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lunedì 20 agosto 2012

Summoning - "Lugburz"

Napalm Records, 1995
Se chiediamo ad un sincero appassionato di underground che tipo di musica suonino i Summoning, è difficile che egli riesca a risponderci in tempi brevi: tenderà piuttosto a fare un lungo giro di parole per spiegare quanto la musica di questo duo austriaco sia epica e sontuosa, grezza e raffinata allo stesso tempo, concettuale e particolarmente attenta alle atmosfere, maestosa e meravigliosa quando partono certe melodie che si stampano in testa come francobolli indelebili. Egli vi citerà probabilmente, come migliori esempio della vita della band, dischi eccellenti come "Minas Morgul", "Dol Guldur" e "Stronghold"; ma quasi nessuno si ricorderà di questo "Lugburz", il primo vero album della band dopo gli svariati demotape, l'unico disco in cui il gruppo era ancora un terzetto e annoverava tra le proprie fila un batterista in carne e ossa. Perchè questo disco viene spesso tralasciato e relegato ad esordio debole e scialbo?

La risposta più semplice è: perchè non è un disco "alla Summoning" ! E non mi sento di criticare quest'affermazione, poichè è assolutamente vera. "Lugburz" è molto lontano dalle magniloquenti cavalcate che troviamo nei successivi album, è lontano dal concetto di epicità in senso stretto, è un disco se vogliamo "primordiale" e gelido. La componente black metal, che con gli anni andrà sempre più a sfumare in favore della melodia e della pomposità, è qui presente in massima parte, e si esprime in brani abbastanza brevi (secondo gli standard del gruppo), veloci e martellanti, dai riff taglienti come spade di ghiaccio, e poco popolati dai sintetizzatori che successivamente verranno usati in quantità industriali. Si intuisce nel riffing una buona propensione verso la ricercatezza e le melodie sviluppate, ma il tutto deve ancora sbocciare e per ora è espresso solo in parte, come una crisalide che ancora non è diventata farfalla ma che già cela al suo interno, ben nascosti, i suoi meravigliosi colori. Queste tinte cromatiche appaiono di tanto in tanto come aperture melodiche che spezzano la crudezza della batteria e della voce, latrata e distante come il lamento di un lupo solitario e ferito; oppure in evocativi intermezzi puliti come il pianoforte posto al centro di "Flight Of The Nazgul" (spesso considerata come il miglior brano del CD, e il più vicino a ciò che i Summoning diventeranno poi). Niente male anche la drammatica "Dragons Of Time", dall'introduzione particolarmente coinvolgente, e fa la sua bella figura anche l'intro "Grey Heavens", momento di serenità e spensieratezza che viene poi spazzato via dall'incedere ruzzolante del resto dell'album.

Per quanto "Lugburz" venga spesso bistrattato, io non lo ritengo affatto un album poco riuscito o privo di idee; il suo problema è il confronto con i dischi che sono seguiti, i quali lo schiacciano impietosamente sotto tonnellate di superiorità. Ma preso così com'è, questo disco è di tutto rispetto: una violenta e grezza rappresentazione delle malvagità racchiuse nelle lande di Mordor, o della veloce marcia dei perfidi Uruk - Hai lungo il fiume. Non gli manca l'atmosfera, nonostante sia ben lontana dai veri Summoning; e non gli manca l'ispirazione, poiché il disco non annoia e si lascia ascoltare piacevolmente, pur nella sua lieve staticità. "Lugburz" è un tassello fondamentale per comprendere appieno la storia dei Summoning, e non può essere ignorato, sarebbe un vero peccato metterlo da parte così impietosamente. Sostanzialmente, un album da rivalutare.

01 - Grey Heavens (1:45)
02 - Beyond Bloodred Horizons (3:37)
03 - Flight Of The Nazgul (7:07)
04 - Where Winters Forever Cry (4:04)
05 - Through The Valley Of The Frozen Kingdom (6:22)
06 - Raising With The Battle Orcs (5:44)
07 - Master Of The Old Lure (4:14)
08 - Between Light And Darkness (3:29)
09 - The Eternal Lands Of Fire (3:36)
10 - Dragons Of Time (6:01)
11 - Moondance (4:46)

Oskoreien - "Demo 2006"

Autoprodotto, 2006
Se conoscete gli Oskoreien, probabilmente siete degli appassionati di ultra underground, quel genere di ascoltatori piacevolmente malati che cercano sempre di scoprire le band più nascoste possibile, consapevoli del fatto che è tra quel substrato che si nascondono le migliori sorprese. Anch'io faccio parte di questa categoria, come penso sia abbastanza evidente, e quando ho scoperto gli Oskoreien sono rimasto veramente stupito, per non dire folgorato, dalla bravura e dalla naturalezza con cui un ventunenne cantante e polistrumentista riuscisse a imbrigliare generi come il black e il folk per farne musica fresca, genuina e ricca di contenuti e significati. Per ora, l'omonimo full length "Oskoreien" è ancora l'unico disco della band, ma se si va un po' a spulciare nei siti specializzati, si scopre che prima di quella pubblicazione gli Oskoreien hanno prodotto questo demo strumentale, dalla durata di appena dieci minuti, ma più che sufficiente per inquadrare la bravura della band nascente.

Lo stile cambierà e si raffinerà con l'arrivo del primo album ufficiale, ma già qui non si scherza. Le cinque brevi tracce che compongono il demo sono paragonabili a cicloni di melodia e potenza; con un'attitudine derivante in buona parte dalla scuola melodeath svedese, unita al sano grezzume del black metal, il dischetto risulta semplicemente irresistibile. Se ascoltato tutto di fila, sembra un'unica lunga canzone che contiene di tutto, evolvendo le proprie melodie in maniera costante e irresistibile, come una cavalcata che passa continuamente dal trotto al galoppo, ma senza quasi mai arrivare al passo. Una sezione ritmica ben pompata, accompagnamenti di tastiere un po' alla Summoning (e un po' alla Monsorrow), un gusto melodico sopra il normale, energia dirompente: una volta arrivati in fondo si ha facilmente la tentazione di immergersi nuovamente in questa piacevolissima tempesta melodica. Non c'è voce, ma non se ne sente la mancanza: la musica riesce ad essere pomposamente ricca e convincente anche senza linee vocali. Poco materiale in senso stretto, ma di indubbia qualità considerando l'età del musicista in questione, che all'epoca era poco più di un adolescente: se vi è piaciuto il suo album di debutto (e se non lo conoscete ve lo consiglio molto caldamente), troverete in questo demo una piccola gemma che merita sicuramente più di un ascolto.

01 - Odainsvellir (2:39)
02 - Oskoreien (2:57)
03 - Mjöllnir (2:28)
04 - Heidenlärm (2:41)

sabato 18 agosto 2012

Mournful Congregation - "The Book Of Kings"

Weird Truth Productions, 2011
Qualcuno ci salvi dalla bellezza del nuovo lavoro dei Mournful Congregation. La prima frase che mi viene in mente per descriverlo è proprio questa: tanta e tale è la quantità e la qualità di materiale presente nei suoi settantasei minuti, che si rischia di venire soffocati da una tale dimostrazione di forza e superiorità. Nel loro genere, i quattro australiani non sono una band che le manda a dire: dopo una carriera ormai quasi ventennale, hanno prodotto dischi che sono rimasti nella storia del funeral doom, non solo per via della loro enorme bellezza, ma anche per via della spiccata personalità del gruppo, che viene spesso considerato come la mosca bianca della scena funeral doom. Sarà che il sound dei Mournful Congregation è sempre stato piuttosto rarefatto e onirico, sarà che hanno sempre preferito le melodie ariose e appassionate ai muri di chitarre stantii, sarà che hanno sempre amato sperimentare e inserire nelle loro chilometriche canzoni degli elementi insoliti per una band funeral, come le sezioni di chitarra acustica; sarà per tutto quello che volete, ma io continuo a considerare i Mournful Congregation come una delle migliori realtà del funeral doom metal mondiale, e questo nuovo mastodontico lavoro è qui per dimostrarci che ancora una volta i quattro depressi australiani hanno intenzione di annientare completamente le nostre già provate anime.

Ancora una volta la tracklist è composta da quattro brani di durata pressochè infinita, dato che il più corto misura "solo" dodici minuti e il più lungo arriva addirittura ai trentatrè. Ciò potrebbe spaventare l'ascoltatore neofita, ma non certo il fan di vecchia data dei Mournful Congregation, abituato alle mazzate di sontuosa depressione che il gruppo elargisce. Ma non è solo la durata delle tracce a coincidere con ciò che i nostri facevano tempo addietro: è tutto l'album a non discostarsi granchè dai canoni della band, se non fosse per qualche piccolo elemento che porta un po' di nuova varietà, ma si tratta comunque di piccolezze. Quello che i Mournful Congregation ci propongono è il solito affresco di sentimentalismo oscuro e possente forza espressiva, espresso da brani che nessuno riuscirà mai a ricordare per intero a memoria (a meno che non li ascolti per anni interi), tanto sono articolati e sviluppati al loro interno. Lentezza che in certi tratti si fa insostenibile, grandiosità cinematografica trasfigurata in poesia oscura, vocalità a dir poco opprimente e plumbea (interessante il maggior spazio dato alla voce pulita, anche se talmente funerea da superare il growl in quanto ad angosciosità), lavoro di chitarra che sfiora il sublime grazie alla meravigliosa alternanza tra riffing dilatato, melodie magniloquenti e lunghe riflessioni affidate alla sola chitarra acustica, mesta e derelitta. Inizialmente si fa molta fatica a seguire il corso dei brani, più simili al fluire di un torrente incerto che al regolare scorrere dei venti costanti equatoriali; non è difficile considerare questo lavoro come una mezza delusione, se lo si ascolta superficialmente. Ma come tutti i grandi classici, la magia è racchiusa all'interno e bisogna avere pazienza per scoprirla: sarà così che, in un momento dove l'anima è disposta favorevolmente ad accogliere le funerarie note dei Mournful Congregation, il velo si schiuderà all'improvviso e il disco rivelerà la sua intrinseca meraviglia. Ecco che le stanche chitarre acustiche di "The Bitter Veils Of Solemnity" non saranno più noiose, ma al contrario diventeranno un lento lamento che ci accompagna nei nostri momenti più bui; sarà così che le piangenti linee melodiche di "The Waterless Streams" diventeranno la cristallina sonorizzazione della nostra malinconia; sarà così che l'interminabile, bellissima suite conclusiva "The Book Of Kings", che con il suo respiro antico e sfibrante ci farà tremare il cuore, in trentatrè minuti di maestosa esultanza funebre che si concludono con un finale d'organo che ha del soprannaturale. Ecco che l'apparente staticità stilistica del gruppo si rivela essere una scelta fondamentale e importantissima, in quanto permette loro di consolidare il loro stile disco dopo disco, aggiungendo tasselli poco alla volta per migliorare sempre più il già eccelso livello qualitativo.

