetto tecnico, in particolare per quanto riguarda la voce di The Watcher, mai come in questo caso capace di essere graffiante ed ispirato nello scream, e altresì dolce e ammaliante nel clean. In ogni caso, anche se l'attitudine generale si è leggermente spostata verso l'aggressività e i suoni e le atmosfere sono diventati un po' più pesanti che in passato (mantenendo sempre la produzione volutamente impastata e low - fi che ha fatto a mio avviso la fortuna della band), non ci sono particolari idee rivoluzionarie all'orizzonte. I Fen si muovono bene o male sugli stessi terreni battuti in precedenza: il seme del cambiamento è solo un modo diverso di intenderli, di rimescolarli tra loro così come di separarli. Cambia il modo di usarli come strumento che avvolge l'ascoltatore e lo trasporta nelle umide contrade dell'Inghilterra del nord, con le sue paludi sterminate: il risultato, ancora una volta, è degno degli obiettivi che si era preposto, ammesso che in musica si possa parlare di obiettivi da raggiungere.

Dunque, "Dustwalker" può finalmente essere descritto come il capolavoro dei Fen? A mio parere no, non è un capolavoro, o meglio, non ancora. Il gruppo ha saputo imporsi con personalità nella scena metal attuale, comparendo anche in tour con grandi band come gli Agalloch e creandosi la propria schiera di fan appassionati, grazie alla loro indubbia abilità e personalità: tuttavia sono convinto che il loro capolavoro definitivo debba ancora arrivare. Magari non riusciranno mai a produrre un disco che venga ricordato come vera e propria pietra miliare irrinunciabile, ma in fondo chi se ne importa? "The Malediction Fields", "Epoch", e adesso "Dustwalker" ... di musica per intenditori, alla ricerca di sensazioni speciali, ce n'è da vendere. "Dustwalker" è un nuovo tassello nella personale maturazione artistica dei Fen, un lavoro ancora una volta squisitamente meditativo e atmosferico, sul quale passare lunghi pomeriggi di riflessione. Per cui, non abbiate timore: compratelo pure a scatola chiusa, e lasciatevi rapire dalle sue polverose e suggestive cascate di note distorte. Ne vale la pena.

01 - Consequence (7:56)
02 - Hands Of Dust (11:39)
03 - Spectre (10:21)
04 - Reflections (1:44)
05 - Wolf Sun (7:10)
06 - The Black Sound (10:08)
07 - Walking The Crowpath (13:16)

mercoledì 6 febbraio 2013

Elderwind - "The Magic Of Nature"

Deleting Souls Records, 2012
La semplicità può essere l'arma vincente, nella musica così come nella vita: un concetto che bisognerebbe tenere sempre a mente. La musica dei russi Elderwind, composti unicamente dal tuttofare ventitreenne Persy, è espressione di semplicità pura, ma riesce a catturare lo spirito molto più di tanti mastodonti dalla complessità mostruosa ma dal poco sentimento.

Per dimostrare che non sono solo frasi ad hoc con l'unico scopo di intortare gli ignari lettori e di ricoprirli di melensaggini gratuite, vi invito ad ascoltare un pezzo come "The Magic Of Nature", la seconda traccia del CD. Già dopo i primissimi secondi, a meno che non siate persone completamente insensibili oppure del tutto disabituate a qualsiasi sonorità più aggressiva del pop rock, sentirete inevitabilmente un brivido di emozione sulla pelle, misto ad un brivido di autentico freddo. Le vivide e spettacolari immagini di copertina sono un quadretto da ammirare mentre si ascolta la musica, immaginandosi di trovarsi davvero di fronte a quella gigantesca montagna innevata, con i boschi di conifere intirizzite e lambite da un fiumiciattolo gelido, nella solitudine e nella libertà più totale. Paesaggi sonori che ricordano le maestose distese del Canada o dell'Alaska, luoghi nei quali l'uomo ancora non ha avuto il coraggio di insediarsi a distruggere tutto, poiché troppo belli e troppo inospitali. Gli Elderwind trasportano la mente e il corpo in quei luoghi paradisiaci, e lo fanno con una semplicità disarmante, componendo brani che non sono nulla più che tranquille sequenze di accordi ripetuti, sui quali viaggiano lentamente le note di pianoforte e di tastiera come brandelli di fiori trasportati da un vento impetuoso. Unendo sapientemente le dilatate sonorità ambient con le ruvide muraglie di chitarroni black metal, la musica viaggia quasi sempre lenta, compassionevole, calma come l'acqua di un laghetto montano; ogni tanto una valanga improvvisa risveglia la natura dal torpore, sommergendo tutto con tonnellate di neve bramosa di velocità, per poi ripiombare nell'immobilità e nella tranquillità contemplativa, di cui questo disco è letteralmente saturo. Le linee melodiche esprimono questo sentimento alla perfezione, sviluppandosi solenni ed elegiache verso l'infinità di un mondo incantato, e giocando su motivi elementari ma dalla bellezza sconcertante, in grado di ammaliare perdutamente chiunque non si doti di una corazza di insensibilità spessa trenta centimetri. Un applauso interminabile deve essere dedicato alla produzione: non credo di aver mai ascoltato un disco nel quale la tipologia di suoni e di registrazione sia così perfettamente adatta alle atmosfere che si vogliono creare. Strati di chitarre ovattate e raggelanti, una voce in screaming sempre in secondo piano, tastiere liquefatte e fluttuanti che colmano l'etere senza mai essere invadenti ... un connubio stupefacente di grezzume e approssimazione sonora, che può essere considerato inadeguato solo da chi non ha la minima esperienza di questo tipo di musica. Non è una critica, è un dato di fatto: chiunque voglia approcciarsi al black metal atmosferico deve mettere in conto che la produzione deve essere necessariamente povera e stentata, altrimenti la musica perde i tre quarti del suo fascino. Mi sento inoltre di aggiungere un applauso ancora più sentito alla sezione ritmica, in particolare alla batteria, che costituisce l'elemento discriminante, in grado di compensare la relativa semplicità delle chitarre: dietro le pelli, infatti, Persy dà il meglio di sè con tempi sempre variabili e una tecnica non da poco, la quale arricchisce notevolmente il fluire dei brani, i quali avrebbero forse sofferto di una certa staticità se non ci fosse stato questo elemento.

