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martedì 18 dicembre 2012

Arckanum - "Kostogher"

Necropolis Records, 1997
Avrebbero tutte le carte in regola per esserlo, ma gli Arckanum non sono una band di black metal pagano: essi abbracciano una fede diversa, gnosticista, come spiegano con un comunicato sul loro sito ufficiale (in realtà dovrei parlare al singolare, dato che si tratta di una one man band). Sarà, ma a me questo album sembra pagan black al 100%, per cui in questa recensione non posso fare a meno di considerarlo tale, viste le sue sonorità assolutamente caratteristiche e nondimeno le fotografie presenti nello splendido booklet.

"Kostogher" è il secondo album di un'immaginaria trilogia cominciata con il primo e ottimo "Fran Marder" e proseguita poi con il terzo lavoro "Kampen", altra dimostrazione di classe sopraffina. Dopo questi tre dischi la band si prenderà una lunga pausa, facendo quasi credere di essere scomparsa dalla scena, mentre in realtà stava solo elaborando un nuovo modo di suonare, che troverà vita grazie ad altri numerosi album, sempre di buon livello. In questo "Kostogher", così come negli altri due dischi della primitiva trilogia, risulta evidente la volontà della band di trasporre in musica i temi classici dello spiritismo: temi che richiamano la natura, la furia degli elementi, l'abbandono dell'uomo all'interno di un ambiente ostile e crudele, la spietata lotta per la sopravvivenza, il gelo invernale, e così via. Ci riescono bene, su questo nulla da dire. Il disco è prodotto in maniera grezzissima, con chitarre che suonano riff a malapena distinguibili nel caos, una batteria costantemente sparata al massimo della velocità e una voce in screaming che latra parole incomprensibili con ben poca musicalità nel senso stretto del termine. Fin qui nulla di strano: la maggioranza dei dischi pagan black, quando non sono contaminati da altri generi, suona così, e gli Arckanum svolgono molto bene il loro compito, dimostrando una certa classe. Oltre a ciò, tuttavia, trovano spazio alcuni momenti di fattura davvero pregevole: ad esempio i leggiadri violini in "Skoghens Minnen Vækks", o la triste strumentale "Et Sorghetog" con le sue voci femminili e i canti di un gufo (!), le commoventi aperture melodiche in "Oþer Trulhøyghda", o le cantilenanti chitarre di "Græmelse ok Væ": tutti momenti che riescono ad impreziosire il disco quel tanto che basta per non renderlo solo un esercizio di furia elementale gratuita, per quanto comunque ciò non rappresenterebbe un problema per i fan del black metal più oltranzista. La maggior parte dell'album è infatti composta da brani che suonano abbastanza simili gli uni agli altri, brani che assaltano frontalmente con chitarre sporche e cattive, nei quali la gran parte delle strofe è a malapena intellegibile, le chitarre soliste non si sentono quasi mai, il tremolo picking è poco sfruttato... sappiamo che il black metal, nella sua accezione più pura e semplice, deve essere così, brutto, sporco e cattivo. Ma quando riesce anche ad accantonare la sua natura malvagia e assassina, producendo momenti di quiete nei quali riflettere e riposare dopo una tormenta di neve, il tutto acquista molta più efficacia. Ecco perchè "Kostogher" alla fine riesce a convincere, nonostante la sua fattura ostica e certamente non immediata, da calare in un contesto specifico per poterne trarre qualcosa di interessante.

"Kostogher" è un disco affascinante, che colpisce grazie alla sua indubbia genuinità. Nonostante il suo livello compositivo non sia obiettivamente niente di rilevante, riesce a convincere grazie ad un'attitudine perfettamente calata nel suo contesto e capace di trasmettere ciò che intendeva trasmettere: emozioni primitive, non mediate, ruvide e impetuose. Con qualche piccola, preziosa parentesi di introspezione, come quella che potrebbe provare un uomo primitivo che, dopo una giornata passata a procacciarsi il cibo tra pericoli di ogni sorta, alza gli occhi al cielo e lo vede illuminarsi di milioni di puntini luminosi, dei quali ignora la natura fisica ma conosce benissimo il significato arcano che vi si nasconde dietro. Non fatevelo scappare se siete degli appassionati del genere, ma in caso contrario valutate bene l'acquisto, perché questo è proprio uno di quei dischi che possono essere amati o odiati, senza vie di mezzo.

01 - Skoghens Minnen Vækks (7:07)

02 - Yvir Min Diupe Marder (4:43)

03 - Øþegarðr (4:08)

04  - Þæn Sum Fran Griften Gangar (3:59)

05 - Et Sorghetog (2:43)

06 - Gamall Uvermark (3:39)

07-   Oþer Trulhøyghda (8:08)

08 - Gangar For Raþan Vinder (4:00)

09 - Bedrøvelse (5:11)

10 - Ir Bister Ensaminhet Iagh Ugla (3:56)

11 - Græmelse ok Væ (3:55)

12 - Kri Til Dødha Daghi (6:22)

lunedì 17 dicembre 2012

Officium Triste - "The Pathway"

Displeased Records, 2001
Quando qualcuno afferma che "The Pathway" sia il miglior disco composto dagli Officium Triste, onestamente non posso fare a meno di chiedermi che cos'abbia fumato o cosa si sia sparato in vena nei minuti immediatamente antecedenti a tale dichiarazione. "The Pathway", infatti, è a mio avviso il primo e il più drammaticamente rovinoso scivolone compiuto dalla band olandese, un aborto musicale che ho deciso di recensire proprio per smentire una volta per tutte chi magari è davvero convinto della sua bontà artistica.

"Ne Vivam" era stato un esordio derivativo ma tutto sommato piacevole, con alcuni momenti degni di nota, e una qualità media accettabile. L'evoluzione del gruppo prosegue con questo album, che mostra fin da subito alcune novità nel sound: si alleggeriscono le atmosfere, gli arrangiamenti di tastiera e violino entrano a far parte dei brani in dosi più massicce, compare la voce pulita che inizialmente non aveva quasi mai trovato spazio. Purtroppo, il gruppo non ne ha indovinata nemmeno una: "The Pathway" mostra una composizione banalissima, scontata, strutture trite e ritrite, testi a dir poco insulsi (leggete l'ilare arringa contro una fantomatica donna infedele in "Foul Play", o le sbrodolate melensaggini di "Divinity", o peggio ancora le ridicole lamentele di "This Is Goodbye": non saprete se essere infastiditi o se mettervi a ridere a più non posso). I suoni dei flauti e degli archi sono così artefatti e irritanti da sembrare che siano prodotti da una tastiera giocattolo, per non parlare in generale della produzione e della qualità sonora, che appiattisce la musica rendendola ancora più insipida. Le canzoni si susseguono stancamente le une alle altre, tentando di apparire grintose ma riuscendo solo a far sbadigliare, a causa delle loro strutture sconclusionate, che sembrano incollate con il Super Attack. Il peggio del peggio viene raggiunto dagli interventi di voce pulita: se già Pim non è una cima nel growl, piatto e monocorde come pochi, la sua voce "normale" è imbarazzante, costantemente incerta e stonata. Ne è un buon esempio l'orrenda strofa portante di "Camouflage", o la già citata "This Is Goodbye", che pare cantata da un sedicenne al suo primo tentativo di serenata sotto le finestre della sua fidanzatina. Ma sono solo alcuni esempi, potrei citare molte altre parti in cui la voce è usata in maniera indecente. Anche dal punto di vista strumentale non andiamo molto lontano: ne è un esempio la scontatissima "Divinity", che non incanta proprio nessuno con le sue chitarrine da terza elementare, nè tantomeno con il clownesco assolo di chitarra finale, seriamente uno dei più brutti e demenziali che abbia mai avuto il dispiacere di ascoltare. Qualche momento decente forse c'è, come in alcuni passaggi di "Pathway (Of Broken Glass)" o di "Deep Down", ma assolutamente niente che si imprima nella mente e che vi resti sedimentato, niente che si abbia piacere di riascoltare una seconda volta, niente che si possa definire ispirato o ben concepito. O forse all'inizio sì, in quanto un disco come questo ha la strana capacità di affascinare ai primi ascolti (specialmente chi non è avvezzo al genere), ma in genere viene poi dimenticato e rivalutato negativamente con impressionante rapidità. Non è improbabile che ci si trovi a chiedere a sè stessi: "ma come mai prima mi piaceva così tanto, e ora invece non mi dice più nulla?".

La risposta è una sola: "The Pathway", a dispetto della fama che sembra essersi costruito nella scena, è uno dei dischi doom più brutti e scontati della storia. Ha esattamente tutto quello che un disco di questo genere non dovrebbe avere, e non ha niente di ciò che dovrebbe: per cui evitatelo come la peste. E pensare che stavo quasi per scrivere che forse l'unica traccia decente è, ironicamente, una bonus track esclusa dal conteggio principale e presente solo nella versione del CD in mio possesso. Ma mi sono trattenuto in tempo: ho appena scoperto che tale brano è una cover dei Chorus Of Ruin. Come volevasi dimostrare...

01 - Roses On My Grave (6:34)
02 - Pathway (Of Broken Glass) (6:17)
03 - Foul Play (4:43)
04 - Camouflage (4:27)
05 - Divinity (6:31)
06 - Deep Down (7:27)
07 - This Is Goodbye (5:58)

sabato 15 dicembre 2012

As Light Dies - "Ars Subtilior From Within The Cage"

BadMoodMan Music, 2010
Normalmente apprezzo gli album che hanno una direzione ben definita, abbastanza omogenei, comunque comprensibili nella loro interezza. Ci sono delle volte, però, in cui si incappa in dischi che sono totalmente l'opposto, vale a dire dei manifesti di totale incoerenza musicale. Come ci si può comportare di fronte a queste mosche bianche? O si respinge il tutto, con un'espressione di sufficienza stampata sul volto, oppure ci si appassiona e si impara a convivere col sincretismo musicale e l'ecletticità, che prima non si riuscivano ad apprezzare a causa dei propri pregiudizi. Sicuramente è quello che mi è capitato quando sono venuto in contatto con il secondo disco degli spagnoli As Light Dies, pubblicati dalla sempre formidabile BadMoodMan Music.

