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domenica 29 luglio 2012

Nox Illunis - "Metempsychosis"

War Productions, 2012
Prendete i migliori lavori dei Wolves In The Throne Room, mescolate la loro carica mistico - spirituale con una dose di violenza doppia, aggiungeteci i testi in italiano e avrete "Metempsychosis", seconda uscita discografica della promettente band trevigiana Nox Illunis, il cui nome significa "notte senza luna". Pescando a piene mani dalla scena black scandinava e contaminandola con atmosfere e tematiche esoteriche (in questo possono essere ricondotti ai maestri Negura Bunget), questi quattro ragazzi assemblano un disco che sicuramente non è di facile ascolto, ma che spicca subito per la sua intrinseca qualità e l'ispirazione che lo pervade. Mi trovo spesso a dover pronunciare queste parole, tanto che mi sembra di essere ripetitivo: ma non posso farci niente se queste nuove band raggiungono così in fretta una tale capacità artistica! 

I suggestivi titoli in italiano sono già indicativi della musica che possiamo trovare all'interno dell'album: musica visionaria, profondamente introspettiva nonostante la grande aggressività, molto curata nei dettagli nonostante la sua natura grezza e istintiva. I Nox Illunis suonano un black metal che tecnicamente non dice nulla di nuovo rispetto a ciò che è già stato concepito e suonato dalle band cardine del filone, come i gruppi che ho citato sopra; tuttavia, questo non è assolutamente un elemento di penalizzazione per la band, in quanto il disco mostra una maturità eccellente e non ha nulla da invidiare a nessuno. Le composizioni sono molto lunghe e ciononostante non annoiano, poiché mostrano un'ottima capacità di svilupparsi, spaziando da momenti di furia tritaossa per arrivare ad aperture melodiche insospettabilmente dolci, arpeggi delicati e intrusioni di sezioni corali in pulito, che mitigano la ferocia delle strofe (tali cori mi hanno a volte ricordato gli apocalittici lavori dei connazionali Void Of Silence). Il riffing non è mai banale (ascoltate per esempio "Sferza Terza: Della Caduta" e avrete ben chiaro cosa intendo), e anche i ritmi sono capaci di ampie variazioni: è infatti facile sentire il gruppo passare da un blast beat parossistico ad una sezione inquietantemente rallentata, dove la tensione si accumula fino a diventare palpabile, in attesa della successiva esplosione. E ogni tanto i brani sono anche arricchiti da sezioni orchestrali e narrazioni (tratte dal cinema), le quali però sono utilizzate in maniera piuttosto modesta, solo quando è necessario per creare ulteriore attesa e atmosfera. In sostanza, i brani sono tutti davvero ben costruiti, e non peccano di quella prolissità talvolta riscontrabile in chi si avventura a suonare questo controverso sottogenere. Un plauso anche per la tecnica strumentale, che è impossibile non notare anche quando la musica si fa apparentemente caotica e rumorosa. 

Tutto ciò è al servizio di una musica che non si accontenta di raspare in superficie, ma vuole scavare a fondo per riportare alla luce pensieri e sentimenti normalmente nascosti, e devo dire che ci riesce molto bene, grazie alla sua aura di primordiale ferocia e bilanciata istintività. Può darsi che non ci sia nulla di originale in ciò che il gruppo propone, ma ancora una volta devo dire che l'originalità non è un requisito indispensabile per promuovere un album. Se così fosse, dovrei stroncare praticamente il 99% della musica che mi passa sottomano. Un disco e una band sono meritevoli quando riescono a creare musica che coinvolga, che abbia un senso, che getti dei colori su una tela e gli faccia prendere vita: "Metempsychosis" e i Nox Illunis sono sicuramente in grado di fare tutto ciò. Chi dunque apprezza il black metal venato di tematiche mistiche non potrà perdersi questo lavoro.

01 - Sfera Prima - Del Risveglio Dal Sogno (9:02)
02 - Sfera Seconda - Del Distruttore (9:49)
03 - Sfera Terza - Della Caduta (8:29)
04 - Sfera Quarta - Della Tentazione (6:47)
05 - Sfera Qunita - Della Rinascita (7:36)
06 - Sfera Sesta - Del Creatore (7:06)
07 - Sfera Settima - Epilogo (5:14)

sabato 28 luglio 2012

Green Carnation - "A Blessing In Disguise"

Season Of Mist, 2003
Se il debutto "Journey To The End Of Night" era un cupo ed intenso dramma ispirato dalla morte prematura di un figlio neonato, e il seguito "Light Of Day, Day Of Darkness" mescolava il dolore per la perdita con la gioia per una nuova nascita, tocca a questo "A Blessing In Disguise" il compito di riportare definitivamente i Green Carnation fuori dal tunnel, facendogli riassaporare la luce grazie ad una nuova personcina ormai sulla via della crescita e del divenire.

