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lunedì 10 dicembre 2012

Tsubo - "Con Cognizione Di Causa"

Eclectic Productions, 2012
"Saturo i dettagli, focalizzo i colpevoli,
l'odio il mio movente,
ingestibile come qualsiasi sentimento".

Questa frase, tratta dal testo di "L'odio", quarta traccia di questo parossistico lavoro, mostra alla perfezione il sentimento che anima questa release degli italiani Tsubo, formazione animata dalla passione per il death - grind più feroce e aggressivo, di quelli che ti sparano venti brani in una manciata di minuti e che ti lasciano storditi per l'efficacia con cui riescono a ricreare un'atmosfera di violenza e terrore. A differenza però di altre formazioni grind, nelle quali la volontà di apparire scioccanti ed esagerati a volte è causa di pacchianeria, posso affermare con certezza che gli Tsubo sanno esattamente dove andare a colpire e con quale intensità, per esprimere i loro sentimenti negativi senza risultare artificiosi o, peggio, banali. Già, perchè anche se le soluzioni adottate dai sei elementi non sono certamente innovative, è innegabile come l'attitudine ci sia ed emerga da ciascun brano, da ogni spataffiata di violenza che viene vomitata dalle casse dello stereo con veemenza. Difficile distinguere un brano dall'altro, ma questa non è una novità in ambito grindcore: gli Tsubo puntano tutto su elementi come il riffing di chitarra nervoso e sempre perfettamente riconoscibile nelle sue malate evoluzioni, la voce non troppo monocorde nelle sue visionarie arringhe contro la vita, il drumming forsennato ma al contempo estremamente tecnico e imprevedibile, le strutture compresse ma che non perdono mai quel minimo di senso musicale necessario per non far scadere il grind in un insulso pastone di suoni distorti e rutilanti. 

L'ottima produzione, a dir la verità, si addice di più ad un album technical death schizoide in stile Psyopus o Psycroptic, come traspare anche da episodi abbastanza vicini al genere come "Non trovo pace (Sessossessione)", o anche "Terapia d'Urto", con le sue sonorità che a tratti ricordano quasi gli ultimi dischi dei compianti Death: forse è questo il principale punto interessante di "Con cognizione di causa". La contaminazione stilistica e sonora tra la follia assassina del grind e la ragionata violenza chirurgica del technical death è infatti molto riuscita e rivela le buone capacità della band, se non altro a livello esecutivo, dato che la tecnica strumentale è davvero notevole. Ciò fa sì che il disco sia scorrevole, coinvolgente, sufficientemente vario (se di varietà si può parlare in un genere come questo) e ben costruito, al punto da piacere perfino a me, che normalmente non mastico questo sottogenere metallico con facilità. Dovendo però scrivere una recensione il più possibile precisa, senza tirare in ballo le mie personali preferenze, non posso fare altro che promuovere gli Tsubo e la loro micidiale mistura di deathgrind intelligente ed efficace, uno di quei dischi che possono sì accompagnare un momento di rabbia in cui si prende il muro a testate, ma che non richiede necessariamente questo stato d'animo per essere ascoltato, in quanto è sufficientemente interessante anche in condizioni normali. Un brano come la conclusiva "Colto da disperazione", che va a sfiorare quasi territori doom, lo dimostra. E per un disco di questo genere, si tratta davvero un punto a favore.

01 - Matricidio (1:27)
02 - Cicatrici (1:27)
03 - Vermi (1:24)
04 - L'odio (1:34)
05 - Nel bene e nel male (1:42)
06 - Come pensi così sarai (2:11)
07 - A-narcogrind (0:16)
08 - Non trovo pace (Sessossessione) (1:16)
09 - Terapia d'urto (1:33)
10 - Reminescenza (2:27)
11 - Fellatiocrazia (1:23)
12 - La quiete e la tempesta (2:27)
13 - Salt mine (Assuck cover) (1:06)
14 - TV (Tara Volontà) (0:49)
15 - Un nuovo taglio (0:14)
16 - Avvezzamento ciclico (3:08)
17 - Storm of stress (Terrorizer cover) (1:23)
18 - Furia procace (0:42)
19 - Riflessi d'evidenza (2:10)
20 - Colto da disperazione (6:40)

venerdì 7 dicembre 2012

Blut Aus Nord - "Memoria Vetusta I: Fathers Of The Icy Age"

Impure Creations Records, 1996
Le immagini del booklet in mio possesso, spostate sulle tonalità verdi e con un aspetto lievemente anticato, non lasciano dubbi sulla natura di quest'album: si tratta di una perfetta rappresentazione della natura più grezza e selvaggia, degli istinti primordiali di animali e spiriti arcani, del gelo invernale e di lande desolate spazzate da tormente di neve. Lo si può dire ancora prima di aver ascoltato il cd. Quando poi si inserisce il disco nel lettore e si preme il tasto play, arriva la conferma definitiva: raramente ho trovato un album la cui potenza evocativa è così forte e ha una direzione perfettamente definita e precisa.

Perfetto seguito del già clamoroso debutto "Ultima Thulee", i francesi Blut Aus Nord proseguono la loro evoluzione artistica con un album forse un pochino meno ispirato del suo predecessore, ma comunque estremamente valido e capace di pennellare vividi scenari nell'immaginazione di chi si immerge nelle sue note gelide e riverberanti. Per quarantacinque minuti, la band ci sottopone ad un black metal sporco, grezzo e rugginoso, nel quale le chitarre sono spade di ghiaccio affilatissimo, la batteria è il suono delle valanghe che rotolano a valle travolgendo tutto, e la voce in screaming (stupendamente messa in secondo piano) è il lamento di un solitario viandante che si è perso nella tormenta e lotta disperatamente per sopravvivere al turbine di gelo che lo avvolge. Ritmi quasi sempre sostenuti e violenti (ma mai esagerati al punto di rendere inintellegibili i brani), poche pause di respiro, sprazzi melodici di una bellezza sconvolgente incastonati come gemme rare all'interno di un panorama di roccia e ghiaccio; è tutto qui, ma non c'è bisogno di altro per passare tre quarti d'ora con la mente altrove, osservando quei paesaggi remoti scintillare sotto la fredda luce di un sole invernale che non riscalda. Il songwriting è difficile da afferrare, così come sono difficili da afferrare le direzioni che prendono i brani, talvolta confusionari e poco organici: ma ho la netta impressione che ciò non sia dovuto ad un limite della band, bensì alla precisa volontà di ricreare determinate atmosfere, esattamente come succedeva nel precedente album. Un'evoluzione comunque c'è stata: se "Ultima Thulee" dava più spazio a momenti atmosferici e riflessivi, nei quali contemplare in silenzio la bellezza di un panorama gelato e solitario, "Memoria Vetusta I" incarna maggiormente il lato crudo e misantropico della natura, mostrandola come spietata e azzannatrice, se non appunto in quei brevi momenti nei quali la tormenta di neve molla la presa, lasciando che il vento cessi per un istante in modo da farci percepire di nuovo il nostro stesso viso intirizzito.  La produzione approssimativa e ovattata, tipica di questo genere di musica, è ancora una volta il biglietto da visita dell'album, un elemento fondamentale senza il quale la musica non avrebbe nemmeno un centesimo dell'intensità che invece possiede.

Il songwriting inizialmente sfugge, ma con il passare degli ascolti si acquista consapevolezza che ogni brano è al suo posto e che il disco ha una durata perfetta, non poteva essere concepito meglio di così. Forse non sarà un campione di varietà e tecnica strumentale, ma è un disco assolutamente vero, evocativo e passionale, creato per trasportare la mente ed evocare immagini nitide e precise: in questo, la maestria del gruppo è evidente. I Blut Aus Nord si evolveranno molto, dopo questo album, arrivando a massimizzare la loro componente industrial e creando dischi veramente importanti nel panorama del genere: questa è l'ultima testimonianza della loro fase "primordiale", ribollente di tetra oscurità venata da qualche pallido raggio di luce. Se dunque vivete a pane e black metal, non fatevi scappare questo splendido e paganissimo disco!

01 - Slaughterday (The Heathen Blood of Ours) (6:49)
02 - On the Path of Wolf... Towards Dwarfhill (5:46)
03 - Sons of Wisdom, Master of Elements (6:07)
04 - The Forsaken Voices Of The Ghostwood's Shadowy Realm (6:01)
05 - The Territory of Witches/Guardians of the Dark Lake (8:12)
06 - Day of Revenge (The Impure Blood of Theirs) (5:16)
07 - Fathers of the Icy Age (7:01)

Ne Obliviscaris - "Portal Of I"

Code666 Records, 2012
Questa atipica band australiana si era fatta notare moltissimo nell'underground con un mini album intitolato "The Aurora Veil", dove suonavano praticamente di tutto. L'inarrestabile irruenza del black metal si fondeva con raffinate orchestrazioni, le intricate strutture progressive si intrecciavano a vocals estreme e a momenti di panico strumentale puro, melodie di violino tzigano si accoppiavano con chitarre acustiche e assoli melodici di stampo sentimentale: cosa pensare di un album così poliedrico e in apparenza sconclusionato, adesso che è uscita la sua versione definitiva, vale a dire questo "Portal Of I" ? Le impressioni per forza di cose sono contrastanti, ma ciò non rappresenta un problema. I Ne Obliviscaris basano la loro musica sui contrasti e sul sincretismo più libero, lasciando all'ascoltatore l'onere di apprezzarlo oppure di detestarlo, in quanto le vie di mezzo sono piuttosto difficili.

"Portal Of I" contiene sette tracce, tre delle quali sono le stesse che comparivano sul demo, registrate nuovamente e con una produzione indubbiamente migliore. Il problema più grosso, per chi si approccia a questo album, è scovare un filo conduttore: l'emozionante e tumultuosa introduzione di "Tapestry Of The Starless Abstract" fa subito pensare ad un album di black metal melodico, di stampo pagano e naturalistico: i riff ombrosi e l'alternanza tra growl e voce pulita sembrano indirizzarci subito verso un certo tipo di atmosfere, fino a quando non parte un'accelerazione di stampo prog, che ci disorienta come le fughe strumentali dei Dream Theater e compagnia. Il brano poi si perde in un lungo intermezzo acustico d'atmosfera, che ricorda quasi le interminabili esibizioni di chitarra classica in quei concerti ai quali non va mai nessuno. Ma non è finita qui: al settimo minuto riprende un ritmo stoppato, con intrecci di violini giocosi e un assolo di chitarra vorticoso, su una ritmica in doppia cassa che si mantiene costante per minuti. La voce pulita nel finale sembra quella di un gruppo emocore, spiccatamente melodica e ruffiana, mentre il termine ultimo sembra la chiusura di una ballad sentimentale. Un brano del genere, dalla durata di dodici minuti, lascia spiazzato anche il più navigato degli ascoltatori. Questo nuovo filone musicale del "mischiare tutto" si sta affermando, in tempi recenti, grazie a band come Between The Buried And Me, As Light Dies, Unexpect; è evidente la volontà dei Ne Obliviscaris di dare il loro personale contributo a questa corrente musicale così ostica ma allo stesso tempo così affascinante.