Una copertina così splendidamente poetica potrebbe richiamare alla mente atmosfere gothic - dark, ma nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. O forse no: probabilmente c'è anche il gothic - dark all'interno di questo album, dato che i quattro musicisti sembrano averci messo dentro di tutto, apparentemente senza alcuna coesione logica nè tantomeno un proprio stile definito. Provate ad ascoltarlo tutto di fila, non riuscirete a trovare un filo conduttore nemmeno a pagarlo: si comincia con un'emozionante introduzione orchestrale e pianistica, dal sapore drammatico, per poi passare ad un brano di progressive metal estremo, nel quale chitarre frastagliate, una batteria mitragliante su ritmiche alla Meshuggah e violini ferocemente psicotici violentano le nostre orecchie senza pietà alcuna, come in una manifestazione musicale dell'agitazione psicomotoria più violenta e incontenibile. Potrebbe anche essere che si tratti di un disco del genere, violento e paranoide, che ci ha ingannato con un'inizio ammaliante ma poi rivela la sua vera natura tritaossa; potrebbe essere, se non fosse che il terzo brano ci spiazza ulteriormente con il suo andamento spiccatamente melodico, vagamente orientaleggiante (anche se è cantato in francese) e con una voce pulita profonda e teatrale che si alterna al growl. Le melodie a tratti assumono un carattere tzigano, per via dell'onnipresente violino che lungo tutto il disco svolge un lavoro magistrale, anche se ogni volta differente a seconda del contesto. Forse adesso riusciamo a capirci qualcosa di più? Nemmeno per sogno, poichè il brano successivo è una messa per organo, in tutto e per tutto simile ad una delle magistrali composizioni del maestro Bach. Molto bella e formalmente perfetta, rimane da capire il suo ruolo all'interno del contesto, ma questo forse lo capiremo più avanti, per ora la scena rimane molto nebulosa e apparentemente priva di senso. Arriva quindi un brano che mischia death, black, thrash e progressive in un colpo solo, senza sbilanciarsi mai troppo verso nessuno di essi; poi un intermezzo pianistico d'atmosfera, che ricorda le moderne composizioni minimaliste; poi un brano di undici minuti cantato in spagnolo da una voce femminile accorata e carica di vibrante sentimento, mentre la base strumentale si evolve in modo imprevedibile con le sue melodie violinistiche e le sfuriate di una batteria a tratti in blast beat; arriva poi un altro brano di undici minuti dedito alla schizofrenia musicale più completa, tra tecnicismi death e ritmi complicati che reggono dissonanze marcatissime e suoni elettronici, nonchè interessanti librazioni di voce pulita. Infine il disco si chiude con una strumentale inquietante, dove un pianoforte senza direzione sembra suonare quasi a caso, come un malato psichiatrico rinchiuso nella sua cella che medita vendetta ma senza sapere da che parte iniziare.

Ho semplificato molto l'eviscerazione dei brani, per non risultare tedioso: ma una descrizione come questa è più che sufficiente per capire che non siamo di fronte ad un disco comune, nè tantomeno semplice. I dettagli li scoprirete con l'ascolto, io qui vi ho dato solo un'infarinatura per farvi capire anche solo vagamente con cosa avete a che fare. Se cercate di classificarlo in un genere preciso, o anche solo in un genere non troppo preciso, fallirete miseramente: questo disco è costruito apposta per stupire, per mischiare generi diversi in un pastone nel quale si sentono tutti ma non si riesce più a distinguerli l'uno dall'altro, per spaziare da un estremo all'altro e per ritornare al punto di partenza dopo aver compiuto mille giravolte per depistare l'ascoltatore, che potrà rimanere totalmente indifferente oppure irrimediabilmente affascinato da tale dimostrazione di schizoide genialità. A dispetto della sua natura meravigliosamente sconclusionata, che potrebbe far domandare per quale motivo un disco del genere debba esistere, bisogna però notare come la tecnica strumentale sia eccellente, come la bravura compositiva dei musicisti coinvolti non si venda certo a poco prezzo, e come il gruppo riesce a creare un tale caleidoscopio di suoni e colori senza che la spiacevole sensazione del "collage" si faccia sentire. "Ars Subtilior" è così ben fatto, talmente ben prodotto e soprattutto così bello e vario che il problema non si pone: si tratta di pura e semplice espressione artistica. Come accennavo prima, il contesto in cui bisogna collocare questo disco è il disco stesso: non c'è altro modo per capirlo e per lasciarsi appassionare. Potrà sembrare pretenzioso, esagerato, spocchioso come la frase riportata in fondo al booklet: ma onestamente non mi interessa se il gruppo si ritiene appartenente ad un elite illuminata, a me interessa solo la musica, che è tanta e ha gli attributi. Considerate dunque tale disco come una rappresentazione dell'incredibile varietà della vita e dell'essere umano, e gustatevelo fino in fondo, perchè non troverete molti dischi come questo in giro.

01 - The Very End (2:31)
02 - The Disinherited (8:07)
03 - Le Nebuleux Sentier (5:10)
04 - Die Letze Fuge Vor Der Flucht (4:43)
05 - Trapped In Flesh (8:51)
06 - Yearning For Blissful Moments While Standing Upon The Ruins (2:56)
07 - Sombra Y Silencio (11:40)
08 - Insignificant Among Insignificance (11:07)
09 - When Everything Fades Away (1:53)

Officium Triste - "Ne Vivam"

Teutonic Existence Records, 1997
Avete ragione: forse non vale nemmeno la pena di spendere troppe parole sugli sfortunati Officium Triste. Sono già stati sufficientemente massacrati da critica e pubblico, perchè scriverne ancora? Forse per infierire, calcando la mano sulla loro pochezza artistica? Non esattamente, non è questo il mio intento. Il problema di fondo di questi musicisti olandesi non è che siano malvagi o terribilmente scarsi, è che semplicemente non riescono ad andare oltre un certo livello, e questo difetto, per una band che suona un genere così inflazionato e saturato da cloni, è imperdonabile: si finisce inevitabilmente per rendersi conto che non c'è alcun bisogno di band riempitive, quando ci sono già i maestri del genere che ci emozionano a sufficienza. Eppure, anche negli Officium Triste non è tutto da buttare: spesso, a torto, ci si dimentica del loro primo album, "Ne Vivam".

Siamo agli esordi, quindi siamo ancora pesantemente influenzati dai primi Anathema e soprattutto dai My Dying Bride: le reminescenze del loro sound si sentono in ogni singola nota e in ogni singolo riff degli olandesi, con quel suono di chitarra piacevolmente sporco, che viene reso in questo modo proprio per ampliare la sensazione di grezzume tipico del doom death d'autore. La scarsa personalità di questo lavoro, ancora molto derivativo e incapace di portare qualsivoglia novità alla scena doom, è però compensata da brani che obiettivamente non sono niente male: l'opener "Frozen Tears" annovera dei momenti davvero emozionanti (a fianco di altri tranquillamente evitabili, altro grave problema che da sempre inficia le produzioni di questa band) e non è da meno la successiva "Lonesome", una piccola perla malinconica che potrebbe addirittura commuovere i cuori più sensibili. Melodie delicate e tempi lenti, talvolta controbilanciati da leggere accelerazioni, sono ciò in cui il gruppo riesce bene, mentre risulta meno convincente nelle parti vocali in growl, un po' troppo sterotipate, e nei testi, drammaticamente banali e sconteti. I testi potrebbero anche essere ignorati, a dire il vero: di solito, con il growl si capisce poco o niente, e si tende a concentrarsi solo sulla musica per formulare un giudizio artistico. Ma gli Officium Triste sono olandesi e cantano in un inglese fin troppo riconoscibile, così che non si può notare la bruttezza delle parole. Concentriamoci quindi sulla musica, che è meglio: ed ecco che con le maestose melodie di "A Journey Through Lowlands" ci fanno dimenticare della pochezza lirica e ci avvinghiano nuovamente all'ascolto, rimuginando sulla nostra interiorità e rimescolando le emozioni in un piacevole calderone ribollente. Si prosegue tra episodi più lenti ("One With The Sea", che sembra una pallida copia di "Edenbeast") e momenti dinamici come in "Stardust", con i suoi interessanti saliscendi melodici. Da segnalare anche la divertente "The Happy Forest", che se da un lato è un pochettino scontata e quasi pop con il suo riff scherzoso e la voce pulita, dall'altro ha un andamento accattivante che ancora una volta fa scorrere piacevolmente il disco nel lettore fino alla fine. 

Non ci sono episodi di spicco, a parte forse la sopracitata "Lonesome", ma nemmeno momenti terribili come invece sentiremo nei successivi album, nei quali il gruppo, alla ricerca disperata di una personalità propria, sperimenterà soluzioni che avranno risultati controproducenti. Ma lasciando perdere ciò che verrà dopo, rimane il fatto che "Ne Vivam" è un buon disco di doom death melodico, suonato e prodotto con onestà e impegno, con tutta la passione di cui la band è capace. Questo ci può bastare. Nessuno si sognerà mai di dire che questo album è un capolavoro, ma mi pareva giusto ricordare che anche gli Officium Triste, nella loro travagliata carriera artistica, hanno saputo comporre musica degna perlomeno di un ascolto e di un brivido lungo la schiena.

01 - Frozen Tears (6:06)
02 - Lonesome (7:22)
03 - A Journey Through Lowlands (5:12)
04 - One With The Sea (9:22)
05 - Dreams Of Sorrow (5:33)
06 - Stardust (5:04)
07 - Psyche Nullification (8:04)
08 - The Happy Forest (4:35)
09 - Mountains Of Depressiveness (Bonus Track) (6:30)

Austere - "Withering Illusions And Desolation"

Winterreich Productions, 2007
Può un disco reggersi unicamente sull'emozione che le sue note suscitano, quell'emozione impossibile da spiegare razionalmente, ma che si può solo vivere sulla propria pelle? Può un disco prescindere completamente dagli aspetti tecnici e sonori, facendo valere solo quella che è la sua anima istintiva? Dopo aver ascoltato a fondo il primo album degli Austere, la risposta non può essere che sì.