Si respirano diversi sentimenti nel corso del disco, e nessuno di questi è un sentimento negativo: la natura si mostra qui nella sua bellezza più abbagliante, servendosi di melodie che spesso tendono alla luce del sole e al blu intenso del cielo, nonostante la loro intensa carica malinconica. Il dolce romanticismo di "Shining Star", le suggestioni epiche di "The Nature Stuck In A Dream", le avvolgenti e celestiali tastiere di "Last Winter's Night", il triste pianoforte accompagnato dalla pioggia e dai tuoni in " When The Rain Starts Again", la travolgente epopea di "The Coming Of Spring", capace di far sgorgare calde lacrime ... tutti i brani posseggono qualcosa di speciale, nonostante il disco sia estremamente omogeneo nel suo stile compositivo, e tutti sono in grado di dipingere paesaggi così vividi da sembrare reali. Cinquanta minuti che passano veloci, così veloci da lasciare ampiamente il tempo di rimpiangere ciò che si è appena vissuto, nel momento in cui il disco termina la sua ultima rotazione nello stereo. "The Magic Of Nature" è un disco che saprà toccare corde profondissime e saprà pennellare scenari che rimarranno indelebili nella vostra mente: non aspettatevi niente di complesso nè tantomeno di elaborato, aspettatevi solo un'ambientazione magica che vi farà sognare ad occhi aperti. 

La semplicità, in questo caso, ha vinto.

01 - V Snegakh (In The Snow) (5:42)
02 - Volshebstvo Prirody (The Magic Of Nature) (7:27)
03 - Siyanie Zvyozd (Shining Star) (6:04)
04 - Priroda Zastyla Vo Sne (The Nature Stuck In A Dream) (4:54)
05 - Poslednyaya Zimnyaya Noch' (Last Winter's Night) (7:18)
06 - Priblizhenie Vesny (The Coming Of Spring) (9:25)
07 - Kogda Vnov' Nachnyotsya Dozhd' (When The Rain Starts Again) (5:33)
08 - Holod V Dushe (Cold In The Soul) (6:06)

lunedì 4 febbraio 2013

The Ocean - "Heliocentric"

Metal Blade Records, 2010
Come tutte le cose che sovvertono un ordine precostituito e dogmatico, l'eliocentrismo non ebbe vita facile nel momento in cui venne teorizzato per la prima volta da Aristarco di Samo, nel II secolo dopo Cristo. L'ormai vetusto sistema tolemaico, cioè geocentrico, ai tempi era creduto così infallibile che ci vollero quasi tre secoli prima che l'errata convinzione fosse soppiantata dalla dimostrazione operata da Niccolò Copernico. Come tutte le teorie rivoluzionarie, essa ebbe un impatto certamente sconvolgente, ma incredibilmente affascinante per quei pochi che non si lasciavano irretire da una mentalità ottusa e incapace di aprirsi alle infinite possibilità offerte dal metodo scientifico; potrei dire che, in misura molto minore, anche questo "Heliocentric" del supergruppo tedesco The Ocean sia un disco candidato ad essere incompreso, ma solo da chi non ha il fegato di osare un po' più oltre della punta del suo naso. Non fatevi ingannare dal fatto che questo disco esce per la conosciutissima Metal Blade; stiamo parlando di tanta roba, veramente tanta roba, una vera e propria abbuffata di musica di qualità impressionante.

La custodia del disco è a forma di astrolabio, sulla parte superiore è fissato un disco rotante trasparente con incise le sagome dei pianeti, il booklet interno è una raffigurazione di tutte le costellazioni con i relativi nomi, i testi sono stampati in nove piccole immaginette cartonate che sembrano dei santini; basterebbe questo per capire che "Heliocentric" è un lavoro speciale, curato in ogni suo dettaglio con una precisione assoluta, e molto ambizioso e originale nei suoi intenti. Ambizioso, perchè la sua musica e soprattutto i suoi testi vogliono essere un viaggio alla scoperta di un intero mondo di evoluzione scientifica e di domande irrisolte; originale, perchè a livello musicale incorpora così tante influenze diverse da trascendere qualsiasi classificazione per generi. Sono lontanissimi i The Ocean che conoscevamo, sia quelli epici e rocciosi di "FluXion", sia quelli aggressivi e distruttori di "Aeolian", sia quelli raffinatamente progressivi (ma sempre e comunque estremi) del precedente capolavoro "Precambrian". Al contrario, "Heliocentric" sembra essere stato concepito come disco più leggero, più semplice, addirittura più orecchiabile: la voce pulita è molto più consistente che in passato e acquista un ruolo primario, il growl puntella i momenti più roboanti con saggezza ma senza esagerare nè in presenza nè in asprezza, la fragorosa cornice chitarristica si attenua in favore di brani spesso rilassati e delicati. Eppure, non potremmo trovarci di fronte ad un disco più intenso e verace di questo, nonostante il suo apparente ammorbidimento: "Heliocentric" è forse l'esempio più perfetto in assoluto per dimostrare come una musica dai canoni semplici possa essere trasformata in un qualcosa di eccezionale spessore, senza per contro scadere nel cervellotico.

La base è un progressive metal variegato e intelligente, che come dicevo prima, è assolutamente impossibile da racchiudere in un solo binario. In realtà, non basterebbero decine di binari per contare tutte le influenze che i The Ocean mettono in soli cinquanta minuti: basta ascoltare le pesanti chitarre post - sludge di "Firmament" accoppiarsi con la lenta ballad (!) "Ptolemy Was Wrong", talmente vicina agli ultimi Anathema da risultare letteralmente stucchevole per qualsiasi persona che abbia tremato sulle vulcaniche note di "FluXion" o "Aeolian". Oppure basta ascoltare "Metaphysics Of The Hangman", dal retrogusto di rock americano anni 60, e subito dopo "Catharsis Of A Heretic", quasi un pezzo da downtown vissuta in una serata di perdizione e gioco d'azzardo; se messe a confronto con l'intensa inquietudine dell'accoppiata finale "The Origin Of Species / The Origin Of God", il disorientamento è inevitabile. Ma i The Ocean, grazie alla loro ormai affermata esperienza e alla loro natura di gruppo "aperto", dove decine di musicisti contribuiscono liberamente al risultato finale, non hanno paura di muoversi sulle lunghe distanze, suonando una musica che ha come unico scopo quello dell'espressione, e che utilizza lo stile solo come mezzo, non come fine. Ecco la genialità di "Heliocentric": in esso convivono melodie irresistibili, ruggenti esplosioni di livore, fantastiche progressioni che lasciano con il fiato mozzo, orchestrazioni raffinatissime e sezioni di pura improvvisazione (basta ascoltare il traballante pianoforte poco oltre la metà di "The First Commandment Of The Luminaries", brano che se giudicato dopo i primi riff potrebbe sembrare niente più che thrash metal). Creatività assoluta che si sposa con un songwriting ispiratissimo, dinamico, dove i riff di chitarra sono i veri padroni e non dei meri accompagnamenti alla linea vocale; dove gli strumenti classici come tromboni, pianoforte e archi si incastrano con la ruvidezza delle chitarre come solo i The Ocean sanno fare.

Ma ancora qualcosa potrebbe non quadrare. Ci sono sì dei momenti meravigliosi, come il commovente break acustico di "Firmament" che viene poi seguito da un'esplosione vocale in pulito da brividi; ci sono brani irripetibili come "The Origin Of God", che con somma disperazione lancia nel vuoto la domanda che tiene in piedi tutto il disco:

"Who made your architect?
Who made your architect?
Where does he come from?
What is he made of?" 