Chi conosce già questa band, sa che le tragedie che ho elencato poco sopra sono fatti reali che hanno colpito Tchort, da sempre il componente principale del gruppo; e sa anche come sia stata eccellente questa band nel riportare in musica queste sensazioni complesse, contraddittorie, dolorose. Ma la luce in fondo al tunnel è stata finalmente raggiunta: non abbiamo più a che fare con un progressive gothic metal ombroso e ostico, bensì con sonorità che ormai hanno sconfinato nell'hard rock melodico, quello dei maestri Whitesnake e Scorpions; delle intricate strutture, dei suoni criptici ed inquietanti è rimasto solo qualche assaggio, che si amalgama alla perfezione con la nuova filosofia musicale della band, permettendo di renderla comunque riconoscibile nel suo personale stile. Accanto a brani che ci ricordano i vecchi Green Carnation (come per esempio l'intensa ballad "Lullaby In Winter", o la misteriosa e drammatica "The Boy In The Attic") troviamo vere e proprie sorprese come la travolgente opener "Crushed To Dust", assolutamente impossibile da ricondurre alla band se non fosse per l'inconfondibile voce di Tchort. Hard rock fatto bene, di quelli che ti colpiscono come un bicchiere di vodka a stomaco vuoto, e ti lasciano piacevolmente sovreccitati grazie alla loro potenza inarrestabile e ai classici refrain da cantare a squarciagola. Brani volitivi e perfino scanzonati come "Myron And Cole" o "Writings In The Wall" sono una vera sorpresa: adatti da ascoltare in macchina mentre si schiaccia l'acceleratore a tavoletta con i vetri abbassati, non sono proprio ciò che eravamo abituati ad aspettarci dai Green Carnation. Tchort si è liberato di quel velo di negatività che ci opprimeva nei precedenti album (in particolar modo nel primo), lasciando spazio ad un sound piuttosto positivo e sereno, anche se non sempre si mantiene su queste coordinate; a volte, infatti, una sottile malinconia di fondo irrompe sulla scena e ci ricorda che i Green Carnation non hanno deciso di darsi alla musica facile, seppur sicuramente più accessibile di prima.

La varietà del disco è comunque buona, nonostante la vena progressive / sperimentale si sia molto appiattita: troviamo ballate blues rock come "Two Seconds In Life" accanto alle schitarrate quasi melodeath di "As Life Flows By", che strizza l'occhio perfino a band come Sentenced e HIM; ma c'è spazio anche per le languide e melliflue melodie di "Into Deep", o per le venature epico - dreamtheateriane nella conclusiva "Rain". Insomma, un po' di tutto, come a dimostrare il fatto che i Green Carnation sono pur sempre una band che ama suonare musica ricercata, e che ci riesce anche quando sconfina in altri generi musicali. Disco sorprendente ma tutt'altro che stucchevole, "A Blessing In Disguise" è, in definitiva, la perfetta conclusione della trilogia: prima l'oscurità totale, poi i primi raggi che iniziano a filtrare, e infine la rinascita, momento felice ma non scevro dalla consapevolezza che vivere richiede un certo impegno.

01 - Crushed To Dust (4:26)
02 - Lullaby In Winter (7:49)
03 - Writings On The Wall (5:26)
04 - Into Deep (6:09)
05 - The Boy In The Attic (7:13)
06 - Two Seconds In Life (6:28)
07 - Myron And Cole (5:53)
08 - As Life Flows By (4:45)
09 - Rain (8:06)

mercoledì 18 luglio 2012

Ulcerate - "Of Fracture And Failure"

Neurotic Records, 2007
Presentazione: Una volta lessi da qualche parte una recensione che faceva un paragone molto forte: parlava del brutal death metal come di un'orchestra di trapani, martelli pneumatici e motoseghe. Più che su questi strumenti per lo sterminio dei timpani, vorrei soffermarmi sul termine orchestra, perché esso rende molto bene l'idea della pluralità sonora che alcune band riescono a dare usando solo due chitarre, un basso e una batteria. In effetti si tratta spesso di un'autentica cascata di riff che sembra sgorgare da plurime fonti, circondando l'ascoltatore. Ma se c'è una band che più di tutte le altre mi fa questo effetto di orchestra da ferramenta sono i neozelandesi Ulcerate, ed in particolare il loro album d'esordio Of Fracture And Failure, pubblicato nel 2007.

Stile: Nonostante gli Ulcerate arrivino dall'incantata Nuova Zelanda, la sublime terra in cui è stato girato Il Signore degli Anelli, la loro musica non ha proprio nulla di sublime o incantato. Usiamo l'immaginazione. Immaginiamo anzitutto di prendere il riffing e le pesanti sonorità degli Hate Eternal; richiamiamole alla memoria, immaginiamo di scrutarle mentre ce le rigiriamo tra le dita. A questo punto facciamo uno sforzo ulteriore: ricombiniamole secondo il dinamismo e la complessità del songwriting degli Psycroptic; immaginiamoci cioè un esercito di pesanti riff che si affastellano uno sull'altro e si sviluppano su di una batteria martellante che scorrazza libera, quasi senza schemi. Una volta che stringiamo questo tremendo oggetto tra le nostre mani, una volta che siamo riusciti ad immaginarcelo, incrementiamo del triplo la sua chiusa morbosità. Che gli Ulcerate siano quello che abbiamo appena ottenuto? Non ancora, non basta. Si potrebbe provare a citare anche i Neurosis al fine di descrivere il mood che il tremendo incrocio concepito da queste menti neozelandesi porta in seno, citazione già formulata da molti, ed ecco che allora otterremmo un'immagine di insieme abbastanza fedele. Non male come premesse, non è vero?