Nome già conosciuto nella scena depressive black australiana, gli Austere hanno sempre suonato in maniera totalmente onesta, proponendo ciò che sanno fare senza la pretesa di essere innovativi o di riscrivere la storia della musica. Le loro partiture elementarmente semplici e ripetitive, i loro suoni approssimativi e confusi, la loro sgraziata e stridula voce in screaming che squarcia l'aria con latrati strazianti, le loro melodie dal respiro triste e disperato: tutto ciò che sono gli Austere è immediatamente riconoscibile per ciò che è, e non gli si può chiedere di più. Tuttavia, per le anime tormentate che riescono ad entrare in sintonia con una musica tanto crepuscolare e sofferta, un disco come "Withering Illusions And Desolation" rappresenta la catarsi perfetta, una manna dal cielo: essi non stenteranno a perdersi nelle loro trame nebbiose e grondanti dolore, espresso da chitarre zanzarose e povere che affascinano proprio in virtù dei loro suoni imprecisi, storti, confusamente accavallati su sè stessi così come succede con i sentimenti, che nei momenti più critici si accumulano gli uni sugli altri portando confusione e smarrimento. Un brano come "Unending Night" è la perfetta rappresentazione di una persona che cammina lentamente da sola, in un bosco invernale, tra rami secchi e neve appena caduta; l'inquietudine di vivere, il desiderio di trovare pace nella solitudine, l'inesprimibile angoscia di essere al mondo senza sapere il perchè. Non pensate che con il procedere del disco la situazione migliori: gli episodi successivi confermano la direzione triste e desolata intrapresa dagli Austere nella loro carriera artistica, purtroppo breve dato che il gruppo si è ormai sciolto. A tratti i brani provano ad accelerare, a rivelare un volto più speranzoso e lieto, come accade in "Memories": ma si tratta di brevi stralci di felicità malinconica, piazzati quasi per caso nell'esistenza di un'anima inquieta e dilaniata interiormente. La staticità compositiva è evidente, La somma dell'insensatezza e dell'inutilità del vivere si ha con la conclusiva strumentale "Coma", un brano di diciotto minuti e mezzo che ripete sempre la stessa ipnotica sequenza di accordi lenti e fruscianti, senza una variazione, senza un'evoluzione, senza un perchè. E così come è cominciata finisce, sempre senza spiegarci nulla, lasciandoci immobili e silenziosi mentre il disco produce il suo ultimo gemito e smette di girare nel lettore. Ed è solo allora che ci si rende conto dell'assordante silenzio esistenziale che regna attorno a noi.

"Withering Illusions And Desolation" è un disco che non ha obiettivamente nulla di interessante a livello musicale: chitarre sempre uguali, suoni sempre uguali, strutture semplici, batteria monotona, nessun elemento che impreziosisca i brani. Tuttavia, se lo ascolterete con la giusta disposizione d'animo, vi trascinerà nel suo decadente vortice emotivo senza possibilità di una fuga indolore. Ascoltatelo in un noioso pomeriggio domenicale, mentre la pioggia cade lentamente e piano piano scioglie i cumuli di neve lungo le strade, esattamente come la vita di ognuno si spegne poco a poco, giorno dopo giorno: il risultato, prettamente depressivo, è assicurato.

01 - Unending Night (8:45)
02 - Memories (9:40)
03 - The Dawn Remains Silent (8:42)
04 - Withering Illusions And Desolation (10:53)
05 - Coma (18:38)

giovedì 13 dicembre 2012

Year Of No Light - "Ausserwelt"

Conspiracy Records, 2010
La line up di questa band francese è abbastanza insolita: conta tre chitarristi, un bassista, due batteristi che contemporaneamente sono anche due tastieristi, ma nessun cantante. Già si intuisce che con una costruzione così particolare, la loro musica dovrà essere altrettanto particolare, e che di sicuro riserverà qualche sorpresa. Anche la copertina è affascinante: in bianco e nero, con quest'isola minacciosa al centro che ricorda il quadro "L'Isola dei Morti" di Arnold Böcklin, e quel pallido sole in lontananza che sembra sul punto di sparire dietro un'impenetrabile muraglia di nuvole e cenere. L'evocativo monicker  ricorda infatti gli anni oscuri conseguenti alle tremende eruzioni vulcaniche del passato, quelle in cui migliaia di tonnellate di ceneri e polveri in sospensione oscuravano l'atmosfera, a volte per lunghissimi periodi. Successe con l'eruzione del Tambora, nel 1815, che creò quello che venne chiamato "un anno senza estate": la band transalpina sfrutta quest'affascinante concetto e lo traspone in musica con questo affascinante "Ausserwelt", un vero e proprio monumento strumentale.

Spaziando con maestria tra varie correnti sonore, che toccano lo sludge, il post metal e perfino qualche sprazzo di black atmosferico, la band propone quarantasette minuti di epopea strumentale da brivido, magnificata da una produzione semplicemente eccelsa che lascia compenetrare gli strumenti l'uno dentro l'altro senza che nessuno venga inghiottito da un mixaggio decisamente ardito. Chitarre mastodontiche e percussioni sempre dense, saturate di effetti tastieristici e da inserti quasi rumoristi che ispessiscono il suono, lavorano su composizioni grandiose, intrise di pathos strisciante che non può non lasciare un vago senso di angoscia e di malattia, nonostante la presenza di numerosi momenti melodici da lacrime. Originali e coinvolgenti, i sei francesi sanno infatti spaziare da una meravigliosa solennità melodica (l'iniziale duetto della doppia "Persephone") fino alla marzialità più severa e soffocante, espressa alla perfezione dai due mastodonti "Hierophante" e "Abbesse". Sia negli episodi più celestiali e commoventi, sia in quelli più tremebondi e dissonanti, le linee melodiche sono volutamente sepolte sotto tonnellate di suoni fruscianti e di piatti percossi con estremo vigore, ottenendo un effetto di pienezza davvero notevole, che controbilancia al meglio la relativa semplicità delle partiture. Ce ne accorgiamo soprattutto nella meraviglia delle meraviglie che risponde al nome di "Persephone I": c'è solo da rimanere ammaliati, mentre la linea melodica portante sembra spiccare il volo verso l'infinito, evolvendosi sempre di più verso sensazioni paradisiache. La seconda incarnazione del brano ci riporta poi sulla Terra con un nauseabondo riff che fa emergere prepotentemente il lato "sludge", la vena meno immediata e più ostica del disco. Per qualche minuto sperimentiamo la discesa al Purgatorio, per poi ritornare alla sublime ode panteistica che toglie il fiato non solo per la sua intrinseca bellezza, ma soprattutto per la ricercatezza e la perfezione dei suoni, che riescono ad essere contemporaneamente nitidi e confusi, costantemente intrecciati ma sempre pienamente riconoscibili.

Una volta terminata la gigantesca epopea mitologica, le due successive "Hierophante" e "Abbesse" esplorano invece il lato più cupo e introspettivo della band, il momento in cui invece di tendere al cosmo si cerca di insinuarsi nelle viscere del pianeta, scoprendo antichi mostri e cunicoli dimenticati che conducono a immense cattedrali sotterranee. "Hierophante" parte subito schiacciante, austera: la sensazione di pressione negativa che infonde è palpabile, e si mantiene costante per tutto il brano, toccando l'apice negli inserti noise - ambient che contribuiscono ad aumentare ancora di più la tensione emotiva, già mantenuta elevata dall'assenza di vocals "risolutrici" e dalla costante invadenza delle percussioni e delle linee sonore secondarie. "Abbesse" è ancora più monolitica e inquietante, quasi come se fosse la colonna sonora di un film apocalittico: la sua introduzione lenta e cadenzata, seguita da un'impressionante accelerazione in blast beat, trasmette ancora la freddezza degli spazi siderali, fino ad una conclusione ambigua, aperta: "Ausserwelt" non dà risposte e non rassicura nessuno, si limita a farci vivere una condizione di perenne sogno, nella quale tutto è il contrario di tutto, e nella quale alla fine tutto ritornerà alle origini, senza che niente si sia concluso. Ma non commettete l'errore di credere che questo disco sia inconsistente: al suo interno troverete infatti una vera opera metal raffinata e intensa, un manifesto di geniale psichedelia moderna, un'orgia sonora dalle proporzioni potenzialmente spaventose. Ci vuole un po' di tempo per comprenderlo appieno, ma una volta che è entrato sottopelle, non se ne va più.  

Per chi vuole ascoltare della musica che riempia tutti gli spazi vuoti dell'esistenza, gli Year Of No Light e il loro "Ausserwelt" sono la scelta giusta.

01 - Persephone I (11:56)
02 - Persephone II (9:37)
03 - Hierophante (13:17)
04 - Abbesse (13:12)

lunedì 10 dicembre 2012

Until Death Overtakes Me - "Prelude To Monolith"

Firebox Records, 2003
Stijn van Cauter è il musicista che sta dietro il progetto Until Death Overtakes Me, nonchè a numerosissimi altri progetti musicali, ed è l'unico a cui dobbiamo fare riferimento per valutare un disco come "Prelude To Monolith". A metà tra funeral doom e drone ambient, il disco assembla oltre un'ora di musica immobile, pesante, senza compromessi: o si entra in sintonia con una modalità tanto estrema di comporre musica, oppure ci si ritrae indietro schifati, pensando che il musicista in questione dovrebbe semplicemente stare un po' di più alla luce del sole.