Il disco prosegue nella sua frastorante opera regalandoci brani di livello notevole come "Forget Not" e soprattutto "And Plague Flowers The Kaleidoscope". La prima è un lungo e progressivo viaggio attraverso campi di grano assolati, con una chitarra acustica prepotente e un violino protagonista assoluto, che per minuti e minuti preparano il terreno crescendo sempre più fino ad un'esplosione di chitarra e batteria memorabile. Con il secondo brano, introdotto da superbi ghirigori violinistici, si vanno ad esplorare territori più malinconici, grazie a cavalcate di chitarre ruggenti e a ritmiche pompate, quasi parossistiche in certi tratti. Il violino folk non smette mai di accompagnare il brano, talvolta assumendo un ruolo importante, talvolta ritirandosi nelle retrovie lasciando che siano la voce e il riffing ad impattare sulle orecchie dello sballottato ascoltatore. Basterebbero questi due brani per farsi un'idea sufficiente dell'assoluta perizia tecnica e compositiva di questa band, ma perchè non citare anche i rimanenti brani? Ognuno ha qualcosa di diverso da comunicare, come la speranzosa "As Icicles Fall", che dopo averci ammaliato con una partenza bucolica, esplora un riffing che ricorda molto da vicino il melodic death svedese (alcune produzioni dei Dark Tranquillity, specialmente le più datate), e si perde successivamente in un oceano di tensioni e suoni stridenti di violino e chitarra elettrica, entrambi tesi ad una catarsi che non arriva mai, con il risultato di calamitare l'attenzione e di moltiplicare il trasporto emotivo. Sprazzi di tremenda tristezza emergono tra le sincopi ritmiche, mentre un assolo drammatico conclude il pezzo e ci porta al brano conclusivo, "Of Petrichor Weaves Black Noise": un arpeggio lacrimevole e delicatissimo, un gigantesco sfoggio di tecnica melodica e armonica nel mezzo, e un finale corale assolutamente meraviglioso, che ricorda quasi l'elegiaca pace evocata dai contemporanei artisti new age. Arrivare ad ascoltare di fila tutti i settanta minuti di questa release non è impresa facile, perché si rischia di perdere la bussola e di impazzire, se non debitamente preparati ad una tale poliedricità sonora e stilistica.

Contrasti, ho detto inizialmente. Questo album è un continuo contrasto: tra velocità e lentezza, tra emozione allo stato puro e piacere intellettuale, tra virtuosismo e attacchi frontali, tra violenza e ragione. Tecnica sopraffina, estrema varietà compositiva e sonora, organicità, impatto, fantasia e inventiva: che altro manca a questo disco e a questa band così inclassificabile e affascinante? A qualcuno potrà forse apparire un po' freddo e cervellotico, ma concedendo più tempo e attenzione all'ascolto si noterà come ogni nota di "Portal Of I" è perfetta, non c'è veramente nulla che si possa eccepire ad un lavoro camaleontico e ricchissimo come questo. Forse il suo unico difetto sta proprio nell'eccessiva perfezione formale, se di difetto si può parlare. Procuratevelo a scatola chiusa se amate la musica complessa ma che al contempo non sia una mera trasposizione di una jam session in studio.
Vorrei essere in grado di consigliarlo ad una fascia specifica di ascoltatori, ma mai come nel caso dei Ne Obliviscaris mi trovo in difficoltà: a questo punto, la classica scappatoia del "un ascolto comunque non guasta" è quanto mai appropriata. Secondo me è un capolavoro di proporzioni epiche, ma non posso garantirvi che penserete la stessa cosa, dipende tutto da voi, dai vostri gusti e dalla vostra sensibilità artistica.

01 - Tapestry Of The Starless Abstract (12:00)
02 - Xenoflux (9:58)
03 - Of The Leper Butterflies (5:53)
04 - Forget Not (12:00)
05 - And Plague Flowers The Kaleidoscope (11:32)
06 - As Icicles Fall (9:24)
07 - Of Petrichor Weaves Black Noise (10:42)

giovedì 6 dicembre 2012

Evadne - "The Shortest Way"

Solitude Productions, 2012
La provenienza geografica potrebbe ingannare: può un freddo e spietato disco di doom death arrivare da una terra tradizionalmente calda e festosa come la Spagna? Certo che sì: non è che tutti gli spagnoli debbano per forza essere allegri tutto il giorno, e il metal ormai ha raggiunto una copertura planetaria in tutti i suoi sottogeneri, quindi non c'è niente di cui stupirsi se il doom death comincia a far presa e a trovare esponenti di rilievo anche tra le popolazioni latine.

Gli Evadne, alfieri di questa nuova corrente musicale, suonano questo genere con passione, e lo si capisce fin dalle prime note dell'opener "No Place For Hope": un arpeggio triste di vaga matrice My Dying Bride, poi l'esplosione di un riff squarciante sotteso da un growl poderoso, ed ecco che già qualcosa ci si muove dentro, irresistibile: musica che ti annienta emotivamente, che fa salire immediatamente un brivido freddo lungo la schiena. Sarà l'eccellente produzione e la resa sonora impeccabile, sarà l'impatto devastante del bellissimo growl di Albert, sarà quel che volete, ma si sente subito quando una band ha qualcosa da comunicare. I brani variano molto al loro interno, inserendo spesso quelle sezioni arpeggiate oscure che ricordano i primi Mar de Grises, basando l'impatto ritmico sulle stoppatone e sui ritmi sincopati, macinando riff sempre molto tenebrosi e possenti di matrice Swallow The Sun (è ormai inevitabile che chi suona doom death si debba rifare ai maestri del genere!), andando a creare brani dinamici e vari, brani che rendono al massimo se sputati dalle casse di uno stereo a tutto volume: se ascoltato così, "The Shortest Way" sarà un'esperienza travolgente, nonostante la durata sia di sessantacinque minuti, che ritengo sempre piuttosto pesante da digerire anche per un fan accanito del doom death. Tastiere soffuse, note dolenti di pianoforte, riflessione e raccoglimento interiore, sprazzi di rabbia incontrollabile: in questo cocktail di suoni e sensazioni non mancano gli episodi memorabili, come la lunghissima "And I Will Leave Behind", che ci ammalia con una riuscita alternanza tra growl e voce femminile, salvo poi sorprenderci con accelerazioni improvvise e poderose, di quelle che hanno la forza di polverizzare il granito; anche "One Last Dress For One Last Journey" brilla di luce propria, con le sue ritmiche veloci in doppia cassa che si alternano a riflessivi momenti di quiete dominati dal pianoforte, mentre la voce pulita maschile (anche qui molto Swallow The Sun) fa da ponte tra i due modi diversi di impattare contro l'emotività. Niente male anche la disperazione esistenziale di "Complete Solitude", che pare non sapere dove andare, rassegnata ad eterne peregrinazioni tra la vita e la "morte in vita"; notevole inoltre la breve strumentale "The Wanderer", nella quale la protagonista diventa una lancinante e sofferta chitarra solista in doppia linea, accompagnata da un tappeto di strumenti mesto e delicato. Logicamente, in un disco di tale durata è difficile che la qualità sia sempre la stessa e che l'attenzione rimanga sempre costante, ma devo dire che comunque la qualità media rimane sempre buona, senza particolari cali di tono.

Non troverete niente di nuovo in questo album, ma troverete quella scintilla vitale che fa vibrare le corde dell'anima, quel "non so che" di particolare che trasforma un album manieristico in un buon album, certamente senza troppe pretese ma al tempo stesso onesto e sincero. Se dunque siete fan di band come My Dying Bride, Swallow The Sun e November's Doom, potreste dare una possibilità anche a questi atipici spagnoli, alle prese con un genere che tradizionalmente non è il loro ma che qui hanno dimostrato di saper suonare in maniera convincente.

01 - No Place For Hope (6:51)
02 - Dreams In Monochrome (7:49)
03 - Complete Solitude (9:08)
04 - One Last Dress For One Last Journey (8:20)
05 - All I Will Leave Behind (10:53)
06 - The Wanderer (4:26)
07 - Further Away The Light (8:01)
08 - Gloomy Garden (9:27)

domenica 2 dicembre 2012

Saturnus - "Saturn In Ascension"

Cyclone Empire, 2012
Indubbiamente, nel panorama doom - death i Saturnus sono una tra le band più capaci e interessanti, se non in assoluto la più capace e interessante; sono una di quelle band sulle quali si può sempre contare sapendo che non deluderanno mai, poiché è molto difficile che musicisti di affermata qualità si mettano a suonare musica scadente. Dopo l'ottimo "Veronika Decides To Die", manifesto del filone doom death più spiccatamente romantico e suadente, la band danese ritorna con questo "Saturn In Ascension" per dimostrare di essere ancora all'altezza della situazione. Verrebbe da dire "finalmente!", dato che sono trascorsi ben sei anni di completo silenzio: ma anche stavolta l'attesa è stata ripagata da una sfornata di assoluta qualità, grondante sentimento e passione da ogni poro.

Non troviamo grandi innovazioni in questo album, se lo confrontiamo con il precedente: troviamo semplicemente un nuovo, emozionante lavoro dei Saturnus, sempre con le sue melodie soliste da brivido, con la sua carica di tristezza lancinante e carica di pianti trattenuti, con la sua rocciosa voce in growl che squarcia il velo della dannazione, declamando versi poetici e sofferti. La sontuosa apertura ecclesiale di "Litany Of Rain" ci trasporta subito all'interno di una cattedrale maledetta, dove si prega non per la salvezza e la redenzione ultraterrena, ma per sfogare il proprio dolore inconsolabile, perfettamente simboleggiato da accordi possenti e una linea melodica che lascia una lenta scia di fiamme dietro di sè. Ricalcando un po' quella che fu la magnifica "I Long", il quintetto assembla fin da subito un brano magistrale, che si fa spazio tra esplosioni sentimentali e momenti preparatori, riflessivi, a volte permeati da una sottile tensione di fondo: ed è subito magia, di quella che scioglie il cuore in mille flutti roventi. La lead guitar, sempre riconoscibile e sostenuta dal consueto tappeto di strumenti radi e discreti, ha il compito di guidarci in mezzo a quest'odissea dolorosa, fino alla catarsi finale che ci conduce per mano a "Wind Torn", altro esempio di come le ficcanti melodie dei Saturnus siano capaci di tagliare in due le nostre difese emotive, insinuandosi nel cuore come delle lame magiche.

