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martedì 28 dicembre 2010

Evergrey - "In Search For Truth"

InsideOut Music, 2001
Sempre in bilico tra power e progressive metal e capitanati dall'intensa voce roca di Tom Englund, gli Evergrey sono una della realtà più interessanti nel loro ambito. Costantemente impegnati a mostrare come il power metal non sia solamente un ammasso di gruppi clone in crisi di idee, i cinque svedesi sono da sempre dediti a tematiche oscure e sinistre: "In Search Of Truth", infatti, contiene una marcata vena "dark" che gli dona una buona longevità, evitando di farlo scadere in una collezione di facili melodie da classifica che si dimenticano il giorno dopo.

La storia di questo concept è quella di un uomo che "sente le voci" e non si sente più al sicuro da nessuna parte, poiché è convinto di essere spiato da entità aliene. L'atmosfera di paranoia è evidente sia nel testo sia nella musica, che è potente e maestosa, debitrice degli stilemi del power ma anche piacevolmente contaminata dal progressive metal e dall'AOR (a volte sembra di sentire echi dei Royal Hunt). La voce di Tom è una delle migliori che si possano trovare nel genere: potente e ricca di espressività, è il meglio che si potrebbe chiedere per una musica del genere. L'uso delle orchestrazioni, ben calibrato e dosato quando serve, aumenta ancora di più la tensione che prosegue a mano a mano che il disco procede. La veloce "The Masterplan", ottima opener dal ritmo sincopato e dal refrain trascinante, porta alla più cadenzata e indiavolata "Rulers Of The Mind", nella quale l'apparente addolcimento della voce di Englund nel ritornello è solo un inganno: la seguente "Watching The Skies", probabilmente il pezzo migliore del disco, è quanto mai apocalittica e sinistra, in cui i suoni bassi si fanno di una profondità insospettabile per un gruppo power. I ritmi si fanno sempre più spezzati e sincopati, le chitarre suonano pesanti dissonanze; la tensione, altissima lungo tutto il brano in perfetto stile Evergrey, impedisce i cali di attenzione, facendo arrivare al finale col fiato sospeso. Una tregua ci è offerta con la malinconica "State Of Paralysis", breve intermezzo di pianoforte e voce, per poi ritornare a fare sul serio con "The Encounter" e "Mark Of The Triangle", i brani più metallici del lotto. "Dark Waters" è un altro episodio magistrale, che in una struttura semplice unisce azzeccatissimi arrangiamenti pianistici (che in questo album compaiono spesso) e una progressione melodica davvero accattivante, stavolta pienamente power metal. L'amara e disperata "Different Worlds", nella quale Englund fornisce la sua miglior prova vocale, è ancora una volta dominata da un pianoforte, cristalino e pulito, ma nel finale una chitarra stupendamente potente fa riprendere quota al brano, consegnandoci un pezzo d'intensità disarmante.

Il disco è chiuso da "Misled", brano che, ahimè, poteva essere costruito meglio: erano andati bene fino ad ora, e la parte strumentale del suddetto brano è molto interessante, ma il ritornello è davvero scontato. Peccato. Tuttavia, non facciamo gli schizzinosi: questo è un ottimo album e una leggera caduta di tono non sarà sufficiente per affossarlo. Peccato che con gli ultimi album i nostri Evergrey siano scaduti nella banale formula commerciale, seppur orecchiabile: ma ciò nulla toglie agli album di ottimo valore, come questo, dati alla luce in passato.

01 - The Masterplan (4:46)
02 - Rulers Of The Mind (5:57)
03 - Watching The Skies (6:16)
04 - State Of Paralysis (2:13)
05 - The Encounter (4:38)
06 - Mark Of The Triangle (6:22)
07 - Dark Waters (6:02)
08 - Different Worlds (5:29)
09 - Misled (5:59)

sabato 25 dicembre 2010

Green Carnation - "Light Of Day, Day Of Darkness"

The End Records, 2001
Un'ora esatta di musica, racchiusa in un'unica traccia senza alcuna interruzione, è quello che questo interessantissimo e originale album offre a chi non si spaventa per la sua lunghezza. Una lunghezza che tuttavia è solo apparente: cosa rappresenta un'ora nell'economia di una vita intera? Questo discorso vale ancora di più quando si tratta di dischi come questo, che fanno scorrere il tempo con una velocità doppia rispetto al normale. Succede sempre così, quando si scopre qualcosa di bello: non si fa in tempo ad assaporarlo, che è già finito. Fortunatamente, nel caso di un album, basta schiacciare di nuovo play e ricominciare da capo.

"Light Of Day, Day Of Darkness" è un emozionante viaggio all'interno di una condizione dolorosa, quella della perdita di un figlio. Il tema non è casuale: la tragedia ha colpito direttamente il mastermind del gruppo, che risponde al nome di Tchort. Conosciamo già questo artista per le sue numerose collaborazioni e per essere stato parte anche degli In The Woods..., dalle ceneri dei quali nacquero poi i Green Carnation: un artista sorprendente per il suo eclettismo e per la sua capacità compositiva, che in questo album raggiunge probabilmente il massimo. Non è possibile non notare come questo disco sia impregnato di vita, e ciò si nota sia dalla musica (inquieta, passionale e riccamente elaborata) sia dal testo (particolarmente introspettivo e tormentoso, una vera poesia). Come spesso succede, i momenti difficili danno ispirazione per tirare fuori il meglio di sé, e sicuramente la morte del bimbo mai nato ha influenzato profondamente le scelte stilistiche alla base di questo album. Non è da trascurare nemmeno il fatto che l'album sia stato ispirato anche dalla nascita di un altro figlio, che ha contrapposto il dolore alla gioia: due sentimenti che nella musica coesistono e si compenetrano costantemente, senza che mai nessuno dei due possa dirsi slegato dall'altro. Se il precedente e splendido "Journey To The End Of The Night" era un capolavoro di atmosfere ombrose e decadenti, nel quale traspariva unicamente l'atroce dolore per il figlio perduto, questo nuovo "Light Of Day..." unisce a quella pesante negatività una certa speranza e positività, seppur appena accennate; sta per avere inizio una nuova ed emozionante vita umana. Dovremo aspettare il successivo "Blessing In Disguise", perfetta conclusione della trilogia, per uscire dal tunnel buio e tornare definitivamente alla luce.

Alla luce di tutto ciò, non si può certo definire "Light Of Day..." come un album facile o immediato. Ricco di sfumature, di emozioni contrastanti, caratterizzato da partiture strumentali in continua evoluzione, si tratta di un album che va ascoltato poco alla volta e va capito, prima di poterlo giudicare. Dal punto di vista strettamente musicale, esso fonde ottimamente le intricate evoluzioni del progressive metal, la pesantezza emotiva tipica del doom, una discreta componente atmosferica e perfino una certa attitudine thrash, facile da notare nelle parti più dure e veloci, nelle quali le chitarre non temono di mostrarsi aggressive e irruente. Cavalcate metalliche poderose e ritmi martellanti che quando serve fanno piazza pulita, distorsioni spinte al punto giusto senza mai perdere il senso della melodia, ricchezza e varietà nei timbri e nell'interpretazione vocale, sprazzi di melodie elegiache e momenti di pura emozione, riff mai scontati e raramente ripetitivi, ottimo uso delle tastiere e del sempreverde organo Hammond: è disarmante la naturalezza con la quale scorre la musica, senza mai annoiare nemmeno per un minuto, come se concepirla fosse stata la cosa più semplice di questo mondo: quasi un gioco. Un aspetto molto interessante è l'uso quasi esclusivo della voce pulita, che dona un tocco di epicità al tutto, tale da ricordare quasi i Bathory del periodo intermedio (il paragone è piuttosto lontano, ma non campato per aria). Rarissimo ed occasionale è invece lo screaming, che si riduce solo a qualche isolato grido di dolore in sottofondo. Al suo posto troviamo una voce femminile, che si fa sentire qua e là con alcuni azzeccati interventi, per poi perdersi in gorgheggi un po' sgraziati durante un lungo e inquietante interludio centrale, sostenuto in sottofondo da un sassofono tremolante e spaesato: forse l'unico momento debole dell'album, ma è anche detto che bisogna contestualizzarlo, per capirlo: dietro quelle grida straziate c'è probabilmente l'orrore di una madre che perde un figlio, e infatti quando la musica riparte ci troviamo ad ascoltare un assolo stupendamente malinconico ma al contempo carico di speranza e di forza per rinascere.

Certamente non è facile affrontare l'ascolto, poiché implica concentrazione e volontà di portarlo a termine: ma per coloro che amano ascoltare gli album interi e non le singole canzoni, ciò non rappresenterà di certo un problema. Il segreto è lasciarsi coinvolgere da questo meraviglioso connubio sonoro, senza pensare a quanto manca alla fine, perché sono certo che una volta finito vi dispiacerà che la band non abbia scritto almeno una decina di minuti di musica in più. In definitiva, uno dei dischi più coinvolgenti e "vissuti" della mia discografia: vivamente consigliato, e non solo ai metallari.

01 - Light Of Day, Day Of Darkness (1:00:05)

giovedì 23 dicembre 2010

Opeth - "My Arms, Your Hearse"

Candlelight Records, 1998
Gli elementi cardine dell'Opeth sound, che ormai si è costituito come stile a sè stante, li conosciamo già; ma per chi non li conoscesse ancora, deve sapere che i nostri suonano un interessante ed originale mistura di progressive, black e death metal, molto variegata e ricca di spunti melodici, parti acustiche ed alternanza tra le due voci del sempreverde Mikael Akerfeldt, in grado di destreggiarsi ottimamente sia con il growl sia con il cantato pulito.

Tra le vecchie produzioni degli Opeth, questa è sicuramente l'opera più grezza e diretta, che concede meno alla melodia e alle parti acustiche, senza però perdere l'alone magico ed evocativo che è la colonna portante del quintetto svedese. Dopo qualche cambio di line - up, i nostri evolvono il sound gelido e severo di "Morningrise" scrivendo musica veloce, aggressiva e vorticosa, che tuttavia sa lasciare spazio ai consueti stacchetti acustici e alle melodie arpeggiate che non hanno perso nemmeno un grammo della loro dolcezza. Il rumore della pioggia , unito a poche note di pianoforte, apre il disco in maniera esemplare: fin da subito ci si rende conto che la musica degli Opeth è adatta a ricreare scenari naturali ed epici, decadenti e malinconici così come la storia che sta dietro a questo concept - album: si parla del fantasma di un uomo che, dopo la morte, vaga per i boschi dove abita ancora la sua compagna, che però essendo viva non può accorgersi della sua presenza. Ma ad un certo punto la donna si renderà conto che qualcosa aleggia intorno a lei, e quando scoprirà chi è...beh, se volete sapere come finisce, ascoltate il disco e soprattutto leggete i testi! Per adesso concentriamoci sulla musica, che non lascia scampo: l'irruento attacco di "April Ethereal" si ricorda come uno dei più violenti nella discografia del gruppo. Il brano successivamente si sviluppa in una tempesta di riff incessanti sostenuti da una batteria veloce e ottimamente tecnica, ma a spezzare la tensione ci pensano alcuni meravigliosi break melodici nei quali il growl viene messo da parte e arrivano i cori. Ascoltare il brano è come intraprendere un cammino attraverso una foresta, seguendo un fiume in compagnia di mille spiritelli, mentre le chitarre elettriche cercano di rubare spazio a quelle acustiche ma si trovano improvvisamente soppiantate dalla malia di queste ultime. Meravigliosamente ritmata e trascinante la parte finale, che sfumando dolcemente ci introduce a "When", brano inizialmente devastante, ma che piano piano stempera la sua furia e lascia campo libero alle chitarre senza distorsioni, perennemente affiancate dagli arpeggi della chitarra acustica. Particolarità del disco è il passare continuamente da atmosfere fredde e autunnali ad altre più calde e primaverili, come un continuo ciclo di stagioni perfettamente rappresentato ora dalle massacranti distorsioni, ora dalla delicatezza delle corde pizzicate appena. Altri brani memorabili sono la violenta "Demon Of The Fall", molto amata dai fan degli Opeth, e la soffertissima "Karma", dove Mikael canta in entrambi gli stili con tutto il trasporto di cui è capace, e dove ogni tanto le chitarre si ribellano accelerando improvvisamente, come a sottolineare l'imprevedibilità di un inverno, che può sommergere tutto sotto la neve in poche ore.