Non è facile descrivere un disco simile senza metterci dentro opinioni personali, dato che un genere come questo basa la propria fortuna principalmente sullo stato d'animo e sulla predisposizione dei suoi ascoltatori. Anche io, che sono un fan del funeral doom e di tutte le sue sfaccettature, trovo difficile digerire questo disco per via dei suoi tempi lenti come il passare delle ere geologiche, per l'atroce staticità dei power chords stratificati e abbassati di svariati toni, per la monoliticità delle tastiere che si lamentano come prigionieri in un carcere sotterraneo, unendosi all'organo ecclesiale per creare atmosfere spiccatamente macabre e catacombali. Brani di quindici, diciotto, venti minuti che non scorrono, che non progrediscono mai, rimanendo di una pesantezza inestinguibile, che fa mancare il fiato già dopo qualche minuto di ascolto continuativo: cosa c'è di meglio per accompagnare una giornata grigia e spenta, nella quale la depressione avanza inesorabilmente e si insinua sottopelle? La musica sembra fatta apposta per questo, per ipnotizzare e ammaliare lentamente l'ascoltatore trascinandolo in un limbo dove i pensieri razionali non servono più, e dove si respirano solamente emozioni nere, svuotate di qualsiasi barlume di umanità e solarità. Buio totale. Inoltre, dopo che i primi quattro brani hanno compiuto la loro devastante opera di alienazione psichica, arriva un'incredibile cover della Marcia Funebre di Chopin, una versione semplificata dell'originale ma carica di pathos, nonché arricchita dalla strumentazione tipica del drone doom, che si aggiunge alla maestosità delle pesanti note di pianoforte. Il vibrante organo che chiude il pezzo, e con sè il disco, contiene tutta l'emozione del pezzo originale, condensata in pochi secondi nei quali i brividi lungo la schiena saranno assicurati.

Certo, non è tutto perfetto in questo album, nonostante il suo intento di trascinarci nelle profondità degli abissi insondati sia lodevole. Perfino nel funeral doom più annichilente, infatti, solitamente c'è sempre una struttura che si sviluppa, un saliscendi di sonorità, una progressione di emozioni, anche se attuata con tempi biblici: qui pare non esserci niente di tutto questo, solo un continuo ripetersi di suoni decadenti e atmosfere lugubri, tastiere eteree e sognanti che però rimangono sempre statiche e immodificabili, mentre le percussioni assomigliano a rintocchi di campane che scandiscono un rituale mortifero, e non aggiungono assolutamente nulla al contesto generale, in termini di varietà e sviluppo. Quasi si abbandonano i ritmi, l'attenzione si sposta solo sui suoni, peraltro di qualità piuttosto mediocre: le chitarre, per esempio, hanno un suono molto povero, di scarsa profondità. Vanno un po' meglio i suoni delle percussioni, che però sono rare; il suono delle tastiere invece è così evidentemente sintetizzato che a tratti sembra uscire da Guitar Pro. Una scelta più accurata dei suoni e una produzione migliore avrebbe dato una spinta notevole ad un album come questo, nel quale manca del tutto un songwriting vario e ispirato, che deve appunto essere compensato da altro, per catturare l'attenzione. Ecco che i brani rischiano di diventare veramente troppo pesanti, addirittura noiosi, viste anche le loro durate spropositate (per un paio di brani siamo attorno ai venti minuti). Per sopportare un disco come questo bisogna estraniarsi, è praticamente impossibile ascoltarlo con totale attenzione e partecipazione, altrimenti si rischia di impazzire. Ci saranno sicuramente ascoltatori che troveranno "Prelude To Monolith" affascinante, ma mai come in questi casi bisogna dire che Stijn ha prodotto un disco di nicchia, destinato a dividere i fan anche all'interno dello stesso filone funeral - drone. Senza rivali dal punto di vista del livello di distacco dalla realtà che garantisce, ma ampiamente superato sotto tutti gli altri punti di vista da altre formazioni che hanno saputo sfruttare molto meglio i mezzi a loro disposizione per produrre dei veri capolavori. Pertanto, consiglio questo disco solo ai più irriducibili e accaniti fan del genere, con il monito di ascoltarlo prima di comprarlo: potreste rimanere delusi.

01 - Prelude To Monolith (2:23)
02 - Missing (21:43)
03 - Absence Of Life (15:19)
04 - Slip Away (19:42)
05 - Marche Funebre (8:45)

Tsubo - "Con Cognizione Di Causa"

Eclectic Productions, 2012
"Saturo i dettagli, focalizzo i colpevoli,
l'odio il mio movente,
ingestibile come qualsiasi sentimento".

Questa frase, tratta dal testo di "L'odio", quarta traccia di questo parossistico lavoro, mostra alla perfezione il sentimento che anima questa release degli italiani Tsubo, formazione animata dalla passione per il death - grind più feroce e aggressivo, di quelli che ti sparano venti brani in una manciata di minuti e che ti lasciano storditi per l'efficacia con cui riescono a ricreare un'atmosfera di violenza e terrore. A differenza però di altre formazioni grind, nelle quali la volontà di apparire scioccanti ed esagerati a volte è causa di pacchianeria, posso affermare con certezza che gli Tsubo sanno esattamente dove andare a colpire e con quale intensità, per esprimere i loro sentimenti negativi senza risultare artificiosi o, peggio, banali. Già, perchè anche se le soluzioni adottate dai sei elementi non sono certamente innovative, è innegabile come l'attitudine ci sia ed emerga da ciascun brano, da ogni spataffiata di violenza che viene vomitata dalle casse dello stereo con veemenza. Difficile distinguere un brano dall'altro, ma questa non è una novità in ambito grindcore: gli Tsubo puntano tutto su elementi come il riffing di chitarra nervoso e sempre perfettamente riconoscibile nelle sue malate evoluzioni, la voce non troppo monocorde nelle sue visionarie arringhe contro la vita, il drumming forsennato ma al contempo estremamente tecnico e imprevedibile, le strutture compresse ma che non perdono mai quel minimo di senso musicale necessario per non far scadere il grind in un insulso pastone di suoni distorti e rutilanti. 

L'ottima produzione, a dir la verità, si addice di più ad un album technical death schizoide in stile Psyopus o Psycroptic, come traspare anche da episodi abbastanza vicini al genere come "Non trovo pace (Sessossessione)", o anche "Terapia d'Urto", con le sue sonorità che a tratti ricordano quasi gli ultimi dischi dei compianti Death: forse è questo il principale punto interessante di "Con cognizione di causa". La contaminazione stilistica e sonora tra la follia assassina del grind e la ragionata violenza chirurgica del technical death è infatti molto riuscita e rivela le buone capacità della band, se non altro a livello esecutivo, dato che la tecnica strumentale è davvero notevole. Ciò fa sì che il disco sia scorrevole, coinvolgente, sufficientemente vario (se di varietà si può parlare in un genere come questo) e ben costruito, al punto da piacere perfino a me, che normalmente non mastico questo sottogenere metallico con facilità. Dovendo però scrivere una recensione il più possibile precisa, senza tirare in ballo le mie personali preferenze, non posso fare altro che promuovere gli Tsubo e la loro micidiale mistura di deathgrind intelligente ed efficace, uno di quei dischi che possono sì accompagnare un momento di rabbia in cui si prende il muro a testate, ma che non richiede necessariamente questo stato d'animo per essere ascoltato, in quanto è sufficientemente interessante anche in condizioni normali. Un brano come la conclusiva "Colto da disperazione", che va a sfiorare quasi territori doom, lo dimostra. E per un disco di questo genere, si tratta davvero un punto a favore.

01 - Matricidio (1:27)
02 - Cicatrici (1:27)
03 - Vermi (1:24)
04 - L'odio (1:34)
05 - Nel bene e nel male (1:42)
06 - Come pensi così sarai (2:11)
07 - A-narcogrind (0:16)
08 - Non trovo pace (Sessossessione) (1:16)
09 - Terapia d'urto (1:33)
10 - Reminescenza (2:27)
11 - Fellatiocrazia (1:23)
12 - La quiete e la tempesta (2:27)
13 - Salt mine (Assuck cover) (1:06)
14 - TV (Tara Volontà) (0:49)
15 - Un nuovo taglio (0:14)
16 - Avvezzamento ciclico (3:08)
17 - Storm of stress (Terrorizer cover) (1:23)
18 - Furia procace (0:42)
19 - Riflessi d'evidenza (2:10)
20 - Colto da disperazione (6:40)

venerdì 7 dicembre 2012

Blut Aus Nord - "Memoria Vetusta I: Fathers Of The Icy Age"

Impure Creations Records, 1996
Le immagini del booklet in mio possesso, spostate sulle tonalità verdi e con un aspetto lievemente anticato, non lasciano dubbi sulla natura di quest'album: si tratta di una perfetta rappresentazione della natura più grezza e selvaggia, degli istinti primordiali di animali e spiriti arcani, del gelo invernale e di lande desolate spazzate da tormente di neve. Lo si può dire ancora prima di aver ascoltato il cd. Quando poi si inserisce il disco nel lettore e si preme il tasto play, arriva la conferma definitiva: raramente ho trovato un album la cui potenza evocativa è così forte e ha una direzione perfettamente definita e precisa.

Perfetto seguito del già clamoroso debutto "Ultima Thulee", i francesi Blut Aus Nord proseguono la loro evoluzione artistica con un album forse un pochino meno ispirato del suo predecessore, ma comunque estremamente valido e capace di pennellare vividi scenari nell'immaginazione di chi si immerge nelle sue note gelide e riverberanti. Per quarantacinque minuti, la band ci sottopone ad un black metal sporco, grezzo e rugginoso, nel quale le chitarre sono spade di ghiaccio affilatissimo, la batteria è il suono delle valanghe che rotolano a valle travolgendo tutto, e la voce in screaming (stupendamente messa in secondo piano) è il lamento di un solitario viandante che si è perso nella tormenta e lotta disperatamente per sopravvivere al turbine di gelo che lo avvolge. Ritmi quasi sempre sostenuti e violenti (ma mai esagerati al punto di rendere inintellegibili i brani), poche pause di respiro, sprazzi melodici di una bellezza sconvolgente incastonati come gemme rare all'interno di un panorama di roccia e ghiaccio; è tutto qui, ma non c'è bisogno di altro per passare tre quarti d'ora con la mente altrove, osservando quei paesaggi remoti scintillare sotto la fredda luce di un sole invernale che non riscalda. Il songwriting è difficile da afferrare, così come sono difficili da afferrare le direzioni che prendono i brani, talvolta confusionari e poco organici: ma ho la netta impressione che ciò non sia dovuto ad un limite della band, bensì alla precisa volontà di ricreare determinate atmosfere, esattamente come succedeva nel precedente album. Un'evoluzione comunque c'è stata: se "Ultima Thulee" dava più spazio a momenti atmosferici e riflessivi, nei quali contemplare in silenzio la bellezza di un panorama gelato e solitario, "Memoria Vetusta I" incarna maggiormente il lato crudo e misantropico della natura, mostrandola come spietata e azzannatrice, se non appunto in quei brevi momenti nei quali la tormenta di neve molla la presa, lasciando che il vento cessi per un istante in modo da farci percepire di nuovo il nostro stesso viso intirizzito.  La produzione approssimativa e ovattata, tipica di questo genere di musica, è ancora una volta il biglietto da visita dell'album, un elemento fondamentale senza il quale la musica non avrebbe nemmeno un centesimo dell'intensità che invece possiede.