"A Lonely Passage" è un episodio acustico di notevole effetto che ha il compito di calmare le acque, inducendo profonde riflessioni e contatto col proprio sè spirituale, in modo da sopportare meglio l'irruenza di  "A Father's Providence", unico episodio dinamico e ritmato del lotto. Pescando ancora una volta dalle strutture del precedente album, essa va a ricalcare l'irruenza e la volitiva rabbia di "Pretend", costituendo però un unicum nel corso del disco. La successiva "Mourning Sun", che riporta le coordinate sulla consueta lentezza, è un normale brano in stile Saturnus che però non aggiunge nulla al disco, e che rappresenta forse l'unico momento debole dell'album, per quanto se fosse stato scritto da una qualsiasi doom band emergente sarebbe stato additato subito come capolavoro. Decisamente meglio il secondo episodio acustico che arriva subito dopo, e che risponde al nome di "Call Of The Raven Moon": la delicatezza degli strumenti, in particolare della chitarra classica, raggiunge qui dei livelli mirabili, con melodie commoventi che si insinuano nell'anima con una forza gentile ma al contempo impossibile da fermare. E siamo giunti agli ultimi due brani, che racchiudono il meglio che questo "Saturn In Ascension" ha da offrire: mentre "Forest Of Insomnia" si muove per lunghi minuti su sonorità preparatorie per poi esplodere in momenti melodici da crepacuore e in un lungo assolo finale tra i più emozionanti che io abbia mai sentito, "Between" porta alle estreme conseguenze il romanticismo disperato della band, condensandolo in un'accoppiata violino - chitarra da lacrime, che chiude il disco come una scia di luce ondeggiante tra un mare di ciliegi fioriti. Del tutto fuori luogo, invece, la bonus track inclusa nell'edizione digipak: grezza e acerba, risalente ai primissimi demo della band, non trova nè il contesto nè tantomeno la posizione adatta per farsi apprezzare, per cui consiglio vivamente di interrompere l'ascolto al termine della sofferta epopea di "Between".

Date a questa band il tempo sufficiente per scrivere la musica che vogliono, e vi restituiranno sempre album intensi e ispirati come questo: per cui perdoniamoli se sono stati lontani dalle scene per così tanto tempo, e perdoniamogli anche l'indiscutibile fatto che "Saturn In Ascension" è un "Veronika Decides To Die II" e niente più. Come si fa ad avercela con i Saturnus, anche se hanno un po' ricalcato quello che fu il loro precedente e acclamatissimo album? La qualità e la bellezza della musica sono a livelli così alti che l'acclamazione diventa l'unica accoglienza possibile. "Saturn In Ascension" è un nuovo grande album, forse un po' prolisso e limabile in alcuni punti, ma indiscutibilmente in grado di polverizzare la quasi totalità delle produzioni doom death odierne e di riconfermare i Saturnus come il meglio del meglio nel loro campo.

Amabile, elegante, sconsolato: la colonna sonora perfetta per le vostre sofferenze di tutti i giorni.

01 - Litany Of Rain (10:03)
02 - Wind Torn (8:49)
03 - A Lonely Passage (5:28)
04 - A Fathers Providence (5:09)
05 - Mourning Sun (10:26)
06 - Call Of The Raven Moon (7:30)
07 - Forest Of Insomnia (10:11)
08 - Between (11:11)

domenica 25 novembre 2012

Neokhrome - "Perihelion"

Autoprodotto, 2012
Un disco che colpisce al primo ascolto, di solito, ha due destini possibili: o viene presto dimenticato, oppure viene scoperto piano piano fino ad assumere lo status di ottimo album, uno di quelli che ti riascolti sempre volentieri. Per quanto il tempo spesso aiuti molto nel discernere tra le due possibilità, probabilmente gli ungheresi Neokhrome si collocano nella seconda ipotesi, grazie ad una proposta musicale fresca e trascinante che si insinua nell'emotività come una freccia che si dirige spedita verso il bersaglio.

La band non è alle prime armi, infatti questo è già il terzo disco. Non conosco i precedenti, dunque mi baso solo su quello che posso ascoltare: "Perihelion" è un disco che sa esattamente dove vuole colpire e ha i mezzi per farlo. L'impianto sonoro è quello di un black metal melodico / sinfonico con molte sezioni aggressive controbilanciate da momenti melodici che non di rado ricordano le larghe e sognanti epopee dei francesi Blut Aus Nord. Chitarre spesse e corpose accompagnano ritmiche che rallentano e accelerano periodicamente, mentre le linee melodiche sono spesso inafferrabili, appena accennate dietro la possenza dell'impianto ritmico, e per questo motivo molto più affascinanti di quello che sarebbero state se fossero state messe in risalto. La vasta effettistica utilizzata sulle chitarre e sulle tastiere dà luogo a scenari onirici di pregevole fattura, facendo spesso sentire echi dei primi Emperor e creando un connubio sonoro compatto ma contemporaneamente molto dinamico e capace di risvegliare l'attenzione con alcuni momenti davvero sublimi. Si prenda per esempio l'accoppiata iniziale "Aurea" - "Stellar Outcast" : la maestosa introduzione dominata da piatti fruscianti e da una melodia celestiale è un preludio perfetto per l'assalto sonoro del primo vero brano, che alterna voci corali pulite ad un furente growl di ottima fattura, mentre la progressione strumentale gioca su tensione e rilassamento in maniera sublime, regalando momenti di atmosfera davvero intensi come l'imponente sezione centrale. Il disco si muove costantemente su queste coordinate, viaggiando su binari talvolta cosmici e talvolta malinconici, in una continua ricerca di un'aggressività controllata che non sfugga mai di mano. La qualità complessiva si mantiene sempre molto buona, anche se non si trovano brani che spicchino particolarmente sugli altri (anche se la conclusiva "Cold Ashes Of Vanished Time", con il suo retrogusto epico più che mai Blut Aus Nord, è davvero un gran pezzone!). Se c'è qualcosa che si può rimproverare ai Neokhrome è forse la troppa omogeneita, che rende difficile distinguere tra traccia e traccia e tende a compattare il disco in un unico, lungo brano che può far smarrire la bussola a qualche ascoltatore. Ma c'è anche da dire che il disco è breve (quaranta minuti) e non si perde mai in inutili lungaggini, così che si possa fruirne senza faticare. 

La potenza e la completezza di questa musica non sono certamente in discussione, così come non è in discussione la perizia tecnica e la bravura della band nel crearsi un proprio stile personale: come disco della conferma, possiamo considerarlo riuscito sotto tutti i punti di vista: staremo a vedere dove potranno arrivare ancora. Ci stupiranno, ne sono sicuro.

01 - Aurea (1:44)
02 - Stellar Outcast (4:57)
03 - Starborn (4:48)
04 - Crystallized (4:14)
05 - Closer To The Sun (2:36)
06 - Rise Above The Ridge (5:14)
07 - Cosmic Grave (6:25)
08 - Through The Surface (5:05)
09 - Cold Ashes Of Vanished Time (5:16)

martedì 20 novembre 2012

An Handful Of Dust - "Nu Emotional Injection"

Autoprodotto, 2011
Nella loro mail di contatto, i friulani An Handful Of Dust affermano di non aver ricevuto molto feedback finora con la loro musica: ciò mi pare molto strano, dato che trovo il loro materiale interessante e ben costruito, quindi potenzialmente capace di farsi strada nella scena underground fino a crearsi un nome. A volte è la sfortuna che si mette in mezzo, e in questo caso penso che la suddetta abbia avuto un ruolo importante, dato che questo "Nu Emotional Injection" è un disco che merita più di un ascolto e che brilla per una sicura perizia tecnica e per un songwriting che riesce a toccare molti terreni differenti senza rimanere troppo fossilizzato su nessuno di essi.

Hard rock, sprazzi di progressive thrash, alternative rock, hardcore e power metal si incrociano su strade lineari e si uniscono nei punti focali andando a creare una musica abbastanza variegata, ben arrangiata e dotata di quella sana vena aggressiva che si insinua anche nelle composizioni più melodiche, evitandogli di scadere nella pacchianeria. Nonostante l'apparente semplicità che si respira dall'intro di "Lighthouse Callings", non si tratta di musica semplice da interiorizzare: dietro infatti questa iniziale sensazione, si nascondono intrecci complicati e soluzioni che mutano continuamente all'interno dei brani, richiedendo una certa attenzione e un coinvolgimento importante durante l'ascolto, in modo da evitare che l'album sembri una carrellata di riff accostati a caso (impressione che appunto si può avere dopo un ascolto superficiale e disattento). Basta ascoltare il duetto "Soulmirror" - "A Life In Peace" per rendersi conto della caratura del disco: le chitarre tessono trame fredde e in bilico tra melodia e dissonanza, mentre le due voci (clean e growl) sanno perfettamente quando è meglio entrare in scena, in modo da evidenziare i chiaroscuri. Ottime le accelerazioni rabbiose di "Ordinary Life", così come l'accoppiata vincente "Shadow" - "I Must Endure", teatro di momenti di rara intensità e coinvolgimento (come l'assolo del primo, o le ritmiche sincopate e gli inquieti arpeggi del secondo).

"Nu Emotional Injection" è un album che mi colpisce per il modo in cui mescola un sound secco e minimale con una vena compositiva di tutto rispetto, elementi insolitamente mischiati tra loro a formare un platter complesso e dalle molteplici sfaccettature. Forse avrei preferito una produzione più calcata e un sound più corposo, ma non si può pretendere sempre la luna. Non lasciatevi ingannare dai primi ascolti, questo disco va ascoltato più e più volte prima di coglierne l'essenza e la personalità, ben presente nonostante la molteplicità di influenze che lo caratterizza. Forse è proprio questo che frega gli An Handful Of Dust; un impianto sonoro "semplice" al servizio di una musica che semplice non è. Consiglio quindi a chi li avesse incontrati e li avesse accantonati, di dar loro una seconda possibilità; chi invece non li conosce ancora, non sbaglia se gli dà un ascolto, a patto che non sia del tipo "usa e getta".

01 - Lighthouse Callings (5:02)
02 - Soulmirror (4:57)
03 - A Life In Peace (5:22)
04 - Ordinary Life (6:24)
05 - Mountains Can't Grow Forever (5:36)
06 - Modern (Frozen) Hope (4:54)
07 - We Are Alone (4:51)
08 - Shadow (5:06)
09 - I Must Endure (5:54)
10 - The Sleeping Giant (4:20)

domenica 11 novembre 2012

Monolithe - "Monolithe I"

Appease Me Records, 2003
Un monolite può colpire per la sua grandezza, la sua forma: ma più che per queste cose, di solito colpisce perchè è un pezzo unico, un gigantesco elemento a sè stante, come le uova di struzzo che pur enormi sono composte solo da una cellula. Il primo album dei francesi Monolithe, capitanati da Sylvain Bègot, dà esattamente quest'impressione: per quanto sia vario al suo interno, è un colossale blocco unico di suono, un'immensa pietra che sta in piedi da sola senza bisogno di dimostrare niente a nessuno, in regime di perfetta autarchia.