Valutazione: Tutte queste idee che abbiamo plasmato ed assemblato per mezzo dell'immaginazione ci danno un'immagine corretta, ma gli Ulcerate non sono un semplice collage. Costituiscono un mondo a parte, un qualcosa di coerente di per sé e che brilla di luce propria, un'orchestra cupa e feroce da scoprire ascoltandoli. E allora vale davvero la pena di far partire Of Fracture And Failure e di vedere cosa ci attende al di sotto della caduta di un uomo-piovra che sembra sprofondare nei sotterranei abbandonati di un tragico fallimento genetico. Invero ci attende una tempesta implacabile di riff, un cataclismico terremoto di blastbeat, un autentico tornado che si avvita brutalmente su sé stesso ondeggiando pericolosamente sulla sua possente base: questo è quello che ci offre il disco, e non si tratta tanto di essere impotenti mentre il tornado avanza verso di noi, quanto di essere già stati catapultati al suo interno e di essere prigionieri dei suoi sabbiosi vortici di vento. Of Fracture And Failure è questo: impetuoso, tempestoso, devastante. Tuttavia per molte persone quello che ho detto finora è tutto il contrario di quello che sentono quando ascoltano questa musica: sentono un assordante frastuono privo di qualsiasi senso. Come capita con molte band moderne, all'inizio potrà in effetti sembrarvi che gli Ulcerate siano poco più che un ammasso incoerente di rumore e distorsioni. Se questo è il caso, non posso che consigliarvi di avere pazienza. Pazientate, ascoltatelo e riascoltatelo; solo con la perseveranza si possono raggiungere i traguardi più difficili, che poi di solito sono quelli più squisiti.

Conclusione: Ascoltare per la prima volta questo disco è un po' come bere alla goccia un bicchiere di whiskey quando si fa fatica persino a tollerare la gradazione alcoolica della birra: si percepisce solo l'intenso bruciore dell'alcool, e si prova un forte senso di repulsione. Ma quando col tempo il palato si abitua a siffatta violenza, iniziano ad emergere come per incanto tutta una serie di squisiti dettagli che prima ci sfuggivano, ed ecco che il whiskey diventa una leccornia. Così anche Of Fracture And Failure, un whiskey invecchiato e prelibato da veri intenditori: sta a voi avere l'ardore di provare ad abituarvi al suo intenso bruciore, e solo chi lo farà con tenacia ne potrà raccogliere i succosi frutti.

01 - Praise And Negation (04:14)
02 - Ad Nauseam (03:40)
03 - The Mask Of The Satyr (06:33)
04 - Becoming The Lycanthrope (04:14)
05 - To Fell Goliath (03:47)
06 - Martyr Of The Soil (07:34)
07 - Failure (02:53)
08 - The Coming Of Genocide (03:38)
09 - Defaeco (08:42)

giovedì 12 luglio 2012

Enempidi - "Disordine"

Autoprodotto, 2012
Provengono dal milanese e sono già attivi da una decina d'anni gli Enempidi, formazione molto arrabbiata che intende mettere a ferro e fuoco le nostre anime ogni volta che pubblica un disco. Il precedente album "Quanto Basta" era già un ottimo debutto che aveva impressionato più di un ascoltatore con la sua violenza ragionata e la sua efficacia schiacciante; tocca quindi a questo breve EP "Disordine" il compito di tenere alta la bandiera di questo gruppo, che appare capace e promettente.

Mischiando un raro esempio di crossover fatto come si deve con un'attitudine thrash - death e una voce veramente rabbiosa e sentita, i nostri assemblano sei brevi pezzi in cui riversano un odio e un'aggressività poco comuni, sentimenti che si percepiscono già leggendo i titoli dei brani; quando poi parte la musica e si ascoltano le parole (testi rigorosamente in italiano!), è evidente che nessuno viene risparmiato da questa furia. Il growl è assoluto padrone: una voce piena di risentimento e livore, tecnicamente valida, ben lontana dalle sparate e dalle urla inconcludenti di gruppi ben più blasonati come gli Slipknot. Essa riesce nel difficile compito di rendere partecipe l'ascoltatore dei sentimenti che si provano quando, in sala di registrazione, si incidono le tracce: come resistere all'impulso di frantumare qualche oggetto, mentre si ascolta il singer Gabro prolungare i suoi versi animaleschi come se volesse trascinare anche noi nella bolgia?