Accanto ai pezzi più violenti come "The Amen Corner" e "Demon Of The Fall" ci sono alcuni intermezzi privi di distorsioni e growl, come "Madrigal", "Credence" e "Epilogue", brani meditativi e introspettivi che fungono da perfetti smorzatori di violenza all'interno dell'album. Il tutto si amalgama alla perfezione in un disco intenso, feroce e aggressivo, ma al contempo irresistibilmente poetico e mistico. Nondimeno, rappresenta un'ottima evoluzione degli Opeth, capaci di rinnovare costantemente il proprio sound senza rimanere fissi nei vecchi schemi. Come non sentirsi sperduti in un freddo bosco nordico mentre si ascoltano queste note? Provare per credere.

01 - Prologue (1:01)
02 - April Ethereal (8:43)
03 - When (9:16)
04 - Madrigal (1:19)
05 - The Amen Corner (8:45)
06 - Demon Of The Fall (6:14)
07 - Credence (5:28)
08 - Karma (7:54)
09 - Epilogue (4:01)

mercoledì 22 dicembre 2010

Swallow The Sun - "Plague Of Butterflies"

Spinefarm Records, 2008
Nonostante duri un'ora abbondante, "Plague Of Butterflies" è considerato un extended play, in quanto contiene una sola traccia inedita, mentre il resto è tutto materiale bonus che era presente sul loro primo demo "Out Of This Gloomy Light", datato 2003. Tale traccia, che dà il nome al disco, è una mastodontica suite dalla durata di quasi trentacinque minuti, divisa in tre parti: dico subito che a mio parere è la migliore composizione mai scritta dagli Swallow The Sun in tutta la loro carriera, e con questo invito chiunque a dedicarle l'attenzione che merita, ancora prima di spiegarvi perché dovreste farlo.

In fondo, non c'è bisogno di tante presentazioni per gli Swallow The Sun: i finlandesi hanno sempre prodotto dischi di ottima qualità, e sufficientemente diversificati tra loro per poterne seguire l'evoluzione. Alcuni erano infatti più metallici, altri più introspettivi, altri più melodici e facilmente accessibili: nonostante la matrice death - doom sia sempre rimasta stabile, c'è sempre stata una lieve differenziazione tra album ed album. "Plague Of Butterflies" prende tutte le caratteristiche del gruppo e le amalgama in un solo, spettacolare brano, che oltre a mostrarci il meglio di tutto ciò che la band finlandese sa fare, si distingue anche per un uso leggermente maggiore delle orchestrazioni e delle parti atmosferiche, quindi continua anch'esso l'evoluzione sopracitata. Se temete che il gruppo si sia un po' rammollito e si sia magari dato al gothic di facile ascolto, vi fermo subito: il 90% della musica è sempre fatto di chitarra, basso e batteria, strumenti che se ben sfruttati possono essere più che sufficienti per creare un capolavoro senza tempo. Aggiungiamoci anche le tre voci del cantante, che passa con naturalezza dalla voce pulita ad un growl estremamente profondo e gutturale, fino ad arrivare ad un lacerante screaming che suona come un vero e proprio lamento di dolore inconfessabile e disperato; e il cerchio si completa.

Tutta questa lunghissima composizione è fatta di musica che squarcia gli animi, scavando in profondità senza preoccuparsi di procurarci dolore, in quanto è esattamente il suo scopo. Nel disco si narra una storia di un eremita che vive in una foresta e che perde l'amata Evael, la quale è fuggita poiché sapeva di essere portatrice di una tremenda piaga, la piaga delle farfalle per l'appunto. In tutti e tre i sottobrani che compongono l'opera troviamo una buona alternanza tra atmosfera e rocciosità, tra melodia e rabbia, tra disperazione e bellezza: parafrasando una loro vecchia e splendida canzone, potremmo dire che anche questa volta la musica degli Swallow The Sun è fatta di "Gloom, Beauty and Despair". Oscurità, bellezza e disperazione. La drammaticità da sempre presente nel sound del gruppo, unita alla leggera vena "horror" anch'essa sempre presente, viene qui notevolmente amplificata ed espressa con sonorità talvolta durissime, talvolta appena percettibili, quasi fluttuanti. I muri di chitarre si ergono per poi crollare all'improvviso, le soluzioni melodiche non mancano mai e fanno correre più di un brivido lungo la schiena, il cantato è ai massimi livelli ed esprime via via sentimenti differenti, senza mai fossilizzarsi in un unico stile. Tensione sempre alle stelle, sensazione che qualcosa stia per esplodere, senso di oppressione; sono tutte sensazioni facilmente trasmesse da questo brano, che non presenta mai una caduta di tono o una parte noiosa, anche se probabilmente gli Swallow The Sun avrebbero fatto meglio a dividere fisicamente l'opera in tre tracce e ad articolare meglio tra loro le varie parti, che a volte appaiono un po' troppo slegate. Ma sono difetti marginali: vedendoli sotto un'altra ottica, la scelta di incidere una traccia unica costringe gli ascoltatori a viverla per intero, senza poter troppo saltare da una parte all'altra; l'effetto "slegato" riesce poi a creare un feeling di continuo straniamento, mantenendo alta l'attenzione.

In sostanza, "Plague Of Butterflies" è un vero e proprio dramma in chiave doom - death metal, una squarciante odissea che commuoverà gli animi sensibili così come gli animi induriti grazie al suo incedere articolato e vario, alla sua stupefacente vena sentimentale e a sonorità prettamente devastanti ed efficacissime. Chi riuscirà ad accogliere la devastante e inguaribile malinconia che trasuda dalle note degli Swallow The Sun, scoprirà presto di non poterne più fare a meno, così come non si può fare a meno di qualcosa che ci procura dolore ma che contemporaneamente il nostro animo anela, perchè in esso è racchiusa l'essenza di ciò che ci caratterizza.

"You're losing the sunsets, you will never get them back..."

01 - Losing The Sunsets / Plague Of Butterflies / Evael (34:42)
02 - Through Her Silvery Body (8:01)
03 - Out Of This Gloomy Light (5:34)
04 - Swallow (5:27)
05 - Under The Waves (6:36)

martedì 21 dicembre 2010

Agalloch / Nest (Split Album)

Infinite Vinyl Records, 2004
Copertina con colori pastello per questo piccolo split - album che vede protagonisti gli statunitensi Agalloch e i finlandesi Nest. I primi dediti ad una mistura di metal, folk e paganesimo devoto alla natura, i secondi fautori di un neo - folk molto legato alle tradizioni della loro terra.

Vinile limitato a mille copie, si configura subito come pezzo per collezionisti, ma non per questo musicalmente insignificante: in dieci minuti di musica i due gruppi, che propongono un brano a testa, creano un'atmosfera di pace e tranquillità quasi assoluta, nella quale perdersi osservando le foglie d'autunno che cadono o un temporale estivo. Il pezzo degli Agalloch è una ripresa del tema finale di "Hallways Of Enchanted Ebony", presente sul loro debutto "Pale Folklore", quindi tecnicamente nulla di nuovo; eppure, se nel brano originario la melodia era solo accennata, qui viene sviluppata maggiormente da due chitarre acustiche pacate e serene, in un brano strumentale semplicissimo ma molto evocativo. I Nest ci propongono un pezzo ancora più atmosferico, impreziosito dal kantele (tipico strumento a corda finlandese) e dal didgeridoo, strumento a fiato usato dagli aborigeni australiani che dona un feeling estremamente "naturalistico" al pezzo. Fanno capolino anche delle parti cantate, o meglio recitate dallo stesso John Haughm, vocalist degli Agalloch, ma sono poco più che un contributo alla musica, che tesse trame vellutate e piacevolissime.

Fine, è tutto qui. Un dischetto semplice, brevissimo ma di grande effetto: è indubbio che ascoltarlo guardando fuori dalla finestra, in un pomeriggio autunnale, mentre la puntina del giradischi produce il suo leggero graffio sulla superficie del vinile, può regalare qualche momento di intensa meditazione e pace con sé stessi. Se riuscite a trovarlo, beninteso...

Agalloch
01 - The Wolves Of Timberline (4:52)

Nest
02 - Last Vestige Of Old Joy (5:21)

lunedì 20 dicembre 2010

In Flames - "Subterranean"

Wrong Again Records, 1994
Padri costituenti del death melodico svedese di scuola Goteborg, genere che si è affermato sia per la provenienza geografica che per la particolarità del sound, gli In Flames non hanno certamente bisogno di presentazioni. Anche se ultimamente paiono aver smarrito un po' la bussola, essendosi allontanati moltissimo dal sound che li ha resi famosi ed apprezzati, rimangono pur sempre un gruppo intramontabile, che come pochi ha saputo unire aggressività feroce e uno splendido gusto melodico quasi mai oscuro ed anzi molto luminoso. 

Dopo l'acerbo ma interessante debutto "Lunar Strain", molto ricco di richiami alla musica popolare svedese, i nostri pubblicano questo EP "Subterranean", gemma dimenticata nella loro discografia, anche per via di una produzione piuttosto scadente che non ne ha mai valorizzato il contenuto. Solo cinque tracce, ma di qualità sopraffina: in questo dischetto il quintetto svedese pesta duro sull'acceleratore, ma con un ottimo gusto melodico che rende ogni canzone assolutamente coinvolgente e fruibile anche da orecchie non avvezze alle sonorità death metal. L'opener "Stand Ablaze" inizialmente ci ammalia con un pianoforte, che presto lascia però spazio ad un brano veloce e virtuoso, in cui le due chitarre si danno battaglia per vedere quale riuscirà a creare le migliori linee armoniche e melodiche. Lo screaming di Henke Forss, antico cantante della band, è tagliente e rabbioso al punto giusto, senza risultare eccessivo. Dopo un'opener così entusiasmante, ci si aspetterebbe una caduta di tono, e invece no: "Everdying" riesce ad essere ancora più bella, tra ritmi spezzati, vocals davvero demoniache ed evoluzioni chitarristiche imprevedibili, che sfociano in parti acustiche meravigliose. La title track "Subterranean" è un brano più cadenzato, dal ritmo semplice e scherzoso e sempre estremamente melodico nella sua pacata aggressività, caratteristica distintiva degli In Flames. Le linee melodiche non sono mai particolarmente complicate, ma nel contempo sono molto elaborate, che non è un sinonimo: su poche note i nostri riescono sempre a costruire temi convincenti, che fanno battere il piede e tengono sempre alta l'attenzione. Dopo il breve intermezzo acustico "Timeless" arriviamo alla conclusiva "Biosphere", altro brano solare ed altamente melodico, introdotto da un riff particolarmente giocoso che si sviluppa in modo convincente supportato da frequenti cambi di ritmo. Pochi minuti di musica, ma la garanzia di goderseli al massimo, in quanto estremamente facili da assimilare e carichi di metallica potenza, quella che fa muovere le membra a tempo di musica e fa scatenare in camera propria mimando il gesto di suonare la chitarra. Di fronte ai blasonati lavori successivi della band, in particolare gli splendidi "The Jester Race" e "Whoracle", questo piccolo gioiellino non sfigura affatto.