Difficile valutare in poche parole la portata artistica di questo lavoro, talmente complesso e pachidermico da richiedere decine se non centinaia di ascolti per essere compreso pienamente. Quello che ho scritto finora non è altro che l'inizio di un percorso che ho intrapreso con quest'album; sono ben lungi dall'averlo compreso, assimilato e interiorizzato completamente. Tuttavia, sono certo che qualsiasi nuovo sviluppo futuro non farà che confermare il mio pensiero, aggiungendo convinzione all'idea che questo disco sia un capolavoro immane e una definitiva affermazione di questa stupenda band, così ingiustamente messa in disparte. Sta a voi adesso immergervi nella sfida dell'assimilazione di "The Book Of Kings", un compito arduo ma che potrebbe portarvi a stravolgere il vostro modo di vedere la musica.

Ancora una volta, inchino ai Maestri. Non si trova facilmente un disco come questo, credetemi.

01 - The Catechism Of Depression (19:19)
02 - The Waterless Streams (12:18)
03 - The Bitter Veils Of Solemnity (12:02)
04 - The Book Of Kings (33:10)

Agalloch - "Faustian Echoes"

Dammerung Arts, 2012
Oramai, quando esce un qualsiasi nuovo lavoro targato Agalloch, serpeggia tra i fan una certa agitazione. La band di Portland ha saputo crearsi un proprio stuolo di fan che seguono con attenzione ogni loro movimento, e fremono alla notizia che c'è del nuovo materiale pronto per l'ascolto; è per questo motivo che quando è stato reso annunciato questo extended play, la gente si è precipitata in massa sul sito della band chiedendo di poterlo ascoltare in anteprima, e alla fine sono stati tutti accontentati grazie ad un link dove era possibile ascoltare il disco in streaming. Nell'attesa che il disco sia ufficialmente disponibile per l'acquisto in copia fisica, scrivo questa recensione dopo aver ascoltato più volte la traccia gentilmente offerta dalla band.

Dopo un disco controverso ma a mio parere splendido come "Marrow Of The Spirit", che spostava le coordinate della band verso un sound più black oriented e più enigmaticamente oscuro rispetto agli esordi, tocca a "Faustian Echoes" il compito di portare avanti questo nuovo filone musicale. Ispirato al noto capolavoro di Goethe, questo dischetto monotraccia dalla durata di ventun minuti e mezzo ha la caratteristica di non suonare esattamente come ci si aspetterebbe dagli Agalloch, anche perchè è risaputo che quando questa band incide un extended play, il più delle volte lo fa per sperimentare qualcosa e per mostrare un volto leggermente differente da quello che si conosceva già. "Faustian Echoes" è un brano a tratti molto aspro, capace di accelerazioni repentine  e di devastazioni in blast beat così come di momenti di inquieta riflessione; è dominato da un growl non più sussurrato come in "The Mantle", ma da un growl - scream rancido e greve; è infarcito di momenti recitati e di arpeggi obliqui che ricordano quasi le gelide contorsioni del black metal norvegese. Non si fa fatica a riconoscere, comunque, la mano di Haughm e soci quando si tratta di suonare un po' più melodici, anche se questi momenti di ritorno al passato non sono poi molti, nell'economia totale dell'album. Questo brano esplora maggiormente i lidi oscuri, drammatici se vogliamo, evolvendosi progressivamente con quella flemma tipica del gruppo che lentamente arriva dove vuole e ci conduce per mano in un affascinante viaggio in terre gelate e malinconiche.

Essendo la naturale prosecuzione dell'ultimo full length, le sezioni acustiche non abbondano, e quando ci sono risultano piuttosto limitate e compresse, fungendo da abbellimenti che sottolineano i momenti chiave. Esse sono state messe in secondo piano per far risaltare maggiormente la componente elettrica e le atmosfere depressive, perfettamente espresse dalle chitarre in tremolo e da una produzione che ancora una volta  è leggermente incerta, e proprio per questo ottimamente calata nel contesto generale. In sostanza, i ventun minuti scorrono piacevolmente nel lettore, magari non facendo gridare al miracolo, ma confermando ancora una volta l'indiscussa classe di questa band, ormai affermata come una delle migliori realtà del mondo metal. "Faustian Echoes" è in definitiva un dischetto da considerare come un ponte di passaggio, un momento di transizione che presumibilmente aiuterà a spostare le coordinate sonore ancora un po' più in là nella ricerca di un suono crepuscolare e spigoloso. Ma sapendo che gli Agalloch ci hanno abituato a cambi di direzione repentini, non ci metterei la mano sul fuoco: chissà cosa tireranno fuori dal cilindro la prossima volta...posso solo scommettere che sarà ancora una volta un lavoro di qualità assoluta, come sempre.

01 - Faustian Echoes (21:35)

martedì 14 agosto 2012

Tool - "Lateralus"

Volcano Entertainment, 2001
Alla fine del secolo dei lumi, il celebre filosofo prussiano Immanuel Kant andava affermando che "la conoscenza senza ragione è cieca, senza esperienza è vuota". Da sempre al progressive è stata appiccicata l'etichetta di musica vacua, troppo razionale e senza vere buone idee che potessero reggersi da sole in una forma canzone più tradizionale, come la sola ragione, non sufficiente a definire una forma di conoscenza che potesse reggersi su se stessa. Se la rivoluzione del rock, in questo senso, è già avvenuta con dischi quali “Red” dei King Crimson, il metal, fino all'uscita di questo disco ormai nel lontano 2001, è stato orfano di un disco che combinasse composizione, riflessione e anima

E' una rivoluzione. Il disco riesce a riscrivere il modo di creare musica progressive ed influenzerà tutte le band alternative e progressive metal a venire. Musicalmente, la chitarra assume un approccio minimalista: nessuna nota fuori posto, potenti accordi scandiscono fredde sezioni ritmiche, le parti strumentali invece assumono tinte lisergiche ed oblique, lontane dalla forma assolo in uno stile che è la naturale evoluzione di quello del collega del re cremisi,  Robert Fripp. La sezione ritmica, a metà strada fra post hardcore e new wave, viene esaltata e messa in primo piano, basso e batteria si fondono applicando il tribalismo africano in una raffinata e sintetica forma metal. Questo è possibile solamente grazie a degli specialisti dello strumento che non hanno rivali in circolazione, quali Justin Chancellor al basso e Danny Carey alla batteria. Quest’ultimo in particolare riesce a suonare il proprio strumento in una particolare ed innovativa forma timbrica. Il cantato cessa di essere un esercizio di raggiungimento di tonalità elevate: agli acuti vengono privilegiati versatilità, cambio di timbro, e, non ultimo, spessore compositivo dei testi. Il risultato finale è un amalgama di suoni talmente unico che sancisce la creazione di un “prima e dopo” l’ascolto, vista la portata creativa ed innovativa di questa, davvero, nuova musica.