 L'impianto sonoro è retto da chitarrone potenti e dal suono corposo, nonchè da una sezione ritmica sempre cadenzata e per questo così efficace nello scandire questa lenta danza di spade fiammeggianti. Ma ogni tanto arriva anche qualche sprazzo melodico e maledetto, qualche assolo turbinoso, qualche momento di epica drammaticità (prendete l'ottimo chorus di "Buio" come esempio) a creare quel chiaroscuro che allontana lo spettro della ripetitività e permette ai brani di emergere con prepotenza. Non mancano nemmeno le sezioni vocali pulite, severe e lievemente cantilenanti come il genere crossover da sempre richiede, ma lontane dalle rappate di cattivo gusto che tanto fanno impazzire i gruppi mainstream e i loro fan. Tutto, in questo dischetto, risulta essere bilanciato: non ci sono sparate al di sopra delle righe, nè momenti in cui la qualità cala. Come direbbe l'incredibile Hulk: "gli Enempidi spaccano!". E, all pari del mostro verde, quanto più si arrabbiano, tanto più diventano forti. Un'altra conferma che il metal italiano, specialmente quello underground, sta vivendo un vero e proprio periodo d'oro, alla faccia di chi reputa il nostro paese la culla di tutti i mali.


01 - L'Ultimo Respiro (3:49)
02 - Il Lato Oscuro (3:38)
03 - Non Perdona (3:41)
04 - Burlesque (3:13)
05 - Buio (3:27)
06 - Piezo (4:02)

Agamotto - "Agamotto"

Cosmic Swamp Records, 2012
Difficile da approcciare, molto difficile da ascoltare, quasi impossibile da contestualizzare, assolutamente impossibile da comprendere. In sintesi, questo è ciò che penso del disco di debutto degli Agamotto, un progetto italiano veramente particolare. Proponendoci di farci provare sulla pelle degli inquietanti brividi di follia, questo album può essere considerato un vero e proprio viaggio sonoro all'interno di un mondo claustrofobico, completamente privo di luce e di sbocchi verso l'esterno, rattrappito su se stesso in modo che risulta quasi insopportabile. In bilico tra le acidissime sonorità del noise e tra gli inquietanti annegamenti sotterranei dell'ambient, il disco presenta tre brani di una lunghezza spesso pachidermica (un paio di tracce superano abbondantemente i 13 minuti di durata), completamente slegati e liberi in quanto a strutture musicali (che praticamente non esistono), freddi e spietati come macchine dotate di una propria sinistra coscienza. Una specie di mostruoso incrocio noise - oriented tra la negatività nichilista dei Neurosis, la totale insanità mentale dei Khanate, la macchinosa freddezza dei Meshuggah e le terribili atmosfere plumbee dei Sunn O))), con qualche vago rimando perfino agli Esoteric di "The Pernicious Enigma", per quanto riguarda la cripticità delle sezioni rumoriste. Di metal in senso stretto ce n'è poco, si tratta solamente di qualche vaga influenza, limitata in massima parte al filone drone - doom.

Non c'è traccia di melodie, armonie, forse nemmeno di suoni che si possano dire tali; gli inserti vocali sono limitati a qualche ossessiva campionatura che ripete frasi poco sensate e talvolta si lancia in monologhi inquietanti, facendo sì che questo prodotto sia destinato ad un consenso molto settoriale. La maggior parte degli ascoltatori lo riterrà completamente privo di interesse, relegandolo a strambo esperimento dell'età moderna; qualcuno invece potrà sfruttarlo come sottofondo per un trip nel quale si fa ampio uso di sostanze psicotrope. E qualcun altro forse se ne innamorerà alla follia. Certo è che nessuno riuscirà a dare un senso razionale a tanta disumana sregolatezza; io stesso ho dovuto impormi per ascoltarlo tutto di fila senza "aiutarmi" con qualche fast forward. Personalmente non l'ho capito: quasi non si può parlare di musica, e quando gli esperimenti sfociano più nel rumore che nella musica, non so più orientarmi. Ma una persona che sia un po' più avvezza di me a certe sonorità potrebbe trovarlo interessante, anche perchè si percepisce che gli artisti hanno curato questa opera, non l'hanno buttata lì assemblando quattro campionature a casaccio. Non posso apprezzare il prodotto in sè, in quanto troppo lontano dalla mia personale sensibilità, ma posso senz'altro riconoscere che è stato fatto con un certo estro. Lascio quindi decidere al pubblico cosa pensare, ma certamente non ne consiglierei l'acquisto a scatola chiusa. Anche se, sotto sotto, questa manifestazione di gelida psicosi affascina anche me.

01 - Solomon Grundy (7:32)
02 - Eric Dolphy (13:35)
03 - Antonio Margheriti (18:38)

venerdì 6 luglio 2012

Buffalo Grillz - "Manzo Criminale"

SubSound Records, 2012
Normalmente il grindcore mi lascia piuttosto indifferente: ogni volta che provo ad ascoltare qualcosa del genere, le mie orecchie si rifiutano di sentire qualcosa di più di una mitragliatrice che spara all'impazzata, coadiuvata da chitarre che a malapena possono dirsi tali, e da una batteria che pare suonata da un alieno con due braccia grosse quanto tronchi d'albero. Senza dimenticare una voce di un cantante che, letteralmente, rutta nel microfono e vomita quello che ha mangiato una settimana prima. Tuttavia, ci sono dei casi in cui cambio completamente idea: è quello che mi è successo dopo aver ascoltato "Manzo Criminale" dei Buffalo Grillz, formazione italiana indiavolata che giunge, con questo lavoro, alla propria seconda release discografica ufficiale.