Se qualcuno di voi ha mai ascoltato gli Ea, stupefacente band di funeral doom che ha ammaliato i fan con dischi superlativi e uno più bello dell'altro, ascoltando i Monolithe per la prima volta potreste pensare che questi abbiano copiato da loro. Salvo poi accorgersi che il primo album degli Ea è uscito nel 2006, mentre il primo dei Monolithe risale a tre anni prima, cioè al 2003. La somiglianza è stratosferica, sia in termini di tipologia di suoni, sia come strutture compositive, sia come atmosfere: nello specifico, parliamo di un immenso pastone sonoro compresso in una traccia sola, di ben 52 minuti, nella quale è la pesantezza e, appunto, la monoliticità a fare da padrona. Atmosfere plumbee e sotterranee, chitarre frastornanti e megalitiche, melodie sognanti e dagli sviluppi sempre molto dilatati, imprevedibili ritmiche piene di fantasia e di inventiva, un growl catacombale che si fa sentire solo quando è necessario; tutto è amalgamato in un solo, gigantesco pezzo di roccia che ci schiaccia e ci opprime dal primo minuto fino all'ultimo, anche nei momenti in cui le soluzioni inventate dalla band si distaccano dalla grigia spettralità ed esplorano territori quasi psichedelici, e in certi tratti addirittura sperimentali. Non mancano infatti le influenze più disparate: l'impianto funeral doom si contamina con ritmi a tratti veloci e in doppia cassa, con melodie quasi accostabili alla scuola death melodico, perfino ad accenni di post - rock e di dissonanze shoegaze. Sinistri arpeggi e poderose stratificazioni di tastiere si alternano a pennellate di chitarra che paiono non finire mai, mentre alcuni momenti recitati aggiungono pathos al brano nei momenti di transizione tra una fase e l'altra. Risulta molto difficile seguire il filo del disco se non si ascolta con attenzione: ad un ascolto distratto (che è uno dei due modi in cui questo disco può essere ascoltato, con altrettanta efficacia) il disco scorrerà via come l'acqua, rilassando e facendo sognare, mentre chi lo ascolterà nei dettagli potrà notare quanto il disco sia organico, ben costruito, sviluppato secondo idee sempre vincenti e mai noioso, nonostante la sua atroce continuità. Ci vuole senz'altro una buona attitudine musicale per far sì che un disco come questo si lasci ascoltare senza intoppi dall'inizio alla fine: si sa infatti che, avventurandosi nei territori dell'ultraslow e dell'ultralong, è facile annoiare e risultare forzatamente prolissi. Sono felice di poter escludere i Monolithe dalla categoria delle band noiose: quello che si trova in questo album (sicuramente non facile da digerire a causa della sua lunghezza e delle sue grandiose non - strutture) è solamente musica di qualità e derivante da uno stato d'animo sincero. Nulla di artefatto o pretenzioso, nemmeno per un minuto.

Mentre le oscure spire di "Monolithe I" vi avvolgeranno come una coperta gelida, potrete provare numerosi stati d'animo, ma il comune denominatore sarà un senso di dilatazione, un tuffo nell'infinità del cosmo, un elogio ai corpi celesti più massicci e poderosi che si conoscano, come una stella supergigante che brilla di una fredda luce blu. Allo stesso momento, però, potrete godere di un sound dinamico, pulito e possente quanto basta, sufficientemente vario sia in termini di sentimento sia in termini di soluzioni artistiche adottate. Questo disco, è proprio il caso di dirlo, sta in piedi da solo ed è inamovibile, possiamo entrare in contatto con esso solamente contemplandolo nella sua interezza. Consigliato vivamente agli amanti del funeral doom atmosferico, che troveranno in "Monolithe I" una valida ragione per continuare ad ascoltare il loro genere preferito senza fossilizzarsi sui soliti mostri sacri.

01 - Monolithe I (51:58)

lunedì 5 novembre 2012

Swallow The Sun - "Emerald Forest And The Blackbird"

Spinefarm Records, 2012
Conosciamo gli Swallow The Sun per il loro doom - death possente, vibrante e dagli sviluppi complessi, mai scontati nè troppo accessibili nonostante le dosi consistenti di melodia e romanticismo nascoste tra le trame di chitarroni. Le tre voci di Mikko Kotamaki, capace di cantare indifferentemente in clean, in growl e in scream, hanno fatto scuola nel genere, mentre i muraglioni di suono e le raffinate melodie di chitarra hanno ammaliato ben più di un ascoltatore. Nel corso della loro evoluzione, la band finlandese è rimasta sempre fedele al proprio stile, variandolo solo leggermente di album in album: talvolta, come in "Ghosts Of Loss", prevaleva la durezza e la severità, mentre ad esempio nel recente "Hope" e nell'ancora più recente "New Moon" spadroneggiava la melodia, ottimamente bilanciata con il carattere decadente e oscuro che è sempre rimasto una costante nel sound del gruppo. Il nuovo lavoro "Emerald Forest And The Blackbird" viene alla luce quasi per confonderci le idee: cosa vogliono suonare gli Swallow The Sun nel 2012?

La domanda non è scontata come sembra: per chiarire il concetto, prendiamo l'opener "Emerald Forest And The Blackbird". Dieci minuti esatti di brano, che raccontano una storia triste e commovente: un padre costretto a dare l'ultimo saluto al figlio malato, che verrà presto accolto nelle braccia della morte, e che per allietargli la dipartita decide di raccontargli la morte in forma di fiaba, immaginando una foresta incantata dove ogni lacrima che cade si trasforma in uno smeraldo, e dove un minaccioso corvo nero si prende cura delle anime che vi passano. Un'interpretazione senza precedenti di Mikko, in veste del padre disperato, distrugge completamente la nostra emotività con un cantato lacerante che si affianca ad una musica apocalittica, estremamente tesa e violenta. Tuttavia, tale musica è venata di una dolcezza infinita e insospettabile, creata da arpeggi delicatissimi sottesi da una voce femminile eterea e materna; ma a spezzare la magia arrivano anche momenti prettamente demoniaci, come nello spaventoso break corale a metà brano. Mai, nella loro carriera, gli Swallow The Sun hanno partorito un pezzo così intenso, struggente ed emotivamente devastante, che commuove anche solo leggendone il testo: una poesia che meriterebbe di essere studiata nelle scuole. Superba, non si può dire altro: senza dubbio il miglior brano che abbiano mai scritto, superiore perfino alla memorabile suite "Plague Of Butterflies".

Con un opener del genere, letteralmente miracolosa, come si fa a non essere ottimisti sul proseguimento del disco? Ci si aspetterebbe un capolavoro mostruoso, se tutta la durata dell'album fosse occupata da brani di simile caratura. Ma succede qualcos'altro. "This Cut Is The Deepest", seconda traccia, sorprende subito per essere l'esatto opposto del brano precedente: semplice, orecchiabile, melodica e romantica, mostra un aspetto completamente diverso della band, o meglio, un aspetto che è sempre stato presente, ma che sembrava quasi dimenticato dopo il primo brano - capolavoro: insomma, l'ago della bilancia si sta spostando verso territori più consueti e familiari. Sembra quasi la stessa scena vissuta su "New Moon", dove l'opener da capogiro faceva seguire una "Falling World" decisamente più ridimensionata e, per certi versi, ruffiana.

Dov'è finita la spettacolare potenza ferale dell'opener? Forse la ritroviamo in parte con "Hate, Lead The Way", che sembra portare la band alla bieca aggressività, ma essa risulta un pochettino troppo quadrata e priva di mordente: non rimane impressa. La successiva "Cathedral Walls" confonde ulteriormente le acque e allontana ancora di più dalla speranza che il disco prosegua sui binari iniziali, facendo spuntare addirittura la voce dell'ex-Nightwish Annette Olzon, dalla voce calda e mielosa che ben si sposa con un brano ancora una volta molto sentimentale e piacevole, per quanto non manchi di interessanti esplosioni aggressive. Insomma, non si capisce bene quale sia il filo conduttore del disco, che mantiene un'anima doppia: da una parte oscuro e potente, dall'altra rassicurante e pacato (anche se a volte la band esagera, come in "Silent Towers", davvero un po' troppo leccata e patinata). Proseguendo ad analizzare i brani, "Labyrinth Of London" risulta estremamente apprezzabile per la sua fantasiosa corrente strumentale e per le pregevoli evoluzioni delle chitarre soliste, ma ha un chorus debordante di melassa, fin troppo stucchevole; e la conclusiva "Night Will Forgive Us", che ai primi ascolti cattura senza difficoltà, sembra scritta dai Woods Of Ypres (dai quali in effetti rubano l'iniziale giro di note) quando sono nelle loro incarnazioni più easy listening, con quella pomposità che sconfina spesso e volentieri nella pacchianeria. Una grandiosa eccezione è "Of Death And Corruption", indiavolata e dotata di un'atmosfera orrorifica e perversa che facilmente farà comparire sorrisi sardonici sui volti degli ascoltatori, ma anche "April 14th" si fa valere in maniera prepotente, grazie al suo piglio misterioso e macabro tuttavia venato da una sottile vena decadente e settecentesca.

Insomma, il disco finisce senza fuochi d'artificio, e qualcuno potrebbe rimanerne un po' deluso. Anch'io, al primo ascolto, ho ragionato così: ritenevo che quest'album fosse destinato ad una longevità scarsa, ma mi sbagliavo. Una volta superato il trauma da distacco del primo brano, che va considerato come un'oasi di eccezionalità in un contesto musicale buono ma non eccelso, il disco diventa un altro piacevolissimo album degli Swallow The Sun, sempre capaci di farci sognare e immergere in un romanticismo triste e sconsolato, con un cuore pulsante di melodia passionale. Non un capolavoro, come forse qualcuno si è illuso di aver trovato dopo i primi dieci minuti, ma un disco che conferma la band in tutta la sua maestria e ci regala un'altra ora di melodic doom metal di tutto rispetto.

01 - Emerald Forest And The Blackbird (9:58)
02 - The Cut Is The Deepest (5:20)
03 - Hate, Lead The Way (6:13)
04 - Cathedral Walls (6:47)
05 - Hearts Wide Shut (5:55)
06 - Silent Towers (4:01)
07 - Labyrinth Of London (Horror pt. IV) (8:29)
08 - Of Death And Corruption (5:00)
09 - April 14th (8:28)
10 - Night Will Forgive Us (6:40)

When Nothing Remains - "As All Torn Asunder"

Solitude Productions, 2012
Una nuova band che debutta per la Solitude Productions, secondo voi, che genere musicale suonerà? Non c'è quasi bisogno di specificare che si tratta di doom death metal, al massimo possiamo disquisire sul sapore che acquisirà la musica di disco in disco: talvolta più oscura e tombale, talvolta più malinconica e introspettiva, talvolta più opprimente e soffocante. Senza dubbio, i When Nothing Remains si inseriscono nel secondo filone, vale a dire quello dalle tinte un po' gotiche e condito con abbondanti dosi di melodia e tristezza, che lasciano poco o nessuno spazio alla negatività esistenziale o alla rabbia cieca. I musicisti non sono dei novellini, alcuni provengono da band già affermate come i Nox Aurea, e in più il disco conta la partecipazione del vocalist dei blasonati Draconian; probabilmente, l'esperienza degli artisti coinvolti fa sì che un disco che sostanzialmente non ha nulla di nuovo da dire riesca comunque a conquistare gli animi, se si ha la pazienza di viverlo ascolto dopo ascolto.