Ma non è solo per la forma che il disco assume un’importanza cruciale: anche nei contenuti il disco è un capolavoro. E’ impossibile non rimanere ammaliati dalle costanti progressioni di "The Grudge", prima traccia in forma quasi "classica" dove un Maynard James Keenan in stato di grazia tiene, modulando la sua voce, modificando il timbro, le redini di una elegantissima suite che si evolve, quasi mitotica, brulicante, fra richiami letterari, misticismi e ossessioni divinatorie. Subito dopo si fa largo un pezzo obliquo, fatto ora di vuoti siderali, ora di chitarre tagliate, autentiche "emozioni distorte", concedetemi il termine, incarnate in "The Patient" che, dopo un magnifico crescendo, sembra quasi implodere per poi risalire in un tripudio di sovraincisioni vocali. Uno dei punti cardine del disco è forse rappresentato dall’indescrivibile “Lateralus”, la title track propone, infatti, oltre ai già preziosi ingredienti degli altri brani, anche un cantato dove le sillabe vengono scandite in modo da formare una sequenza di Fibonacci. Anche i tempi sono mescolati a seconda dello strumento in modo da creare chiari richiami alla matematica. E' importante sottolineare che questo è tutt’altro che un esercizio fine a se stesso: il testo e la musica, assieme alla sequenza di Fibonacci, crescendo come una spirale, si fondono assieme dando vita ad un vortice ascetico che sembra muoversi fino ai confini dell'universo, anche quando la splendida traccia finisce. Nella sezione più eterea di questo album segue, però, quello che è l'altro grande capolavoro del disco: “Reflection”, una batteria dall'approccio tribale guida un Maynard davvero “illuminato” in un rarefatto canto dalle meravigliose liriche, ispirate alle fasi lunari, sospeso fra un tappeto di sintetizzatori ed eteree propagazioni di chitarre strozzate. Il risultato di questa straniante stratificazione è un brano atipico, dalla devastante bellezza. Va detto che tutti i brani di questo disco meriterebbero una menzione a se, l’elevatissimo livello qualitativo dell’album è mantenuto intatto per tutta la durata del disco, ad eccezione forse di 3 piccolissimi pezzi filler, secondo chi recensisce evitabili, ma che, comunque, contribuiscono a creare un'idea "estetica" del contenuto del disco. Parlando di estetica i Tool sono riusciti nell'impresa di comporre, con un'abilità ineguagliata, una musica dal carattere impressionista, dove davvero la piacevolezza dell’ascolto è unita, in qualche modo, alle sensazioni date dalle arti visive. Infatti, nonostante si "ascolti" un disco, la sensazione che si ha è quella di "vedere" lo scorrere di mutevoli immagini. Una nota a parte va al meraviglioso lavoro del chitarrista Adam Jones, autore dei visionari quanto enigmatici video della band che aggiungono, incredibilmente, altro spessore creando un’esperienza di fruizione artistica difficile da definire se non “totalizzante”.

Tutto questo ancora non basta a far capire quanto bello ed importante sia questo “Lateralus”, potrei parlare delle meravigliose citazioni letterarie, dei cenni alla filosofia, orientale e occidentale, di quelli alle teorie dell’inconoscio collettivo di Jung e Strauss, dell’arte divinatoria e di tantissimi altri riferimenti, per un disco che fa della profondità il suo vero punto di forza riuscendo, sopratutto, a giocare anche con la cultura di chi ascolta, oltre che con la propria. Tutto questo però sempre con una certosina attenzione a non creare inutili orpelli: tutto dev’essere funzionale, perchè ricordando le parole di Maynard “Over thinking / over analyzing / separates the body from the mind”, non bisogna prendersi troppo sul serio. Razionalizzando troppo non si ottiene nulla, verità applicabile anche alla musica. Ed è proprio partendo da questa consapevolezza che, passando per il loro terzo occhio, i Tool creano il più  importante disco del metal moderno. Saturno è asceso, fra il primo e il decimo, percorrendo una spirale eterna: rivoluzione copernicana avvenuta.

01 - The Grudge (8:36)
02 - Eon Blue Apocalypse (1:05)
03 - The Patient (7:14)
04 - Mantra (1:13)
05 - Schism (6:48)
06 - Parabol (3:04)
07 - Parabola (6:04)
08 - Thicks And Leeches (8:10)
09 - Lateralus (9:24)
10 - Disposition (4:46)
11 - Reflection (11:08)
12 - Triad (8:47)
13 - Faaip De Oaid (2:39)

domenica 12 agosto 2012

The Ocean - "Precambrian"

Metal Blade Records, 2007
Presentazione: In principio era il caos. Ma ciò non per un fantasioso intervento divino o per scelta di qualche improbabile architetto, bensì in virtù del Big Bang che diede il via all’espansione dell’universo. Fu in questo processo che a lungo andare ebbe origine il nostro sistema solare, e con esso il nostro pianeta, circa quattro miliardi e seicento milioni di anni fa. Il nostro pianeta...la sua storia e di come su di esso ebbe origine la vita è qualcosa di emozionante, di mozzafiato. Sebbene le prime semplici forme di vita comparvero già circa quattro miliardi di anni fa, fu solo con la cosiddetta esplosione cambriana, vecchia di 530 milioni di anni, che le forme di vita conobbero un vero e proprio sviluppo: in questo periodo di tempo relativamente breve, esse si differenziarono in modo molto più rapido di quanto non fosse mai successo. Da qui in avanti la vita andò evolvendosi verso forme sempre più complesse, fino ad arrivare al mondo come lo conosciamo oggi. Ma che ne è del lunghissimo periodo di oltre quattro miliardi di anni che precede l'esplosione cambriana? Esso è detto Precambriano, ed è a sua volta suddivisibile in tre sottoperiodi: l'Adeano, il più antico e breve, in cui il bombardamento di asteroidi e le copiose eruzioni vulcaniche rendevano la Terra un luogo proibitivo; l'Archeano, caratterizzato dall'inizio della fotosintesi da parte di alcuni organismi acquatici; e il Proterozoico, in cui l'atmosfera terrestre si arricchì di ossigeno. Imprimetevi questi nomi nella mente, e poi guardate la tracklist di Precambrian: scoprirete così che anche Robin Staps, leader e fondatore dei The Ocean, coltiva questa grande passione per l'origine della vita, e ha deciso di dedicarle il terzo full-length della sua band.

Stile: Un doppio CD? Strano...ma poi che senso ha? Perché il secondo dura un'ora abbondante, e il primo supera di poco i venti minuti? E perché il secondo disco presenta brani complessi, virtuosi e strumentalmente vari, mentre il primo è composto da cinque brevi pezzi semplici e diretti? A cosa cavolo serve questo primo mini-dischetto? Potevano benissimo risparmiarselo e pubblicare solo il secondo. Questi sono i commenti degli ignoranti, i quali a quanto pare non sono stati sfiorati nemmeno lontanamente dall'idea che se una band come i The Ocean fa una scelta, essa ha sicuramente un senso ben preciso. Nella fattispecie questa scelta stilistica è dovuta al voler rappresentare musicalmente i succitati periodi geologici del nostro pianeta. L'Adeano e l'Archeano, selvaggi, furibondi, senza fronzoli né mezzi termini, senza nulla di diverso da chitarra, basso e batteria; e poi il Proterozoico, la complessa formazione dell'atmosfera, primo raffinato passo in direzione della vita e della sua futura evoluzione nelle mille e mille forme che conosciamo oggi. E' per questo che nel secondo, lungo disco compaiono brani progressivi, generosi nei loro ricercati passaggi musicali, sfarzosamente arricchiti da violino, viola, violoncello, pianoforte e sassofono. Per il resto l'impatto sonoro è simile a quello ben noto della band: sonorità pesanti ma pulite che danno vita al loro caratteristico post-sludge, stile canoro misto tra harsh e clean. Così possiamo dire che il secondo disco può essere considerato come un'ulteriore evoluzione di quel capolavoro chiamato Fluxion, mentre il primo è una chiara ripresa dell'aggressività organizzata di Aeolian.

Valutazione: Non è raro che i dischi così ambiziosi sulla carta finiscano per deludere nella pratica non poche persone, quelle persone che vorrebbero vivere tutta la vita della solita solfa trita e ritrita dai sapori fin troppo familiari, e troppo facile da digerire. E' forse anche per questo che non pochi dei dischi più belli non vengono compresi, e vengono di conseguenza trattati con irritante sufficienza, o addirittura umiliati. Ma fortunatamente i The Ocean hanno sempre abituato il loro pubblico ad una musica ambiziosa, e riuscirà quindi meno difficile concedere a Precambrian la gloria che gli spetta di diritto. Ascoltare il secondo disco Proterozoic è qualcosa di indescrivibile: nell'ammirare le sue circonvoluzioni c'è letteralmente da perdersi, e i suoi numerosi passaggi sopraffini sono in grado di emozionare come se si trattasse della storia più commovente che vi abbiano mai narrato. Ascoltarlo dopo essersi sparati un po' di adrenalina in endovena con Hadean/Archean è ancora meglio! Ascoltarlo immaginando poi di rivivere la storia del nostro pianeta non ha prezzo...sembra di essere dapprima investiti da una devastante tempesta di meteoriti, e di passeggiare in seguito tra le insidie del desolante inospitale scenario che rimane una volta che questa è cessata. E' un'emozione unica, ferocia e tecnica che si mescolano alla perfezione, pesantezza e raffinatezza insieme in un corpo unico. Superbo. Ma la genialità di Robin Staps non è mai paga, ed è dai sottotitoli di ciascun brano che si intravede l'ulteriore sorpresa: egli ha probabilmente usato i periodi geologici dell'evoluzione del nostro pianeta come metafora per trattare tematiche di stampo sociale, politico e religioso. La continua evoluzione del pianeta Terra usata per descrivere la continua involuzione della stupidità umana: indubbiamente allettante. Vi confesso tuttavia che, mea culpa, non ho approfondito questo aspetto del disco; mi limito quindi a sussurrarlo timidamente...ora la pulce è nel vostro orecchio.

Conclusione: Così come l’esplosione cambriana è stato uno dei passi più repentini e significativi nella storia dell’evoluzione della vita, allo stesso modo Precambrian è il passo decisivo nell’evoluzione stilistica dei The Ocean: si fa ritorno con decisione alla complessa magniloquenza di Fluxion, magniloquenza che diviene ancor più arabescata e raffinata; ed è un ritorno più che gradito. Precambrian è un discone che fa gola a chiunque ami la musica nella sua accezione più generale, oltre che un doveroso tributo alla umile luce della ragione e della conoscenza contrapposta al presuntuoso buio pesto del dogmatismo religioso. Capolavoro. Lavatevi le orecchie prima di ascoltarlo.