Ma ancora qualcosa sfugge, non si capisce quale sia il senso di questo disco, non si capisce il perchè di tutte queste influenze diverse, così apparentemente slegate tra di loro. Cosa ci fanno i riff nervosi e sobillatori di "Swallowed By The Earth" e "The Origin Of Species" accanto a brani così spiccatamente sentimentali come la già citata "Ptolemy Was Wrong" o "Epiphany"? Cosa ci fanno le atmosfere da tavolo verde assieme agli atroci dubbi esistenziali dell'accoppiata finale delle due "The Origin Of ..." ? La risposta è nelle quattro righe che ho riportato sopra: bisogna leggere i testi. Bisogna mettersi lì, con calma, ascoltando la musica ad alto volume e leggendo contemporaneamente i nove santini, a mano a mano che i minuti scorrono: solo così si prenderà piena consapevolezza del perchè questo disco non segue apparentemente alcuna regola. Così come l'evoluzione, dalle prime ribollenti protostelle alle forme di vita più complesse e perfette, sembra essersi sviluppata senza un architetto che la progettasse, anche "Heliocentric" non si basa su nessuno schema preesistente. La sua perfezione strumentale, la sua carica emotiva devastante, la sua produzione perfetta e le sue geometrie raffinate creano un mondo meraviglioso, ma del quale non si conosce praticamente nulla, perchè non si può sapere da dove è venuto, nè la strana logica che pare averlo animato. Il pianeta Terra, per quanto meraviglioso e incredibile sia, rimane pur sempre un mistero: lo stesso mistero che si cela nei testi di "Heliocentric" e nella sua musica, il mistero di un mondo creato da un fantomatico Dio che per forza di cose doveva essere più complesso del mondo stesso, per riuscire a concepirlo. Ma allora chi ha creato quel Dio, se ogni struttura complessa necessita di un progettista? Una tale domanda a cosa potrà portare, se non al processo per eresia? Avremo fatto la cosa giusta a lasciare che il dubbio di un Dio cieco e casuale si insinuasse in noi?

"Heliocentric" rappresenta la vita nelle sue sfaccettature più minime, il meraviglioso ingranaggio dell'universo visto sotto tutti i punti di vista possibili. L'eccezionale profondità delle sue tematiche e la bellezza indiscutibile dei testi ne fanno un disco che non ha nessun senso se non viene ascoltato leggendo i medesimi. Sono consapevole di non riuscire ad esprimere al meglio ciò che vorrei dire su questo album, ma in questo caso non si può veramente far altro che ascoltare, capire e immedesimarsi, per poi uscirne con un nuovo sentimento nato dentro di noi, la devozione verso un album così completo e totalizzante. E mentre il tremendo finale orchestrale di "The Origin Of God" ci lascia completamente muti e attoniti, impotenti di fronte ad una tale dimostrazione di intensità, la lacerante domanda che risuona nei nostri cervelli è sempre la stessa...

"Who made your architect?
Who made your architect?
Where does he come from?
What is he made of?"


... accanto ad un atroce rivelazione che cresce come un cancro nella nostra mente:

"There is no alternative to the theory of evolution".

Semplicemente, un capolavoro.

01 - Shamayim (1:53)
02 - Firmament (7:29)
03 - The First Commandment Of The Luminaries (6:47)
04 - Ptolemy Was Wrong (6:28)
05 - Metaphysics Of The Hangman (5:41)
06 - Catharsis Of A Heretic (2:08)
07 - Swallowed By The Earth (4:59)
08 - Epiphany (3:21)
09 - The Origin Of Species (7:23)
10 - The Origin Of God (4:34)

giovedì 31 gennaio 2013

Aidan - "The Relation Between Brain And Behaviour"

Red Sound Records, 2013
Apprezzo molto gli album strumentali. Innanzitutto sono album coraggiosi, in un mondo musicale dove spesso si dà un'importanza primaria al cantato, e solo secondariamente si considerano gli strumenti e le magnifiche trame che sono in grado di tessere anche da soli. Inoltre, la mancanza del cantato fa sì che l'ascoltatore si concentri unicamente sulle trame strumentali, che devono essere ben costruite e interessanti, per sostituire egregiamente le parti vocali e non rendere l'ascolto noioso. Non è un compito facile, ma ci sono band che ci riescono molto bene: mi fa piacere includervi gli esordienti padovani Aidan.

Cito testualmente le parole contenute nel file di accompagnamento al disco: "Attitudine strumentale, deliri post metal, accelerazioni stoner, fangosissime paludi sludge. Sono questi gli ingredienti che fanno di "The Relation Between Brain And Behaviour" uno degli esordi da tenere d'occhio in questo primo scorcio di 2013". Sono assolutamente d'accordo, specialmente sulla parte che sollecita l'interesse verso questa band, in quanto il debutto degli Aidan è uno di quei dischi che in qualche modo ti catturano, ti inchiodano l'attenzione e ti costringono ad ascoltare, non solo a sentire. La corrente strumentale gode di un'ottima produzione ad opera del già conosciuto James Plotkin, folle elemento che ha curato la resa sonora di band altrettanto folli come i Khanate; aggiungiamoci un songwriting degno di nota, e il quadro è completo. Il disco è zeppo di riferimenti all'affascinante caso clinico di Phineas Gage, uomo probo e timorato di Dio, che dopo aver subito una lesione alla testa causata da una sbarra di ferro che gli attraversò il cranio da parte a parte, non solo sopravvisse contro ogni previsione, ma diventò ladro, bestemmiatore, bugiardo. La sbarra, passando, asportò infatti con precisione chirurgica la parte di cervello che controlla i comportamenti morali, causando una trasformazione radicale della personalità dell'uomo. La trasposizione musicale di questo stupefacente evento si esplica con sonorità grevi, sporche, nauseabonde ma nonostante tutto capaci di momenti riflessivi e perfino melodici, a patto di saperli cogliere tra i solchi, in quanto non si rivelano subito. Ipnotismo, distorsioni fluenti e ricche di effetti, melodie enigmatiche e sulfuree, tastiere che acquistano sapori perfino drammatici: tutto descrive molto bene l'odissea di Gage, la sua personalità frammentata e distrutta, la sua dolorosa metamorfosi in qualcosa che nessuno, nemmeno lui stesso, riuscì più a riconoscere. Si tratta di una trasposizione pesante da digerire, questo è sicuro: non aspettatevi che la musica degli Aidan sia di facile ascolto, né tantomeno aspettatevi di poterla memorizzare nel giro di qualche ascolto distratto. Nonostante il minutaggio non elevato, il disco richiede una certa pazienza e un certo impegno per essere compreso e assimilato, vista anche la sua omogeneità che però non significa affatto che i brani siano tutti uguali. Semplicemente, ognuno di essi costituisce un tassello dell'insieme, una parte del viaggio mentale evocato dal disco nella sua interezza. Non sentirete la mancanza del growl raschiato e graffiante tipico del post - sludge: non perchè non ci starebbe bene, ma perché la completezza della musica fa sì che non sia strettamente necessario ai fini del risultato.