01 - Stand Ablaze (4:34)
02 - Everdying (4:22)
03 - Subterranean (5:46)
04 - Timeless (1:46)
05 - Biosphere (5:10)

domenica 19 dicembre 2010

In The Woods... - "Three Times Seven On A Pilgrimage"

Prophecy Productions, 2000
Questa compilation rappresenta l'addio alle armi della poco conosciuta band avantgarde metal In The Woods...Un vero peccato che la carriera del gruppo sia finita qui, poiché a mio parere i nostri avevano ancora molto da dire: dopo un esordio di raffinato black metal con "Heart Of The Ages", lo spostamento netto su lidi progressive con "Omnio" e le inusitate sperimentazioni minimaliste di "Strange In Stereo", chissà quale sarebbe stato il quarto album in studio? Vero che la band ha proseguito la carriera grazie al rientro di numerosi membri nei Green Carnation (band dalla quale sono nati gli In The Woods... come progetto parallelo), ma rimane comunque un peccato che il gruppo sia sia sciolto dopo appena tre album pubblicati.

Possiamo però consolarci con questa raccolta, che unisce tutti i mini - vinili ed EP che la band ha pubblicato nel corso degli anni, i quali contenevano anche alcune cover. Qui ne troviamo ben quattro: una splendida versione della già di per sè splendida "Epitaph" dei King Crimson, una più metallica "Let There Be More Light" dei sempreverdi Pink Floyd (grandissimi ispiratori degli In The Woods... da "Omnio" in poi), un divertente remake della rockeggiante "White Rabbit" dei Jefferson Airplane, ed infine "If It's In You" di Syd Barrett, ex Pink Floyd. Il resto del disco è costituito da B-Side che avrebbero dovuto finire su "Omnio", sperimentazioni minimaliste e rifacimenti di vecchi brani. Una compilation estremamente eterogenea, dunque, che amplia un pò l'esiguo repertorio degli In The Woods... e chiude degnamente una carriera durata sicuramente troppo poco. I brani più significativi sono "Karmakosmik", pezzo di stampo progressive rock costruito su un arpeggio liquido e sognante, "Empty Room", dall'inizio lento e arpeggiato che piano piano prende forma e velocità fino a trasformarsi in una cavalcata metallica dove la voce maschile è urlata mentre quella femminile è semplicemente allucinata, e la vecchia "Child Of Universal Tongue", passata attraverso numerosi remake e già presente nel loro vecchio demo "A Return To Isle Of Men". Da segnalare anche l'atipica ed interamente elettronica "Soundtrax For Cycoz 1st Edition", che mostra il lato più sperimentale e rumorista della band, e il riuscito remake della vecchia "Mourning The Death Of Aase", presente sul primo album della band, e che ora vede partecipare massicciamente le chitarre distorte. Gli In The Woods... completeranno il loro canto del cigno con l'uscita di "Live At Caledonian Hall", tre anni più tardi, dopodiché si scioglieranno definitivamente. In sostanza "Three Times Seven On A Pilgrimage" chiude degnamente la carriera di questa sfortunata band, sempre sottovalutata. Un pezzo da collezione interessante, certo non un'uscita irrinunciabile, ma comunque valida nella sua sperimentale eterogeneità.

01 - Seed Of Sound (1:31)
02 - Karmakosmik (8:13)
03 - Epitaph (King Crimson cover) (9:14)
04 - Empty Room (11:34)
05 - Let There Be More Light (Pink Floyd cover) (6:31)
06 - Child Of Universal Tongue (8:03)
07 - Soundtrax For Cycoz 1st Edition (4:25)
08 - White Rabbit (Jefferson Airplane cover) (3:33)
09 - Mourning The Death Of Aase (5:34)
10 - If It's In You (Syd Barrett cover) (6:10)

Mourning Beloveth - "A Disease For The Ages"

Prophecy Productions, 2008
Quarta fatica discografica per gli irlandesi Mourning Beloveth, da sempre fautori di un doom - death metal che non conosce mezzi termini, privo di fronzoli ed espresso unicamente con i tre classici strumenti, chitarra basso e batteria, più una voce sufficientemente cavernosa e abrasiva. Quello che mi è sempre piaciuto dei Mourning Beloveth è la naturalezza con cui uniscono la potenza metallica con la melodia. A differenza di altre band, che si sbilanciano un po' troppo ora in una direzione ora nell'altra, essi riescono sempre a mantenere un buon equilibrio, creando pezzi coinvolgenti ma privi di quell'eccessiva ruvidezza che può renderli fin troppo ostici, e allo stesso tempo privi di quella faciloneria melodica che li rende imbarazzanti. Ce ne siamo accorti con la pubblicazione di "The Sullen Sulcus", ad oggi probabilmente il loro migliore lavoro, costantemente giostrato tra melodie accattivanti e una potenza devastante. C'è da dire che i nostri non si sono mai discostati particolarmente dai canoni più classici del doom - death e dal loro stesso modo di suonare, risultando alla lunga un po' ripetitivi, ma nonostante ciò la qualità di ogni loro lavoro è indiscutibile.

"A Disease For The Ages" è dunque un altro album non certo originale e innovativo, ma sicuramente potente, rabbioso e trascinante, dominato dal lavoro delle due chitarre che macinano accordi e riff senza lasciare mai un attimo di pausa alle orecchie di chi ascolta. Le strutture musicali sono forse un pò ostiche, anche perchè i brani sono tutti attorno ai dieci minuti di lunghezza e non sempre tale durata è giustificata da un songwriting appropriato: volendo, i Mourning Beloveth avrebbero potuto comprimere un pò di più questo album, poichè cinquantacinque minuti di sole schitarrate distorte possono risultare pesanti e noiosi. Tuttavia, i buoni momenti non mancano di sicuro: l'opener "The Sickness" è un brano roccioso quel tanto che basta per creare una sensazione di rabbiosa paranoia, ma al contempo pregevolmente ricco di soluzioni melodiche molto catchy e di facile assimilazione, che però riescono sempre a non scadere nel banale, in quanto sufficientemente elaborate. Ogni tanto fanno capolino anche sezioni cantate con voce pulita, che sono piacevoli ma un po' poco convincenti: molto meglio il growl, sicuramente tra i migliori in ambito death - doom. "Trace Decay" è un brano più sincopato, lento e ancora più granitico del precedente, mentre è con "Primeval Rush" che a mio giudizio il disco tocca il suo punto migliore: introdotta da un arpeggio solitario e pulito, cosa rara nella musica del gruppo, presenta maggiori variazioni ritmiche e melodiche, maggiore intensità, un ritmo schiacciasassi che sfocia in uno sviluppo finale da ascoltare al massimo volume, pestando la testa contro il muro. Un pò meno interessanti, ma comunque piacevoli, le ultime due tracce "The Burning Man" (a volte un pò troppo persa in riffoni che non vanno da nessuna parte) e "Poison Beyond All", decisamente riempitiva poiché tutto quello che può offrire l'abbiamo già ascoltato precedentemente. Ecco, questo è il principale difetto di "A Disease For The Ages": una certa ripetitività di fondo, che rende l'ascolto intero una vera prova di forza. Non manca la tecnica, nè il coinvolgimento, nè il buon gusto, tuttavia mancano un po' di idee capaci di tenere viva l'attenzione a lungo. Tuttavia, per chi ricerca la pura potenza abbinata ad un buon gusto melodico, questo album non mancherà di riservare buone soddifazioni.

01 - The Sickness (13:08)
02 - Trace Decay (8:46)
03 - Primeval Rush (12:44)
04 - The Burning Man (10:47)
05 - Poison Beyond All (10:31)

sabato 18 dicembre 2010

Agalloch - "Tomorrow Will Never Come"

The End Records, 2003
"Tomorrow Will Never Come" inaugura la breve parentesi sperimentale degli Agalloch, grazie alla pubblicazione di alcuni extended play in edizione limitata, di cui questo è il primo. Lo scopo della band, con questa pubblicazione, era di avere uno spazio disponibile per provare nuove sonorità, ma senza marchiarle troppo pesantemente con il nome degli Agalloch: questo disco fu rilasciato infatti solo su vinile, e non è mai stato ristampato negli anni a seguire, facendo sì che diventasse un pezzo da collezione per soli appassionati. Con questo interessante stratagemma, gli Agalloch si poterono permettere di sperimentare tutto ciò che volevano, senza timore di "lordare" in qualche modo la loro discografia, in quanto tali esperimenti sarebbero rimasti comunque confinati e circoscritti.


Questo piccolo album contiene materiale composto ai tempi della stesura di "The Mantle", ma in pratica vi figura una sola canzone inedita: sul primo lato del vinile si trova infatti "The Death Of Man III", che altro non è che la fotocopia di "...A Celebration For The Death Of Man", al quale sono stati aggiunti un pò di rintocchi di campana e un singolo battito di rullante alla fine del pezzo. Quale doveva essere il senso di riproporre un brano quasi esattamente uguale all'originale, non è dato sapere: ma essendo gli Agalloch, possiamo concedere loro la licenza poetica. Sul secondo lato invece troviamo un brano totalmente acustico, che porta lo stesso nome del disco: anche se dura solo cinque minuti, non manca di intensità e ispirazione, due parole che suonano sempre strane e abusate, ma che nella maggior parte dei casi sono la chiave di lettura per comprendere un disco. Tale brano inizia con arpeggi di chitarra tristi e malinconici che catturano immediatamente l'attenzione, per poi perdersi in una cantilena stanca e sofferta, sulla quale una voce psicotica declama assurdi monologhi (in effetti si tratta di una registrazione di una puntata televisiva dedicata alla schizofrenia). Una ronzante fisarmonica si unisce alla chitarra nella parte centrale del brano, ma ciò non aiuta a rendere meno pesante l'atmosfera del pezzo, che anche nei suoi momenti più vivaci lascia comunque una sensazione di smarrimento. Di sicuro, un brano del genere è lontano dalle calde atmosfere create dalle chitarre acustiche nei precedenti lavori, così come è lontano dalle sferzate rocciose e metalliche che sarebbero nate con i successivi album in studio; secondo questo ragionamento, l'intento sperimentale degli Agalloch può dirsi riuscito. 