Disco 1: Hadean/Archean
01 – Hadean (The Long March Of The Yes-Men) (03:48)
02 – Eoarchaean (The Great Void) (04:46)
03 – Palaeoarchaean (Man And The Sea) (02:46)
04 – Mesoarchaean (Legions Of Winged Octopi) (05:20)
05 – Neoarchaean (To Burn The Duck Of Doubt) (05:24)

Disco 2: Proterozoic
01 – Siderian (01:57)
02 – Rhyacian (Untimely Meditations) (10:57)
03 – Orosirian (For The Great Blue Cold Now Reigns) (06:29)
04 – Statherian (05:58)
05 – Calymmian (Lake Disappointment) (08:19)
06 – Ectasian (De Profundis) (08:58)
07 – Stenian (Mount Sorrow) (08:20)
08 – Tonian (Confessions Of A Dangerous Mind) (07:18)
09 – Cryogenian (03:32)

venerdì 10 agosto 2012

Ignition Code - "NewTek Lie"

To React Records, 2012
Non manca di certo la carica di violenza agli Ignition Code, formazione italiana che mescola death metal melodico, thrash metal, hardcore, grindcore e una piccola parte di technical death (ma molto piccola), confezionando un album piuttosto breve ma molto intenso per quanto riguarda l'impatto sull'ascoltatore. L'ottima tecnica dei musicisti coinvolti, espressa attraverso brani compressi e schiacciasassi, non lascia dubbi su ciò che il gruppo vuole ottenere: un bagno sonoro di distorsioni e furore rabbioso, solo sporadicamente rotto da alcune aperture melodiche, ma quasi sempre incentrato sulla distruzione totale di tutto ciò che si trova sul suo cammino.

In brani che non superano mai i quattro minuti e mezzo di durata, la band imprime tutta la propria selvaggia potenza, scaricandoci addosso tonnellate di metallo incandescente e divertendosi a cambiare i ritmi e a rivoltare i riff di chitarra come gli pare e piace, lasciandoci piacevolmente storditi da questo marasma di costante acrimonia. Assieme agli strument indiavolati, ottima protagonista è la voce growl, la quale concede ben poco spazio alle parti strumentali, ruggendo in maniera pressochè continua e vomitando odio sulle nostre anime. Fino a qui, sembra che vada tutto benissimo, che il disco sia una pacchia per gli amanti del metal estremo, i quali non potrebbero desiderare di meglio; tuttavia, ciò è vero solo in parte. Per un fanatico del genere gli Ignition Code andranno sicuramente bene, ma risulteranno invece difficili da digerire ad un ascoltatore più cosmopolita, poiché alla fine questo album pecca di una certa ripetitività e staticità. I brani sono potentissimi e granitici, dei veri concentrati di tritolo pronti a scoppiare, ma in sostanza si differenziano ben poco gli uni dagli altri; la violenza proposta non ha una vera e propria direzione, così come i brani non possono dirsi pienamente sviluppati, sconfinando a tratti nella confusione. Le aperture melodiche, inoltre, potevano essere giostrate un po' meglio, dando loro più spazio; ciò avrebbe contribuito a bilanciare maggiormente le due componenti del disco. Alla luce di tutto ciò, appaiono evidenti i pregi e i difetti di questo "NewTek Lie". I pregi sono un impatto fortissimo, una tecnica eccellente, una produzione stellare e una violenza con pochi pari. I difetti sono la staticità del sound e l'incapacità dei brani di distinguersi gli uni dagli altri, facendo assomigliare il tutto ad un unico, lungo sfogo di aggressività nichilista. Quindi, a ciascuno il suo: gli ascoltatori avvezzi a questo genere troveranno negli Ignition Code ciò che gli serve per vivere quotidianamente, mentre gli altri tenderanno a considerarli poco interessanti. A questo punto dipende da voi: comunque gli Ignition Code suonano la loro musica con onestà, questo ve lo garantisco.

01 - NewTek Lie (3:58)
02 - Nothing Left (3:24)
03 - Organic Program Failure (3:41)
04 - The Illusion Of The Observable (3:36)
05 - M.S.P. (4:07)
06 - Human B.P.M. (3:41)
07 - Biological Prospect (4:17)
08 - Mikro Kid (3:43)
09 - GameGear (4:22)
10 - The Silent Judge (3:01)

Trails Of Sorrow - "Languish In Oblivion"

Domestic Genocidio, 2012
Depressione. Questo è sicuramente il termine più adatto per descrivere ciò che la musica dei Trails Of Sorrow racchiude, una depressione di quelle potenti, che non lasciano traspirare nemmeno un raggio di luce e chiudono l'esistenza in un vuota attesa del giorno in cui si morirà. Mescolando l'attitudine ultraslow di gruppi come i Worship, ma in chiave decisamente più orientata al gothic che al funeral doom, questo duo italiano ha ben chiare le idee sulla musica che vuole suonare, e nonostante l'ascolto possa risultare piuttosto pesante anche per un die - hard fan del genere, il loro debutto racchiude delle potenzialità che mi auguro di vedere espresse al meglio nel loro prossimo album.

I pezzi di questo "Languish In Oblivion" sono tutti piuttosto lunghi (ma non tremendamente chilometrici come i pezzi di un gruppo funeral doom) e dalle atmosfere rarefatte, che giocano su riff di chitarra dilatati e sconsolati, non certo sull'impatto di muraglie sonore o di aggressive effusioni tra strumenti diversi. Semplici accordi di chitarra fanno da accompagnamento a linee melodiche sovente interpretate dal pianoforte o dalle tastiere (i suoni degli archi sono ovviamente sintetizzati), mentre la voce spazia da un profondo lamento growl a recitazioni parlate dal sapore lacrimevole, in un tripudio di depressività che, seppur encomiabile nel suo proposito, a volte si spinge un po' troppo all'eccesso. Dipende un po' dagli episodi: l'opener "Dreams Are Dying" mette quasi paura con il suo incedere plumbeo e pachidermico che pare preso direttamente da dischi epocali come "Last Tape Before Doomsday" o "Dooom" dei già citati Worship. Anche la successiva "Living As To Live Is To Suffer" ricorda vagamente gli Skepticism con i suoi riff rallentati fino all'estremo, uniti a quelle atmosfere "spente" e mortuarie che hanno fatto grande il gruppo finlandese. Ma ci sono anche episodi che potevano essere lavorati meglio, come "See My Blood Flowing", la quale incorpora le influenze gothic imbastendo una cantilena che avrebbe bisogno di un pizzico di incisività e di varietà in più per risultare pienamente convincente. A volte i brani peccano di eccessiva staticità e di una produzione che non rende giustizia, rendendo l'ascolto complessivo del disco piuttosto impegnativo.

C'è da dire, comunque, che gli inserti di pianoforte e violino a volte sono proprio belli, che certe melodie sono azzeccate, che il growl in certi punti mette davvero l'angoscia che vorrebbe mettere, e che non trovo nulla di particolarmente sbagliato nella musica dei Trails Of Sorrow. Dunque non si tratta affatto un brutto disco. Quello che a mio parere deve ancora arrivare è la botta di ispirazione definitiva, quella che fa partorire dischi che si ricordano negli anni a venire, e che viene un po' quando vuole lei, raramente da subito. Per cui direi che i Trails Of Sorrow devono proseguire con il loro percorso musicale, perchè ho come la sensazione che con un po' di maturità artistica in più, potranno partorire qualcosa di davvero interessante. "Languish In Oblivion" è un primo passo in questa direzione, sul quale lavorare a lungo per tirar fuori la malia irresistibile di cui questo genere è portatore. La bella outro "Ora è la fine", contemporaneamente triste e luminosa, potrebbe essere il punto d'inizio di questa evoluzione: mi auguro che sarà veramente così.

01 - Dreams Are Dying (6:53)
02 - Living As To Live Is To Suffer (8:17)
03 - A Grave Of Loneliness (5:29)
04 - Trees Crying Leaves (2:16)
05 - See My Blood Flowing (9:06)
06 - In Luce (2:20)
07 - Suffering Comes (8:01)
08 - Wonderful Memories (6:25)
09 - A Blinking Shadow 1 (1:16)
10 - Ora E' La Fine (4:42)

Summoning - "Minas Morgul"

Napalm Records, 1995
Non è propriamente semplice recensire un disco dei Summoning, un po' perchè il loro stile è molto particolare e difficilmente inquadrabile in un unico genere, un po' perchè i loro dischi sono in ultima analisi tutti uguali, o meglio tutti molto omogenei e simili tra loro. Non che ciò rappresenti per forza un problema, anzi: la loro coerenza, a mio parere, è il loro punto di forza. Il fatto è che costruiscono i loro album sempre sulla stessa falsariga, ovvero le atmosfere epico - cavalleresche debitrici del fantasy e delle colonne sonore, il tutto con spruzzi più o meno consistenti di black metal lento e ragionato. La mosca bianca della discografia è rappresentata da "Lugburz", il loro primo lavoro, che non aveva ancora raggiunto la maturità artistica e la profondità di songwriting necessaria per far decollare il duo austriaco; tale album era fin troppo grezzo e scarno per risultare realmente interessante. Con il successivo "Minas Morgul", invece, ecco che i Summoning sbocciano definitivamente e danno il via ad una carriera strabiliante, fatta di capolavori incisi uno dopo l'altro con naturalezza sopraffina, capolavori che hanno portato alla band un'ottima notorietà e un alone quasi leggendario, nel loro genere.