Bastano pochi secondi per inquadrare ciò che i quattro grinders hanno da offrirci, se parliamo a livello strettamente musicale. Ma non è finita qui: altrimenti starei parlando del solito, noioso e prevedibile album grindcore, buono per riconciliarsi con la vita prendendo a testate il primo muro raggiungibile, ma in sostanza facilmente dimenticabile. Quello che rende speciale "Manzo Criminale" è la stupenda ironia che lo anima e i suoi contrasti interni, che creano effetti semplicemente esilaranti. Cominciamo dai titoli: "Linkin Pork", "Forrest Grind" (con tanto di stralcio dal film, con la bambina che urla "Corri, Forrest!" e il cantante che poi lo ripete a modo suo...), "Grind Sasso", "Vision Divan" ... ma vogliamo continuare? "Improvvisazione - Intuition - Casaccium", "La Canzone Del Sale" (capolavoro assoluto di assurdità demenziale), "Dimmu Burger", "Dawson Crick" (per queste ultime due, menzione d'onore). Già leggendo la tracklist, vengo colto da risate irrefrenabili. Ascoltando i brani, va ancora meglio: oltre alle classiche staffilate grindcore, che ci martellano impietosamente e violentemente, trovano spazio momenti geniali come in "Manzo Criminale", introdotta da ameni suoni di violini danzanti e da una voce infantile, che lascia improvvisamente il campo ad una mostruosa e ilare spataffiata di violenza, che mi fa piegare in due dalle risate. E come non stupirsi ascoltando l'assolo di sassofono in "Dimmu Burger" ? Oltre ad essere dei folli, infatti, questi ragazzi sanno suonare più che bene.

Ma la vera forza è l'atmosfera di assurdità che impera ovunque nel corso del disco. Tra citazioni cinematografiche, parodie assurde, stralci di battute storiche riarrangiate ("Mi dispiace...ma io son io...e voi non siete un TATATATATATATAAATATATARGHHH .. cazzo!) e discorsi deliranti, oltre a qualche collaborazione esterna che arricchisce i brani (ad esempio la doppia voce in "Sacro e Scrofano"), i brani risultano imprevedibili e spiazzanti, anche perchè ogni tanto le mitragliatrici si calmano e lasciano il campo a fucili a pompa ben piazzati, vale a dire interessanti rallentamenti ritmici e un riffing di chitarra che si fa cadenzato e minaccioso. Da segnalare anche una produzione eccellente, di quelle che migliori non potrebbero essere, e che incide soprattutto sul suono delle chitarre, dal suono davvero devastante e convincente. Shakerate per bene, e avrete "Manzo Criminale", un disco che vi farà dimenticare tutti i vostri tormenti interiori grazie ad una scorpacciata di insana e comica violenza. Via libera dunque a pig - squeal mostruosi, strutture deliranti, growling impazziti che pare gli abbiano impiantato il ripetitore automatico su sillabe dementi, chitarre polverizzanti e quanto di meglio possiate chiedere ad una band grindcore; i quattro folli romani mischiano tutto assieme con un'abilità sopraffina. Per quanto mi riguarda, posso davvero inserire i Buffalo Grillz tra le più sorprendenti e geniali rivelazioni degli ultimi tempi. E se lo dico io, che il grindcore l'ho sempre ignorato, per non dire osteggiato...

"Sia lodato Gesù Cristo".
"Perchè?"

Compratelo.

01 - Intro (1:06)
02 - Linkin Pork (1:47)
03 - Forrest Grind (1:47)
04 - Lapo Elgrind (1:58)
05 - Manzo Criminale (0:51)
06 - Gux E Gabbana (1:50)
07 - Bufalismo (2:00)
08 - Sacro E Scrofano (2:00)
09 - Dawson Crick (1:58)
10 - Improvvisation - Intuition - Casaccium (2:45)
11 - Dimmu Burger (3:28)
12 - Grind Sasso (2:57)
13 - Il Marchese Del Grill (0:07)
14 - Vision Divan (2:25)
15 - Delitto Al Blue Grind (1:48)
16 - Sermoneta Chainsaw Massacre (2:23)
17 - Eau De Vergogne (2:06)
18 - Pig Floyd (1:48)
19 - The Truffer (2:40)
20 - La Canzone Del Sale (1:16)
21 - Outro (1:43)

Ishtar - "Ombre"

Autoprodotto, 2012
Si intitola "Ombre", ma la sua copertina è immersa nel bianco, un candore che traspare perfettamente anche dalla musica di questa one - woman band milanese (sì, avete letto bene, l'unico componente è una donna), che con questo EP dà inizio alla sua personale carriera musicale. Tuttavia, non si tratta di una new entry della musica: essa vanta collaborazioni nella scena italiana ormai da una decina d'anni, essendo stata tastierista nei LustNotes e negli Adveniat Hiems.