"As All Torn Asunder" si presenta con una copertina patinata e dai toni poetici, è suonato in maniera impeccabile e gode di una produzione assolutamente all'altezza, in grado di far risaltare le maestose atmosfere goticheggianti e la potenza di un growl che non manca di espressività. Doom death d'autore, che preferisce prendere per mano, invece di trascinare violentemente negli abissi della disperazione; di questo, il gruppo è debitore della grandiosa lezione impartita dai My Dying Bride, e a parte una maggiore modernità nel sound, le differenze con la band albionica sono davvero poche. Chitarre corpose, raffinate orchestrazioni, rari interventi di voci femminili (saggiamente mantenute come pennellate occasionali, e non come insopportabili e continui duetti), alternanza tra growl e una voce pulita che, se può essere un po' strana nel timbro, non è certamente povera dal punto di vista dell'improvvisazione; ed ecco che settanta minuti di musica sono pronti per far breccia nel vostro cuore. I brani sono tutti di ottima fattura, quasi tutti di durata imponente, a cominciare dall'intensa opener "Embrace Her Pain" dalle struggenti aperture pianistiche, per continuare con pezzi sontuosi e carichi di pathos come "The Sorrow Within" (da segnalare una nettissima somiglianza con il riff portante di "Lake Of Fire" dei Bathory!), "Mourning Of The Sun" (forse il meglio che questo disco può offrire), nonchè con la quasi - conclusione ad opera dei tredici minuti di "As All Torn Asunder", popolati da riuscite alternanze tra toccanti momenti d'atmosfera e rombanti cavalcate chitarristiche, sempre basate su riff di chitarra quadrati e semplici ma efficaci nel loro incedere. Qualche intermezzo spezza la monoliticità dei brani, alcuni episodi mostrano un maggiore dinamismo rispetto ai ritmi tendenzialmente lenti dell'album (un ottimo esempio è la ritmata "A Portrait Of The Dying", e in generale nel corso del disco non sono rari nemmeno i passaggi in doppia cassa); la qualità media si mantiene sempre molto buona, gli arrangiamenti sono curatissimi e affascinanti, pianoforte e archi sono sapientemente dosati per non essere nè invadenti nè insignificanti. Sostanzialmente, non c'è nulla che possa non piacere ad un fan del doom death, che troverà nei When Nothing Remains qualcosa di sicuramente appetibile e valevole. Il problema è se si vuole cercare qualcosa di più del solito sound e delle solite atmosfere: a questo album infatti manca quasi totalmente una propria personalità, ed echi di band come Draconian, Shape Of Despair, November's Doom ecc .. fanno capolino continuamente, rendendo in fin dei conti i When Nothing Remains un gruppo che vive sull'eredità di ciò che i grandi nomi del genere hanno suonato anni prima. Ma a questo punto bisogna chiedersi: ciò rappresenta davvero un problema?

Forse no. O meglio, dipende dalle vostre aspettative. Potete dire tutto quello che volete: è vero che le idee originali latitano, è vero che i brani qualche volta si perdono in un po' di lungaggini che potevano essere snellite, è vero che la durata totale di settanta minuti mette alla prova anche il più stoico ascoltatore, considerando l'omogeneità della musica in questione; ma se inizialmente ho considerato "As All Torn Asunder" come un disco senza infamia e senza lode, carino ma niente più, mi trovo invece a rivalutarlo per via della sua intrinseca bellezza, la quale riesce a superare (almeno dal mio punto di vista) la scarsità di innovazioni proposte. Mi convincono, in particolare, la sua raffinatezza compositiva, alcuni passaggi davvero struggenti e commoventi, la bellezza del growl che pur essendo un po' monotono è comunque validissimo, e tante piccole cose che messe tutte assieme creano un disco sì derivativo, ma di indubbia qualità. Per questo motivo, della vecchia recensione non rimane traccia, e sono contento di aver rivalutato una band che mi era parsa nè carne nè pesce, ma che in realtà ancora oggi mi riascolto e mi sa emozionare ogni volta. Se il doom death tradizionale vi sta stretto, trascurate pure i When Nothing Remains; ma se invece cercate solamente dell'ottima musica, non abbiate paura a spendere un po' dei vostri soldi anche per loro, con la garanzia che dopo tanti ascolti qualcosa vi rimarrà dentro.

01 - Embrace Her Pain (7:28)
02 - The Sorrow Within (11:40)
03 - A Portrait Of The Dying (7:14)
04 - Mourning Of The Sun (8:42)
05 - Solaris (1:14)
06 - Her Lost Life (9:00)
07 - In Silence I Conceal The Pain (7:44)
08 - As All Torn Asunder (13:02)
09 - Outro - Tears (3:56)

mercoledì 31 ottobre 2012

Raventale - "Transcendence"

BadMoodMan Music, 2012
Sul serio, io amo la BadMoodMan Music. Non ci posso fare niente, questa misconosciuta etichetta discografica non fa altro che stupirmi ogni anno che passa, regalandomi dischi memorabili, intensi, plasmati su misura per la mia sensibilità e per i miei gusti. Sembra quasi che questi instancabili scandagliatori dell'underground abbiano indovinato la ricetta perfetta per sfornare dischi portentosi e band validissime, come i Raventale e il loro ultimo lavoro "Transcendence". Il gruppo ucraino, composto unicamente dalla persona di Astaroth (che si occupa di suonare tutti gli strumenti e di produrre il disco), è stato protagonista di una lunga e costante evoluzione che lo ha portato al traguardo del sesto album in studio, e che soprattutto l'ha visto migliorare di album in album, oltre ogni aspettativa dei fan e della critica. Con l'ultimo, raggelante e bellissimo "Bringer Of Heartsore" sembrava che ormai la vetta artistica e compositiva del musicista fosse stata raggiunta e che fosse stato detto tutto quello che c'era da dire: i sublimi intrecci strumentali e le toccanti atmosfere lasciavano intendere che molto probabilmente il nostro Astaroth non sarebbe più riuscito a superare sè stesso. Errore: questo nuovo "Transcendence" si presenta come una mazzata emotiva talmente potente da dare quasi le vertigini, superando ampiamente il suo già splendido predecessore e ponendosi su un nuovo livello artistico, che proietta i Raventale nella novità e nella ricerca di un suono ancora più corposo e travolgente del solito.

Prendete gli ombrosi Katatonia di "Brave Murder Day", aggiungeteci la feroce carica mistica dei Wolves In The Throne Room, venatela con un'attitudine riflessiva e malinconica, mescolate il tutto con una personalità forte e ben definita, ed eccolo qui, il nuovo capolavoro di Astaroth. Quattro brani che scorrono via come l'acqua di un torrente montano: 45 minuti di orgasmo emotivo, "trascendente" i normali confini della musica, in quanto qui si sconfina nell'esperienza mistica vera e propria, uno di quegli ascolti che ti staccano dal mondo terreno e ti fanno viaggiare fuori dal tempo e dallo spazio. Musica irruenta, arrembante, impetuosa come una colossale inondazione che travolge tutto: anime, spiriti, rocce millenarie, interi eoni di evoluzione. Le chitarre si sono avvicinate ancora di più allo stile black metal, che predomina nettamente in alcuni brani mentre in altri si mitiga per avvicinarsi quasi al post rock; mai il loro suono è stato così ricco e convincente, così avvolgente nel suo suadente e continuo ripetersi. I ritmi sono diventati ancora più serrati, parossistici, quasi senza respiro: un continuo martellare di bacchette che picchiano sulle corde dell'anima, insaziabilmente violentate con superba classe e con notevole fantasia (notare i cambi di ritmo, semplici ma geniali, che riescono a trasformare radicalmente l'incedere dei brani). "Transcendence" è un flusso di coscienza, o meglio di incoscienza, un sublime abbandono ad una seduta spiritica che fa volteggiare in un mondo oscuro, nebuloso, impalpabile nonostante la rocciosa durezza dei suoni. Le fredde tastiere ormai sono ridotte all'osso e compaiono di rado, sottolineando efficacemente i momenti di massima vetta emozionale del disco, quelli in cui tutti gli strumenti vociano all'unisono per regalarci il compimento dell'opera di trascendenza spirituale. Ma è un compimento solo apparente: la tensione non si risolve mai, i segreti non vengono mai svelati, la visionaria e medianica outro della conclusiva "Transcendence" ci lascia spaesati, attoniti, muti davanti a tale dimostrazione di quanto un semplice brano musicale possa arrivare in profondità dentro l'anima. Ma come ho detto prima, non si tratta più di semplice musica: è pura ispirazione dello spirito, trasfigurata sottoforma di note distorte e martellanti, che nei loro saliscendi effettuano sulle nostre anime un totale sconquassamento.

Totalmente inutile è tentare di descrivere i brani uno per uno; ancora più inutile è estrapolarne delle singole sezioni e commentarle. Ogni accelerazione, ogni cambio di ritmo, ogni riff macinasassi, ogni sofferto assolo di chitarra (alcuni sono così espressivi da sembrare che parlino) riescono a stregarci fin dai primi ascolti. Con il suo ultimo lavoro, Astaroth viene da noi armato soltanto della sua semplicità, di quella contagiosa carica emotiva che può avere un bambino, il quale non ha paura di fare domande semplici ai propri genitori, e non comprende il motivo di tanto imbarazzo nelle risposte. La vera forza di questo album sta in questo, nella spontaneità di ogni singola nota, nell'aver messo da parte ogni inutile orpello, concentrandosi sulla pura sostanza. Vi accorgerete presto che le scure pozze di china lasciate dalle note di questo "Transcendence" vi macchieranno indelebilmente, e per quanto potrete affannarvi, non andranno più via. Lasciatevi macchiare nel profondo da questo vero e proprio capolavoro...

01 - Shine (10:38)
02 - Room Winter (11:18)
03 - Without Movement (10:11)
04 - Transcendence (13:13)

lunedì 29 ottobre 2012

Fading Waves - "The Sense Of Space"

Slow Burn Records, 2011
Una copertina dai toni rarefatti e sfumati, quasi impressionistici, è l'ideale per presentare la musica dei russi Fading Waves, gruppo formalmente composto da una sola persona, ma che in realtà conta diversi guest musicians nelle proprie fila. Qualche appassionato di musica di nicchia li aveva conosciuti con l'extended play uscito nel 2010, intitolato metaforicamente "Please Wait", e poi riproposto interamente anche nello split album con gli Starchitect; chi aveva ascoltato quel breve ma intenso caleidoscopio di suoni cangianti e di atmosfere dilatate e sognanti, non potrà negare che fosse suonato con una certa classe, anche se tendeva un po' a ricalcare le linee basilari del post - rock, appesantendo suoni e voci ma senza proporre nulla di realmente innovativo. Ma nel caso dei Fading Waves l'innovazione non è indispensabile, in quanto la musica compensa la sua mancanza di originalità con una qualità ampiamente sopra la media, con brani avvolgenti che assorbono completamente, con spire di sonorità talvolta gelide e talvolta roventi, che troviamo in versione ancora più interessante ed evoluta su questo nuovo album "The Sense Of Space". Solo cinque brani, per un totale di trentotto minuti: un disco che dura poco, ma che si fa ricordare. Un disco ideale da ascoltare nelle giornate nebbiose, quando si sta rintanati al chiuso davanti a un camino acceso, o mentre si aspetta di addormentarsi mentre un temporale infuria all'esterno, dilaniando il tetto di casa con miliardi di gocce indiavolate. 