Quasi tutti sanno che i due austriaci Protector e Silenius amano suonare musica che si ispira chiaramente e costantemente ai grandi classici tolkieniani (in particolare l'immenso "Signore degli Anelli"). Non sono certamente i primi ad ispirarsi al fantasy: ciononostante, nessuno come loro è riuscito a trasporre tali opere in musica con una tale efficacia. Almeno, questa è la mia opinione, che però viene condivisa praticamente da tutti, in quanto è evidente che tra i gruppi epic - black i Summoning hanno una marcia in più. Atmosfere blackeggianti, nevose, oscure e fumose imperano per tutto "Minas Morgul" in perfetto accordo con la natura di tale luogo (nel Signore degli Anelli è la città dei morti, nel tetro regno di Mordor); gli onnipresenti e importantissimi sintetizzatori aggiungono invece quel tocco epico e vagamente folkloristico che trasfigura il sound grezzo e primordiale di "Lugburz" rendendolo ora splendidamente evocativo, arricchendolo con atmosfere magiche e melodie luminose che controbilanciano la severità dell'impianto sonoro di base. I brani sono un continuo evolversi di melodie che cambiano volto e si incastrano le une sulle altre, in sviluppi sempre piuttosto lenti e cadenzati, sovente retti da numerosi strumenti e costantemente accompagnati da una voce in screaming che trasmette freddezza animalesca, disumana e aspra come gli Orchetti di Mordor. Come in ogni altro disco dei Summoning, è inutile descrivere i pezzi uno per uno, poiché il disco va visto come un viaggio da intraprendere necessariamente dall'inizio alla fine, senza tappe intermedie. Ciò non significa che il disco sia monotono: ci sono brani più veloci, altri più lenti, semplici intermezzi d'atmosfera che precedono suite celebrative, momenti puramente emozionali e oasi di quiete riflessiva; un po' di tutto, in questo calderone epico e dal respiro leggendario. Non mancheranno certamente i momenti in cui verranno alla mente le poderose immagini dei capolavori tolkieniani, nè i momenti in cui l'emozione prevarrà e farà accelerare i battiti del cuore: può darsi che le sonorità dei Summoning non siano gradite a tutti, così come non sia gradita a tutti la loro attitudine recitativa e pomposa, ma nessuno potrà mai dire che la loro è una musica che manca di qualità e ispirazione.

"Minas Morgul" è il primo di una lunga serie di dischi favolosi e dall'indiscutibile personalità. Forse, escludendo "Lugburz", è il loro disco più oscuro e difficile da assimilare; ma allo stesso tempo è così affascinante da risultare irresistibile. Non vi rimane che dargli una possibilità: finirà che odierete il gruppo fin da subito, oppure che ve ne innamorerete perdutamente. Come con il genere fantasy, non ci sono vie di mezzo: o lo si ama, o lo si odia. Ancora una volta è superfluo ricordare da quale parte stia il recensore.

01 - Soul Wandering (2:32)
02 - Lugburz (7:14)
03 - The Passing Of The Grey Company (9:16)
04 - Morthond (6:44)
05 - Marching Homewards (8:11)
06 - Orthanc (1:39)
07 - Ungolianth (6:36)
08 - Dagor Bragollach (5:05)
09 - Through The Forest Of Dol Guldur (4:46)
10 - The Legend Of The Master Ring (5:27)
11 - Dor Daedaloth (10:15)

domenica 29 luglio 2012

Nox Illunis - "Metempsychosis"

War Productions, 2012
Prendete i migliori lavori dei Wolves In The Throne Room, mescolate la loro carica mistico - spirituale con una dose di violenza doppia, aggiungeteci i testi in italiano e avrete "Metempsychosis", seconda uscita discografica della promettente band trevigiana Nox Illunis, il cui nome significa "notte senza luna". Pescando a piene mani dalla scena black scandinava e contaminandola con atmosfere e tematiche esoteriche (in questo possono essere ricondotti ai maestri Negura Bunget), questi quattro ragazzi assemblano un disco che sicuramente non è di facile ascolto, ma che spicca subito per la sua intrinseca qualità e l'ispirazione che lo pervade. Mi trovo spesso a dover pronunciare queste parole, tanto che mi sembra di essere ripetitivo: ma non posso farci niente se queste nuove band raggiungono così in fretta una tale capacità artistica! 

I suggestivi titoli in italiano sono già indicativi della musica che possiamo trovare all'interno dell'album: musica visionaria, profondamente introspettiva nonostante la grande aggressività, molto curata nei dettagli nonostante la sua natura grezza e istintiva. I Nox Illunis suonano un black metal che tecnicamente non dice nulla di nuovo rispetto a ciò che è già stato concepito e suonato dalle band cardine del filone, come i gruppi che ho citato sopra; tuttavia, questo non è assolutamente un elemento di penalizzazione per la band, in quanto il disco mostra una maturità eccellente e non ha nulla da invidiare a nessuno. Le composizioni sono molto lunghe e ciononostante non annoiano, poiché mostrano un'ottima capacità di svilupparsi, spaziando da momenti di furia tritaossa per arrivare ad aperture melodiche insospettabilmente dolci, arpeggi delicati e intrusioni di sezioni corali in pulito, che mitigano la ferocia delle strofe (tali cori mi hanno a volte ricordato gli apocalittici lavori dei connazionali Void Of Silence). Il riffing non è mai banale (ascoltate per esempio "Sferza Terza: Della Caduta" e avrete ben chiaro cosa intendo), e anche i ritmi sono capaci di ampie variazioni: è infatti facile sentire il gruppo passare da un blast beat parossistico ad una sezione inquietantemente rallentata, dove la tensione si accumula fino a diventare palpabile, in attesa della successiva esplosione. E ogni tanto i brani sono anche arricchiti da sezioni orchestrali e narrazioni (tratte dal cinema), le quali però sono utilizzate in maniera piuttosto modesta, solo quando è necessario per creare ulteriore attesa e atmosfera. In sostanza, i brani sono tutti davvero ben costruiti, e non peccano di quella prolissità talvolta riscontrabile in chi si avventura a suonare questo controverso sottogenere. Un plauso anche per la tecnica strumentale, che è impossibile non notare anche quando la musica si fa apparentemente caotica e rumorosa. 

Tutto ciò è al servizio di una musica che non si accontenta di raspare in superficie, ma vuole scavare a fondo per riportare alla luce pensieri e sentimenti normalmente nascosti, e devo dire che ci riesce molto bene, grazie alla sua aura di primordiale ferocia e bilanciata istintività. Può darsi che non ci sia nulla di originale in ciò che il gruppo propone, ma ancora una volta devo dire che l'originalità non è un requisito indispensabile per promuovere un album. Se così fosse, dovrei stroncare praticamente il 99% della musica che mi passa sottomano. Un disco e una band sono meritevoli quando riescono a creare musica che coinvolga, che abbia un senso, che getti dei colori su una tela e gli faccia prendere vita: "Metempsychosis" e i Nox Illunis sono sicuramente in grado di fare tutto ciò. Chi dunque apprezza il black metal venato di tematiche mistiche non potrà perdersi questo lavoro.

01 - Sfera Prima - Del Risveglio Dal Sogno (9:02)
02 - Sfera Seconda - Del Distruttore (9:49)
03 - Sfera Terza - Della Caduta (8:29)
04 - Sfera Quarta - Della Tentazione (6:47)
05 - Sfera Qunita - Della Rinascita (7:36)
06 - Sfera Sesta - Del Creatore (7:06)
07 - Sfera Settima - Epilogo (5:14)

sabato 28 luglio 2012

Green Carnation - "A Blessing In Disguise"

Season Of Mist, 2003
Se il debutto "Journey To The End Of Night" era un cupo ed intenso dramma ispirato dalla morte prematura di un figlio neonato, e il seguito "Light Of Day, Day Of Darkness" mescolava il dolore per la perdita con la gioia per una nuova nascita, tocca a questo "A Blessing In Disguise" il compito di riportare definitivamente i Green Carnation fuori dal tunnel, facendogli riassaporare la luce grazie ad una nuova personcina ormai sulla via della crescita e del divenire.

Chi conosce già questa band, sa che le tragedie che ho elencato poco sopra sono fatti reali che hanno colpito Tchort, da sempre il componente principale del gruppo; e sa anche come sia stata eccellente questa band nel riportare in musica queste sensazioni complesse, contraddittorie, dolorose. Ma la luce in fondo al tunnel è stata finalmente raggiunta: non abbiamo più a che fare con un progressive gothic metal ombroso e ostico, bensì con sonorità che ormai hanno sconfinato nell'hard rock melodico, quello dei maestri Whitesnake e Scorpions; delle intricate strutture, dei suoni criptici ed inquietanti è rimasto solo qualche assaggio, che si amalgama alla perfezione con la nuova filosofia musicale della band, permettendo di renderla comunque riconoscibile nel suo personale stile. Accanto a brani che ci ricordano i vecchi Green Carnation (come per esempio l'intensa ballad "Lullaby In Winter", o la misteriosa e drammatica "The Boy In The Attic") troviamo vere e proprie sorprese come la travolgente opener "Crushed To Dust", assolutamente impossibile da ricondurre alla band se non fosse per l'inconfondibile voce di Tchort. Hard rock fatto bene, di quelli che ti colpiscono come un bicchiere di vodka a stomaco vuoto, e ti lasciano piacevolmente sovreccitati grazie alla loro potenza inarrestabile e ai classici refrain da cantare a squarciagola. Brani volitivi e perfino scanzonati come "Myron And Cole" o "Writings In The Wall" sono una vera sorpresa: adatti da ascoltare in macchina mentre si schiaccia l'acceleratore a tavoletta con i vetri abbassati, non sono proprio ciò che eravamo abituati ad aspettarci dai Green Carnation. Tchort si è liberato di quel velo di negatività che ci opprimeva nei precedenti album (in particolar modo nel primo), lasciando spazio ad un sound piuttosto positivo e sereno, anche se non sempre si mantiene su queste coordinate; a volte, infatti, una sottile malinconia di fondo irrompe sulla scena e ci ricorda che i Green Carnation non hanno deciso di darsi alla musica facile, seppur sicuramente più accessibile di prima.