Chi volesse farsi un'idea di come suonano gli Aidan, può ascoltare "No Longer Gage", il brano che ritengo il più intenso e coinvolgente del lotto. La sporcizia malata della chitarra sludge si sposa alla perfezione con suggestioni malinconiche e soffuse che fanno correre i brividi lungo la schiena: una dimostrazione di acume e di personalità che fa molto piacere trovare in una band esordiente. Ma ascoltate il disco tutto assieme, e fatevi rapire dai suoi stati patologici, dal suo male di essere, dalle sue martellanti sonorità; scoprirete che un intero mondo si cela dietro a questi riffoni, e che nomi come Isis, Yob e Cult Of Luna rappresentano solo un eco, e non una presenza ingombrante che si fa sentire troppo spesso. "The Relation Between Brain And Behaviour" è un disco dedicato ad un pubblico di appassionati, ma al contempo è un disco che sa il fatto suo e che può presentarsi senza troppe remore anche di fianco ai maestri del genere. In ogni caso, merita la vostra attenzione.

01 - Lebanon, 1823 (2:44)
02 - No Longer Gage (6:31)
03 - Left Frontal Lobe (3:54)
04 - Dr. John Martyn Harlow (3:18)
05 - Pulse 60, And Regular (5:50)
06 - Ptosis (5:51)
07 - Lone Mountain (8:26)

martedì 29 gennaio 2013

Monolithe - "Monolithe II"

Appease Me Records, 2005
Qualcuno magari pensava che il debutto dei francesi Monolithe, composto da un'unica traccia di cinquantadue minuti, sarebbe rimasto un esperimento nella loro carriera, uno di quei dischi che concepisci una sola volta nella vita e poi passi ad altro; in effetti, una scelta così oltranzista e radicale poteva disorientare chiunque non fosse più che intenzionato a conoscere la band e il suo particolarissimo mondo sonoro. Invece, due anni più tardi i Monolithe ritornano in auge con un album che da questo punto di vista è esattamente identico al suo predecessore. Dura un minuto e mezzo in meno, questo è vero, ma la sostanza non è cambiata: una sola, mastodontica traccia di oltre cinquanta minuti, ancora una volta intitolata con il nome del disco stesso. Come per dire: la coerenza prima di tutto, chi ci ama ci segua così come siamo, chi non ci ama stia alla larga dai nostri album. Su questo bisogna dire che i Monolithe meritano rispetto, se non altro per la loro spiccata anticommercialità e per la loro maniera prettamente personale di concepire il funeral doom, portandolo alle estreme conseguenze di sé stesso.

A livello musicale, qualcosa è cambiato? Sì e no, in parti che è difficile quantificare con esattezza. Siamo di fronte ad un nuovo monolite interminabile di funeral doom etereo, dlatato e onirico, che bisogna vivere con una certa partecipazione, senza fretta, senza la pretesa che la musica allenti la presa e diventi meno soffocante, se non per alcuni momenti circoscritti. L'ottimo impianto sonoro non è cambiato, la compattezza della composizione è eccellente, le idee melodiche vincenti non mancano; nonostante il lavoro sia più o meno la fotocopia del debutto "Monolithe I", si lascia ancora una volta ascoltare con piacere, a patto che riusciate a concepire l'idea di un brano tanto lungo ed asfissiante, che non si può far altro che ascoltare tutto di fila se volete che tale brano acquisti un senso compiuto. Ma allora, dove sono le novità che accennavo prima? Stanno più che altro nei dettagli, nelle sfumature: un'attitudine che è diventata un pochettino più progressiva, una minore pesantezza delle linee chitarristiche, una maggiore presenza di tastiere, un uso leggermente più accentuato delle dissonanze (con il riff a 27:35, per esempio, il gruppo supera se stesso!), e addirittura l'inserto di una fisarmonica che con la sua lenta malinconia folkloristica costituisce l'elemento più originale e distintivo di questo lavoro, dato che non è propriamente uno strumento affine al classico funeral doom, e invece qui appare perfettamente contestualizzato ed efficace. Ma come dicevo, si tratta di dettagli: anche un ascoltatore esperto faticherà a trovare differenze sostanziali tra Monolithe I e II, che si muovono su coordinate pressoché identiche e, come ci si può aspettare, faranno nuovamente la gioia di chi ha apprezzato il primo lavoro, mentre lasceranno ugualmente indifferente chi non l'aveva apprezzato ai tempi.

A dire il vero, c'è qualcosa in "Monolithe II" che non mi convince pienamente. Forse è colpa di un suono di tastiera che in certi momenti ha un timbro un po' troppo artefatto; ma non penso si tratti solo di ciò. In fondo si tratta di un dettaglio, al quale si può passare sopra senza troppi problemi. Il problema, se di problema si può parlare, è su un livello differente. Non saprei come spiegarlo, ma a questo seguito manca un po' di quella spontaneità di cui era dotato il debutto, diventando sicuramente più raffinato ed elaborato, più complesso a livello di arrangiamenti e di songwriting, ma anche meno squisitamente emozionale, meno spontaneo appunto. Nonostante le atmosfere siano comunque epiche e grandiose, e le melodie siano di ottimo livello, il disco non riesce a convincermi fino in fondo: mi convince al 99%, ma non al 100%. Il problema di base credo sia uno solo: per quanto l'ascolto sia in ogni caso un'esperienza interessante e coinvolgente, credo che la soluzione stilistica di base sia già stata sfruttata a fondo con il precedente "Monolithe I", e che il disco avrebbe dovuto mostrare un'evoluzione più netta, per staccarsi dallo status di disco fotocopia. Le piccole differenze tra i due album non sono sufficienti a togliermi dalla testa l'idea che "Monolithe II" sia un leggero calo di tono, anche se diverse persone mostrano di apprezzarlo più del debutto, quindi non voglio dare alle mie affermazioni una connotazione assoluta. Ma nonostante tutto, anche se in certi punti pecca un po' di artificiosità, "Monolithe II" è indubbiamente un disco validissimo, un lavoro con tutte le carte in regola per impressionare positivamente ogni appassionato di funeral doom che si rispetti. Non mi resta dunque che rinnovare i complimenti ai Monolithe, se li meritano tutti.

01 - Monolithe II (50:27)

lunedì 28 gennaio 2013

Kerbenok - "Der Erde Entwachsen (Gewollte Wunden)"

Autoprodotto, 2007
Le demo autoprodotte sono il vero motore della musica metal, sono la brulicante base dalla quale ogni tanto esce fuori la band rivelazione, il disco capolavoro, il musicista talentuoso che dà vita a qualcosa di assolutamente nuovo e coinvolgente. Nell'infinito marasma dell'underground, nel quale tutti cercano di sgomitare per farsi strada in un mercato sovraffollato e saturo, spuntano talvolta gruppi originali e interessanti come i tedeschi Kerbenok, che come nella migliore delle tradizioni, esordiscono con un extended play per poi passare all'album in studio vero e proprio, così da preparare un po' il terreno. "Der Erde Entwachsen" ha proprio questo scopo, ma si può dire che nella sua brevità è già un lavoro completo, che si slega dal mero compito di filo guida e si fa notare per la sua intrinseca qualità.