Il primo brano "Air" è semplicemente un'introduzione di stampo ambient che ha il compito di preparare il terreno per i successivi quattro brani, i quali scendono raramente sotto i nove minuti di durata. Nemmeno con la successiva "Flashes" si capisce bene la direzione intrapresa dai Fading Waves, specialmente per chi ha ancora in mente l'irruento e drammatico attacco di "Megapolis Depression": ritmi tranquilli e sonorità dilatate si uniscono ad una leggiadra voce femminile che declama versi sottili come l'aria, creando un effetto squisitamente rilassante. Potremmo quasi credere che sia scomparsa la componente aggressiva dalle composizioni del gruppo, ma un crescendo dominato da un basso inquieto prepara all'esplosione del successivo brano, dove finalmente si svela l'arcano: ecco che con "Destroying The Time" arrivano seducenti muraglie di chitarre stratificate in più linee, un growl possente ma che rimane sempre in secondo piano e non si permette mai di sovrastare la fiumana di strumenti, melodie malinconiche e impregnate di pensieri tormentosi, note spezzettate in mille ripetizioni ipnotiche, sapienti accelerazioni e divagazioni ritmiche di stampo vagamente tribale. Come un bambino che, animato dalla curiosità della scoperta, getta tutti gli ingredienti della cucina in un unico recipiente e poi li mischia assieme per vedere cosa ne esce, i Fading Waves mischiano decine di ingredienti diversi, amalgamandoli però con maestria e tecnica, lavorando moltissimo sul mixaggio e sulla cesellatura dei suoni, senza però scadere nel difetto di risultare troppo puliti e scontati. Il risultato è, a mio parere, eccellente: "The Sense Of Space" forse non è uno di quei dischi che ti cambiano la vita, ma sicuramente è uno di quelli che si ascoltano dall'inizio alla fine senza aprire bocca, catturati dal turbinio emozionale al quale la musica dona vita.

Il resto del disco prosegue tutto sulle stesse coordinate, migliorando di pezzo in pezzo, passando dalla suggestiva epopea di magia in "Perforate The Sky" e arrivando fino all'esaltante ed epica conclusione di "Through The Veins". Quello che rimane dopo aver ascoltato questo disco è una sensazione di completezza: sembra di aver compiuto un viaggio della scoperta, di aver colto il senso di qualcosa che prima rimaneva irraggiungibile. Si fa presto a dire post metal: questa è pura ispirazione, un lavoro di cuore ma soprattutto di neuroni, soffice come un fiore nel vento e ruvido come uno spuntone di dolomia contorta. Rispetto al già ottimo "Please Wait", un deciso passo avanti che mostra tutta la debordante bravura di questa piccola grande one man band. Un perfetto esempio di come la musica moderna dovrebbe suonare per riuscire ancora a stupire e ad emozionare senza scadere nella banalità gratuita.

01 - Air (2:46)
02 - Flashes (9:27)
03 - Destroying The Time (8:13)
04 - Perforate The Sky (9:08)
05 - Through The Veins (9:01)

giovedì 11 ottobre 2012

PsyOpus - "Odd Senses"

Metal Blade Records, 2009
Presentazione: Tre zanzare placidamente posate su di un cranio vi penetrano la loro proboscide a forma di siringa, andando ad infettare il feto che vi alberga. Non potrebbe esserci immagine più criptica di questa per ritrarre la psiche umana: non so se si tratti di una figurazione della regressione inconscia allo stato infantile che ognuno di noi rischia dinnanzi alle molteplici frustrazioni della vita, o piuttosto di un mascherato messaggio di carattere sociale o politico che verte sulla manipolazione mentale a livello subliminale che subiamo da parte dei media. Ma una cosa è certa: ciò ci indica che gli PsyOpus sono tornati.

Stile: Odd Senses, tale è il titolo della loro nuova effige, è il terzo full-length dei tanto acclamati e ad un tempo criticati PsyOpus, e ascoltandolo potrete immediatamente constatare – per la vostra gioia o per il vostro acido irritato disappunto – che l’approccio musicale dei quattro non è cambiato di una virgola: ritroviamo infatti il loro caratteristico caos organizzato, superbamente prodotto, maturo e ultra-tecnico, che nel bene e nel male aveva stupito nei loro due lavori precedenti. Nevrotiche scale, rapide e dissonanti, furioso isterico grido dietro al microfono, il solito drumming quasi casuale, e il brulicante tappeto costituito dal basso. Ma gli PsyOpus non vogliono essere solo caos mentale e tecnica fine a sé stessa, e per dimostrarlo inseriscono sempre nei loro album una serie di accorgimenti particolari: compaiono alcune parti parlate, come i curiosi ipnotici collages di Boogeyman – che vogliano significare l'estesa comunanza delle paure che da bambini ci vengono inflitte? In Choker Chain invece tiene banco una voce femminile snervante che ripete all'infinito vari segmenti tipo “do you love me?” e “hug me!”, ripetizioni che si alternano ad un autentico caos strumentale isterico, una metafora musicale assolutamente geniale per ritrarre la stressante situazione psicologica precaria di un uomo di fronte al soffocante attaccamento della partner. Infine la conclusiva A Murder To Child in cui una placida chitarra alterna i suoi arpeggi ad un violino, nove eleganti minuti melodici che ricordano quel maestoso esperimento chiamato Siobhan's Song. Insomma, in Odd Senses c'è davvero tutto, ma proprio tutto, ciò che i fan degli PsyOpus adorano e che i loro detrattori non sopportano.

Valutazione: Visto che ormai gli PsyOpus si sono fatti un nome ed iniziano ad essere abbastanza conosciuti, viene spontaneo rispolverare il vecchio problema su come definire con esattezza il confine che separa la musica dal caos e dal rumore, e dunque chiedersi: è musica questa? E’ musica, oppure è soltanto un aborto schizoide che non ha ragion d’essere? Eh già, perché in fondo dove sono le melodie? Dove sono i ritornelli? Dove sono le atmosfere? O, più in generale: dove sono le canzoni? In effetti ascoltando Odd Senses sembra di trovarsi di fronte ad un garbuglio sonoro che tutto lascia fare fuorché farsi ascoltare, un garbuglio in cui le corde delle chitarre si contorcono frenetiche in preda alle convulsioni, in cui la batteria sembra sfogarsi a ruota libera, sfuriata dopo sfuriata senza alcun autocontrollo o schema, e in cui un tizio urla in modo raschiante probabilmente nell'intento di perdere la voce. Per alcuni potrebbe riuscire difficile persino determinare in quali punti precisi finisce un brano e ne inizia un altro. Questa è la selva oscura che si presenterà alle vostre orecchie se avrete l’ardire di cimentarvi nell’ascolto di Odd Senses. Ma in fondo la sottile perversione di questo tipo di musica consiste proprio nel portare la gente a domandarsi incredula: “Ma l’hanno fatto sul serio? Suonano davvero in questa maniera?”. Il fatto ben radicato nella tradizione popolare secondo il quale un brano debba avere un ritornello ben preciso o una melodia principale immediatamente distinguibile non è, a rigor di logica, altro che un luogo comune. Gli PsyOpus lo sanno, suonano consciamente al grido di “in barba a tutte queste sciocche convenzioni!”, e con la loro impronta di sana follia sono di più, molto di più. Gli PsyOpus rappresentano quell'odioso, genuino, impagabile lato della nostra mente che si ribella alle convenzioni e alle costrizioni, quell’impulso vitale che ci permette di non diventare uguali l’un l’altro come se ci clonassero, quell’impulso che ci porta a fare il contrario di ciò che ci viene detto e a cercare qualcosa di diverso da quanto ci è stato insegnato e conosciamo già, e magari a farlo con incoscienza e follia. Gli PsyOpus rappresentano questo, e lo rappresentano sotto forma di incarnazione musicale: sono degli irrimediabili schizofrenici che scompongono e smembrano la musica nelle sue componenti primarie per poi ricombinarle in modo apparentemente casuale, neanche si trattasse di un’immagine scomposta in pixel casuali - la musica degli PsyOpus sembra la conseguenza di un glitch nella musica cosiddetta “normale”, proprio come il comportamento folle e schizofrenico sembra conseguenza di un glitch dei complessi schemi di comportamento normali.

Conclusione: Alla fine di tutto questo peregrinare la domanda di cui sopra torna ad imporsi intatta: è musica questa? E’ musica, oppure è soltanto un aborto schizoide che non ha ragion d’essere? Come vale un po’ per l’arte tutta, la risposta sta negli occhi di chi guarda - in questo caso nelle orecchie di chi ascolta. Sarebbe assurdo avere la presunzione che un simile disco possa essere ascoltato da tutti, o anche solo da molti, così come sarebbe fuori luogo pretendere che questa proposta musicale venga compresa e come tale non etichettata come semplice aborto schizoide. Io posso solo dirmi felice di avere la fortuna e l'intraprendenza necessarie per riuscire ad apprezzarla, e Odd Senses non è che la terza dimostrazione di quanto adoro gli PsyOpus e di quanto sanno divertirmi ed affascinarmi, portandomi un po’ più vicino al lato oscuro e affascinante della psiche umana: quello della pazzia.

Curiosità: * Imogen's Puzzle Pt 3 è una versione alternativa della vecchia Imogen's Puzzle, brano del loro primo album Ideas Of Reference, versione che è poi stata ribaltata e quindi registrata al contrario. Una volta girato nuovamente il brano - su YouTube trovate una tale versione - lo si può ascoltare sovrapposto all'originale, un'esperienza acustica che consiglio a caldamente.

01 - .44 (00:53)
02 - Medusa (03:30)
03 - The Burning Halo (03:59)
04 - Duct Tape Smile (03:33)
05 - X and Y (03:42)
06 - Boogeyman (05:34)
07 - Imogen's Puzzle Part 3 (01:59)
08 - Choker Chain (02:49)
09 - Ms Shyflower (06:13)
10 - A Murder to Child (09:15)
11 - [Untitled] (20:34)

lunedì 8 ottobre 2012

PsyOpus - "Our Puzzling Encounters Considered"

Metal Blade Records, 2007
Presentazione: Fortunatamente nel nostro ordinamento la violenza sessuale è un reato grave, pesantemente perseguibile - quantomeno lo è dal punto di vista teorico ed ufficiale, al di là delle discutibili sentenze di certi giudici. Altrettanto fortunatamente la violenza sessuale non è reato se commessa sugli strumenti musicali: fu grazie a questo permissivismo che nacquero gli PsyOpus – non riesco ad immaginare una storia più plausibile per dipingere il loro approccio agli strumenti musicali. Il combo americano debuttò tre anni prima nel 2004 con un disco particolarissimo, tale Ideas Of Reference, sfoggiando uno stile gravemente schizofrenico che rasentava l'assurdo. Ciò gli valse un notevole apprezzamento, tanto che la Metal Blade ha deciso di promuoverli prelevandoli dalla Black Market Activities, etichetta della quale è distributrice. Nel 2007 siamo giunti al varco: il risultato di questa collaborazione si chiama Our Puzzling Encounters Considered. Che si può dire della Metal Blade? Scelta saggia o avventata?