La varietà del disco è comunque buona, nonostante la vena progressive / sperimentale si sia molto appiattita: troviamo ballate blues rock come "Two Seconds In Life" accanto alle schitarrate quasi melodeath di "As Life Flows By", che strizza l'occhio perfino a band come Sentenced e HIM; ma c'è spazio anche per le languide e melliflue melodie di "Into Deep", o per le venature epico - dreamtheateriane nella conclusiva "Rain". Insomma, un po' di tutto, come a dimostrare il fatto che i Green Carnation sono pur sempre una band che ama suonare musica ricercata, e che ci riesce anche quando sconfina in altri generi musicali. Disco sorprendente ma tutt'altro che stucchevole, "A Blessing In Disguise" è, in definitiva, la perfetta conclusione della trilogia: prima l'oscurità totale, poi i primi raggi che iniziano a filtrare, e infine la rinascita, momento felice ma non scevro dalla consapevolezza che vivere richiede un certo impegno.

01 - Crushed To Dust (4:26)
02 - Lullaby In Winter (7:49)
03 - Writings On The Wall (5:26)
04 - Into Deep (6:09)
05 - The Boy In The Attic (7:13)
06 - Two Seconds In Life (6:28)
07 - Myron And Cole (5:53)
08 - As Life Flows By (4:45)
09 - Rain (8:06)

mercoledì 18 luglio 2012

Ulcerate - "Of Fracture And Failure"

Neurotic Records, 2007
Presentazione: Una volta lessi da qualche parte una recensione che faceva un paragone molto forte: parlava del brutal death metal come di un'orchestra di trapani, martelli pneumatici e motoseghe. Più che su questi strumenti per lo sterminio dei timpani, vorrei soffermarmi sul termine orchestra, perché esso rende molto bene l'idea della pluralità sonora che alcune band riescono a dare usando solo due chitarre, un basso e una batteria. In effetti si tratta spesso di un'autentica cascata di riff che sembra sgorgare da plurime fonti, circondando l'ascoltatore. Ma se c'è una band che più di tutte le altre mi fa questo effetto di orchestra da ferramenta sono i neozelandesi Ulcerate, ed in particolare il loro album d'esordio Of Fracture And Failure, pubblicato nel 2007.

Stile: Nonostante gli Ulcerate arrivino dall'incantata Nuova Zelanda, la sublime terra in cui è stato girato Il Signore degli Anelli, la loro musica non ha proprio nulla di sublime o incantato. Usiamo l'immaginazione. Immaginiamo anzitutto di prendere il riffing e le pesanti sonorità degli Hate Eternal; richiamiamole alla memoria, immaginiamo di scrutarle mentre ce le rigiriamo tra le dita. A questo punto facciamo uno sforzo ulteriore: ricombiniamole secondo il dinamismo e la complessità del songwriting degli Psycroptic; immaginiamoci cioè un esercito di pesanti riff che si affastellano uno sull'altro e si sviluppano su di una batteria martellante che scorrazza libera, quasi senza schemi. Una volta che stringiamo questo tremendo oggetto tra le nostre mani, una volta che siamo riusciti ad immaginarcelo, incrementiamo del triplo la sua chiusa morbosità. Che gli Ulcerate siano quello che abbiamo appena ottenuto? Non ancora, non basta. Si potrebbe provare a citare anche i Neurosis al fine di descrivere il mood che il tremendo incrocio concepito da queste menti neozelandesi porta in seno, citazione già formulata da molti, ed ecco che allora otterremmo un'immagine di insieme abbastanza fedele. Non male come premesse, non è vero?

Valutazione: Tutte queste idee che abbiamo plasmato ed assemblato per mezzo dell'immaginazione ci danno un'immagine corretta, ma gli Ulcerate non sono un semplice collage. Costituiscono un mondo a parte, un qualcosa di coerente di per sé e che brilla di luce propria, un'orchestra cupa e feroce da scoprire ascoltandoli. E allora vale davvero la pena di far partire Of Fracture And Failure e di vedere cosa ci attende al di sotto della caduta di un uomo-piovra che sembra sprofondare nei sotterranei abbandonati di un tragico fallimento genetico. Invero ci attende una tempesta implacabile di riff, un cataclismico terremoto di blastbeat, un autentico tornado che si avvita brutalmente su sé stesso ondeggiando pericolosamente sulla sua possente base: questo è quello che ci offre il disco, e non si tratta tanto di essere impotenti mentre il tornado avanza verso di noi, quanto di essere già stati catapultati al suo interno e di essere prigionieri dei suoi sabbiosi vortici di vento. Of Fracture And Failure è questo: impetuoso, tempestoso, devastante. Tuttavia per molte persone quello che ho detto finora è tutto il contrario di quello che sentono quando ascoltano questa musica: sentono un assordante frastuono privo di qualsiasi senso. Come capita con molte band moderne, all'inizio potrà in effetti sembrarvi che gli Ulcerate siano poco più che un ammasso incoerente di rumore e distorsioni. Se questo è il caso, non posso che consigliarvi di avere pazienza. Pazientate, ascoltatelo e riascoltatelo; solo con la perseveranza si possono raggiungere i traguardi più difficili, che poi di solito sono quelli più squisiti.

Conclusione: Ascoltare per la prima volta questo disco è un po' come bere alla goccia un bicchiere di whiskey quando si fa fatica persino a tollerare la gradazione alcoolica della birra: si percepisce solo l'intenso bruciore dell'alcool, e si prova un forte senso di repulsione. Ma quando col tempo il palato si abitua a siffatta violenza, iniziano ad emergere come per incanto tutta una serie di squisiti dettagli che prima ci sfuggivano, ed ecco che il whiskey diventa una leccornia. Così anche Of Fracture And Failure, un whiskey invecchiato e prelibato da veri intenditori: sta a voi avere l'ardore di provare ad abituarvi al suo intenso bruciore, e solo chi lo farà con tenacia ne potrà raccogliere i succosi frutti.

01 - Praise And Negation (04:14)
02 - Ad Nauseam (03:40)
03 - The Mask Of The Satyr (06:33)
04 - Becoming The Lycanthrope (04:14)
05 - To Fell Goliath (03:47)
06 - Martyr Of The Soil (07:34)
07 - Failure (02:53)
08 - The Coming Of Genocide (03:38)
09 - Defaeco (08:42)

giovedì 12 luglio 2012

Enempidi - "Disordine"

Autoprodotto, 2012
Provengono dal milanese e sono già attivi da una decina d'anni gli Enempidi, formazione molto arrabbiata che intende mettere a ferro e fuoco le nostre anime ogni volta che pubblica un disco. Il precedente album "Quanto Basta" era già un ottimo debutto che aveva impressionato più di un ascoltatore con la sua violenza ragionata e la sua efficacia schiacciante; tocca quindi a questo breve EP "Disordine" il compito di tenere alta la bandiera di questo gruppo, che appare capace e promettente.

Mischiando un raro esempio di crossover fatto come si deve con un'attitudine thrash - death e una voce veramente rabbiosa e sentita, i nostri assemblano sei brevi pezzi in cui riversano un odio e un'aggressività poco comuni, sentimenti che si percepiscono già leggendo i titoli dei brani; quando poi parte la musica e si ascoltano le parole (testi rigorosamente in italiano!), è evidente che nessuno viene risparmiato da questa furia. Il growl è assoluto padrone: una voce piena di risentimento e livore, tecnicamente valida, ben lontana dalle sparate e dalle urla inconcludenti di gruppi ben più blasonati come gli Slipknot. Essa riesce nel difficile compito di rendere partecipe l'ascoltatore dei sentimenti che si provano quando, in sala di registrazione, si incidono le tracce: come resistere all'impulso di frantumare qualche oggetto, mentre si ascolta il singer Gabro prolungare i suoi versi animaleschi come se volesse trascinare anche noi nella bolgia?

 L'impianto sonoro è retto da chitarrone potenti e dal suono corposo, nonchè da una sezione ritmica sempre cadenzata e per questo così efficace nello scandire questa lenta danza di spade fiammeggianti. Ma ogni tanto arriva anche qualche sprazzo melodico e maledetto, qualche assolo turbinoso, qualche momento di epica drammaticità (prendete l'ottimo chorus di "Buio" come esempio) a creare quel chiaroscuro che allontana lo spettro della ripetitività e permette ai brani di emergere con prepotenza. Non mancano nemmeno le sezioni vocali pulite, severe e lievemente cantilenanti come il genere crossover da sempre richiede, ma lontane dalle rappate di cattivo gusto che tanto fanno impazzire i gruppi mainstream e i loro fan. Tutto, in questo dischetto, risulta essere bilanciato: non ci sono sparate al di sopra delle righe, nè momenti in cui la qualità cala. Come direbbe l'incredibile Hulk: "gli Enempidi spaccano!". E, all pari del mostro verde, quanto più si arrabbiano, tanto più diventano forti. Un'altra conferma che il metal italiano, specialmente quello underground, sta vivendo un vero e proprio periodo d'oro, alla faccia di chi reputa il nostro paese la culla di tutti i mali.