Un delicato arpeggio di matrice post rock, accompagnato da un flauto silvano, apre le danze di "Das Kalte Feuer", per poi lasciare il passo ad un assalto black metal dal retrogusto un po' tribale e folkloristico, quasi preso dai Finntroll. Sono passati solo tre minuti, ma ci stiamo già rendendo conto che la musica ci cattura, ci trasporta in un qualche genere di ambientazione, insomma ci coinvolge. L'ambientazione più calzante non può che essere il bosco, con i suoi animali, le sue reti di radici sotterranee, le sue cortecce impregnate di profumi resinosi, quello stesso bosco che appare nell'emblematica immagine di copertina, la quale raffigura il muschio che cresce su un tronco. L'inarrestabile vitalità della foresta è espressa da ritmiche cangianti, da chitarre dinamiche, da una voce a metà tra il growl e lo scream che non comunica negatività o disagio, ma al massimo appare più come una narrazione. Rallentamenti melodici e gustosi si intersecano nella fitta trama delle chitarre distorte per regalarci serene passeggiate lungo sentieri pianeggianti, salvo poi ritornare a picchiare senza remissione nel momento in cui la strada si fa contorta e ricoperta di arbusti: queste sono solo alcune delle impressioni che giungono alla mia mente dopo l'ascolto di questa prima traccia.

La successiva "Der Erde Entwachsen" è l'incarnazione più spasmodica e violenta delle forze naturali, espresse da ritmiche convulse e da una violenza strumentale che non si placa mai, come a simboleggiare un cataclisma che coinvolge l'intero ecosistema. Nascosta sotto la fitta rete di distorsioni e colpi ai piatti, tuttavia, è presente una traccia melodica che tenta di farsi sentire, come il timido cinguettio di un uccellino nel corso di un incendio devastante; notevole è la maestria della band nel rievocare tali immagini, che comunque si prestano a moltissime interpretazioni, dimostrando che la musica è solo apparentemente caotica e slegata, come appare ad un primo ascolto. Tocca poi a "Der Fall" chiudere i ventiquattro minuti di questo dischetto, mostrandoci un'altra sfaccettatura della band: cori medianici e sonorità ipnotiche reggono la prima parte del brano fino alla consueta esplosione sonora, che va poi a sfumare improvvisamente in un magico finale acustico dal sapore giocherellone, nel quale avviene finalmente la riconciliazione con la brutalità della natura.

Influenzato nettamente dalle sonorità folk - black di gruppi cardine come Ulver, Borknagar, Taake e i sopracitati Finntroll, questo dischetto brilla comunque di luce propria, grazie ad una spiccata personalità e ad una capacità non comune di amalgamare diverse influenze e diversi livelli sonori in un complesso assolutamente convincente. Addentrarsi nel boschivo sentiero dei Kerbenok è un'esperienza che porta ad una sicura immedesimazione, anche se inizialmente può risultare un ascolto ostico; non ci rimane che stupirci, ancora una volta, di quanto buon materiale esista nel sepolto mondo degli esordienti, che per fortuna questa volta hanno potuto raggiungere una buona fetta di pubblico, grazie alla ristampa operata dalla benefattrice Northern Silence Productions.

01 - Das Kalte Feuer (8:58)
02 - Der Erde Entwachsen (6:10)
03 - Der Fall (8:35)

venerdì 25 gennaio 2013

Elysian Blaze - "Blood Geometry"

Osmose Productions, 2012
Se siete alla ricerca di un'esperienza musicale davvero nuova, e se non avete paura di tuffarvi a capofitto in un album a dir poco colossale, la nuova fatica targata Elysian Blaze non può che essere la scelta perfetta per voi. Con questo impressionante e interminabile doppio album, il talentuoso musicista australiano Mutatiis produce infatti quella che può essere considerata come la sua conferma definitiva, il tetto massimo della sua arte oscura ed esoterica, quell'arte che aveva sbalordito tutti quando uscì il precedente "Levitating The Carnal", di cui questo nuovo "Blood Geometry" rappresenta l'evoluzione più spettacolare e completa che si possa immaginare.

Mutatiis, che da sempre è l'unico componente del progetto, si muove fin dagli albori su terreni a metà tra il black metal e il funeral doom, donando alle sue composizioni una notevole atmosfera e un piglio compositivo che pesca a piene mani dal dark ambient, dal depressive black e perfino un po' dal drone. In questa confusa orgia di etichette e classificazioni, che possono solo dare un'idea approssimativa dell'estro che possiede Mutatiis nel fonderli assieme, nasce con tre anni di ritardo sulla tabella di marcia questo "Blood Geometry", doppio album dalla durata complessiva di due ore e dieci minuti, un tempo obiettivamente pachidermico che rende il disco un avversario davvero difficile da fronteggiare perfino per un appassionato del genere. Sarebbe impresa ardua ascoltare due ore di qualsiasi tipo di musica, ma con gli Elysian Blaze la cosa diventa ancora più difficile, considerando la loro proposta a dir poco di nicchia, zeppa di elementi particolarissimi che non fanno altro che complicare ulteriormente l'esperienza dell'ascolto. Oltre alla complessità strutturale dell'opera, che è indubbiamente notevole, c'è infatti da rimanere annichiliti dai suoni gelidi e remoti, dalla produzione volutamente confusa e ovattata, dalle ritmiche ossessive e malevole che variano la velocità lungo uno spettro molto ampio, dalla voce che è poco più che un lamento demoniaco sepolto nelle viscere del pianeta a chilometri di profondità. E soprattutto, c'è da rimanere annichiliti dal modo in cui tutti questi elementi si combinano assieme per restituire un disco di una compattezza stilistica e di una coerenza interna eccellente. Gli strumenti penetrano uno dentro l'altro creando muraglie ipnotiche e suggestive, tra tappeti sonori epicheggianti, improvvise accelerazioni e rallentamenti che paiono annegare nel vuoto per poi lasciare spazio a decine di minuti di atmosfera pura, in un complesso e stupefacente caleidoscopio di strutture e sovrastrutture pluristratificate che bisogna avere la pazienza di estricare e comprendere poco alla volta, con il passare degli ascolti (ne servono a decine, prima di cominciare a capirci qualcosa). Ritmiche funeral doom su suoni black, ambientazioni drone su melodie che arrivano a toccare la new age (provare per credere), alternanza tra pieno e vuoto che ha un sapore squisitamente cosmico e onirico, sprazzi di sacralità maledetta che si affiancano alla pesantezza più schiacciante, e così via in un continuo evolversi di sonorità e intenti che conducono in un labirinto incomprensibilmente vasto e complicato. Stupenda è la scelta di lasciare la produzione sonora allo stesso livello "povero" che avevamo ascoltato su "Levitating The Carnal"; nonostante essa costituisca un elemento di disturbo per chi volesse intraprendere un ascolto attento (e in tal caso buona fortuna al temerario che ci proverà!), l'impastamento e la rarefazione del suono è ciò che rende questo disco così evocativo, alla pari di un protagonista inaspettato che sbalordisce per la forza con la quale si impone sulla scena: il pianoforte. Esso costituisce la vera anima di "Blood Geometry", comparendo nei momenti più intensi come dispensatore di vita o di morte, e producendosi in melodie che risultano perfino commoventi, se di commozione si può parlare in un album così ferale e notturno, che non lascia spazio per la luce del giorno. Vi accorgerete subito che non sono le rombanti e confuse chitarre, nè la latrante voce, nè le inquietanti tastiere, nè le maestose sezioni corali ad avere il pieno controllo della scena; i tasti bianchi e neri sono i veri padroni, i maestri indiscussi che compaiono quando c'è bisogno di una presenza autorevole che metta in riga tutti gli altri, per annichilirli con una dimostrazione di proterva superiorità. L'entrata del pianoforte, dalla timbrica oscura e liquida, conferisce al disco un carattere marziale, misterioso, adamantino; come una vera e propria opera musicale, capace di lasciare segni indelebili nell'anima.