Il songwriting inizialmente sfugge, ma con il passare degli ascolti si acquista consapevolezza che ogni brano è al suo posto e che il disco ha una durata perfetta, non poteva essere concepito meglio di così. Forse non sarà un campione di varietà e tecnica strumentale, ma è un disco assolutamente vero, evocativo e passionale, creato per trasportare la mente ed evocare immagini nitide e precise: in questo, la maestria del gruppo è evidente. I Blut Aus Nord si evolveranno molto, dopo questo album, arrivando a massimizzare la loro componente industrial e creando dischi veramente importanti nel panorama del genere: questa è l'ultima testimonianza della loro fase "primordiale", ribollente di tetra oscurità venata da qualche pallido raggio di luce. Se dunque vivete a pane e black metal, non fatevi scappare questo splendido e paganissimo disco!

01 - Slaughterday (The Heathen Blood of Ours) (6:49)
02 - On the Path of Wolf... Towards Dwarfhill (5:46)
03 - Sons of Wisdom, Master of Elements (6:07)
04 - The Forsaken Voices Of The Ghostwood's Shadowy Realm (6:01)
05 - The Territory of Witches/Guardians of the Dark Lake (8:12)
06 - Day of Revenge (The Impure Blood of Theirs) (5:16)
07 - Fathers of the Icy Age (7:01)

Ne Obliviscaris - "Portal Of I"

Code666 Records, 2012
Questa atipica band australiana si era fatta notare moltissimo nell'underground con un mini album intitolato "The Aurora Veil", dove suonavano praticamente di tutto. L'inarrestabile irruenza del black metal si fondeva con raffinate orchestrazioni, le intricate strutture progressive si intrecciavano a vocals estreme e a momenti di panico strumentale puro, melodie di violino tzigano si accoppiavano con chitarre acustiche e assoli melodici di stampo sentimentale: cosa pensare di un album così poliedrico e in apparenza sconclusionato, adesso che è uscita la sua versione definitiva, vale a dire questo "Portal Of I" ? Le impressioni per forza di cose sono contrastanti, ma ciò non rappresenta un problema. I Ne Obliviscaris basano la loro musica sui contrasti e sul sincretismo più libero, lasciando all'ascoltatore l'onere di apprezzarlo oppure di detestarlo, in quanto le vie di mezzo sono piuttosto difficili.

"Portal Of I" contiene sette tracce, tre delle quali sono le stesse che comparivano sul demo, registrate nuovamente e con una produzione indubbiamente migliore. Il problema più grosso, per chi si approccia a questo album, è scovare un filo conduttore: l'emozionante e tumultuosa introduzione di "Tapestry Of The Starless Abstract" fa subito pensare ad un album di black metal melodico, di stampo pagano e naturalistico: i riff ombrosi e l'alternanza tra growl e voce pulita sembrano indirizzarci subito verso un certo tipo di atmosfere, fino a quando non parte un'accelerazione di stampo prog, che ci disorienta come le fughe strumentali dei Dream Theater e compagnia. Il brano poi si perde in un lungo intermezzo acustico d'atmosfera, che ricorda quasi le interminabili esibizioni di chitarra classica in quei concerti ai quali non va mai nessuno. Ma non è finita qui: al settimo minuto riprende un ritmo stoppato, con intrecci di violini giocosi e un assolo di chitarra vorticoso, su una ritmica in doppia cassa che si mantiene costante per minuti. La voce pulita nel finale sembra quella di un gruppo emocore, spiccatamente melodica e ruffiana, mentre il termine ultimo sembra la chiusura di una ballad sentimentale. Un brano del genere, dalla durata di dodici minuti, lascia spiazzato anche il più navigato degli ascoltatori. Questo nuovo filone musicale del "mischiare tutto" si sta affermando, in tempi recenti, grazie a band come Between The Buried And Me, As Light Dies, Unexpect; è evidente la volontà dei Ne Obliviscaris di dare il loro personale contributo a questa corrente musicale così ostica ma allo stesso tempo così affascinante.

Il disco prosegue nella sua frastorante opera regalandoci brani di livello notevole come "Forget Not" e soprattutto "And Plague Flowers The Kaleidoscope". La prima è un lungo e progressivo viaggio attraverso campi di grano assolati, con una chitarra acustica prepotente e un violino protagonista assoluto, che per minuti e minuti preparano il terreno crescendo sempre più fino ad un'esplosione di chitarra e batteria memorabile. Con il secondo brano, introdotto da superbi ghirigori violinistici, si vanno ad esplorare territori più malinconici, grazie a cavalcate di chitarre ruggenti e a ritmiche pompate, quasi parossistiche in certi tratti. Il violino folk non smette mai di accompagnare il brano, talvolta assumendo un ruolo importante, talvolta ritirandosi nelle retrovie lasciando che siano la voce e il riffing ad impattare sulle orecchie dello sballottato ascoltatore. Basterebbero questi due brani per farsi un'idea sufficiente dell'assoluta perizia tecnica e compositiva di questa band, ma perchè non citare anche i rimanenti brani? Ognuno ha qualcosa di diverso da comunicare, come la speranzosa "As Icicles Fall", che dopo averci ammaliato con una partenza bucolica, esplora un riffing che ricorda molto da vicino il melodic death svedese (alcune produzioni dei Dark Tranquillity, specialmente le più datate), e si perde successivamente in un oceano di tensioni e suoni stridenti di violino e chitarra elettrica, entrambi tesi ad una catarsi che non arriva mai, con il risultato di calamitare l'attenzione e di moltiplicare il trasporto emotivo. Sprazzi di tremenda tristezza emergono tra le sincopi ritmiche, mentre un assolo drammatico conclude il pezzo e ci porta al brano conclusivo, "Of Petrichor Weaves Black Noise": un arpeggio lacrimevole e delicatissimo, un gigantesco sfoggio di tecnica melodica e armonica nel mezzo, e un finale corale assolutamente meraviglioso, che ricorda quasi l'elegiaca pace evocata dai contemporanei artisti new age. Arrivare ad ascoltare di fila tutti i settanta minuti di questa release non è impresa facile, perché si rischia di perdere la bussola e di impazzire, se non debitamente preparati ad una tale poliedricità sonora e stilistica.

Contrasti, ho detto inizialmente. Questo album è un continuo contrasto: tra velocità e lentezza, tra emozione allo stato puro e piacere intellettuale, tra virtuosismo e attacchi frontali, tra violenza e ragione. Tecnica sopraffina, estrema varietà compositiva e sonora, organicità, impatto, fantasia e inventiva: che altro manca a questo disco e a questa band così inclassificabile e affascinante? A qualcuno potrà forse apparire un po' freddo e cervellotico, ma concedendo più tempo e attenzione all'ascolto si noterà come ogni nota di "Portal Of I" è perfetta, non c'è veramente nulla che si possa eccepire ad un lavoro camaleontico e ricchissimo come questo. Forse il suo unico difetto sta proprio nell'eccessiva perfezione formale, se di difetto si può parlare. Procuratevelo a scatola chiusa se amate la musica complessa ma che al contempo non sia una mera trasposizione di una jam session in studio.
Vorrei essere in grado di consigliarlo ad una fascia specifica di ascoltatori, ma mai come nel caso dei Ne Obliviscaris mi trovo in difficoltà: a questo punto, la classica scappatoia del "un ascolto comunque non guasta" è quanto mai appropriata. Secondo me è un capolavoro di proporzioni epiche, ma non posso garantirvi che penserete la stessa cosa, dipende tutto da voi, dai vostri gusti e dalla vostra sensibilità artistica.

01 - Tapestry Of The Starless Abstract (12:00)
02 - Xenoflux (9:58)
03 - Of The Leper Butterflies (5:53)
04 - Forget Not (12:00)
05 - And Plague Flowers The Kaleidoscope (11:32)
06 - As Icicles Fall (9:24)
07 - Of Petrichor Weaves Black Noise (10:42)

giovedì 6 dicembre 2012

Evadne - "The Shortest Way"

Solitude Productions, 2012
La provenienza geografica potrebbe ingannare: può un freddo e spietato disco di doom death arrivare da una terra tradizionalmente calda e festosa come la Spagna? Certo che sì: non è che tutti gli spagnoli debbano per forza essere allegri tutto il giorno, e il metal ormai ha raggiunto una copertura planetaria in tutti i suoi sottogeneri, quindi non c'è niente di cui stupirsi se il doom death comincia a far presa e a trovare esponenti di rilievo anche tra le popolazioni latine.