01 - L'Ultimo Respiro (3:49)
02 - Il Lato Oscuro (3:38)
03 - Non Perdona (3:41)
04 - Burlesque (3:13)
05 - Buio (3:27)
06 - Piezo (4:02)

Agamotto - "Agamotto"

Cosmic Swamp Records, 2012
Difficile da approcciare, molto difficile da ascoltare, quasi impossibile da contestualizzare, assolutamente impossibile da comprendere. In sintesi, questo è ciò che penso del disco di debutto degli Agamotto, un progetto italiano veramente particolare. Proponendoci di farci provare sulla pelle degli inquietanti brividi di follia, questo album può essere considerato un vero e proprio viaggio sonoro all'interno di un mondo claustrofobico, completamente privo di luce e di sbocchi verso l'esterno, rattrappito su se stesso in modo che risulta quasi insopportabile. In bilico tra le acidissime sonorità del noise e tra gli inquietanti annegamenti sotterranei dell'ambient, il disco presenta tre brani di una lunghezza spesso pachidermica (un paio di tracce superano abbondantemente i 13 minuti di durata), completamente slegati e liberi in quanto a strutture musicali (che praticamente non esistono), freddi e spietati come macchine dotate di una propria sinistra coscienza. Una specie di mostruoso incrocio noise - oriented tra la negatività nichilista dei Neurosis, la totale insanità mentale dei Khanate, la macchinosa freddezza dei Meshuggah e le terribili atmosfere plumbee dei Sunn O))), con qualche vago rimando perfino agli Esoteric di "The Pernicious Enigma", per quanto riguarda la cripticità delle sezioni rumoriste. Di metal in senso stretto ce n'è poco, si tratta solamente di qualche vaga influenza, limitata in massima parte al filone drone - doom.

Non c'è traccia di melodie, armonie, forse nemmeno di suoni che si possano dire tali; gli inserti vocali sono limitati a qualche ossessiva campionatura che ripete frasi poco sensate e talvolta si lancia in monologhi inquietanti, facendo sì che questo prodotto sia destinato ad un consenso molto settoriale. La maggior parte degli ascoltatori lo riterrà completamente privo di interesse, relegandolo a strambo esperimento dell'età moderna; qualcuno invece potrà sfruttarlo come sottofondo per un trip nel quale si fa ampio uso di sostanze psicotrope. E qualcun altro forse se ne innamorerà alla follia. Certo è che nessuno riuscirà a dare un senso razionale a tanta disumana sregolatezza; io stesso ho dovuto impormi per ascoltarlo tutto di fila senza "aiutarmi" con qualche fast forward. Personalmente non l'ho capito: quasi non si può parlare di musica, e quando gli esperimenti sfociano più nel rumore che nella musica, non so più orientarmi. Ma una persona che sia un po' più avvezza di me a certe sonorità potrebbe trovarlo interessante, anche perchè si percepisce che gli artisti hanno curato questa opera, non l'hanno buttata lì assemblando quattro campionature a casaccio. Non posso apprezzare il prodotto in sè, in quanto troppo lontano dalla mia personale sensibilità, ma posso senz'altro riconoscere che è stato fatto con un certo estro. Lascio quindi decidere al pubblico cosa pensare, ma certamente non ne consiglierei l'acquisto a scatola chiusa. Anche se, sotto sotto, questa manifestazione di gelida psicosi affascina anche me.

01 - Solomon Grundy (7:32)
02 - Eric Dolphy (13:35)
03 - Antonio Margheriti (18:38)

venerdì 6 luglio 2012

Buffalo Grillz - "Manzo Criminale"

SubSound Records, 2012
Normalmente il grindcore mi lascia piuttosto indifferente: ogni volta che provo ad ascoltare qualcosa del genere, le mie orecchie si rifiutano di sentire qualcosa di più di una mitragliatrice che spara all'impazzata, coadiuvata da chitarre che a malapena possono dirsi tali, e da una batteria che pare suonata da un alieno con due braccia grosse quanto tronchi d'albero. Senza dimenticare una voce di un cantante che, letteralmente, rutta nel microfono e vomita quello che ha mangiato una settimana prima. Tuttavia, ci sono dei casi in cui cambio completamente idea: è quello che mi è successo dopo aver ascoltato "Manzo Criminale" dei Buffalo Grillz, formazione italiana indiavolata che giunge, con questo lavoro, alla propria seconda release discografica ufficiale.

Bastano pochi secondi per inquadrare ciò che i quattro grinders hanno da offrirci, se parliamo a livello strettamente musicale. Ma non è finita qui: altrimenti starei parlando del solito, noioso e prevedibile album grindcore, buono per riconciliarsi con la vita prendendo a testate il primo muro raggiungibile, ma in sostanza facilmente dimenticabile. Quello che rende speciale "Manzo Criminale" è la stupenda ironia che lo anima e i suoi contrasti interni, che creano effetti semplicemente esilaranti. Cominciamo dai titoli: "Linkin Pork", "Forrest Grind" (con tanto di stralcio dal film, con la bambina che urla "Corri, Forrest!" e il cantante che poi lo ripete a modo suo...), "Grind Sasso", "Vision Divan" ... ma vogliamo continuare? "Improvvisazione - Intuition - Casaccium", "La Canzone Del Sale" (capolavoro assoluto di assurdità demenziale), "Dimmu Burger", "Dawson Crick" (per queste ultime due, menzione d'onore). Già leggendo la tracklist, vengo colto da risate irrefrenabili. Ascoltando i brani, va ancora meglio: oltre alle classiche staffilate grindcore, che ci martellano impietosamente e violentemente, trovano spazio momenti geniali come in "Manzo Criminale", introdotta da ameni suoni di violini danzanti e da una voce infantile, che lascia improvvisamente il campo ad una mostruosa e ilare spataffiata di violenza, che mi fa piegare in due dalle risate. E come non stupirsi ascoltando l'assolo di sassofono in "Dimmu Burger" ? Oltre ad essere dei folli, infatti, questi ragazzi sanno suonare più che bene.

Ma la vera forza è l'atmosfera di assurdità che impera ovunque nel corso del disco. Tra citazioni cinematografiche, parodie assurde, stralci di battute storiche riarrangiate ("Mi dispiace...ma io son io...e voi non siete un TATATATATATATAAATATATARGHHH .. cazzo!) e discorsi deliranti, oltre a qualche collaborazione esterna che arricchisce i brani (ad esempio la doppia voce in "Sacro e Scrofano"), i brani risultano imprevedibili e spiazzanti, anche perchè ogni tanto le mitragliatrici si calmano e lasciano il campo a fucili a pompa ben piazzati, vale a dire interessanti rallentamenti ritmici e un riffing di chitarra che si fa cadenzato e minaccioso. Da segnalare anche una produzione eccellente, di quelle che migliori non potrebbero essere, e che incide soprattutto sul suono delle chitarre, dal suono davvero devastante e convincente. Shakerate per bene, e avrete "Manzo Criminale", un disco che vi farà dimenticare tutti i vostri tormenti interiori grazie ad una scorpacciata di insana e comica violenza. Via libera dunque a pig - squeal mostruosi, strutture deliranti, growling impazziti che pare gli abbiano impiantato il ripetitore automatico su sillabe dementi, chitarre polverizzanti e quanto di meglio possiate chiedere ad una band grindcore; i quattro folli romani mischiano tutto assieme con un'abilità sopraffina. Per quanto mi riguarda, posso davvero inserire i Buffalo Grillz tra le più sorprendenti e geniali rivelazioni degli ultimi tempi. E se lo dico io, che il grindcore l'ho sempre ignorato, per non dire osteggiato...

"Sia lodato Gesù Cristo".
"Perchè?"

Compratelo.

01 - Intro (1:06)
02 - Linkin Pork (1:47)
03 - Forrest Grind (1:47)
04 - Lapo Elgrind (1:58)
05 - Manzo Criminale (0:51)
06 - Gux E Gabbana (1:50)
07 - Bufalismo (2:00)
08 - Sacro E Scrofano (2:00)
09 - Dawson Crick (1:58)
10 - Improvvisation - Intuition - Casaccium (2:45)
11 - Dimmu Burger (3:28)
12 - Grind Sasso (2:57)
13 - Il Marchese Del Grill (0:07)
14 - Vision Divan (2:25)
15 - Delitto Al Blue Grind (1:48)
16 - Sermoneta Chainsaw Massacre (2:23)
17 - Eau De Vergogne (2:06)
18 - Pig Floyd (1:48)
19 - The Truffer (2:40)
20 - La Canzone Del Sale (1:16)
21 - Outro (1:43)

Ishtar - "Ombre"

Autoprodotto, 2012
Si intitola "Ombre", ma la sua copertina è immersa nel bianco, un candore che traspare perfettamente anche dalla musica di questa one - woman band milanese (sì, avete letto bene, l'unico componente è una donna), che con questo EP dà inizio alla sua personale carriera musicale. Tuttavia, non si tratta di una new entry della musica: essa vanta collaborazioni nella scena italiana ormai da una decina d'anni, essendo stata tastierista nei LustNotes e negli Adveniat Hiems.

L'attuale musica di Ishtar, nome d'arte della protagonista, è classificabile come neofolk malinconico e introspettivo, giocato unicamente su strumenti acustici come chitarra, pianoforte e sezioni di archi, che si intersecano in connubi sempre delicati e toccanti nella loro introspezione. Le sonorità sono assimilabili a dischi come "Where At Night The Wood Grouse Plays" degli Empyrium, o al blasonato "Kveldssanger" degli Ulver, anche se personalmente in questa release ho sentito molto di più l'influsso di gruppi darkwave - ambient come Aythis, Dark Sanctuary, Ashram, Dead Can Dance e altri nomi simili, specialmente per quanto riguarda il carattere musicale. Molta atmosfera, molta poesia, molte soffici carezze agli strumenti, dolci risacche marine in sottofondo, per un totale di cinque brani interamente strumentali e assolutamente degni di nota per quello che è il loro scopo, vale a dire cullare l'ascoltatore in un mondo di riflessione interiore, facendolo distaccare dalla materialità e dalla concretezza del vivere.