Stile: Chitarra elettrica fuori controllo, batteria fuori controllo, a tutta prima la musica degli PsyOpus sembra più un discorso per libere associazioni che non un'argomentazione che segue un filo logico, discorso che salta di palo in frasca a seconda della prima cosa che viene in mente. Questa è la musica che Chris Arp e soci hanno proposto fin dall'inizio, e, per quanto ciò possa essere possibile, Our Puzzling Encounters Considered è ancora più aggrovigliato, schizofrenico e incontenibile dello scioccante esordio Ideas Of Reference. Gli PsyOpus si confermano una band che sembra maltrattare e seviziare gli strumenti musicali di cui si serve, i quali sembrano gemere e cercare aiuto come se fossero veramente in prossimità di essere violentati. I disperati gemiti che emettono vanno a comporre una musica veloce come la luce e tirata all'estremo come poche altre, piena zeppa di stoppate ed immediate ripartenze, formata da un'infinità di scale di chitarra che si attorcigliano una sull'altra come un piatto di tagliatelle condito con sangue e vasi arteriosi. Più che un puzzle quest'album è un autentico cubo di Rubik, un perfetto cubo di Rubik musicale.

Valutazione: Potrebbe essere una banalità dire che valutare un disco come questo non è facile, o forse in fondo non lo è. Io sono uno di quelli a cui Ideas Of Reference è piaciuto molto, ma onestamente ad apprezzare questo secondo disco ho impiegato parecchio tempo. Il fatto è che in alcuni punti gli PsyOpus eccedono oltre ogni livello con la schizofrenia, punti in cui sembra perdersi ogni tipo di filo conduttore, e venirne a capo non è per nulla facile. Ma alla fine ne vale davvero la pena, perché il caos di Our Puzzling Encounters Considered è un caos che contiene aggrovigliate tra loro tante emozioni tutte da scoprire e da vivere. Se però pensate che gli PsyOpus suonino unicamente al fine di mostrare a tutti la loro sconfinata abilità strumentale, e che non abbiano altro fine se non quello di divertirsi a colpi di tecnica, vi sbagliate di grosso, e Our Puzzling Encounters Considered ve lo dimostra senza possibilità di appello: dopo i primi quattro ottimi brani arrivano i pezzi prelibati, con Insects e Kill Us che costituiscono probabilmente i due pezzi migliori che la band abbia mai scritto e suonato. 100% PsyOpus, e con un sacco di sfumature melodiche geniali da scoprire lentamente, estrapolandole dal marasma più stupendo che io abbia mai sentito. Ma non solo marasma, perché a stupire ci si mette anche Imogen's Puzzle pt. 2, un pezzo dalla melodia pacata e tracotante a un tempo, semplicemente irresistibile. E se ancora non siete convinti della qualità di questo disco, aspettate di sentire il capolavoro Siobhan's Song: una composizione intricata e rilassante di rara bellezza e ineguagliabile dolcezza, una soave complessa brezza mattutina che accarezza le guance di chi vi si lascia cullare, e che porta in seno mille echi lontani. Una simile attitudine melodica è garante del fatto che gli PsyOpus non hanno in mente solo di sfogarsi bruciando tutta l’adrenalina che gli circola nelle vene, ma il loro intento è quello di proporre qualcosa di realmente costruttivo, seppur mediante una forma di distruzione.

Conclusione: Our Puzzling Encounters Considered è un disco che supera sotto ogni punto di vista il già eccellente esordio Ideas Of Reference: lo supera come estremismo musicale, come caos, come maturità artistica, come momenti melodici, come sensazioni. Ancora una volta una mossa azzeccata da parte della Metal Blade, che al di là di qualche artista fin troppo scontato e commerciale presenta un roster ricco di grandi intuizioni. Gli PsyOpus sono una di queste, probabilmente né la prima né l'ultima, e Our Puzzling Encounters Considered è quello che col senno di poi posso definire il mio disco preferito della band, nonché uno dei migliori che la casa americana abbia mai prodotto.

01 - The Pig Keeper's Daughter (03:34)
02 - 2 (04:00)
03 - Scissor Fuck Paper Doll (03:36)
04 - Whore Meet Liar (01:54)
05 - Insects (03:16)
06 - Imogen's Puzzle pt. 2 (04:25)
07 - Play Some Skynyrd (00:32)
08 - Kill Us (04:52)
09 - Siobhan's Song (06:43)
10 - Happy Valentine's Day (03:11)
11 - Our Puzzling Encounters Considered (01:55)
12 - Untitled Track (00:06)
13 - Untitled Track (27:54)

sabato 6 ottobre 2012

The Howling Void - "The Womb Beyond The World"

Solitude Productions, 2012
La notizia che è uscito il nuovo album dei The Howling Void probabilmente lascerà indifferenti molte persone, ma non certo chi apprezza il funeral doom, e soprattutto chi ha vissuto con intensità e passione i precedenti lavori della one man band statunitense. Chi come me aspettava questo album con ansia e partecipazione, troverà pane per i suoi denti: ancora una volta il nostro Ryan è riuscito a infondere nella sua musica una calibrata ed efficacissima mistura di atmosfere lugubri, attitudine sognante e devastante potenza delle muraglie di suono sprigionate, aggiungendoci alcune piccole novità che mostrano anche l'avvenuta evoluzione artistica della band. 

"The Womb Beyond The World" (il quale doveva originariamente chiamarsi "Lightless Depths", ma il cui titolo fu cambiato per motivi legati alla casa discografica) contiene quattro nuovi brani sfiancanti, poderosamente monolitici e quadrati, dominati dalle ormai caratteristiche stratificazioni di tastiere e da un suono di chitarra meravigliosamente ruvido e sfilacciato, come se Ryan avesse voluto far suonare il proprio strumento come un violoncello dall'archetto rovinato. Le funeree campane a morto, le plurime voci corali sintetizzate e i rintocchi di batteria catacombali non mancano di impreziosire il pesantissimo incedere dei brani, mentre la profonda voce growl assume stavolta un ruolo molto gregario, comparendo di rado e solo per pochi versi: è infatti sufficiente aprire la custodia per rendersi conto che i tre brani principali hanno testi di due righe, mentre il quarto brano è completamente strumentale. L'album non ha più i connotati vagamente psichedelici di "Megaliths Of The Abyss", e nemmeno suona maestoso e rilassante come il successivo "Shadows Over The Cosmos"; stavolta a predominare è un senso di tetra disperazione, un lamento funebre di portata molto superiore a ciò che eravamo abituati a sentire dalla band. Solo con l'ultimo, liberatorio inno strumentale "Eleleth", giocato su quattro accordi ripetuti per otto minuti in veste via via leggermente diversa, il suono diventa meno opprimente; i primi tre brani invece danno sfogo a tutte le velleità oscure di Ryan, che questa volta ha davvero superato sè stesso in quanto a capacità di trasporre in musica le emozioni più nere che un essere umano possa provare. I brani passano con maestria da alcuni momenti veramente horror ("The Womb Beyond The World") a sprazzi di malinconia dal respiro quasi epico ("Lightless Depths"), passando per stupendi intermezzi ambient che ammaliano con la loro bellezza imponente. Il denominatore comune rimane però un'accentuata vena tenebrosa, che rende questo disco una tela nerissima, sapientemente dipinta di scure variazioni di grigio.

Come nei precedenti album, anche in questo caso il songwriting è piuttosto insignificante: i brani si basano su pochissime note che vengono ripetute molte volte (anche se condite da elementi sempre differenti), e i brani non ricercano uno sviluppo, nè una costante progressione. Si torna spesso sui sentieri già battuti, e spesso ciò accade proprio quando ci si aspetterebbe un qualche cambiamento: sono convinto che questa sia una scelta fatta da Ryan con cognizione di causa, per renderci partecipi delle sue emozioni immobili e asfissianti. Non posso classificare questo aspetto come un difetto, dato che mai i The Howling Void hanno voluto puntare sulla composizione in sens stretto; essi preferiscono una lubrica immobilità di intenti, un crogiolarsi nel pozzo dei dannati, come se i sessanta minuti del disco fossero una messa nera dall'eleganza sopraffina.

Soffocante, granitico e suadente: così definirei in tre parole l'oscuro calderone di suoni che risponde al nome di The Womb Beyond The World. I fan della band sono già corsi a comprarlo, per cui è superfluo ogni mio commento: a tutti gli altri consiglio di provare questa band e questo disco solo se sono in vena di emozioni forti, e non necessariamente positive ed edificanti.

Un lavoro notevole.

01 - The Womb Beyond The World (14:19)
02 - The Silence Of Centuries End (18:14)
03 - Lightless Depths (18:15)
04 - Eleleth (8:35)

mercoledì 26 settembre 2012

Opeth - "Deliverance"

Music For Nations, 2002
"Deliverance" è un album che si sgancia dall’evoluzione stilistica che accompagna la decennale produzione degli Opeth. Un album difficile da descrivere perché il suono porta a evocare più stati d’animo che immagini o situazioni (anche se comunque nè gli uni nè le altre sono prevalenti). È un album che per questo motivo potrebbe essere definito più concettuale e puro, meno narrativo. Alcune caratteristiche che contraddistinguono i pezzi sono nettezza e decisione, assieme all’unitarietà della composizione. Un aggettivo inglese potrebbe essere bold. In una parola, è un album molto asciutto.

Dal punto di vista ritmico è molto serrato e ripetitivo, stordendo l’ascoltatore. Il pezzo "Deliverance" ne è l’esempio forse più chiaro, ma anche i tre minuti finali di "A Fair Judgement" rappresentano bene la cosa. Questa ritmicità è interrotta da alcune parti melodiche decisamente apprezzabili, circoscritte e opportunamente piazzate per essere uno sfalsamento rispetto al tono che le circonda. Unica eccezione da questo punto di vista è "A Fair Judgement", una bellissima canzone che si svincola da questa descrizione. Iniziamo proprio da questa. Per chi scrive è una delle preferite della produzione della band. Senza dubbio molto commovente, mette in note la delusione di qualcuno rifiutato e giudicato in modo ingiusto ma al contempo l’affermazione di un'immagine nuova e in cui ci si riconosce, passaggio ben udibile dal minuto 4:30 fino al 7:30, in cui penso che si esprima la vera forza di questa canzone. Qualcosa di simile non si sente frequentemente, nonostante sia qualcosa che credo appartenga a molte persone.