Tuttavia, più che un EP questo andrebbe considerato come un singolo, e visto lo scarsissimo minutaggio e l'altrettanto scarsa longevità, un lavoro come questo non può che essere destinato unicamente ai fanatici della band, che di sicuro faranno l'impossibile per accaparrarselo. Tutti gli altri possono tranquillamente ignorarlo, specialmente se ancora non conoscono gli Agalloch: in tal caso consiglio sempre di partire dagli esordi, con quel "Pale Folklore" che fa sognare, o con quel "The Mantle" che mette in contatto con la natura nella sua forma più pura. Ci sarà sempre tempo per scoprire le piccole curiosità come questa, in seguito.

01 - The Death Of Man III (2:58)
02 - Tomorrow Will Never Come (4:41)

Agalloch - "The Grey"

Vendlus Records, 2004
Secondo EP sperimentale degli Agalloch, immediatamente successivo al controverso "Tomorrow Will Never Come", questo "The Grey" aggiunge coordinate diverse al suono della band. Limitato a mille copie, e stavolta rilasciato su compact disc, è un dischetto molto difficile da apprezzare, principalmente perché in questi 20 minuti di musica strumentale, non c'è molto.

Tutto è all'insegna di uno strano post - metal minimalista e psichedelico, ma effettivamente povero di contenuti. Solo due tracce compongono il disco, e vediamo subito di cosa si tratta. "The Lodge (Dismantled)" è un brano che nell'immediato potrebbe apparire esaltante, giocoso e martellante, ma dopo cinque o sei minuti che il tema portante non è cambiato o è cambiato di pochissimo, viene da chiedersi quando smetterà e comincerà la seconda traccia. C'è da dire che il titolo non deve ingannare: il pezzo ha ben poco a che fare con la strumentale "The Lodge" presente sul loro precedente album in studio "The Mantle", bensì è un pezzo dalle distorsioni molto più pronunciate, anche se mantiene il carattere vagamente ipnotico. Qualche minuto di fastidiose sperimentazioni rumoriste chiude questa prima traccia e si spera meglio nella seconda, dall'interessante titolo di "Odal (Nothing Remix)". Purtroppo, anche in questo caso il pezzo non c'entra nulla con la bellissima e omonima strumentale presente sul già citato "The Mantle": sette minuti di minimalismo allo stato puro, fatto di vaghi ed inquietanti suoni persi in un'immensa bolla di vuoto, senza direzione nè senso, almeno in apparenza. Una sonorità simile verrà poi ripresa nel loro successivo album completo "Ashes Against The Grain" per la traccia conclusiva, particolarmente sperimentale, e proprio per questo motivo molto poco apprezzata.

Quando anche questo discutibile remix finisce, termina anche il dischetto. Come, tutto qui? Sì, tutto qui. Viene da chiedersi cosa abbiano combinato gli Agalloch, anche se vista la tiratura limitata è probabile che questo sia stato solo un piccolo scherzo, una produzione riservata ai collezionisti. Ma "The Grey" lascia comunque perplessi, perché di sicuro gli Agalloch sanno fare molto di meglio. Unicamente riservato ai fan più strenui della band statunitense.

01 - The Lodge (Dismantled) (13:12)
02 - Odal (Nothing Remix) (7:47)

venerdì 17 dicembre 2010

Estatic Fear - "Somnium Obmutum"

CCP Records, 1996
Gli austriaci Estatic Fear non sono stati un gruppo molto fortunato: si sono sciolti nel 1999 dopo appena tre anni di attività e due album pubblicati, e sono rimasti sempre nell'underground, sconosciuti alla maggioranza del pubblico metal. Sarà per le loro sonorità molto ricercate e per l'osticità delle loro lunghissime composizioni, sarà per la sfortuna, il fatto è che sembra che nessuno si ricordi delle due gemme che sono riusciti a partorire nella loro breve carriera. "Somnium Obmutum" è la prima delle due, e rappresenta una mirabile fusione tra il classicismo e le sonorità metal.

Diversamente dai Therion, che preferiscono infarcire la loro musica di elementi sinfonici, gli Estatic Fear traggono ispirazione dalla musica classica più pura, con l'uso di strumenti molto poco comuni per il panorama metal, come il liuto, il flauto e l'organo. Non è solo una questione di strumenti usati, tuttavia: il sound è estremamente melodico ed elegante, anche se spesso e volentieri le chitarre spingono potentemente i distorsori e la voce del singer si trasforma in uno screaming acidissimo, quasi black metal. Maggiormente grezzo e acerbo del superbo successore "A Sombre Dance", questo "Somnium Obmutum" si compone di due lunghissime tracce, la prima di trentadue minuti e la seconda di diciotto, più due brevi intermezzi strumentali che hanno il compito rispettivamente di introdurre il disco e di dividere le due composizioni cardine. Nei due brani lunghi, come si può immaginare, si trova un pò di tutto: mille volte cambia no i temi portanti, le armonie, le linee melodiche, il tipo di voce utilizzata (maschile e femminile, growl, scream, pulito, parlato, canto lirico). Un continuo intrecciarsi di riff doom metal, che una produzione migliore avrebbe probabilmente valorizzato molto di più, e suggestive melodie di pianoforte, archi e strumenti classici che stupiscono per l'eleganza con la quale si uniscono a chitarre ruvide e voci lancinanti, senza per questo motivo risultare fuori luogo. I due brani sono molto affini l'uno all'altro, al punto da essere considerati un unico pezzo (che poi coincide quasi col disco intero), ma la cosa più importante è che non hanno mai un momento statico o noioso, ma riescono ad ogni minuto a proporre qualcosa di nuovo, melodie sognanti e strappalacrime (ma mai pacchiane), lunghe divagazioni ad opera del solo liuto, accelerazioni improvvise dal sapore spiccatamente black, e mille altre variazioni al punto da non riuscire più a definire nettamente di che tipo di musica si stia parlando. Qualche aspetto discutibile c'è, come la scelta di non dividere i pezzi lasciandoli volutamente lunghissimi, oppure la scarsa coesione delle parti all'interno degli stessi brani: più che uniche ed organiche suite, i pezzi sembrano un collage di tanti piccoli episodi, in quanto tra uno e l'altro c'è sempre un momento di completo silenzio. Ma sono difetti assolutamente trascurabili, poichè la bellezza delle melodie e gli intrecci strumentali sono talmente belli da far presto dimenticare delle questioni formali.

Emozionalmente, troviamo di tutto: passaggi maestosi, momenti di quieta riflessione, velocità e rabbia allo stato puro, giocosi scherzi strumentali, malinconia profonda, melodie che arrivano dritto al cuore. Non tutto è facile da digerire, anche e soprattutto per via dell'estrema lunghezza delle tracce, ma è evidente che "Somnium Obmutum" è un album ricco di idee e di passione, suonato bene (ma prodotto un pò maluccio) e destinato a diventare un must per gli amanti del metal più raffinato, ricercato e oserei perfino dire colto. Chi riuscirà ad arrivare in fondo al disco, e sentirà per intero la conclusiva e meravigliosa "Ode To Solitude", avrà una sorpresa che difficilmente potrà dimenticare.

01 - Dess Nachtens Suss Gedone (1:49)
02 - Somnium Obmutum (32:15)
03 - As Autumn Calls (4:17)
04 - Ode To Solitude (18:32)

Shape Of Despair - "Shape Of Despair"

Spikefarm Records, 2005
Questa compilation rimarrà per molti anni l'ultimo vagito della funeral doom metal band Shape Of Despair, che dopo la pubblicazione dei primi tre album in studio (che li hanno elevati a grandi nomi del genere) non si sono quasi più fatti vivi fino al 2010, data d'uscita dell'ultimo EP "Written In My Scars".

In questa raccolta troviamo un solo brano inedito, poi brani dei primi due album nelle loro versioni precedenti, ed infine qualche pezzo tratto dal loro primo demo "Alone In The Mist", quando ancora si facevano chiamare Raven. Un'operazione commerciale? Probabile, ma è indiscutibile che per i fan del gruppo questa sia un'uscita interessante, in quanto gli Shape Of Despair non sono mai stati un gruppo particolarmente produttivo, e si sa che quando una band produce poco, ma di qualità, il valore di ogni singola uscita discografica aumenta notevolmente. Inoltre, c'è da dire che i pezzi di "Alone In The Mist" non sono facili da trovare, poichè il demo non è mai stato ufficialmente distribuito. Andiamo dunque ad analizzare quanto c'è di nuovo in questa raccolta. La traccia più interessante è ovviamente l'opener "Sleeping Death", unico inedito. Interessante perchè quasi non si riesce a riconoscere gli Shape Of Despair che conosciamo tutti, malinconici all'eccesso e infarciti di tastiere e orchestrazioni: il brano vede protagoniste assolute le chitarre, fautrici di un riffing alla Mourning Beloveth che sposta di molto il sound verso il doom - death piuttosto che il funeral doom. Le ritmiche sono più veloci, più tecniche, la musica è in generale più aggressiva e molto meno atmosferica. Verso i cinque minuti e mezzo, tuttavia, fanno capolino nuovamente gli elementi dei vecchi Shape Of Despair, vale a dire l'eterea voce femminile di Natalie e le tastiere, senza le quali il gruppo cambierebbe totalmente volto. Se nel prossimo eventuale full - lenght proseguiranno l'evoluzione sonora in questo senso, i finlandesi faranno sicuramente discutere, sia in positivo che in negativo. Il disco poi prosegue con versioni grezze ma affascinanti di classici come "Woundheir", "Sylvan Night" e "Quiet These Paintings Are", quest'ultima quasi a livello dell'originale, anche se meno orchestrata. Traccia relativamente nuova è invece "To Adorn", brano ipnotico e angosciante sulla falsariga del primo album "Shades Of...", nel quale le vocals arrivano quasi ai mostruosi livelli dei connazionali Tyranny, ovvero abissali e profondissime, quasi spaventevoli.

Nel complesso, più che un "the best of" l'album è una raccolta di rarità, un'uscita interessante solo per gli irriducibili fan del gruppo, ma sconsigliato a chi vuole farsi un'idea della band per la prima volta, poiché se già la musica è difficile da assimilare nelle loro uscite ufficiali, nella loro versione demo è ancora più ostica, ma non per questo meno affascinante.