Nonostante i brani siano completamente privi di parti cantate, ognuno di essi possiede un testo. Le liriche in questione sono particolarmente malinconiche e tristi, così come lo sono i titoli dei brani. La scelta di includere queste poesie nel booklet è molto azzeccata, poiché esse permettono di arricchire notevolmente la mera esperienza musicale e di dare un maggiore senso alla musica (che comunque va già più che bene anche da sola): la lettura delle medesime diventa quindi praticamente indispensabile per poter fruire al meglio dei venticinque minuti di musica qui proposti. Non è necessario descrivere dettagliatamente ogni traccia, in quanto un disco così va preso tutto assieme, senza preoccuparsi di distinguere i pezzi gli uni dagli altri. Quel che conta è l'atmosfera di intimo raccoglimento che si viene a creare, grazie a queste chitarre ipnotiche, alle note di un pianoforte liquido e serafico, al saltuario innalzarsi di muri di archi che donano un tocco di drammaticità ai momenti salienti. Esperienza breve, ma certamente non insignificante; dal risultato finale si evince la sicura personalità di quest'artista, che pur seguendo canoni già definiti è riuscita a creare un qualcosa di proprio, in cui si percepisce l'impronta di pensieri e sentimenti reali.

In definitiva, un prodotto interessante e che mostra buone potenzialità: non mi resta che consigliarlo agli amanti del genere, e augurare a Ishtar di proseguire nel suo cammino con la stessa passione che ha sicuramente immesso in queste brevi composizioni.

"Non so più giudicare, non posso più chiedere, non sono che polvere
Mi adagio al cadere del vento, ho perduto il desiderio e finalmente è silenzio
Le vele dormienti, mi volgo alle nebbie"

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Ascolto e download tracce

01 - Le Vele Dormienti, Mi Volgo Alle Nebbie (3:49)
02 - Ho Preso Il Cammino Del Fuoco E Bruciavo Nel Cuore (4:00)
03 - Una Voce Chiamava Il Mio Nome Stanotte (4:34)
04 - Da Vicino , Così Vicino (5:04)
05 - Foglie D'Oro Piovevano Sui Nuovi Dei (3:03)

mercoledì 4 luglio 2012

The Ocean - "Aeolian"

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domenica 1 luglio 2012

Moonsorrow - "Viides Luku - Hävitetty"

Spinefarm Records, 2007
Una cosa che dico sempre a coloro che affermano che un dato brano o un dato album sono troppo lunghi, è la seguente: "Cosa rappresenta un'ora, nell'economia di una vita intera?". Pensate solo al fatto che, mediamente, otto ore al giorno le passiamo nel mondo dei sogni, per non parlare delle tradizionali otto ore che molti di noi, anche se non tutti, passano al lavoro. Posso capire che, nell'era del "tutto e subito" come quella che stiamo vivendo, non siamo più abituati a gustarci le cose piano piano, a scoprirle poco per volta con quel brivido d'emozione che senti crescere progressivamente fino a quando capisci che il prodotto che hai tra le mani, inizialmente insipido o incomprensibile, si è trasformato in qualcosa di veramente speciale e prezioso. Questa filosofia di vita dovrebbe essere applicata sempre, ma in modo particolare ad un disco come "Viides Luku - Havitetty", che la descrive in modo pressoché perfetto.

Quando si parla di questo album, ad esempio sulle riviste specializzate o sulle webzine, continuo a leggere commenti sulla lunghezza delle due tracce che lo compongono, sottolineando il fatto che durano troppo e che sarebbe stato meglio limarle un po', oppure spezzarle in più parti. Perchè si dice questo? Per superficialità, mi viene da dire, o magari per pigrizia. Mai come in questo caso mi dispiace per chi non riesce a cogliere il senso di "Havitetty", poiché ritengo che questo disco sia un capolavoro sensazionale che non ha paragoni. Mi sento di affermare, senza ombra di dubbio nè timore di dire eresie, che se Beethoven fosse nato oggi e avesse voluto comporre una delle sue magistrali sinfonie con i mezzi tecnologici e i suoni che abbiamo a disposizione adesso, avrebbe partorito un qualcosa di molto simile a questo album. Dico questo perchè, se prendiamo una composizione mastodontica come la Nona di Beethoven e tentiamo di descriverla a parole, potremmo dire che è un turbine di mille strumenti che suonano motivi grandiosi, epici, un pandemonio di emozioni che si evolvono continuamente e prendono vita in un crescendo che pare non finisca mai, terminando in modo roboante dopo un'ora abbondante di furore. Ecco, "Havitetty" è descrivibile esattamente allo stesso modo, seppur calato in un contesto storico lontano anni luce.

"Havitetty" è la quinta fatica discografica dei finlandesi Moonsorrow, band che ultimamente sta scalando le classifiche, sia quelle commerciali sia quelle personali di ogni ascoltatore di epic / black / folk metal: con l'abbandono delle sonorità quasi powereggianti dei primi album (gli entrambi stupendi "Voimasta Ja Kunniasta" e soprattutto "Kivenkantaja"), il gruppo è entrato in una seconda fase, incentrata più sulla componente black / progressive e sulle atmosfere inafferrabili, drammatiche, misteriose, trascendenti. Il superbo "Verisakeet" aveva dato prova di una notevole maestria in questo senso, ma a mio parere è questo "Havitetty" a reggere la palma del miglior album del gruppo, nonché momento di assoluto apice artistico di tutto il viking metal (anche se di Viking questa musica ha poco, trattando della mitologia finnica e non di quella norrena, però nell'immaginario collettivo questa musica è viking). Nelle due tracce che compongono questo disco, dalla rispettiva durata di trenta e ventisei minuti, troviamo una musica che inizialmente si fa fatica a comprendere, ma che comunque si sente che ha quel "qualcosa" in più, quell'alone magico che con gli ascolti verrà fuori e ci conquisterà; e puntualmente succede così, anche se bisogna ascoltare il tutto veramente tante volte, con pazienza e dedizione. Dedizione, questa parola che ormai sembra dimenticata e completamente svuotata del suo senso. Bisogna essere dediti alla musica per poter apprezzare un disco come "Havitetty", il quale si presenta fin da subito ostico e molto particolare; basta notare che l'introduzione della prima traccia si prolunga per circa dieci minuti, tra arpeggi in sordina e atmosfere dimesse, fino a quando appare un timido crescendo che ci porta, sempre lentamente, alla prima esplosione vera e propria. Da qui in avanti è un tripudio di suoni, stratificazioni di chitarre che ricreano un viaggio epico e senza precedenti, melodie che possono essere all'occorrenza tranquille e pastorali oppure rigonfie di malinconia ardente, progressioni da brividi che sovvertono il concetto stesso di "epicità" e lo portano ad un livello superiore: non si tratta più di semplice musica dal sapore epico - cavalleresco, bensì di una vera e propria epopea che ha scelto chitarre e tastiere come mezzi espressivi. La tagliente voce in screaming, talvolta sostituita da esaltanti inserti corali che infiammano l'aria come il respiro di un drago, squarcia l'etere con la sua rabbiosa disperazione, ricordandoci che anche dietro una melodia apparentemente serena c'è sempre una tristezza di fondo che non si può estinguere; le percussioni sono potenti e bilanciate, talvolta enormi come il suono di macigni immensi che cadono con fragore; gli strumenti classici, come le chitarre acustiche e i flauti, fanno capolino ogni tanto ma senza mai invadere la scena (sono lontani i tempi delle roboanti tastierone di "Kivenkantaja"!); insomma si tratta di una musica fiammeggiante, di notevole spessore, spesso lenta ma non per questo noiosa o poco coinvolgente; un viaggio interiore, più che esteriore. Inutile dire che brani così massicci sono praticamente impossibili da descrivere sommariamente, ed è altrettanto insensato cercare di estrapolarne alcune parti per isolarle dal contesto: non si renderebbe giustizia alla musica.

Nella sua potenza battagliera e pagana, ha una capacità evocativa formidabile; nella sua graniticità ti rapisce i sensi con un suono potentissimo eppure non perfettamente cristallino, e come al solito perfetto per adattarsi al genere suonato; nel suo ardore drammaturgico ti assorbe completamente, al punto che potresti andare avanti all'infinito una volta entrato in sintonia con tale atmosfera. "Havitetty" è un enorme fiume che scorre come una colata di magma ribollente, che non si ferma davanti a nulla, che annichilisce le nostre certezze e ci scava nell'anima, rivoltandola da sotto in su per quasi un'ora, fino ad un triste epilogo nel quale il riff portante sfuma e ci lascia alle sole rovine di un falò ormai morente, che ha accompagnato una battaglia senza precedenti. Non mi vengono in mente metafore sufficientemente calzanti per descrivere la sensazionale esperienza musicale di questo disco: per cui vi esorto a comprarlo, ad ascoltarlo, a viverlo nota dopo nota, fino a quando non sarà diventato parte indissolubile di voi. Album così vicini alla perfezione assoluta capitano di rado; non fatevelo scappare per nessuna ragione al mondo.

01 - Jäästä Syntynyt / Varjojen Virta (30:10)
02 - Tuleen Ajettu Maa (26:19)