Dando un'occhiata alla tracklist, si può farsi solo una vaga idea di ciò che troveremo all'interno di questo "Blood Geometry". Cosa possiamo infatti aspettarci da pezzoni giganteschi come "Sigils That Beckon Death", di ventitrè minuti, "Pyramid Of The Cold Son" di ventidue, e "Blood Of Ancients, Blood Of Hatred" di addirittura trentasei? Spiegarlo in poche parole è impossibile: succedono troppe cose all'interno di essi, e su ciascun minuto si potrebbe parlare per ore, sviscerando tutti i significati di una musica di tale intransigente e severa bellezza. Ogni pezzo potrebbe essere considerato un disco nel disco, un'appendice all'appendice, un differente movimento di un'opera dalle sfaccettature infinite. Posso solo dire che "Blood Geometry" è un disco che porta all'estremo ogni aspetto della musica estrema, dilatando i tempi in maniera encomiabile e coraggiosa, e proponendosi con uno spirito che più anticommerciale non potrebbe essere, consapevole del fatto che la sua bellezza verrà colta solamente da chi possiede la giusta attitudine e la giusta pazienza per comprendere a fondo un lavoro come questo. Mutatiis non si è limitato a ricopiare "Levitating The Carnal" e a riproporcelo in versione allungata, ma ha creato un vero e proprio monumento musicale nero, un monolite immenso che potrebbe diventare la vostra prossima ossessione, che vi lascerà totalmente incapaci di intendere e di volere e che vi terrà inevitabilmente soggiogati. Perchè una volta che si entra nei siderali meandri di "Blood Geometry", uscirne è davvero un compito arduo.

Un lavoro titanico, da venerare silenziosamente nei secoli dei secoli.

CD 1

01 - A Choir For Venus (4:30)
02 - The Temple Is Falling (18:25)
03 - Sigils That Beckon Death (23:55)
04 - Blood Geometry (9:01)

CD 2

01 - A Blaze For Twilight (3:45)
02 - Pyramid Of The Cold Son (22:12)
03 - Blood Of Ancients, Blood Of Hatred (36:36)
04 - Void Alchemy (11:12)

lunedì 21 gennaio 2013

Ahab - "The Giant"

Napalm Records, 2012
Recensione scritta a quattro mani da Vanni e Daniele.

Un breve estratto dal diario di bordo della nave Nautik Funeral Doom, guidata dal comandante Ahab.

Giorno 1 (25/11/11): si salpa per il terzo emozionante viaggio nelle onde del burrascoso oceano Atlantico. Gli Ahab hanno annunciato che presto si dedicheranno alla registrazione del loro terzo disco, la scrittura del quale volge ormai al termine.

Giorno 68: gli Ahab sono in studio per le registrazioni, e quelle del basso e della batteria sono già state completate. I lavori sembrano procedere bene, ma il viaggio non è che all'inizio.

Giorno 98: ora il titolo del nuovo album è stato reso noto: "The Giant". Il disco sarà disponibile in maggio, quindi non prima di una sessantina di giorni. Ma la notizia più grandiosa è un trailer di quasi quattro minuti delle registrazioni dell’album! Lo splendido arpeggio che lo apre e la fragorosa musica in cui poi esplode accrescono la curiosità: gli Ahab stanno arrivando! Non vedo l’ora!

Giorno 103: oggi è stata una giornata strana, particolarmente provante. Gli Ahab hanno rivelato la copertina del loro nuovo full-length, che come primo impatto è molto deludente. L’idea è sicuramente carina, ma sembra mancare di serietà. Tuttavia dopo i primi istanti l’attenzione cade sul font usato per il titolo, e poi a catena su una serie di altri particolari: gli Ahab si sono dati alla psichedelia? No, mi sembra impossibile, è solo una stramba ipotesi.

Giorno 155: è il momento della svolta: finalmente un brano intero online! Si tratta della titletrack "The Giant". L’esperienza sonora è stata notevole ed emozionante! Il timbro degli Ahab lo si sente tutto, tanto nelle ritmiche quanto nello stile compositivo, ma ci sono grandi novità: le sonorità vanno in parte verso lo sludge, in parte verso il post metal, mentre alcuni riff suonano davvero psichedelici. La mia intuizione era sorprendentemente corretta! Uno sviluppo insperato da parte degli Ahab, ma sembra promettere molto bene.

Giorno 182: l'album esce nei negozi.

Giorno 252: acquisto l'album.

Giorno 253 (04/08/12): ascolto l'album.

Si preannunciava una rivoluzione pazzesca, sembrava delinearsi addirittura una svolta psichedelica. E invece tutto sommato "The Giant" è un album che non rinnega nulla di tutto quello che gli Ahab sono stati fino ad oggi: si “limita”, per così dire, ad introdurre una svolta più rockeggiante, orientata al post metal, con sonorità lievemente più scarne e minimali. Ma a conti fatti gli Ahab sono ancora gli Ahab: stessi ritmi, stesso songwriting, stesso feeling. Stesso funeral doom intelligente, elaborato sotto tutti i punti di vista (anche e soprattutto ritmicamente); stessa candida ossessione per le tematiche acquatiche e per tutto ciò che in musica richiama l'acqua e il suo ipnotico effetto. Ciò si riflette anche nell'aspetto tematico: così come "The Call Of The Wretched Sea" raccontava la storia della caccia a Moby Dick, e "The Divinity Of Oceans" narrava il dramma del naufragio della baleniera Essex, stavolta è Edgar Allan Poe ad essere tirato in ballo come ispirazione, rivisitando liberamente l'allucinata storia di Arhur Gordon Pym, marinaio di Nantucket che si imbarca clandestinamente su un vascello decretando l'inizio di una spaventosa spirale di orrore e morte. La cura e la maestria con cui gli Ahab effettuano questa trasposizione musicale è notevole, così come sono notevoli i testi, infarciti di vocaboli raffinati e particolari che li rendono dei veri e propri frammenti di grande letteratura. Così come succedeva con i precedenti due album, anche in questo caso è impossibile separare la musica dal testo: essi vanno di pari passo, e privati l'uno dell'altro sono come la mela di Platone, tristemente incompleta.