01 - Sleeping Murder (8:34)
02 - Night's Dew (4:16)
03 - Sylvan Night (10:23)
04 - Quiet These Paintings Are (12:02)
05 - Woundheir (8:51)
06 - To Adorn (9:41)
07 - In The Mist (9:52)

mercoledì 15 dicembre 2010

Dream Theater - "Metropolis pt. 2: Scenes From A Memory"

Elektra Entertainment Group, 1999
Qualcuno li dava per finiti dopo il mediocre "Falling Of Infinity", e invece loro, i Dream Theater, che cosa fanno? Pubblicano l'album che li riporta sulla cresta dell'onda, un album estremamente elaborato e vario, che dà finalmente il seguito a quella che era stata la prima parte di Metropolis sul loro seminale album "Images And Words". In realtà, la traccia numero 5 di quel fantastico album era poco più di uno scherzo, e infatti il gruppo ha sempre affermato che non sarebbe mai esistito un seguito a quella Parte 1: e invece, sette anni dopo, eccolo qui. Spiegare chi sono i Dream Theater è abbastanza superfluo, dato che ormai sono diventati un'icona del progressive metal più tecnico e virtuosistico, passando per alcuni cambi di line - up ma mantenendo sempre una direzione musicale forte e stabile. Ingredienti storici della loro musica sono le melodie elaborate e tecniche, ritmiche pazzesche, dischi interminabili e grande lunghezza e complessità delle composizioni, che non di rado superano abbondantemente i 10 minuti di durata. Di solito o li si ama o li si odia, difficile che ci sia una via di mezzo: per alcuni il loro virtuosismo è la massima espressione musicale possibile, per altri è solo un freddo sfoggio di capacità che lasciano il tempo che trovano. Sta agli ascoltatori giudicare, su questo tema si sono dette fin troppe parole.

Primo concept album della storia della band statunitense, "Metropolis pt. 2" è un album che più che essere un disco è una vera e propria opera, curatissima in ogni minimo dettaglio. Il pop - rock di "Falling Into Infinity" è scomparso, qui si ritorna al progressive più puro, fedele alle loro origini. L'album narra la storia di un uomo che ricorre allo psicanalista per cercare di capire chi è Victoria, ragazza che affolla i suoi sogni e che lo sta ossessionando. Non sto a descrivere tutta la storia per non annoiare chi legge, anche perchè è piuttosto complessa e intrecciata, dunque mi limiterò solo agli elementi principali per quanto riguarda la tematica dei brani. Fin dalle prime dolci note acustiche di "Regression" capiamo che questo sarà un viaggio all'interno della nostra mente, un viaggio lungo e complicato, ma che porterà sicuramente ad una conclusione importante. Lo psicanalista ci dice di rilassarci: tra poco ci sentiremo serafici e pronti ad intraprendere l'avventura di scavare nella nostra mente. "Ouverture 1928" (l'anno in cui la storia è ambientata) inizia aggredendoci con un vortice sonoro piacevolissimo e inarrestabile, tra le consuete ritmiche dispari di Portnoy, la gentile irruenza della chitarra di Petrucci, le funamboliche evoluzioni del tastierista Rudess e le solide pulsazioni del basso di Myung. Sulla stessa falsariga prosegue la movimentata "Strange Deja Vu", dominata da un James LaBrie veramente in forma, che timbricamente riesce ad interpretare benissimo sia i personaggi maschili sia femminili (Victoria, la protagonista). Il breve intermezzo conduce a "Fatal Tragedy", brano altamente drammatico e ricco di orchestrazioni, nel quale James dà inizialmente luogo ad una strana cantilena, melliflua e quasi immobile di tono, raccontando la scoperta di un terribile delitto nel quale una giovane ragazza è stata assassinata. Con il passare dei minuti le ritmiche si evolvono, le chitarre diventano pesanti e aggressive e fanno capolino assoli funambolici e parti jazz di ottima fattura. Niente stona: tutto è perfettamente consonante, amalgamato in un insieme sonoro che non può non stupire per la qualità con cui è assemblato. La storia prosegue con "Beyond This Life", brano dalle tinte rock, potente e veloce, molto debitore alle atmosfere del prog settantiano, anche se rielaborate in chiave ben più aggressiva. Tutt'altra musica invece nella ballata "Through Her Eyes", dolce e romantica: chitarra acustica, basso e pianoforte regalano cinque minuti e mezzo strappalacrime, ma non eccessivamente mieloso come si potrebbe pensare. Spettacolare la vocale di James, capace di infondere alla propria voce un calore unico, oltre che una tecnica superba. Arriviamo dunque alla lunghissima "Home", dall'introduzione molto orientaleggiante, che lentamente prende vigore e si trasforma in una potentissima cavalcata elettrica, dove il suono del wah - wah di Petrucci si fa sentire prepotentemente. L'atmosfera è tesa, le distorsioni potenti: sta per succedere qualcosa di grave. "The Dance Of Eternity", che riprende in parte il tema di "Metropolis pt.1", è un brano strumentale frenetico ed estremamente tecnico, ricchissimo di virtuosismi da lasciare a bocca aperta. Fa da preludio alla romantica "One Last Time", che rappresenta l'ultimo atto d'amore dei due amanti prima di essere spazzati via dalla furia omicida del fratello di lui: prima dell'epilogo abbiamo anche modo di ascoltare la stupenda "The Spirit Carries On", dove una melodia meravigliosamente malinconica, una voce al colmo dell'espressività e un azzeccato coro gospel creano un brano semplicemente memorabile, tra i migliori mai scritti dal gruppo. La melodia però finisce e siamo destinati ad arrivare all'estremità amara: in "Finally Free" si consuma l'omicidio, ma contemporaneamente il protagonista capisce che Victoria è vera ed è legata a lui da un potente filo conduttore. Un introduzione ricca di pathos ci porta alla parte centrale, dove colpi di pistola e rintocchi di campana si aggiungono alle chitarre mai come ora aggressive e schiacciasassi, come a sottolineare l'estrema tragicità del momento. Un barlume di speranza riaffiora poi, ma è destinato ad essere definitivamente distrutto da un finale angoscioso, dove sullo stesso riff di chitarra il batterista compie evoluzioni spettacolari, quasi volesse lasciarci distruggendo tutto quello che la musica ha creato finora. Ma non è finita...la storia ha ancora da riservare il suo colpo di scena. Sta a voi scoprirlo! In sintesi, con questo album i Dream Theater hanno raggiunto l'apice della loro creatività e capacità compositiva, ma anche della tecnica, del songwriting e della capacità di amalgamare al meglio suoni e strumenti diversi, creando una mistura sonora mai prevedibile ed estremamente longeva. Condite tutto con una storia coinvolgente e drammatica, un'interpretazione magistrale del cantante LaBrie, e avrete un vero e proprio capolavoro di fine millennio, imperdibile sia per i fan sia per chiunque ami la buona musica. Strepitoso!

01 - Regression (2:08)
02 - Ouverture 1928 (3:33)
03 - Strange Deja Vu (5:14)
04 - Through My Words (1:04)
05 - Fatal Tragedy (6:51)
06 - Beyond This Life (11:04)
07 - Through Her Eyes (5:31)
08 - Home (12:55)
09 - The Dance Of Eternity (6:17)
10 - One Last Time (3:48)
11 - The Spirit Carries On (6:40)
12 - Finally Free (12:00)

martedì 14 dicembre 2010

Morphia - "Frozen Dust"

Fear Dark, 2002
I Morphia sono un complesso olandese, ormai scioltosi dopo aver pubblicato tre album, che propone una musica a metà tra il  doom - death e il metal sinfonico, aggiungendovi consistenti dosi di melodia.  A livello di sonorità si potrebbero definire, con un paragone un pò azzardato, un incrocio tra il suono grezzo dei primi Anathema,  le melodie degli ultimi Dark Tranquillity e l'attitudine grandiosa Saviour Machine. Purtroppo, nonostante gli illustri nomi che ho citato, nel caso dei Morphia non è tutto rose e fiori.

Il loro album di esordio "Unfulfilled Dreams" aveva riscosso consensi abbastanza buoni nell'underground, mentre è con questo "Frozen Dust" che il gruppo emerge e si afferma sulla scena, raggiungendo una discreta notorietà. Personalmente, i Morphia mi convincono a metà, in quanto hanno sempre unito nella loro musica elementi contrastanti, che mi affascinano e mi lasciano basito allo stesso tempo. Ciò che sicuramente mi affascina dei Morphia è la loro emozionalità, l'estrema melodicità di ogni composizione, la drammaticità che riescono ad infondere ai loro pezzi. I brani sono tutti buoni (ad eccezione di un episodio davvero insulso e ripetitivo, "Wickelow Mountains", semplicemente da dimenticare), ognuno ha buone melodie ed un cantato che passa continuamente dal growl profondo al cantato pulito. Non mancano mai parti di tastiera e capatine di strumenti estranei al metal , che donano un minimo di varietà al tutto. I brani sono crepuscolari e sofferti, di sicuro ben suonati e piacevoli, tuttavia l'ascolto di questo album mi ha sempre lasciato un pò l'amaro in bocca. Sì, perchè si sente che alla musica dei Morphia manca qualcosa, la scintilla che la renderebbe memorabile. Inizialmente si ha l'impressione di aver scoperto un capolavoro, poiché le melodie fanno subito presa e rapiscono l'animo, ma un ascolto più attento e prolungato nel tempo non può non evidenziare una certa ingenuità compositiva, a cominciare dai testi, spesso banali (non se ne può più di frasi come "No more shadows...No more pain...", o il terrificante inizio di "Emptiness", in cui la medesima parola viene lanciata nel vuoto più volte in modo assolutamente inespressivo). L'album, pur non essendo assolutamente brutto, ha il difetto di essere eccessivamente scontato e approssimativo, il che è un difetto tale da renderlo poco longevo. Certi episodi sono molto buoni, come la title track "Frozen Dust" e "The Forest", ma non c'è nulla che si elevi dalla sufficienza generale: dopo un pò i brani si assomigliano tutti e rischiano di annoiare, anche se presi singolarmente non sono male. Mi dispiace dirlo, poiché i Morphia sono (o meglio, erano) una band onesta e capace, ma che si perde troppo spesso in un bicchier d'acqua proponendo soluzioni abusate e poco originali. Altro aspetto penalizzante è il fatto che, nonostante la voce sia spesso un growl ringhioso e le chitarre siano sempre molto distorte, il suono manchi assolutamente di mordente: non c'è mai vera rabbia nè vera potenza, anche nei momenti apparentemente più duri e veloci. Prevale sempre la melodicità, spesso esageratamente sdolcinata: certi giri di chitarra mi hanno ricordato perfino le sigle dei cartoni animati (il finale di "Again" ne è un ottimo esempio) e solo il fatto che siano suonate con chitarre distorte inganna. La voce pulita, poi, a tratti è imbarazzante, stucchevole: sempre nel sopracitato brano ce ne si può rendere conto senza troppa difficoltà.

Forse il difetto principale dell'album è proprio questo: una generale pacchianeria, che sfocia in una mancanza di direzione della musica. Il risultato è un insieme di melodie sicuramente buone, ma molto male amalgamate e che in ultima sintesi non vanno da nessuna parte. "Frozen Dust" non è un brutto album: è semplicemente un album discreto, che potrà affascinare moltissimo nei primi momenti, ma che inevitabilmente finirà per stancare e spingerà l'ascoltatore a cercare qualcosa di più verace e meno artefatto. Tuttavia, per chi si accontenta e desidera solo passare cinquanta minuti senza pensare troppo, "Frozen Dust" sicuramente andrà benissimo.