L'attuale musica di Ishtar, nome d'arte della protagonista, è classificabile come neofolk malinconico e introspettivo, giocato unicamente su strumenti acustici come chitarra, pianoforte e sezioni di archi, che si intersecano in connubi sempre delicati e toccanti nella loro introspezione. Le sonorità sono assimilabili a dischi come "Where At Night The Wood Grouse Plays" degli Empyrium, o al blasonato "Kveldssanger" degli Ulver, anche se personalmente in questa release ho sentito molto di più l'influsso di gruppi darkwave - ambient come Aythis, Dark Sanctuary, Ashram, Dead Can Dance e altri nomi simili, specialmente per quanto riguarda il carattere musicale. Molta atmosfera, molta poesia, molte soffici carezze agli strumenti, dolci risacche marine in sottofondo, per un totale di cinque brani interamente strumentali e assolutamente degni di nota per quello che è il loro scopo, vale a dire cullare l'ascoltatore in un mondo di riflessione interiore, facendolo distaccare dalla materialità e dalla concretezza del vivere.

Nonostante i brani siano completamente privi di parti cantate, ognuno di essi possiede un testo. Le liriche in questione sono particolarmente malinconiche e tristi, così come lo sono i titoli dei brani. La scelta di includere queste poesie nel booklet è molto azzeccata, poiché esse permettono di arricchire notevolmente la mera esperienza musicale e di dare un maggiore senso alla musica (che comunque va già più che bene anche da sola): la lettura delle medesime diventa quindi praticamente indispensabile per poter fruire al meglio dei venticinque minuti di musica qui proposti. Non è necessario descrivere dettagliatamente ogni traccia, in quanto un disco così va preso tutto assieme, senza preoccuparsi di distinguere i pezzi gli uni dagli altri. Quel che conta è l'atmosfera di intimo raccoglimento che si viene a creare, grazie a queste chitarre ipnotiche, alle note di un pianoforte liquido e serafico, al saltuario innalzarsi di muri di archi che donano un tocco di drammaticità ai momenti salienti. Esperienza breve, ma certamente non insignificante; dal risultato finale si evince la sicura personalità di quest'artista, che pur seguendo canoni già definiti è riuscita a creare un qualcosa di proprio, in cui si percepisce l'impronta di pensieri e sentimenti reali.

In definitiva, un prodotto interessante e che mostra buone potenzialità: non mi resta che consigliarlo agli amanti del genere, e augurare a Ishtar di proseguire nel suo cammino con la stessa passione che ha sicuramente immesso in queste brevi composizioni.

"Non so più giudicare, non posso più chiedere, non sono che polvere
Mi adagio al cadere del vento, ho perduto il desiderio e finalmente è silenzio
Le vele dormienti, mi volgo alle nebbie"

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Ascolto e download tracce

01 - Le Vele Dormienti, Mi Volgo Alle Nebbie (3:49)
02 - Ho Preso Il Cammino Del Fuoco E Bruciavo Nel Cuore (4:00)
03 - Una Voce Chiamava Il Mio Nome Stanotte (4:34)
04 - Da Vicino , Così Vicino (5:04)
05 - Foglie D'Oro Piovevano Sui Nuovi Dei (3:03)

mercoledì 4 luglio 2012

The Ocean - "Aeolian"

Metal Blade Records, 2005
Presentazione: The Ocean è proprio un nome azzeccato da dare a un collettivo musicale: ogni musicista coinvolto ci mette del suo, ognuno fa la sua parte, ed è poi soltanto la loro somma e integrazione a dare il risultato finale – proprio come i miliardi e miliardi di gocce che compongono l'oceano. Ma così come l'oceano dietro a questi miliardi di gocce ha il suo incontrastato dio Poseidone, allo stesso modo il The Ocean Collective dietro la moltitudine di cantanti che vi contribuiscono possiede la sua mente pensante che scrive quasi per intero la musica: il chitarrista Robin Staps. Ispirato da tematiche geologiche che vertono sull'origine della vita – la quale viene proprio dall'oceano! – egli fa ritorno col suo oceanico collettivo presentando il loro secondo full-length, Aeolian, che arriva ad un solo anno di distanza dal full-length d'esordio FluXion (2004) e a due dal fantastico EP intitolato Fogdiver (2003).

Stile: Fogdriver aveva da subito messo in chiaro come sotto la ruvida crosta sludge/post che caratterizza il sound della band battesse un cuore tutto votato alla melodia, cuore dal quale si dipartono lunghe arterie solcate da arpeggi estremamente complessi e ricercati. FluXion poi, nonostante la pesantezza di ritmiche e chitarre e lo stile canoro prevalentemente growl/scream, aveva consacrato la maestosità di questo flusso sanguigno inondandolo con imponenti melodie sinfoniche che si stagliano affascinanti e minacciose sui frangenti delle chitarre. Alla luce di quanto esposto, Aeolian è ciò che proprio non ci si poteva aspettare: il cuore sotto la crosta sembra aver smesso di battere. Costellato di tanti riff veloci e affilati su di un'intelaiatura spigolosa, martellante, assassina, con numerose esplosioni di un growl/scream spinto al massimo. E poi altri riff, altro drumming, altro growl, e avanti così finché ci si affloscia stremati e si perde la cognizione di sé. Il lavoro chitarristico è enorme, imponente, massivo, e al solito ben prodotto: riff curatissimi e una varietà sonora sterminata, come i The Ocean ci avevano già mostrato essere in grado di fare magistralmente. Il lavoro ritmico è parimenti devastante: ritmi molto aggressivi, ma sempre nervosi e cervellotici. Tutto ciò che in FluXion emergeva dal gran dispiego di violino, violoncello e clarinetto, in Aeolian lo fanno le chitarre, e lo fanno con ritmiche atomiche.