Musicalmente parlando, tutto ciò che rendeva gli Ahab una grande band è rimasto, è stato solo trasfigurato in una veste ancora più riflessiva, impalpabile, per certi versi sì psichedelica, ma non nel senso stretto del termine. "The Giant" non fa viaggiare con la mente, se non contestualmente alle atmosfere evocate; non è un trip che si potrebbe amplificare con una dose di droga sintetica. La psichedelia di "The Giant" è una psichedelia sommessa, più che altro un'attitudine per le sonorità liquide, inafferrabili, per le melodie enigmatiche e circolari, che dicono tutto e non dicono niente, così come il continuo sciabordio dell'acqua sulle rocce costiere racchiude in sè arcani significati che necessiterebbero di una vita intera per essere sviscerati. A dispetto della paludosa oscurità che continua a far parte del sound del gruppo, qui la componente melodica diventa ancora più forte che nei precedenti lavori, aiutata notevolmente da un uso incrementato del cantato pulito a discapito del sempre ottimo growl (il quale non perde nulla della sua catacombale efficacia). La voce maschile ammalia con momenti di assoluta bellezza come nell'opener "Further South", introdotta da chitarre gentili e pulite che suonano con tranquillità, mimando le prime onde del mattino che muovono delicatamente il vascello lasciato alla fonda. Nel momento in cui un cantato celestiale prende vita, una nuova emozione cresce dentro di noi: echi dei migliori Pink Floyd (a qualcuno è venuta in mente High Hopes?) fanno capolino, ma l'assoluta e indiscutibile personalità del quartetto tedesco fa sì che rimangano solo echi vaghi, mentre a fare tutto il lavoro è un connubio sopraffino di composizione, affinamento, arrangiamento e bilanciamento tra le parti. Tuttavia, gli Ahab non si sono dimenticati di ciò che sono, vale a dire un gruppo funeral doom metal; ecco che a metà brano compaiono riff schiaccianti, pesanti come macigni, dotati del consueto riverbero che anche stavolta ci fa sentire sperduti in mezzo all'oceano, se non addirittura in fondo ad esso. La maturità artistica raggiunta dal gruppo, anche solo dopo aver ascoltato questo primo brano, appare fin da subito impressionante.

"Aeons Elapse" comincia con un arpeggio inquietante, notturno; una voce sussurrante prepara l'esplosione di un riff apocalittico sostenuto da grida possenti, imperniate di sofferenza atroce, lamenti che ancora una volta ricordano l'angoscia di un naufragio, l'incessante agitarsi delle onde, ritmicamente diaboliche come solo l'acqua sa essere. Ma ecco che la nuova psichedelia Ahabiana fa capolino nella voce pulita e nelle scale arabe utilizzate per accompagnarla: sembra quasi di ascoltare la voce di un gigante delle acque, forse di Poseidone in persona, che si rivolge agli uomini con un tono divino e inappellabile. Una riff dalla potenza spaventosa distrugge la relativa beatitudine creata dal clean, mentre il growl acquista una forza espressiva che atterrisce; ma di nuovo, si ritorna su territori inesplorati e magici grazie ad una scala di chitarra costantemente ascendente e discendente, che sfuma lasciando solo i rintocchi di batteria, lenti e stanchi, a comunicarci un senso di incompiutezza. Un finale aperto. Che mai potrà succedere ancora, in questo viaggio maledetto e colmo di sventure?

"Deliverance (Shouting At The Dead)" sfrutta con eleganza le sue linee chitarristiche per creare atmosfere più serene e distensive, che riportano luce nei cuori nonostante la pesantezza dei suoni, e che curiosamente sono scelte per rappresentare uno dei momenti più drammatici della novella di Poe: l'incontro, dopo settimane alla deriva, di una nave il cui intero equipaggio è morto. Le melodie degli Ahab non sono mai state banali, anzi sono sempre state tra le melodie più raffinate ed eccellenti che ho mai ascoltato; se possibile, con quest'ultimo lavoro la band ha addirittura migliorato questa propria caratteristica, già di per sè eccelsa. All'arrivo della superba "Antarctica The Polymorphess", il quartetto tedesco ci mostra un volto ancora differente, il volto della malinconia, della bellezza sublime di un continente ghiacciato e candido che inizia ad apparire mentre si procede inesorabilmente verso sud; le parti in crescendo di stampo progressive sono a dir poco sbalorditive per l'efficacia con cui arrivano diritte al cuore senza nemmeno l'ombra di ruffianeria, così come è sbalorditiva la bellezza e l'eleganza delle parti melodiche, imperniate su una voce pulita dai toni elegiaci, celestiali. Dopo un finale tempestato di emozioni si prosegue il viaggio con la possente "Fathoms Deep Below", teatro di una lentezza pachidermica tipica del funeral doom più estremo; non capisco perchè questa traccia venga additatata come riempitiva e inferiore qualitativamente alle altre, dato che è un pezzo a mio parere superbo, sinistro e affascinante proprio come tutti gli altri brani di "The Giant". Vero, forse è quello che rimane meno stampato in testa, ma sarebbe un'assurdità dire che si poteva tranquillamente escluderlo dalla tracklist, come ho letto da qualche parte. Basta solo ascoltare l'eccellente assolo di chitarra, sempre giocato su scale misteriose che richiamano le profondità oceaniche ... Chiusa questa piccola parentesi, siamo arrivati a "The Giant", che conclude l'odissea con un incedere pesante, stentoreo, distruttivo: la lentezza diabolica del riff portante, che curiosamente non è affiancato ad un pesante growl ma ad un'allucinata voce in clean, atterrisce letteralmente chi l'ascolta. Un breve stacco a metà brano pare riportare la calma e la tranquillità, ma è solo l'inizio della fine: un lento e parossistico crescendo, l'ultimo, ci narra le ultime gesta di Arthur Gordon Pym, pronto a chiamare a sè questo sconosciuto e diafano gigante delle acque, che molte somiglianze ha con la morte. Sulle aggiunte presenti sulle edizioni limitate ("Time's Like Molten Lead" sulla versione digipak, e inoltre anche "Evening Star" sulla versione in vinile), non mi esprimo e lascio che siano gli ascoltatori a scoprirle piano piano: ogni epopea non è completa se non mantiene un certo mistero su almeno uno dei suoi aspetti.