01 - Flashback (3:39)
02 - The Sun (5:26)
03 - The Forest (4:28)
04 - Wickelow Mountains (5:51)
05 - Frozen Dust (6:44)
06 - When Silence Fell (5:17)
07 - Again (4:54)
08 - Long Lost (4:50)
09 - Forced To Obey (4:40)
10 - Emptiness (7:15)

lunedì 13 dicembre 2010

Forest Stream - "Tears Of Mortal Solitude"

Elitist Records, 2003
I Forest Stream sono uno di quei gruppi poco produttivi, che fanno uscire un disco ogni morte di papa e sembra sempre che stiano per disperdersi nel nulla. Di solito, ma non sempre, questa categoria di band riesce a produrre dischi di tale bellezza da rendere quasi automatici i lunghi periodi di silenzio tra un album e l'altro: per partorire dischi di tale caratura ci vuole sempre molto tempo, molto lavoro, moltissime energie e attenzione ai dettagli, ma alla fine il risultato ripaga ampiamente l'attesa.

Sicuramente questo è il loro caso. Questa poco conosciuta band russa, stanziata nella regione di Mosca, si è formata nel lontano 1995, e ad oggi ha partorito solo due album completi (!), ma di livello così alto che gli si può perdonare tutto. Loro sono uno di quei gruppi originali, ispirati, che riescono a fondere con abilità molti generi diversi senza mai pendere troppo da una parte nè dall'altra: uno di quei gruppi che quando li si ascolta si dice "ma non riesco a definirli". Già questo è sintomo di bravura, perchè è facile incanalarsi in un canone e rimanerci per sempre, prigionieri di quattro idee: più difficile è dare alla musica una direzione personale. Se proprio vogliamo classificare "Tears Of Mortal Solitude" racchiude in sè i generi doom, progressive, gothic, death e perfino un pò di folk. Doom per quanto riguarda la pesantezza depressiva e il suono delle chitarre e del growl, Progressive per quanto riguarda le strutture dei brani mai banali, Gothic per le atmosfere decadenti, Death per via della non poca aggressività che trasuda da questi solchi, Folk per il sapiente utilizzo di strumenti non legati alla tradizione metal, come i fiati. La musica è contemporaneamente potente e melodica, sempre in bilico tra rabbia e romanticismo. Tastiere e altri strumenti, onnipresenti in ogni brano, riescono a non essere mai invadenti e a non sovvertire il ruolo delle chitarre, che ci regalano grandi quantità di riff ora irruenti, ora morbidi e delicati. Non è facile utilizzare così bene le orchestrazioni in un album metal senza scadere nel pacchiano (non faccio nomi, ma chi ha orecchie per intendere, intenda!). Nonostante la lunghezza ragguardevole (70 minuti di musica) l'album non annoia mai, riservando sempre colpi di scena spettacolari che non permettono mai all'attenzione di scemare, altra cosa certamente non semplice da ottenere. Ogni brano ha la sua storia, un qualcosa da raccontare: dai tristi arpeggi introduttivi di "Autumn Elegy", accompagnati dal rumore della pioggia, si passa alla veloce cavalcata di "Legend", alle splendide melodie di chitarra in "Last Season Purity" e "Snowfall", al meraviglioso ed epico finale di "Mel Kor" e al pacato ritmo di "Whole" (che  con l'uso del cantato pulito mi ha ricordato moltissimo i Depeche Mode, giusto per citare un'altra influenza che rende ancora più eterogeneo il disco). E come non rimanere a bocca aperta ascoltando l'introduzione di "Black Swans", affidata agli archi e ai flauti, e nondimeno l'accelerazione centrale, dove una chitarra pare quasi giocare spensierata con i suoi assoli? Perchè quest'album non è solo depressione e grigiore come ci si aspetterebbe da un disco di radice doom metal, ma è una commistione di tantissimi sentimenti diversi, ognuno espresso con incredibile maturità. Ci accorgiamo di quest'intensità ascoltando la penultima traccia "Winter's Solstice", introdotta da un delicato pianoforte che come di consueto per la band viaggia sui suoni sopracuti, e che piano piano si anima lasciando spazio ad un riffing sprezzante, acido. Esso infine muore in un epilogo orchestrale che trova compimento nell'ultima, soffertissima strumentale "Steps Of Mankind", amara conclusione di un disco poliedrico e ricchissimo, da ascoltare mille volte prima di riuscire ad assimilarne ogni parte.

"Tears Of Mortal Solitude" è una gemma dimenticata nel panorama underground, che merita assolutamente di essere riscoperta. Una sola avvertenza: non è un album facile nè felice, dunque siate preparati ad affogare in un vortice di emozioni non necessariamente positive. Ma ne vale la pena.

01 - Autumn Elegy (3:52)
02 - Legend (8:07)
03 - Last Season Purity (12:15)
04 - Snowfall (9:55)
05 - Mel Kor (8:50)
06 - Whole (5:15)
07 - Black Swans (10:33)
08 - Winter Solstice (8:27)
09 - Steps Of Mankind (1:34)

domenica 12 dicembre 2010

Ikuinen Kaamos - "Fall Of Icons"

Maddening Media, 2010
Secondo full - length per i finnici Ikuinen Kaamos, gruppo che piano piano si sta affermando come erede degli Opeth, proponendo un black - death metal molto affine alle sonorità della famosa band svedese. L'intenso debutto "The Forlorn" faceva del grezzume il suo punto di forza, andando a pescare da dischi come "Orchid" e "Morningrise" ma rendendo il proprio sound più veloce, duro e drammatico, utilizzando la lezione dei maestri come un trampolino di lancio per suonare musica assolutamente rielaborata e personale. "Fall Of Icons", invece, strizza l'occhio a "Ghost Reveries" e "Watershed", ultime produzioni degli Opeth. Forse troppo: mi duole abbastanza dirlo, ma l'ottima dimostrazione di personalità che c'era nel debut - album e nel piccolo ma significativo EP "Closure" ora si è abbastanza appiattita, e il gruppo propone musica veramente molto simile a quella dei maestri svedesi. Intendiamoci, non che ci sia qualcosa di particolarmente sbagliato: assomigliare ad un gruppo come gli Opeth è già un lusso, visto il livello tecnico e compositivo necessario per suonare in quel modo, tuttavia "Fall Of Icons" manca un pò di carattere proprio, quello che faceva vibrare le note di brani superlativi come "Grace" e "The Absence".

Il disco è sicuramente ottimamente suonato, ottimamente prodotto, capace di trasmettere notevoli emozioni e sensazioni: il sound si è molto alleggerito rispetto al passato, lasciando alle spalle buona parte del carattere "black" che aveva contraddistinto i primi lavori, e le venature progressive metal si fanno molto più consistenti. Tuttavia, già ascoltando la prima "Indoctrination Of The Lost" sembra di avere nelle orecchie l'ultimo disco degli Opeth: stesso gusto melodico vario ed elaborato, stessi assoli e stesse strutture, stessi stacchi acustici cantati con voce pulita che ricorda Mikael Akerfeldt in maniera quasi imbarazzante, stesse ritmiche in evoluzione e mai statiche. La differenza principale è uno stile di canto più vicino al lancinante screaming tipico del black metal, piuttosto che al profondo ed espressivo growl di Mikael, anche se a tratti la voce si abbassa di tono. Per il resto, nonostante la musica sia obiettivamente ottima, le somiglianze sono davvero tante e si ha l'impressione che il gruppo si sia lasciato prendere un pò troppo la mano, ripetendo pedissequamente gli schemi dei loro "predecessori". Anche "Statues" è un brano che strizza molto l'occhio agli Opeth, alternandosi tra ritmiche tecniche e delicati arpeggi di chitarra. Non per questo la musica è banale o scontata, anzi è quanto mai complessa e difficile da assimilare, richiedendo parecchi ascolti prima di essere compresa. Le ultime tre tracce sono sicuramente le migliori del disco: "In Ruins" si fa notare per un fantastico cantato pulito, ricco di espressività e sentimento; "Condemned" è dominata da riff dissonanti e funambolici uniti a melodie molto sofferte e decadenti; infine, la conclusiva e lunghissima "Apart" vede come protagonista il singer Risto Herranen, autore di uno screaming disperato, feroce, che spazza via qualsiasi sentimento positivo e mette davanti alla pura disperazione (meraviglioso il "Goodbye..." finale, ripetuto più volte come un ultimo addio). Un tristissimo assolo di chitarra chiude l'album in maniera magistrale, testimoniando che la musica degli Ikuinen Kaamos sia sempre ricca di passione e sentimento, anche se abbastanza derivativa in quanto a stile.

Per chi ama gli Opeth, sicuramente i finnici sono un gruppo da non perdere: gli altri potrebbero essere infastiditi da questa eccessiva somiglianza, anche se tutto si può dire sugli Ikuinen Kaamos fuorché che siano un gruppo scadente e inutile. Personalmente, ritengo quest'album comunque molto valido, complesso e longevo quanto basta per essere ricordato. E se poi hanno un pò scopiazzato...pazienza!

01 - Indoctrination Of The Lost (10:55)
02 - Statues (9:00)
03 - In Ruins (7:46)
04 - Condemned (9:48)
05 - Apart (16:43)

Death - "The Sound Of Perseverance"

Nuclear Blast, 1998
Charles "Chuck" Schuldiner, storico leader della band in qualità di cantante e chitarrista, non avrebbe certo immaginato che dopo tre anni dalla pubblicazione di questo album sarebbe morto di tumore al cervello, all'età di soli 34 anni. Una storia triste, urticante, e purtroppo simile a quella che è toccata a Quorthon, storico leader dei Bathory che ci ha lasciato ancora giovanissimo, stroncato da un infarto miocardico. Eppure, nonostante questa ovvia inconsapevolezza, Charles ha partorito insieme ai suoi Death un album che rappresenta l'evoluzione ultima della sua band, quello che da molti è stato definito il testamento spirituale dello stesso Charles, per via della sua intensità emotiva e dei suoi testi molto profondi e filosofici. Alla luce della morte del singer, possiamo considerare questo "The Sound Of Perseverance" come il capolavoro ultimo dei Death, band che insieme ai Possessed ha contribuito largamente a creare il genere che da essa stessa ha preso il nome, estremizzando le sonorità del thrash metal.

Passati attraverso un'evoluzione che li ha portati dal metal più grezzo e minimale fino alla cristallina raffinatezza tecnica e compositiva, subendo innumerevoli cambi di formazione, i Death hanno dato seguito all'ottimo "Symbolic" con un album maturo, complesso, ricchissimo di tecnicismi da lasciare a bocca aperta, e contemporaneamente pulsante di sentimento e di messaggi da comunicare. Il sound si contamina di progressive, le composizioni si fanno lunghe e articolate, la melodia acquista sempre più potere. Le due chitarre, ormai arrivate ad un'intesa praticamente perfetta, sono più acide e stridenti; lo screaming di Chuck, famoso per i suoi acuti, è una lama che affetta in due l'anima; la sezione ritmica è capace di autentici miracoli (merito specialmente di un mostro come Richard Christy alla batteria). I testi, inscindibili dalla musica, trattano argomenti scottanti: tradimenti, rivalità, inaffidabilità dell'uomo, precarietà della vita. Quella stessa precarietà che avrebbe poi portato via la vita del frontman in così poco tempo. Non c'è un brano meno intenso degli altri: tutto l'album viaggia su coordinate altissime dall'inizio alla fine, iniziando con i contorti riff di "Scavenger Of Human Sorrow" e terminando con il delicato ma vibrante epilogo di "A Moment Of Clarity", con uno straziante Chuck che grida "Oh, God, Why?". Brani memorabili sono "Bite The Pain", aperta da una melodia ammaliante che lascia poi il posto ad una cavalcata ritmica rabbiosa e oscura, poi l'inquietante "Flesh And The Power It Holds", dalla struttura complessa e ricca di inquietanti sezioni arpeggiate, oppure la crudissima e veloce "To Forgive Is To Suffer", che condanna rabbiosamente il perdono costante tipicamente inculcato dalla mentalità cristiana. In "Spirit Crusher" troviamo ritmiche spaventose, mentre in "Story To Tell" domina un suono più leggero e addirittura melodico, che non tralascia comunque repentine accelerazioni e cambi di tempo. A mio parere, tuttavia, è con "Voice Of The Soul" che il disco tocca il suo apice: il vero testamento spirituale di Chuck è proprio questa breve strumentale di tre minuti e mezzo, un duetto tra chitarra acustica e chitarra elettrica, che si inseguono disperate, intrecciandosi mirabilmente.