Gli Evadne, alfieri di questa nuova corrente musicale, suonano questo genere con passione, e lo si capisce fin dalle prime note dell'opener "No Place For Hope": un arpeggio triste di vaga matrice My Dying Bride, poi l'esplosione di un riff squarciante sotteso da un growl poderoso, ed ecco che già qualcosa ci si muove dentro, irresistibile: musica che ti annienta emotivamente, che fa salire immediatamente un brivido freddo lungo la schiena. Sarà l'eccellente produzione e la resa sonora impeccabile, sarà l'impatto devastante del bellissimo growl di Albert, sarà quel che volete, ma si sente subito quando una band ha qualcosa da comunicare. I brani variano molto al loro interno, inserendo spesso quelle sezioni arpeggiate oscure che ricordano i primi Mar de Grises, basando l'impatto ritmico sulle stoppatone e sui ritmi sincopati, macinando riff sempre molto tenebrosi e possenti di matrice Swallow The Sun (è ormai inevitabile che chi suona doom death si debba rifare ai maestri del genere!), andando a creare brani dinamici e vari, brani che rendono al massimo se sputati dalle casse di uno stereo a tutto volume: se ascoltato così, "The Shortest Way" sarà un'esperienza travolgente, nonostante la durata sia di sessantacinque minuti, che ritengo sempre piuttosto pesante da digerire anche per un fan accanito del doom death. Tastiere soffuse, note dolenti di pianoforte, riflessione e raccoglimento interiore, sprazzi di rabbia incontrollabile: in questo cocktail di suoni e sensazioni non mancano gli episodi memorabili, come la lunghissima "And I Will Leave Behind", che ci ammalia con una riuscita alternanza tra growl e voce femminile, salvo poi sorprenderci con accelerazioni improvvise e poderose, di quelle che hanno la forza di polverizzare il granito; anche "One Last Dress For One Last Journey" brilla di luce propria, con le sue ritmiche veloci in doppia cassa che si alternano a riflessivi momenti di quiete dominati dal pianoforte, mentre la voce pulita maschile (anche qui molto Swallow The Sun) fa da ponte tra i due modi diversi di impattare contro l'emotività. Niente male anche la disperazione esistenziale di "Complete Solitude", che pare non sapere dove andare, rassegnata ad eterne peregrinazioni tra la vita e la "morte in vita"; notevole inoltre la breve strumentale "The Wanderer", nella quale la protagonista diventa una lancinante e sofferta chitarra solista in doppia linea, accompagnata da un tappeto di strumenti mesto e delicato. Logicamente, in un disco di tale durata è difficile che la qualità sia sempre la stessa e che l'attenzione rimanga sempre costante, ma devo dire che comunque la qualità media rimane sempre buona, senza particolari cali di tono.

Non troverete niente di nuovo in questo album, ma troverete quella scintilla vitale che fa vibrare le corde dell'anima, quel "non so che" di particolare che trasforma un album manieristico in un buon album, certamente senza troppe pretese ma al tempo stesso onesto e sincero. Se dunque siete fan di band come My Dying Bride, Swallow The Sun e November's Doom, potreste dare una possibilità anche a questi atipici spagnoli, alle prese con un genere che tradizionalmente non è il loro ma che qui hanno dimostrato di saper suonare in maniera convincente.

01 - No Place For Hope (6:51)
02 - Dreams In Monochrome (7:49)
03 - Complete Solitude (9:08)
04 - One Last Dress For One Last Journey (8:20)
05 - All I Will Leave Behind (10:53)
06 - The Wanderer (4:26)
07 - Further Away The Light (8:01)
08 - Gloomy Garden (9:27)

domenica 2 dicembre 2012

Saturnus - "Saturn In Ascension"

Cyclone Empire, 2012
Indubbiamente, nel panorama doom - death i Saturnus sono una tra le band più capaci e interessanti, se non in assoluto la più capace e interessante; sono una di quelle band sulle quali si può sempre contare sapendo che non deluderanno mai, poiché è molto difficile che musicisti di affermata qualità si mettano a suonare musica scadente. Dopo l'ottimo "Veronika Decides To Die", manifesto del filone doom death più spiccatamente romantico e suadente, la band danese ritorna con questo "Saturn In Ascension" per dimostrare di essere ancora all'altezza della situazione. Verrebbe da dire "finalmente!", dato che sono trascorsi ben sei anni di completo silenzio: ma anche stavolta l'attesa è stata ripagata da una sfornata di assoluta qualità, grondante sentimento e passione da ogni poro.

Non troviamo grandi innovazioni in questo album, se lo confrontiamo con il precedente: troviamo semplicemente un nuovo, emozionante lavoro dei Saturnus, sempre con le sue melodie soliste da brivido, con la sua carica di tristezza lancinante e carica di pianti trattenuti, con la sua rocciosa voce in growl che squarcia il velo della dannazione, declamando versi poetici e sofferti. La sontuosa apertura ecclesiale di "Litany Of Rain" ci trasporta subito all'interno di una cattedrale maledetta, dove si prega non per la salvezza e la redenzione ultraterrena, ma per sfogare il proprio dolore inconsolabile, perfettamente simboleggiato da accordi possenti e una linea melodica che lascia una lenta scia di fiamme dietro di sè. Ricalcando un po' quella che fu la magnifica "I Long", il quintetto assembla fin da subito un brano magistrale, che si fa spazio tra esplosioni sentimentali e momenti preparatori, riflessivi, a volte permeati da una sottile tensione di fondo: ed è subito magia, di quella che scioglie il cuore in mille flutti roventi. La lead guitar, sempre riconoscibile e sostenuta dal consueto tappeto di strumenti radi e discreti, ha il compito di guidarci in mezzo a quest'odissea dolorosa, fino alla catarsi finale che ci conduce per mano a "Wind Torn", altro esempio di come le ficcanti melodie dei Saturnus siano capaci di tagliare in due le nostre difese emotive, insinuandosi nel cuore come delle lame magiche.

"A Lonely Passage" è un episodio acustico di notevole effetto che ha il compito di calmare le acque, inducendo profonde riflessioni e contatto col proprio sè spirituale, in modo da sopportare meglio l'irruenza di  "A Father's Providence", unico episodio dinamico e ritmato del lotto. Pescando ancora una volta dalle strutture del precedente album, essa va a ricalcare l'irruenza e la volitiva rabbia di "Pretend", costituendo però un unicum nel corso del disco. La successiva "Mourning Sun", che riporta le coordinate sulla consueta lentezza, è un normale brano in stile Saturnus che però non aggiunge nulla al disco, e che rappresenta forse l'unico momento debole dell'album, per quanto se fosse stato scritto da una qualsiasi doom band emergente sarebbe stato additato subito come capolavoro. Decisamente meglio il secondo episodio acustico che arriva subito dopo, e che risponde al nome di "Call Of The Raven Moon": la delicatezza degli strumenti, in particolare della chitarra classica, raggiunge qui dei livelli mirabili, con melodie commoventi che si insinuano nell'anima con una forza gentile ma al contempo impossibile da fermare. E siamo giunti agli ultimi due brani, che racchiudono il meglio che questo "Saturn In Ascension" ha da offrire: mentre "Forest Of Insomnia" si muove per lunghi minuti su sonorità preparatorie per poi esplodere in momenti melodici da crepacuore e in un lungo assolo finale tra i più emozionanti che io abbia mai sentito, "Between" porta alle estreme conseguenze il romanticismo disperato della band, condensandolo in un'accoppiata violino - chitarra da lacrime, che chiude il disco come una scia di luce ondeggiante tra un mare di ciliegi fioriti. Del tutto fuori luogo, invece, la bonus track inclusa nell'edizione digipak: grezza e acerba, risalente ai primissimi demo della band, non trova nè il contesto nè tantomeno la posizione adatta per farsi apprezzare, per cui consiglio vivamente di interrompere l'ascolto al termine della sofferta epopea di "Between".

Date a questa band il tempo sufficiente per scrivere la musica che vogliono, e vi restituiranno sempre album intensi e ispirati come questo: per cui perdoniamoli se sono stati lontani dalle scene per così tanto tempo, e perdoniamogli anche l'indiscutibile fatto che "Saturn In Ascension" è un "Veronika Decides To Die II" e niente più. Come si fa ad avercela con i Saturnus, anche se hanno un po' ricalcato quello che fu il loro precedente e acclamatissimo album? La qualità e la bellezza della musica sono a livelli così alti che l'acclamazione diventa l'unica accoglienza possibile. "Saturn In Ascension" è un nuovo grande album, forse un po' prolisso e limabile in alcuni punti, ma indiscutibilmente in grado di polverizzare la quasi totalità delle produzioni doom death odierne e di riconfermare i Saturnus come il meglio del meglio nel loro campo.

Amabile, elegante, sconsolato: la colonna sonora perfetta per le vostre sofferenze di tutti i giorni.

01 - Litany Of Rain (10:03)
02 - Wind Torn (8:49)
03 - A Lonely Passage (5:28)
04 - A Fathers Providence (5:09)
05 - Mourning Sun (10:26)
06 - Call Of The Raven Moon (7:30)
07 - Forest Of Insomnia (10:11)
08 - Between (11:11)

domenica 25 novembre 2012

Neokhrome - "Perihelion"

Autoprodotto, 2012
Un disco che colpisce al primo ascolto, di solito, ha due destini possibili: o viene presto dimenticato, oppure viene scoperto piano piano fino ad assumere lo status di ottimo album, uno di quelli che ti riascolti sempre volentieri. Per quanto il tempo spesso aiuti molto nel discernere tra le due possibilità, probabilmente gli ungheresi Neokhrome si collocano nella seconda ipotesi, grazie ad una proposta musicale fresca e trascinante che si insinua nell'emotività come una freccia che si dirige spedita verso il bersaglio.

La band non è alle prime armi, infatti questo è già il terzo disco. Non conosco i precedenti, dunque mi baso solo su quello che posso ascoltare: "Perihelion" è un disco che sa esattamente dove vuole colpire e ha i mezzi per farlo. L'impianto sonoro è quello di un black metal melodico / sinfonico con molte sezioni aggressive controbilanciate da momenti melodici che non di rado ricordano le larghe e sognanti epopee dei francesi Blut Aus Nord. Chitarre spesse e corpose accompagnano ritmiche che rallentano e accelerano periodicamente, mentre le linee melodiche sono spesso inafferrabili, appena accennate dietro la possenza dell'impianto ritmico, e per questo motivo molto più affascinanti di quello che sarebbero state se fossero state messe in risalto. La vasta effettistica utilizzata sulle chitarre e sulle tastiere dà luogo a scenari onirici di pregevole fattura, facendo spesso sentire echi dei primi Emperor e creando un connubio sonoro compatto ma contemporaneamente molto dinamico e capace di risvegliare l'attenzione con alcuni momenti davvero sublimi. Si prenda per esempio l'accoppiata iniziale "Aurea" - "Stellar Outcast" : la maestosa introduzione dominata da piatti fruscianti e da una melodia celestiale è un preludio perfetto per l'assalto sonoro del primo vero brano, che alterna voci corali pulite ad un furente growl di ottima fattura, mentre la progressione strumentale gioca su tensione e rilassamento in maniera sublime, regalando momenti di atmosfera davvero intensi come l'imponente sezione centrale. Il disco si muove costantemente su queste coordinate, viaggiando su binari talvolta cosmici e talvolta malinconici, in una continua ricerca di un'aggressività controllata che non sfugga mai di mano. La qualità complessiva si mantiene sempre molto buona, anche se non si trovano brani che spicchino particolarmente sugli altri (anche se la conclusiva "Cold Ashes Of Vanished Time", con il suo retrogusto epico più che mai Blut Aus Nord, è davvero un gran pezzone!). Se c'è qualcosa che si può rimproverare ai Neokhrome è forse la troppa omogeneita, che rende difficile distinguere tra traccia e traccia e tende a compattare il disco in un unico, lungo brano che può far smarrire la bussola a qualche ascoltatore. Ma c'è anche da dire che il disco è breve (quaranta minuti) e non si perde mai in inutili lungaggini, così che si possa fruirne senza faticare. 