La title - track "Deliverance", invece, è di tutt’altra pasta. Coerente con la ritmicità serrata dell’intero album, ne è, come detto, il riferimento principale. Una canzone molto particolare, difficile da digerire al primo ascolto, poiché va a toccare note che solo raramente vengono vissute, ossia quelle della concentrazione, una concentrazione molto forte, al limite dell’alienazione. Una concentrazione serrata, probabilmente quella di un soldato impegnato in un'operazione così spaventosa da lasciare spazio solo alla fredda esecuzione di un piano al quale si affida, giocandosi il tutto per tutto in una lunga apnea con una vena ancora sensibile, impossibile da cancellare del tutto, di speranza, incredulità e temporanee emersioni di lucidità.

Come già in altri album, la cadenza atona riprende dopo una breve pausa, "For Absent Friends", con un pezzo nodoso e da masticare con forza, "Master’s Apprentices". In continuità parziale con "Deliverance", ne mantiene la rigidezza ritmica ma in una chiave diversa. "Master’s Apprentices" è decisione e non più concentrazione. Ha in se più forza e animosità rispetto alla precedente, un’animosità lenta come quella di chi è impegnato in qualcosa di difficile, tortuoso, impegnativo ma ugualmente importante. Esprime anche quanto questo percorso non sia eroico ma faticoso, brutto. Il finale premia questa fatica: la trama e l’ordito finalmente non sono più un intreccio privo di forma ma un abito con un animo.

È un disco difficile da recensire proprio per la sonorità molto razionale ed inquadrata, solo a tratti esercita una presa immediata su chi ascolta. Gli Opeth non suonano un genere allegro e spensierato, tuttavia questo album rappresenta una manifestazione diversa di tale attitudine, questa volta enigmatica e non narrativa. La paesaggistica è quasi del tutto assente dalle immagini che si potrebbero associare a questo disco, di fatti. Una riorganizzazione del codice usuale della band svedese.

01 - Wreath (11:12)
02 - Deliverance (13:38)
03 - A Fair Judgement (10:25)
04 - For Absent Friends (2:19)
05 - Master's Apprentices (10:34)
06 - By The Pain I See In Others (13:50)

lunedì 24 settembre 2012

Quiet In The Cave - "Tell Him He's Dead"

Autoprodotto, 2012
Ormai attivi da una decina d'anni, i Quiet In The Cave riuniscono nella loro musica un interessante mistura di post - core, industrial, black e doom metal nel tentativo di creare qualcosa di originale e coinvolgente, che renda la musica un'esperienza visionaria e ricca. Anche se ho sottomano solamente le poche canzoni di questo EP per rendermi conto se l'obiettivo sia stato centrato o meno, non posso che rimanere piacevolmente sorpreso dalla padronanza che il gruppo mostra di avere e della genuinità di una musica che afferra alla gola, ma con dolcezza, ragionando sempre sulla propria violenza e procedendo attraverso un riffing convincente e sufficientemente malato per essere ricordato.

Non seguono strutture lineari, i Quiet In The Cave; hanno la libertà compositiva di gruppi come i Neurosis, che si divertono a partorire le proprie insane composizioni in una quasi totale assenza di dettami e leggi, così da disorientare ancora di più il povero ascoltatore. I riff quadrati e possenti che la band sforna non danno mai troppo l'idea di staticità, perchè ci pensa tutto il resto ad arricchire i brani: numerosi stacchi ambient - atmosferici che suonano con un'inquietante sordina, alternanze convincenti delle linee vocali (a tratti growl raschiato e aspro, a tratti voce pulita melodica e corale ("Run Out"), fino a sorprese vere e proprie come il cantato "alla Arcturus" che troviamo in "The Dark Passenger" o nell'introduzione di "Measure". A tratti è impressionante la somiglianza della timbrica e dello stile di Garm!

Interessanti e sempre ben riuscite sono le evoluzioni della sezione ritmica, possessiva e pulsante; la musica tuttavia procede sempre a tentoni, senza mai rimanere troppo fossilizzata su un dato schema o una data progressione, preferendo spezzarsi e rinnovarsi di continuo tra ricami di basso, melodie di chitarra perfino romantiche e ottimi crescendo di tensione, che puntualmente esplodono in riff compressi e pesantemente distorti, in pieno stile post - core. Gli episodi tutto sommato "tranquilli" vengono bilanciati da una traccia realmente cupa e schizofrenica come "Monstro", che potrebbe tranquillamente accompagnare gli ultimi parossistici istanti di vita del mostro Terminator, dall'omonimo film. 

Il minutaggio non è elevato (ma neanche scarso), trattandosi appunto di un EP; tuttavia, questo dischetto colpisce per come è stato curato e strutturato bene, e per le grandi potenzialità che cela dietro le sue composizioni inquiete e ravananti in un abisso di follia che aspetta solo di essere indagato. Questi ragazzi ci sanno fare, date loro una possibilità.

01 - The Dark Passenger (6:11)
02 - Run Out (4:18)
03 - Measure (6:09)
04 - Monstro (3:45)
05 - Lose (6:04)

mercoledì 12 settembre 2012

As Light Dies - "A Step Through The Reflection"

Mondongo Canibale Records, 2007
Presentazione: Cosa ci si può aspettare dalla musica spagnola? Cosa ci si può aspettare dalla Spagna, una terra di persone ilari e festose che danzano a ritmo di latino – forse non è un caso se essa in ambito metal ha prodotto finora abbastanza poco. Eppure questa visione festaiola comune così radicata del paese iberico non rende giustizia alla squisita desolazione delle sue brulle catene montuose, che ne costituiscono un'ampia fetta. Ed è proprio qui, da uno di questi altopiani spogli e aridi, che trae origine l'ispirazione degli As Light Dies. E chi sono costoro? Chi li conosce?

Stile: Supponete di non aver mai sentito niente di questa band, e inserite A Step Through The Reflection nel vostro stereo. Quali saranno i vostri pensieri ascoltando l'intro sinfonica? “Oh no, un'altra band symphonic-power con una donna che canta in gothic! Basta, per carità, non se ne può più!”. Lasciate passare l'intro, e poi aspettate che inizi il symphonic-power. “Ohibò...questo ritmo è molto Cynic...e questi riff sono molto Opeth! Ma c'è lo scream...no, aspetta! Questo è black metal! Black metal sul ritmo dei Cynic? No...è folk. Folk sinfonico? Anche folk acustico! Sinfonico, acustico, progressivo, con un pianoforte tutto gothic. Ora è di nuovo black! E queste voci clean maschili da dove saltano fuori?”. Per pensare tutto questo vi basteranno tre minuti. Ora rilassatevi, pensate che ne devono trascorrere ancora altri sessanta, mettetevi comodi in poltrona e godetevi il resto, senza chiedervi che cosa sia e chi vi ricordi. Scoprirete così che c'è ancora tanto di cui stupirsi, tra metal e musica classica, tra chitarre e violini, tra rabbia e soave fantasia. La band definisce il proprio stile Eclectic Mineral style: “Eclectic Mineral style definition is a sofisticated fusion of contemporary music, noisy atmospheric doom, math death metal, and post black metal together with folk and minimalism elements which would like to every avantgarde metal follower”. Niente di più azzeccato: se ad esempio la fantasiosa Weird, Imperfect Symmetry Of Creation è portatrice di una melodia fresca, pizzicata, assolutamente irresistibile, A Step Through The Reflection è un brano dai toni technical death e al tempo stesso dark gothic. E questo non è che un esempio. Tutto ciò che ha a che fare col metal estremo e col metal sinfonico, qui lo trovate. E dovendo legare insieme una tale mole di generi diversi, perché non fare un pesante uso di prog? Già, perché non farlo? E infatti è proprio ciò che hanno fatto gli As Light Dies. Alla luce di tutto ciò appare forse meno singolare il fatto che, su tredici tracce complessive, appena sette siano i brani veri e propri. Il resto è tutto uno sfumarsi di ponti strumentali in perfetta sintonia coi brani da cui si dipartono e con quelli a cui conducono.

Valutazione: Passare con una tale abilità dalla sinfonia di A Shine After A Thousand Years Of Darkness al death di The Temple, dalla luce di Weird, Imperfect Symmetry Of Creation al buio di Peering Through The Reflection e A Step Through The Reflection, per non parlare poi degli innumerevoli cambi di scenario interni a ciascun brano, è qualcosa di impagabile. Chiamatelo ecletcic mineral style, chiamatelo extreme prog metal, chiamatelo come volete; non fa differenza. Il songwriting che getta le fondamenta di questo disco è e rimane maestoso a prescindere dal nome con cui lo si etichetta, e i numerosi intermezzi musicali sono scritti con un'abilità mostruosa. Melodia e genialità compositiva unite in un fastoso sposalizio, e rimanere ammaliato nel presenziare alla cerimonia è una sensazione bellissima. Il prog può deliziarvi, oppure potete odiarlo, così come può piacervi o non piacervi il metal estremo; ma se vi piace la musica, non potete non amare questo disco. A Step Through The Reflection è un disco di musica estrema nella sua accezione più generale. Non è estremo per i blastbeats o per i riff assassini. No. E' estremo nel suo coraggioso sincretismo musicale, nel suo non conoscere limiti, nel suo connubio di influenze e sentimenti; è estremo nel suo essere capace di far vivere all'ascoltatore un'esperienza emotiva completa e appagante. Non c'è un mood preciso con cui poter affrontare un disco simile: la sua forza sta proprio nel far assaporare tutti i mood possibili, nel cogliere la complessità dell'animo umano, l'infinita complessità del suo cervello, tutte le sfaccettature del suo carattere, e nel saperle trasporre con coerenza in sessantasette minuti che non dimenticherete facilmente. Sessantasette minuti in grado di richiamare tante splendide emozioni diverse che vi parleranno di voi, delle vostre esperienze passate belle e brutte, di tutti i momenti che hanno caratterizzato la vostra vita e di quelli che la caratterizzeranno. Privarsi di una simile esperienza solo per una serie di pregiudizi sul prog sarebbe stupido, no?

Conclusione: Cosa è realmente estremo? Una cascata di riff e blastbeats senza sosta, tutta uguale, oppure un disco che ha il coraggio e l'ardore di proporre un tale mix di generi musicali? Domanda retorica, ma lascio ugualmente la risposta alla vostra soggettività. Io intanto mi gongolo rigirandomi tra le mani questo piccolo capolavoro e traggo un indescrivibile piacere dall'ascoltarlo e riascoltarlo, il piacere di chi ama la musica non soltanto nelle sue manifestazioni più immediate e superficiali, ma anche e soprattutto nel suo vero cuore pulsante fatto di composizioni geniali e variegate melodie.

01 - Crossing The Stygian Lake (03:29)
02 - Out Of The Cave (06:31)
03 - Imprisoned Forever (04:24)
04 - The Very Beginning (01:55)
05 - Weird, Imperfect Symmetry Of Creation (11:17)
06 - Peering Through The Reflection (01:29)
07 - A Step Through The Reflection (08:02)
08 - In Fairies Garden (08:00)
09 - A Shine After A Thousand Years Of Darkness (01:56)
10 - The Temple (07:09)
11 - Ode To A Dying Empire (01:18)
12 - The Scourge Of The Gods (03:02)
13 - The Sinking Of Atlantis (08:19)