L'album è indubbiamente il più completo e maturo mai prodotto dalla band, e purtroppo rimarrà il canto del cigno per i Death come li conoscevamo, anche se Chuck farà in tempo a formare un'altra band (i Control Denied) e pubblicare un altro album, dalle influenze più heavy e meno death, prima di lasciarci per sempre. "The Sound Of Perseverance" è una pietra miliare di tutto il metal, uno di quei dischi alla pari di "Master Of Puppets" e "The Number Of The Beast", che hanno cambiato faccia al genere. Da avere assolutamente.

P.S: Sfido chiunque a dire che la cover di Painkiller che hanno messo come chiusura dell'album non sia migliore dell'originale!

01 - Scavenger Of Human Sorrow (6:57)
02 - Bite The Pain (4:31)
03 - Spirit Crusher (6:47)
04 - Story To Tell (6:36)
05 - Flesh And The Power It Holds (8:27)
06 - Voice Of The Soul (3:44)
07 - To Forgive Is To Suffer (5:57)
08 - A Moment Of Clarity (7:24)
09 - Painkiller (Judas Priest Cover) (6:03)

sabato 11 dicembre 2010

Shape Of Despair - "Illusion's Play"

Spikefarm Records, 2004
Terzo album in studio per gli Shape Of Despair, band finlandese che si è guadagnata di diritto il titolo di grande nome del funeral doom, anche se non si può di certo dire che sia una band particolarmente produttiva. Da sempre fautori di musica lenta, funerea e malinconica, i nostri proseguono il discorso musicale iniziato con l'ipnotico debutto "Shades Of...", particolarmente sepolcrale e grezzo, e continuato con il mirabile "Angels Of Distress", capolavoro assoluto del genere.

In questo "Illusion's Play" trova spazio un sound meno cupo, meno opprimente e perfino più "leggero", per quanto questo aggettivo non sia applicabile alla musica della band. C'è da dire però che i ritmi non sono più pachidermici e lentissimi come prima, le sonorità delle chitarre sono meno pesanti,  le composizioni si fanno più dilatate e abbondano largamente le parti di pura atmosfera, che lasciano un forte senso di sospensione nell'etere. I brani sono come sempre molto lunghi, non particolarmente complessi a livello di strutture, piuttosto ridondanti e ripetitivi ma sempre carichi di emotività e sentimento. A livello stilistico si può dire che i nostri abbiano mischiato i ritmi ipnotici del primo album con la potenza e l'intensità emotiva del secondo, ma non si tratta di un rifacimento pappagallesco e privo di idee: in "Illusion's Play" si possono notare alcune differenze ed elementi nuovi, come ad esempio il ruolo che qui hanno gli archi e i fiati. Mentre in "Shades Of..." (per quanto riguarda i fiati) e "Angels Of Distress" (per quanto riguarda gli archi) la loro importanza era pari a quella delle chitarre, i primi sono ora ridotti a semplice accompagnamento, i secondi aboliti del tutto. Interessanti anche gli inserti di kantele, tipico strumento a corda finlandese. Inoltre, anche la presenza vocale della brava Natalie è decisamente minore, e le parti vocali ora sono all'appannaggio quasi esclusivo del possente cantato growl di Pasi Koskinen, che se la cava sempre egregiamente nell'esprimere rabbia, disperazione e tristezza. Un cambiamento che a qualcuno potrà non piacere, ma che testimonia il fatto che la band ha comunque cercato di guardare avanti nella propria proposta musicale, variandola anche di poco ma comunque variandola.

L'opener "Sleep Mirrored", interamente strumentale, ricalca un pò quello che fu "Fallen" per "Angels Of Distress": un brano introduttivo che entra già nel vivo del discorso, presentando insistenti riff di chitarra che si intersecano con il tappeto di tastiere in sottofondo, fermandosi e ripartendo in un'alternanza di atmosfera e ritmo. La seguente e lunghissima "Still Motion", nettamente divisa in due parti, è quello che si può considerare il capolavoro dell'album: un'introduzione sofferta, dominata da cori in pulito, ci prende per mano e ci accompagna lentamente verso l'esplosione di rabbia di Pasi, che fornisce qui una delle sue prove vocali più consistenti. Il colpo di grazia lo dà il riff di chitarra  centrale, una vera e propria pugnalata al cuore, assolutamente disarmante per la sua intensità. Mentre il brano continua la sua lenta agonia, rallentando sempre più come ad aumentare la sua drammaticità, di colpo gli strumenti tacciono e lasciano spazio a sette minuti di pura estasi ambient (anche se avrebbero potuto farla durare un pò meno). Il disco prosegue tutto su questa falsariga: "Entwined In Misery" vive di una ritmica particolarmente cadenzata e marziale, "Curse Life" è capace perfino di tenere un ritmo mediamente veloce (sempre in relazione agli standard del gruppo), "Fragile Emptiness"  è ricca di stacchi atmosferici e lavora su interessanti dissonanze che ancora non si erano sentite così prepotenti, mentre la lunga title - track vede Natalie finalmente emergere e prendersi una parte da cantante solista, chiudendo degnamente l'album. I brani non hanno una forte distinzione l'uno dall'altro e tendono ad assomigliarsi tutti, conferendo al disco un'omogeneità simile a quella che si trovava sul loro album di debutto, ma non dotata della stessa carica ipnotica. In conclusione, "Illusion's Play" è sicuramente un buon album, depressivo e intenso quanto basta. C'è da dire che gli manca un pò di quel devastante carattere drammatico di "Angels Of Distress" o dell'atmosfera ferale di "Shades Of...", tuttavia, "Illusion's Play" non sfigura affatto di fronte ai suoi fratelli maggiori e non mancherà di assicurare agli ascoltatori un'ora abbondante di estraniamento e di disperazione gratuita. Per gli Shape Of Despair, una buona prova: ma se l'avesse scritto un'altra band qualsiasi, si griderebbe di sicuro alla pietra miliare del genere. Per cui non abbiate timore, fatelo vostro.

01 - Sleep Mirrored (6:11)
02 - Still Motion (16:31)
03 - Entwined In Misery (8:05)
04 - Curse Life (9:20)
05 - Fragile Emptiness (8:58)
06 - Illusion's Play (12:36)

giovedì 9 dicembre 2010

Agalloch - "Pale Folklore"

The End Records, 1999
Il delicato viaggio silvestre evocato da "Pale Folklore" dà inizio alla florida avventura musicale degli Agalloch, band che oggi tutti gli appassionati di metal conoscono e spesso venerano, ma che come tutte le altre band è partita dal nulla e si è fatta strada solo grazie alla qualità della propria musica e alla passione immessa nel concepirla. Incorporando una vasta gamma di influenze diverse e un gusto melodico a dir poco sopraffino, il gruppo di Portland si fa notare fin da subito per la sua genuina spontaneità, per un songwriting fantasioso e ispirato, e nondimeno per la spettacolare capacità di evocare scenari naturali e immagini bucoliche usando solo le chitarre, senza dover ricorrere a tastiere o suoni sintetizzati, lasciando che solo un centellinato pianoforte dipinga gli ultimi ritocchi di una tela ormai quasi conclusa.

Paganesimo e amore per la natura: questi sono i pilastri su cui si reggono musica e testi degli Agalloch. Dal punto di vista strettamente stilistico, è difficile racchiudere l'album in una casella unica: il gruppo riunisce elementi presi dalla musica folk, dal doom e dal black metal, affiancandoli ad un consistente utilizzo delle chitarre acustiche, le quali spesso intervengono a mitigare i brani garantendo minuti di profonda riflessione. Le due tipologie di chitarre duettano spesso, intrecciandosi come un groviglio di radici secolari, mentre la voce passa da un particolarissimo screaming sussurrato ad un sognante cantato pulito dal sapore pagano e talvolta ritualistico. La sezione ritmica è tranquilla e composta, non costituisce niente di particolare se non un semplice accompagnamento: tutto il lavoro è svolto dal continuo susseguirsi delle linee melodiche, irresistibilmente semplici e piacevoli, che scorrono con una fluidità e una naturalezza sorprendenti. La musica è grezza e prodotta in modo approssimativo, ma nello stesso tempo è molto delicata e soffice, capace di sfumature pregevoli; le ritmiche non sono mai troppo veloci, le chitarre mai troppo graffianti, le composizioni mai francamente aggressive o peggio sconclusionate. "Pale Folklore" è un album pacifico e gentile, dagli sviluppi lineari e semplici nonostante il frequente uso del contrappunto melodico; è un album che sa essere ruvido come corteccia di abete, ma sa anche mostrare il fianco con episodi di estrema dolcezza, come la toccante strumentale "The Misshapen Streed", del tutto priva di distorsioni e dominata dai suoni delicati e argentini di una celesta e di un pianoforte. Il rumore del vento, spesso inserito nelle composizioni, dona quel tocco di atmosfera in più che sembra proprio trasportare in una lontana foresta vergine, come se l'ascoltatore camminasse nei boschi a fianco di orme di lupo e di placidi corsi d'acqua.

Semplicemente meravigliosa è la trilogia iniziale di "She Painted Fire Across The Skyline": dietro il titolo poetico si nascondono venti minuti di melodie suggestive, infiniti arpeggi di chitarra semplici ed efficaci, interventi occasionali di un'evocativa voce femminile, un magistrale Haughm che interpreta alla perfezione uno spirito elementale, ammaliandoci con il suo growl in sordina che tanto ricorda il brulicare sotterraneo degli gnomi e il loro incomprensibile e arcano linguaggio. Momenti riflessivi si alternano con ottime accelerazioni, che però non raggiungono mai il parossismo tipico del black metal, nè si perdono in furiosi sviluppi che hanno poco a che fare con gli Agalloch: il disco scorre con una costante piacevolezza, tra il vivace ritmo e i trascinanti assoli di "Hallways Of Enchanted Ebony", la gelida tristezza di "Dead Winter Days" e la lunga ode conclusiva di "The Melancholy Spirit", episodio a dir poco commovente, specialmente nel triste epilogo affidato all'espressività del pianoforte. Ogni brano è a suo modo ugualmente magico, e il denominatore comune è sempre una sottile malinconia di fondo, che unita ad una notevolissima varietà melodica dei brani rende l'ascolto un vero viaggio all'interno di stati d'animo raccolti e meditativi.