Valutazione: Non è facile emettere un giudizio si questo disco, non finché si ripensa con insistenza al suo predecessore. Una band il cui principale punto di forza e maestosità erano le melodie sinfoniche se ne esce con un disco privo di melodie sinfoniche. Cosa ci si dovrebbe aspettare? Niente più forza e niente più maestosità? Questa svolta dei The Ocean è inaspettata e particolare, così particolare che forse la cosa migliore da fare è un paragone tra i due dischi. Cos'era FluXion? Un disco che fondeva la pesantezza e la furia di un mix tra sludge e post-metal con delle ampie, profonde, enormi melodie in violino, violoncello e clarinetto, melodie oscure dalla bellezza sublime che riportano indietro agli scenari di quando sul pianeta Terra la vita era ancora in fase di sviluppo, e si articolava unicamente nelle buie profondità degli oceani. FluXion era uno splendido macigno nelle profondità dell'oceano, adornato di pesci e coralli in reciproca lotta per la sopravvivenza. Cos'è Aeolian? E' FluXion brutalmente deprivato dei suoi imponenti respiri melodici, deprivato di violino, violoncello e clarinetto; è furia e pesantezza, dal primo all'ultimo secondo. Aeolian è un macigno nella solitudine del deserto, spoglio e arido, sul quale non potete ammirare il fascino della simbiosi e della lotta per la sopravvivenza. Al cospetto di Aeolian non potete far altro che esaminare i suoi tagli e i suoi spigoli incisi col tempo dagli agenti atmosferici – apparente monotonia nella quale invece scoprirete tutto un mondo insospettabile. Questo è il paragone che mi sento di fare, queste le parole che mi sento di usare: sarebbe infatti un delitto sminuire Aeolian per il solo fatto che esso ha perso la magniloquenza del suo predecessore – quindi a conti fatti, rimangiandomi le mie parole, la cosa migliore da fare è forse quella di evitare paragoni. Aeolian non è FluXion, ma sarebbe inaccettabile sottovalutarlo solo per il fatto di essere diverso.

Conclusione: Inutile pensare al passato con un presente così ricco e complesso: gli sfaccettati labirinti di Aeolian sono sufficienti ad impegnare ed emozionare la mente di chiunque abbia l'umiltà e l'ardore di dedicarvisi con anima e corpo. Un album meglio servito quando avete qualche litro di adrenalina da scaricare, forte dei suoi ritmi esagerati sotto ogni punto di vista, della sua ineguagliabile pesantezza sonora e di una prova vocale collettiva che fa venire voglia di unirsi a loro cantando a squarciagola finché la voce regge. Dinamitico – e soprattutto mitico.

01 - The City In The Sea (07:33)
02 - Dead Serious & Highly Professional (01:28)
03 - Austerity (09:40)
04 - Killing The Flies (07:14)
05 - Une Saison En Enfer (04:58)
06 - Necrobabes.com (02:14)
07 - One With The Ocean (02:35)
08 - Swoon (05:00)
09 - Queen Of The Food-Chain (07:11)
10 - Inertia (05:10)

domenica 1 luglio 2012

Moonsorrow - "Viides Luku - Hävitetty"

Spinefarm Records, 2007
Una cosa che dico sempre a coloro che affermano che un dato brano o un dato album sono troppo lunghi, è la seguente: "Cosa rappresenta un'ora, nell'economia di una vita intera?". Pensate solo al fatto che, mediamente, otto ore al giorno le passiamo nel mondo dei sogni, per non parlare delle tradizionali otto ore che molti di noi, anche se non tutti, passano al lavoro. Posso capire che, nell'era del "tutto e subito" come quella che stiamo vivendo, non siamo più abituati a gustarci le cose piano piano, a scoprirle poco per volta con quel brivido d'emozione che senti crescere progressivamente fino a quando capisci che il prodotto che hai tra le mani, inizialmente insipido o incomprensibile, si è trasformato in qualcosa di veramente speciale e prezioso. Questa filosofia di vita dovrebbe essere applicata sempre, ma in modo particolare ad un disco come "Viides Luku - Havitetty", che la descrive in modo pressoché perfetto.

Quando si parla di questo album, ad esempio sulle riviste specializzate o sulle webzine, continuo a leggere commenti sulla lunghezza delle due tracce che lo compongono, sottolineando il fatto che durano troppo e che sarebbe stato meglio limarle un po', oppure spezzarle in più parti. Perchè si dice questo? Per superficialità, mi viene da dire, o magari per pigrizia. Mai come in questo caso mi dispiace per chi non riesce a cogliere il senso di "Havitetty", poiché ritengo che questo disco sia un capolavoro sensazionale che non ha paragoni. Mi sento di affermare, senza ombra di dubbio nè timore di dire eresie, che se Beethoven fosse nato oggi e avesse voluto comporre una delle sue magistrali sinfonie con i mezzi tecnologici e i suoni che abbiamo a disposizione adesso, avrebbe partorito un qualcosa di molto simile a questo album. Dico questo perchè, se prendiamo una composizione mastodontica come la Nona di Beethoven e tentiamo di descriverla a parole, potremmo dire che è un turbine di mille strumenti che suonano motivi grandiosi, epici, un pandemonio di emozioni che si evolvono continuamente e prendono vita in un crescendo che pare non finisca mai, terminando in modo roboante dopo un'ora abbondante di furore. Ecco, "Havitetty" è descrivibile esattamente allo stesso modo, seppur calato in un contesto storico lontano anni luce.