Giorno 467. Ora che siamo giunti alla fine di questo emozionante terzo viaggio della nave Nautik Funeral Doom, guidata dal comandante Ahab, è con parole di assolute pienezza e soddisfazione che appongo il punto al diario di questo lungo, incredibile viaggio, un viaggio che mi ha lasciato dentro esperienze indelebili. Non posso essere sicuro che questi miei scritti si conserveranno con il passare del tempo, ma se qualcuno mai li leggerà, lo esorto ad intraprendere anche lui il viaggio dal quale sono tornato, e che mi ha arricchito come non mai, facendomi scoprire un mondo nuovo e meraviglioso. Non abbiate paura di salpare, la nave rolla e beccheggia ma vi condurrà sempre ad un porto sicuro, anche dopo la tempesta più violenta e paurosa ... sempre che non incontriate un vascello pieno di marinai morti sulla vostra strada.

01 - Further South (9:01)
02 - Aeons Elapse (12:48)
03 - Deliverance (Shouting At The Dead) (7:52)
04 - Antarctica The Polymorphess (11:49)
05 - Fathoms Deep Below (9:11)
06 - The Giant (10:39)

domenica 20 gennaio 2013

Arckanum - "Kampen"

Recensione scritta a quattro mani da Vanni e Daniele.

Come tutti gli anni, prima o poi arriva l’estate, e come tutte le estati si assiste al caratteristico esodo della gente che si accalca sulle autostrade affrontando code chilometriche a base di sole cocente e stress incalzante...e tutto questo per cosa? Quale impresa epica si cela dietro siffatte eroiche gesta? Quale baluardo ultimo dell’umanità costoro stanno accorrendo a salvare? Ebbene, costoro si incamminano...per andare al mare. E cosa ci vanno a fare al mare? Nella maggioranza dei casi ci vanno per stiparsi come una miriade di sardine sotto i roventi raggi ultravioletti (o sarebbe meglio dire ultraviolenti) del sole di luglio e agosto, per annichilire la loro attività cerebrale senza fare nulla dalla mattina alla sera, per lasciare che i suddetti raggi deteriorino lentamente la loro cute, favoriscano mutazioni incontrollate e potenzialmente cancerogene nel loro DNA e facciano bollire i neuroni superstiti.

Per fortuna esistono delle alternative, e una delle più spettacolari si chiama montagna. La montagna è un luogo splendido e in parte ancora incontaminato, tutto da esplorare e fotografare, talvolta ostile allo strapotere dell’uomo, affascinante in virtù della sua immensa varietà di scenari e perfetto per la contemplazione in solitudine - credo non sia un caso che essa sia fonte di ispirazione per così tante band Black Metal, e soprattutto credo che non sia un caso che tutto quello che il mare abbia ispirato è il latino americano - e con questo ho detto tutto. E quale posto potrebbe essere migliore dei grandi boschi sulle selvagge montagne per dedicarsi a svariate tecniche meditative e contemplative? Sembra che gli Arckanum siano nati proprio da siffatta attività di Shamatee, fondatore di questa one-man-band che negli anni ’90 pubblicò tre album uno più bello dell’altro, tre gemme dedite ad un Black Metal primordiale dalle squisite melodie sciamaniche e boschive. "Kampen" è il terzo dei tre, ultimo prima di una lunga pausa discografica che si romperà solo dieci anni più tardi, quando Shamatee sperimenterà un modo un po’ diverso di suonare black metal.

Ascoltando "Kampen" sembra di avvertire gli ampi respiri delle montagne, sembra di essere circondati da abeti fruscianti, in una visuale senza condomini e strade asfaltate; e sapere che si sta calpestando lo stesso terreno sul quale ogni giorno migliaia di creature allo stato brado lottano per sopravvivere è un’emozione unica. Numerosi intermezzi di puri suoni naturali si alternano a brani veloci, taglienti, gelidi come le notti sulle cime innevate ed evocativi quanto la visione di immensi paesaggi modellati da millenni di erosione e di stratificazione delle rocce sedimentarie. Le chitarre paiono animate di vita propria mentre suonano riff nervosi e tremanti, sostenuti da una voce assassina che passa dallo scream all'ossimorico clean "sporco", che però più che rabbia cieca esprime angoscia e feralità, così come la voce femminile di Lena Klarstrom, ospite fissa nei dischi degli Arckanum. "Kamps Tekn" è la canzone - paradigma del disco: un riffing così smembrante ed angoscioso non può lasciare indifferenti, mentre si contorce insieme alla superba batteria per immergerci in un mondo naturale che non conosce scappatoie, nel quale vige la legge del più forte. Il mondo pagano - gnostico degli Arckanum trova la sua perfetta espressione in questo disco, il quale contiene musica senza mezzi termini, diretta e scarna, tesa a colpire l'ascoltatore nella sua emotività più istintiva, senza la pretesa di ricreare altre sensazioni che non siano quelle primordiali e "arcane", appunto, derivanti dai contatti con l'elemento naturale. Non gli manca la melodia, seppur nascosta nel marasma di violenza (ottimo esempio l'assolo di "Skipu Vidit Dunkel", sapientemente messo in risalto); non gli manca un riffing ispirato e interessante, non gli mancano le atmosfere quasi sciamaniche e rituali che impreziosiscono la furia strumentale e vocale, non gli manca una buona tecnica esecutiva e nemmeno gli manca una produzione all'altezza, che sappia ricreare quel gustoso mix di grezzume e nitidezza sonora che permette di vivere al meglio l'esperienza del black metal. Sostanzialmente, non gli manca nulla, ed è probabilmente il miglior album del trio iniziale, quello dove gli Arckanum hanno dato sfogo alla loro arte nel modo più crudo e sincero che ci poteva essere (non che successivamente siano scaduti, anzi: ma come dicevo sopra, hanno cambiato il loro modo di suonare).

La durata complessiva è forse un po' elevata in relazione al tipo di musica proposta, ma non si può muovere alcuna critica agli Arckanum riguardo a questo "Kampen": nel suo genere, è un disco originale e convincente, dalla sicura personalità, che se anche non può essere considerato un capolavoro irrinunciabile, rappresenta un'espressione autentica e genuina di sensazioni ormai perdute e riscontrabili in casi circoscritti, come appunto una passeggiata in montagna attraverso luoghi solitari e impervi, senza nessuno ad accompagnarci, se non il cinguettio degli uccelli e il timido fischio delle marmotte che avvisano le loro compagne della presenza di un'aquila volteggiante e minacciosa sopra le loro teste.

01 - Intro (04:41)
02 - Kamps Tekn (05:59)
03 - Frana (06:50)
04 - Tronan Yvir þusand Landskaps Mark (04:17)
05 - Pa Gruvstiigher Vandrum (06:50)
06 - Minir Natz Fughlir (06:40)
07 - Trulfylket, Raþz Ok Os (08:42)
08 - þe Hæmpndlystnir Fran Dimban (04:15)
09 - Nær Ok Fiær (03:59)
10 - Skipu Vidit Dunkel (05:37)
11 - þær Vindanir Dvælies (05:50)
12 - Sangin Kaos (08:59)