"Pale Folklore" è un mattino che risveglia lentamente una fredda vallata, mentre gli uccellini fanno volare i loro primi cinguettii e il nascente sole pian piano rischiara le rocce, colorandole dapprima di rosa e poi di un bel bianco ardente. E' il profumo della rugiada, è la calma di uno specchio d'acqua ancora incontaminato e puro, è il fruscio delle foglie mosse dalla prima tenue brezza della giornata. Da ascoltare da soli, in silenzio, con la sola compagnia del paesaggio circostante: vi perderete in un sentiero incantato, lastricato di fogliame odoroso e percorso da un venticello caldo e rivitalizzante. Un disco da custodire gelosamente, maneggiandolo con la cura che si dedica ad un fiore essiccato, e decorando la sua nicchia con aghi di pino e resina profumata.

01 - She Painted Fire Across The Skyline I (8:35)
02 - She Painted Fire Across The Skyline II (3:09)
03 - She Painted Fire Across The Skyline III (7:09)
04 - The Misshapen Steed (4:54)
05 - Hallways Of Enchanted Ebony (10:00)
06 - Dead Winter Days (7:51)
07 - As Embers Dress The Sky (8:04)
08 - The Melancholy Spirit (12:27)

mercoledì 8 dicembre 2010

Insomnium - "Above The Weeping World"

Candlelight Records, 2006
Terza release per i finnici Insomnium, formazione dedita ad un death metal melodico piuttosto canonico, certamente non troppo originale ma sempre godibile e suonato con classe indiscutibile. Le influenze dei mostri sacri del genere ci sono tutte: prendendo spunto dagli In Flames ai Dark Tranquillity, le soluzioni ritmico - melodiche - compositive sono sempre quelle e non ci sono particolari innovazioni, se non la pregevole abitudine di inserire ogni tanto delle parti acustiche, nonchè un lieve gusto progressive che ogni tanto varia un pò il songwriting. Si tratta però di un alone di originalità abbastanza vago: il sound risulta, in ultima analisi, piuttosto derivativo e prevedibile. Il che non significa per forza che sia scadente.

"Above The Weeping World" è un album dicotomico, in quanto composto da ottimi pezz che si alternano ad episodi un po' meno interessanti, ed è un peccato perchè i pezzi "buoni" sono davvero molto buoni. La parte migliore del disco si trova in apertura e chiusura:  nell'opener "The Gale" troviamo un'azzeccata e introspettiva melodia di pianoforte, che si trasforma in una potente e roboante cavalcata, davvero toccante nonostante l'estrema semplicità. La seguente "Mortal Share" è forse uno dei pezzi più entusiasmanti e meglio riusciti che io conosca in ambito melodic death metal: un suono di chitarra pienissimo e roboante, melodie ottimamente intrecciate, ritmiche sostenute (si toccano anche degli indiavolati tempi in 7/8, nota di merito!), una voce possente e un turbine di riff che lascia sconvolti ed eccitatissimi per l'energia che riesce a sprigionare. Anche il testo è particolarmente poetico e interessante: parla dell'indifferenza dei cosiddetti Dei verso il mondo reale, mentre l'uomo è condannato a turbinare nell'oscurità senza alcuna guida nè punti di riferimento (i testi sono ispirati in buona parte ai racconti di Edgar Allan Poe). Decisamente un ottimo pezzo sotto tutti i punti di vista: potrebbe addirittura far gridare al miracolo (relativamente parlando).

Purtroppo, il disco non prosegue tutto sugli stessi binari, altrimenti ora starei qui a parlare di capolavoro. La parte centrale cala un pò di tono, poichè i brani, pur essendo tutti piacevoli e ottimamente suonati, non riescono tuttavia a lasciare il segno nell'ascoltatore, scorrendo via un pò anonimi. La situazione però migliora notevolmente con l'avvicinarsi della fine del disco: le ultime tre tracce recuperano vigore, idee ed intensità, risollevando la media anche grazie a numerose parti acustiche e tranquille, nelle quali riposarsi dalle onnipresenti distorsioni. In particolare merita una menzione l'ultimo brano "In The Groves Of Death", il più lungo e più progressive del disco, dotato di un'importante carica emotiva che chiude l'album nel migliore dei modi, andando a ripescare la vena malinconica degli Insomnium, ciò che li caratterizza nei loro momenti migliori. Certamente gli Insomnium non sono il gruppo più originale e ispirato del mondo,  ma sono indubbiamente una buona ed onesta band. "Above The Weeping World" non è certamente un capolavoro, ma  nemmeno un fiasco: è un disco godibile e abbastanza interessante da meritare un'ampia sufficienza, soprattutto per via della fantastica "Mortal Share", che da sola vale l'intero album. I fan del genere potrebbero innamorarsi perdutamente degli Insomnium, ma chi non ha mai apprezzato troppo In Flames e Dark Tranquillity difficilmente ne rimarrà impressionato. Ma un ascolto lo meritano di sicuro.

01 - The Gale (2:41)
02 - Mortal Share (4:00)
03 - Drawn To Black (6:00)
04 - Change Of Heart (4:30)
05 - At The Gates Of Sleep (7:05)
06 - The Killjoy (5:22)
07 - Last Statement (7:32)
08 - Devoid Of Caring (5:40)
09 - In The Groves Of Death (10:07)

martedì 7 dicembre 2010

In The Woods... - "Heart Of The Ages"

Misanthropy Records, 1995
All'inizio c'erano i Green Carnation, band norvegese dedita ad un interessante progressive metal. Da una divisione interna del gruppo nacque il progetto In The Woods..., gruppo che rimase sempre nell'underground, si sciolse dopo la pubblicazione di tre album e poi proseguì in parte la propria carriera, poiché alcuni membri rientrarono negli stessi Green Carnation. La parentesi che questa band norvegese ha saputo creare è tuttavia indiscutibilmente eccezionale, nonostante l'effimero successo commerciale e la generale incomprensione da parte del pubblico, incomprensione che definirei quasi criminale, vista la notorietà che certi cialtroni hanno guadagnato lasciando in ombra gruppi infinitamente più validi.

Gli In The Woods... poggiano su una base black metal, ma talmente raffinata e contaminata da influenze diverse (in particolare il rock progressivo e la psichedelia di stampo Pink Floyd, ma non solo) da rendere quest'appartenenza una mera esigenza di classificazione. "Heart Of The Ages" è il primo album di questa dimenticata band, che mostra un gruppo talentuoso e ispirato, non fermo solamente ad alcuni stilemi ma aperto ad ogni genere di sperimentazione e commistione di suoni e generi musicali. La copertina illustra molto bene il carattere musicale del disco: magnificenza e bellezza dei paesaggi e della natura, epicità e poesia, ma nello stesso tempo grezzume e ferocia, in una perfetta rappresentazione di Madre Natura, capace delle espressioni più sublimi come delle crudeltà più atroci. La musica del gruppo non può non ricordare i maestosi paesaggi norvegesi, tra fiordi, montagne e aurore boreali. Il lunghissimo brano posto in apertura dell'album è alquanto emblematico: dopo tre minuti di un'introduzione ripetitiva, delicatissima e sognante (psichedelia pura), si apre un brano di una bellezza sconvolgente, solennemente drammatico, dominato da una voce profonda e malinconica che incanta immediatamente. Un inizio del genere presagisce di sicuro ad un capolavoro, ma i nostri non si accontentano di ammaliarci, vogliono anche stordirci: dopo diversi minuti il brano cambia completamente direzione, si incattivisce diventando veloce e tagliente, e il cantato celestiale diventa quasi un grido di terrore: uno screaming acutissimo e tremendamente stridente, tra i più esasperati che si ricordino nel panorama black metal. Qualcuno potrebbe rimanere scandalizzato da questo repentino cambio di forma, così come sono rimasto basito io, la prima volta che l'ho sentita: ma dopo ripetuti ascolti (nel mio caso ci sono voluti alcuni anni) queste disumane urla acquistano un notevole fascino, e riescono infine ad infrangere il muro di diffidenza che facilmente formano. Il brano si chiude con una ripresa del tema portante iniziale, e il disco continua su binari via via sempre diversi, abbracciando anche sonorità gothic - doom, e non dimenticandosi mai di mantenere il suono monolitico e lievemente zanzaroso delle chitarre, che tanto ha dato al black metal. Si va da brani più facilmente assimilabili come "Heart Of The Ages", pregevole nelle sue cadenzate ritmiche di chitarra e nelle sue ottime melodie, ad episodi particolarmente aggressivi come l'aspra "In The Woods" e soprattutto l'interminabile "Wotan's Return", quindici minuti di gelo nordico che solo raramente lascia un pò di respiro con qualche break di tranquillità, scandito dal suono di uno scacciapensieri e dai rumori di una foresta densa di creature mitiche. Emozionanti anche le orchestrazioni, appena accennate ma meravigliose, che regalano momenti di estasi sia da sole, sia affiancate al pesante incedere della chitarra ritmica.

Nell'album c'è spazio anche per un paio di sorprendenti pezzi strumentali, "Mourning The Death Of Aase" e "Pigeon", entrambi espressione di uno stato sognante, grazie all'uso di  vocalizzi femminili (impossibile non fare paragoni con la sempreverde "The Great Gig In The Sky" dei Pink Floyd) nonché di melodie e armonie sospese ed evanescenti, quasi impalpabili. Ma a mio parere è con la conclusiva "The Divinity Of Wisdom" che il disco raggiunge il suo apice, ponendo tutti gli elementi che lo costituiscono in un'unica summa compositiva: nove minuti di grezza epicità, tra la possenza delle chitarre e le magnifiche orchestrazioni di fondo, la voce pulita maschile e femminile che si alterna con lo screaming tagliente e gelido, fantastiche accelerazioni seguite da brusche frenate, e come conclusione un assolo di chitarra indimenticabile, che gronda sangue e dolore.

Sicuramente "Heart Of The Ages" è un album di black metal, ma si tratta di un black metal trascendente, che non rinnega le proprie radici ma si rende talmente poliedrico da meritarsi l'appellativo di geniale. Il disco non è certamente facile da assimilare: è probabile che ad un primo ascolto possa lasciare perplessi e poco motivati ad approfondirlo, e questo può proseguire anche per gli ascolti successivi, finché finalmente la musica non riuscirà ad abbattere la barriera e arriverà dritta al cuore, e allora non ci sarà più niente da fare. Chi arriverà a quel punto è destinato ad innamorarsi perdutamente degli In The Woods... e della loro originalità, genuinità e passione, che purtroppo non ha avuto molto riscontro di pubblico (ma forse è meglio così, sono rimasti un gruppo d'elite). Un album grezzo eppur raffinato, emozionante eppure difficoltoso e aspro: questo è "Heart Of The Ages", prendere o lasciare.

01 - Yearning The Seed Of A New Dimension (12:27)
02 - Heart Of The Ages (8:26)
03 - In The Woods (7:54)
04 - Mourning The Death Of Aase (3:37)
05 - Wotan's Return (14:58)
06 - Pigeon (3:02)
07 - The Divinity Of Wisdom (9:07)