"Havitetty" è la quinta fatica discografica dei finlandesi Moonsorrow, band che ultimamente sta scalando le classifiche, sia quelle commerciali sia quelle personali di ogni ascoltatore di epic / black / folk metal: con l'abbandono delle sonorità quasi powereggianti dei primi album (gli entrambi stupendi "Voimasta Ja Kunniasta" e soprattutto "Kivenkantaja"), il gruppo è entrato in una seconda fase, incentrata più sulla componente black / progressive e sulle atmosfere inafferrabili, drammatiche, misteriose, trascendenti. Il superbo "Verisakeet" aveva dato prova di una notevole maestria in questo senso, ma a mio parere è questo "Havitetty" a reggere la palma del miglior album del gruppo, nonché momento di assoluto apice artistico di tutto il viking metal (anche se di Viking questa musica ha poco, trattando della mitologia finnica e non di quella norrena, però nell'immaginario collettivo questa musica è viking). Nelle due tracce che compongono questo disco, dalla rispettiva durata di trenta e ventisei minuti, troviamo una musica che inizialmente si fa fatica a comprendere, ma che comunque si sente che ha quel "qualcosa" in più, quell'alone magico che con gli ascolti verrà fuori e ci conquisterà; e puntualmente succede così, anche se bisogna ascoltare il tutto veramente tante volte, con pazienza e dedizione. Dedizione, questa parola che ormai sembra dimenticata e completamente svuotata del suo senso. Bisogna essere dediti alla musica per poter apprezzare un disco come "Havitetty", il quale si presenta fin da subito ostico e molto particolare; basta notare che l'introduzione della prima traccia si prolunga per circa dieci minuti, tra arpeggi in sordina e atmosfere dimesse, fino a quando appare un timido crescendo che ci porta, sempre lentamente, alla prima esplosione vera e propria. Da qui in avanti è un tripudio di suoni, stratificazioni di chitarre che ricreano un viaggio epico e senza precedenti, melodie che possono essere all'occorrenza tranquille e pastorali oppure rigonfie di malinconia ardente, progressioni da brividi che sovvertono il concetto stesso di "epicità" e lo portano ad un livello superiore: non si tratta più di semplice musica dal sapore epico - cavalleresco, bensì di una vera e propria epopea che ha scelto chitarre e tastiere come mezzi espressivi. La tagliente voce in screaming, talvolta sostituita da esaltanti inserti corali che infiammano l'aria come il respiro di un drago, squarcia l'etere con la sua rabbiosa disperazione, ricordandoci che anche dietro una melodia apparentemente serena c'è sempre una tristezza di fondo che non si può estinguere; le percussioni sono potenti e bilanciate, talvolta enormi come il suono di macigni immensi che cadono con fragore; gli strumenti classici, come le chitarre acustiche e i flauti, fanno capolino ogni tanto ma senza mai invadere la scena (sono lontani i tempi delle roboanti tastierone di "Kivenkantaja"!); insomma si tratta di una musica fiammeggiante, di notevole spessore, spesso lenta ma non per questo noiosa o poco coinvolgente; un viaggio interiore, più che esteriore. Inutile dire che brani così massicci sono praticamente impossibili da descrivere sommariamente, ed è altrettanto insensato cercare di estrapolarne alcune parti per isolarle dal contesto: non si renderebbe giustizia alla musica.

Nella sua potenza battagliera e pagana, ha una capacità evocativa formidabile; nella sua graniticità ti rapisce i sensi con un suono potentissimo eppure non perfettamente cristallino, e come al solito perfetto per adattarsi al genere suonato; nel suo ardore drammaturgico ti assorbe completamente, al punto che potresti andare avanti all'infinito una volta entrato in sintonia con tale atmosfera. "Havitetty" è un enorme fiume che scorre come una colata di magma ribollente, che non si ferma davanti a nulla, che annichilisce le nostre certezze e ci scava nell'anima, rivoltandola da sotto in su per quasi un'ora, fino ad un triste epilogo nel quale il riff portante sfuma e ci lascia alle sole rovine di un falò ormai morente, che ha accompagnato una battaglia senza precedenti. Non mi vengono in mente metafore sufficientemente calzanti per descrivere la sensazionale esperienza musicale di questo disco: per cui vi esorto a comprarlo, ad ascoltarlo, a viverlo nota dopo nota, fino a quando non sarà diventato parte indissolubile di voi. Album così vicini alla perfezione assoluta capitano di rado; non fatevelo scappare per nessuna ragione al mondo.

01 - Jäästä Syntynyt / Varjojen Virta (30:10)
02 - Tuleen Ajettu Maa (26:19)