La potenza e la completezza di questa musica non sono certamente in discussione, così come non è in discussione la perizia tecnica e la bravura della band nel crearsi un proprio stile personale: come disco della conferma, possiamo considerarlo riuscito sotto tutti i punti di vista: staremo a vedere dove potranno arrivare ancora. Ci stupiranno, ne sono sicuro.

01 - Aurea (1:44)
02 - Stellar Outcast (4:57)
03 - Starborn (4:48)
04 - Crystallized (4:14)
05 - Closer To The Sun (2:36)
06 - Rise Above The Ridge (5:14)
07 - Cosmic Grave (6:25)
08 - Through The Surface (5:05)
09 - Cold Ashes Of Vanished Time (5:16)

martedì 20 novembre 2012

An Handful Of Dust - "Nu Emotional Injection"

Autoprodotto, 2011
Nella loro mail di contatto, i friulani An Handful Of Dust affermano di non aver ricevuto molto feedback finora con la loro musica: ciò mi pare molto strano, dato che trovo il loro materiale interessante e ben costruito, quindi potenzialmente capace di farsi strada nella scena underground fino a crearsi un nome. A volte è la sfortuna che si mette in mezzo, e in questo caso penso che la suddetta abbia avuto un ruolo importante, dato che questo "Nu Emotional Injection" è un disco che merita più di un ascolto e che brilla per una sicura perizia tecnica e per un songwriting che riesce a toccare molti terreni differenti senza rimanere troppo fossilizzato su nessuno di essi.

Hard rock, sprazzi di progressive thrash, alternative rock, hardcore e power metal si incrociano su strade lineari e si uniscono nei punti focali andando a creare una musica abbastanza variegata, ben arrangiata e dotata di quella sana vena aggressiva che si insinua anche nelle composizioni più melodiche, evitandogli di scadere nella pacchianeria. Nonostante l'apparente semplicità che si respira dall'intro di "Lighthouse Callings", non si tratta di musica semplice da interiorizzare: dietro infatti questa iniziale sensazione, si nascondono intrecci complicati e soluzioni che mutano continuamente all'interno dei brani, richiedendo una certa attenzione e un coinvolgimento importante durante l'ascolto, in modo da evitare che l'album sembri una carrellata di riff accostati a caso (impressione che appunto si può avere dopo un ascolto superficiale e disattento). Basta ascoltare il duetto "Soulmirror" - "A Life In Peace" per rendersi conto della caratura del disco: le chitarre tessono trame fredde e in bilico tra melodia e dissonanza, mentre le due voci (clean e growl) sanno perfettamente quando è meglio entrare in scena, in modo da evidenziare i chiaroscuri. Ottime le accelerazioni rabbiose di "Ordinary Life", così come l'accoppiata vincente "Shadow" - "I Must Endure", teatro di momenti di rara intensità e coinvolgimento (come l'assolo del primo, o le ritmiche sincopate e gli inquieti arpeggi del secondo).

"Nu Emotional Injection" è un album che mi colpisce per il modo in cui mescola un sound secco e minimale con una vena compositiva di tutto rispetto, elementi insolitamente mischiati tra loro a formare un platter complesso e dalle molteplici sfaccettature. Forse avrei preferito una produzione più calcata e un sound più corposo, ma non si può pretendere sempre la luna. Non lasciatevi ingannare dai primi ascolti, questo disco va ascoltato più e più volte prima di coglierne l'essenza e la personalità, ben presente nonostante la molteplicità di influenze che lo caratterizza. Forse è proprio questo che frega gli An Handful Of Dust; un impianto sonoro "semplice" al servizio di una musica che semplice non è. Consiglio quindi a chi li avesse incontrati e li avesse accantonati, di dar loro una seconda possibilità; chi invece non li conosce ancora, non sbaglia se gli dà un ascolto, a patto che non sia del tipo "usa e getta".

01 - Lighthouse Callings (5:02)
02 - Soulmirror (4:57)
03 - A Life In Peace (5:22)
04 - Ordinary Life (6:24)
05 - Mountains Can't Grow Forever (5:36)
06 - Modern (Frozen) Hope (4:54)
07 - We Are Alone (4:51)
08 - Shadow (5:06)
09 - I Must Endure (5:54)
10 - The Sleeping Giant (4:20)

domenica 11 novembre 2012

Monolithe - "Monolithe I"

Appease Me Records, 2003
Un monolite può colpire per la sua grandezza, la sua forma: ma più che per queste cose, di solito colpisce perchè è un pezzo unico, un gigantesco elemento a sè stante, come le uova di struzzo che pur enormi sono composte solo da una cellula. Il primo album dei francesi Monolithe, capitanati da Sylvain Bègot, dà esattamente quest'impressione: per quanto sia vario al suo interno, è un colossale blocco unico di suono, un'immensa pietra che sta in piedi da sola senza bisogno di dimostrare niente a nessuno, in regime di perfetta autarchia.

Se qualcuno di voi ha mai ascoltato gli Ea, stupefacente band di funeral doom che ha ammaliato i fan con dischi superlativi e uno più bello dell'altro, ascoltando i Monolithe per la prima volta potreste pensare che questi abbiano copiato da loro. Salvo poi accorgersi che il primo album degli Ea è uscito nel 2006, mentre il primo dei Monolithe risale a tre anni prima, cioè al 2003. La somiglianza è stratosferica, sia in termini di tipologia di suoni, sia come strutture compositive, sia come atmosfere: nello specifico, parliamo di un immenso pastone sonoro compresso in una traccia sola, di ben 52 minuti, nella quale è la pesantezza e, appunto, la monoliticità a fare da padrona. Atmosfere plumbee e sotterranee, chitarre frastornanti e megalitiche, melodie sognanti e dagli sviluppi sempre molto dilatati, imprevedibili ritmiche piene di fantasia e di inventiva, un growl catacombale che si fa sentire solo quando è necessario; tutto è amalgamato in un solo, gigantesco pezzo di roccia che ci schiaccia e ci opprime dal primo minuto fino all'ultimo, anche nei momenti in cui le soluzioni inventate dalla band si distaccano dalla grigia spettralità ed esplorano territori quasi psichedelici, e in certi tratti addirittura sperimentali. Non mancano infatti le influenze più disparate: l'impianto funeral doom si contamina con ritmi a tratti veloci e in doppia cassa, con melodie quasi accostabili alla scuola death melodico, perfino ad accenni di post - rock e di dissonanze shoegaze. Sinistri arpeggi e poderose stratificazioni di tastiere si alternano a pennellate di chitarra che paiono non finire mai, mentre alcuni momenti recitati aggiungono pathos al brano nei momenti di transizione tra una fase e l'altra. Risulta molto difficile seguire il filo del disco se non si ascolta con attenzione: ad un ascolto distratto (che è uno dei due modi in cui questo disco può essere ascoltato, con altrettanta efficacia) il disco scorrerà via come l'acqua, rilassando e facendo sognare, mentre chi lo ascolterà nei dettagli potrà notare quanto il disco sia organico, ben costruito, sviluppato secondo idee sempre vincenti e mai noioso, nonostante la sua atroce continuità. Ci vuole senz'altro una buona attitudine musicale per far sì che un disco come questo si lasci ascoltare senza intoppi dall'inizio alla fine: si sa infatti che, avventurandosi nei territori dell'ultraslow e dell'ultralong, è facile annoiare e risultare forzatamente prolissi. Sono felice di poter escludere i Monolithe dalla categoria delle band noiose: quello che si trova in questo album (sicuramente non facile da digerire a causa della sua lunghezza e delle sue grandiose non - strutture) è solamente musica di qualità e derivante da uno stato d'animo sincero. Nulla di artefatto o pretenzioso, nemmeno per un minuto.

Mentre le oscure spire di "Monolithe I" vi avvolgeranno come una coperta gelida, potrete provare numerosi stati d'animo, ma il comune denominatore sarà un senso di dilatazione, un tuffo nell'infinità del cosmo, un elogio ai corpi celesti più massicci e poderosi che si conoscano, come una stella supergigante che brilla di una fredda luce blu. Allo stesso momento, però, potrete godere di un sound dinamico, pulito e possente quanto basta, sufficientemente vario sia in termini di sentimento sia in termini di soluzioni artistiche adottate. Questo disco, è proprio il caso di dirlo, sta in piedi da solo ed è inamovibile, possiamo entrare in contatto con esso solamente contemplandolo nella sua interezza. Consigliato vivamente agli amanti del funeral doom atmosferico, che troveranno in "Monolithe I" una valida ragione per continuare ad ascoltare il loro genere preferito senza fossilizzarsi sui soliti mostri sacri.

01 - Monolithe I (51:58)

lunedì 5 novembre 2012

Swallow The Sun - "Emerald Forest And The Blackbird"

Spinefarm Records, 2012
Conosciamo gli Swallow The Sun per il loro doom - death possente, vibrante e dagli sviluppi complessi, mai scontati nè troppo accessibili nonostante le dosi consistenti di melodia e romanticismo nascoste tra le trame di chitarroni. Le tre voci di Mikko Kotamaki, capace di cantare indifferentemente in clean, in growl e in scream, hanno fatto scuola nel genere, mentre i muraglioni di suono e le raffinate melodie di chitarra hanno ammaliato ben più di un ascoltatore. Nel corso della loro evoluzione, la band finlandese è rimasta sempre fedele al proprio stile, variandolo solo leggermente di album in album: talvolta, come in "Ghosts Of Loss", prevaleva la durezza e la severità, mentre ad esempio nel recente "Hope" e nell'ancora più recente "New Moon" spadroneggiava la melodia, ottimamente bilanciata con il carattere decadente e oscuro che è sempre rimasto una costante nel sound del gruppo. Il nuovo lavoro "Emerald Forest And The Blackbird" viene alla luce quasi per confonderci le idee: cosa vogliono suonare gli Swallow The Sun nel 2012?

La domanda non è scontata come sembra: per chiarire il concetto, prendiamo l'opener "Emerald Forest And The Blackbird". Dieci minuti esatti di brano, che raccontano una storia triste e commovente: un padre costretto a dare l'ultimo saluto al figlio malato, che verrà presto accolto nelle braccia della morte, e che per allietargli la dipartita decide di raccontargli la morte in forma di fiaba, immaginando una foresta incantata dove ogni lacrima che cade si trasforma in uno smeraldo, e dove un minaccioso corvo nero si prende cura delle anime che vi passano. Un'interpretazione senza precedenti di Mikko, in veste del padre disperato, distrugge completamente la nostra emotività con un cantato lacerante che si affianca ad una musica apocalittica, estremamente tesa e violenta. Tuttavia, tale musica è venata di una dolcezza infinita e insospettabile, creata da arpeggi delicatissimi sottesi da una voce femminile eterea e materna; ma a spezzare la magia arrivano anche momenti prettamente demoniaci, come nello spaventoso break corale a metà brano. Mai, nella loro carriera, gli Swallow The Sun hanno partorito un pezzo così intenso, struggente ed emotivamente devastante, che commuove anche solo leggendone il testo: una poesia che meriterebbe di essere studiata nelle scuole. Superba, non si può dire altro: senza dubbio il miglior brano che abbiano mai scritto, superiore perfino alla memorabile suite "Plague Of Butterflies".

Con un opener del genere, letteralmente miracolosa, come si fa a non essere ottimisti sul proseguimento del disco? Ci si aspetterebbe un capolavoro mostruoso, se tutta la durata dell'album fosse occupata da brani di simile caratura. Ma succede qualcos'altro. "This Cut Is The Deepest", seconda traccia, sorprende subito per essere l'esatto opposto del brano precedente: semplice, orecchiabile, melodica e romantica, mostra un aspetto completamente diverso della band, o meglio, un aspetto che è sempre stato presente, ma che sembrava quasi dimenticato dopo il primo brano - capolavoro: insomma, l'ago della bilancia si sta spostando verso territori più consueti e familiari. Sembra quasi la stessa scena vissuta su "New Moon", dove l'opener da capogiro faceva seguire una "Falling World" decisamente più ridimensionata e, per certi versi, ruffiana.

Dov'è finita la spettacolare potenza ferale dell'opener? Forse la ritroviamo in parte con "Hate, Lead The Way", che sembra portare la band alla bieca aggressività, ma essa risulta un pochettino troppo quadrata e priva di mordente: non rimane impressa. La successiva "Cathedral Walls" confonde ulteriormente le acque e allontana ancora di più dalla speranza che il disco prosegua sui binari iniziali, facendo spuntare addirittura la voce dell'ex-Nightwish Annette Olzon, dalla voce calda e mielosa che ben si sposa con un brano ancora una volta molto sentimentale e piacevole, per quanto non manchi di interessanti esplosioni aggressive. Insomma, non si capisce bene quale sia il filo conduttore del disco, che mantiene un'anima doppia: da una parte oscuro e potente, dall'altra rassicurante e pacato (anche se a volte la band esagera, come in "Silent Towers", davvero un po' troppo leccata e patinata). Proseguendo ad analizzare i brani, "Labyrinth Of London" risulta estremamente apprezzabile per la sua fantasiosa corrente strumentale e per le pregevoli evoluzioni delle chitarre soliste, ma ha un chorus debordante di melassa, fin troppo stucchevole; e la conclusiva "Night Will Forgive Us", che ai primi ascolti cattura senza difficoltà, sembra scritta dai Woods Of Ypres (dai quali in effetti rubano l'iniziale giro di note) quando sono nelle loro incarnazioni più easy listening, con quella pomposità che sconfina spesso e volentieri nella pacchianeria. Una grandiosa eccezione è "Of Death And Corruption", indiavolata e dotata di un'atmosfera orrorifica e perversa che facilmente farà comparire sorrisi sardonici sui volti degli ascoltatori, ma anche "April 14th" si fa valere in maniera prepotente, grazie al suo piglio misterioso e macabro tuttavia venato da una sottile vena decadente e settecentesca.

Insomma, il disco finisce senza fuochi d'artificio, e qualcuno potrebbe rimanerne un po' deluso. Anch'io, al primo ascolto, ho ragionato così: ritenevo che quest'album fosse destinato ad una longevità scarsa, ma mi sbagliavo. Una volta superato il trauma da distacco del primo brano, che va considerato come un'oasi di eccezionalità in un contesto musicale buono ma non eccelso, il disco diventa un altro piacevolissimo album degli Swallow The Sun, sempre capaci di farci sognare e immergere in un romanticismo triste e sconsolato, con un cuore pulsante di melodia passionale. Non un capolavoro, come forse qualcuno si è illuso di aver trovato dopo i primi dieci minuti, ma un disco che conferma la band in tutta la sua maestria e ci regala un'altra ora di melodic doom metal di tutto rispetto.

01 - Emerald Forest And The Blackbird (9:58)
02 - The Cut Is The Deepest (5:20)
03 - Hate, Lead The Way (6:13)
04 - Cathedral Walls (6:47)
05 - Hearts Wide Shut (5:55)
06 - Silent Towers (4:01)
07 - Labyrinth Of London (Horror pt. IV) (8:29)
08 - Of Death And Corruption (5:00)
09 - April 14th (8:28)
10 - Night Will Forgive Us (6:40)

When Nothing Remains - "As All Torn Asunder"

Solitude Productions, 2012
Una nuova band che debutta per la Solitude Productions, secondo voi, che genere musicale suonerà? Non c'è quasi bisogno di specificare che si tratta di doom death metal, al massimo possiamo disquisire sul sapore che acquisirà la musica di disco in disco: talvolta più oscura e tombale, talvolta più malinconica e introspettiva, talvolta più opprimente e soffocante. Senza dubbio, i When Nothing Remains si inseriscono nel secondo filone, vale a dire quello dalle tinte un po' gotiche e condito con abbondanti dosi di melodia e tristezza, che lasciano poco o nessuno spazio alla negatività esistenziale o alla rabbia cieca. I musicisti non sono dei novellini, alcuni provengono da band già affermate come i Nox Aurea, e in più il disco conta la partecipazione del vocalist dei blasonati Draconian; probabilmente, l'esperienza degli artisti coinvolti fa sì che un disco che sostanzialmente non ha nulla di nuovo da dire riesca comunque a conquistare gli animi, se si ha la pazienza di viverlo ascolto dopo ascolto.

"As All Torn Asunder" si presenta con una copertina patinata e dai toni poetici, è suonato in maniera impeccabile e gode di una produzione assolutamente all'altezza, in grado di far risaltare le maestose atmosfere goticheggianti e la potenza di un growl che non manca di espressività. Doom death d'autore, che preferisce prendere per mano, invece di trascinare violentemente negli abissi della disperazione; di questo, il gruppo è debitore della grandiosa lezione impartita dai My Dying Bride, e a parte una maggiore modernità nel sound, le differenze con la band albionica sono davvero poche. Chitarre corpose, raffinate orchestrazioni, rari interventi di voci femminili (saggiamente mantenute come pennellate occasionali, e non come insopportabili e continui duetti), alternanza tra growl e una voce pulita che, se può essere un po' strana nel timbro, non è certamente povera dal punto di vista dell'improvvisazione; ed ecco che settanta minuti di musica sono pronti per far breccia nel vostro cuore. I brani sono tutti di ottima fattura, quasi tutti di durata imponente, a cominciare dall'intensa opener "Embrace Her Pain" dalle struggenti aperture pianistiche, per continuare con pezzi sontuosi e carichi di pathos come "The Sorrow Within" (da segnalare una nettissima somiglianza con il riff portante di "Lake Of Fire" dei Bathory!), "Mourning Of The Sun" (forse il meglio che questo disco può offrire), nonchè con la quasi - conclusione ad opera dei tredici minuti di "As All Torn Asunder", popolati da riuscite alternanze tra toccanti momenti d'atmosfera e rombanti cavalcate chitarristiche, sempre basate su riff di chitarra quadrati e semplici ma efficaci nel loro incedere. Qualche intermezzo spezza la monoliticità dei brani, alcuni episodi mostrano un maggiore dinamismo rispetto ai ritmi tendenzialmente lenti dell'album (un ottimo esempio è la ritmata "A Portrait Of The Dying", e in generale nel corso del disco non sono rari nemmeno i passaggi in doppia cassa); la qualità media si mantiene sempre molto buona, gli arrangiamenti sono curatissimi e affascinanti, pianoforte e archi sono sapientemente dosati per non essere nè invadenti nè insignificanti. Sostanzialmente, non c'è nulla che possa non piacere ad un fan del doom death, che troverà nei When Nothing Remains qualcosa di sicuramente appetibile e valevole. Il problema è se si vuole cercare qualcosa di più del solito sound e delle solite atmosfere: a questo album infatti manca quasi totalmente una propria personalità, ed echi di band come Draconian, Shape Of Despair, November's Doom ecc .. fanno capolino continuamente, rendendo in fin dei conti i When Nothing Remains un gruppo che vive sull'eredità di ciò che i grandi nomi del genere hanno suonato anni prima. Ma a questo punto bisogna chiedersi: ciò rappresenta davvero un problema?

Forse no. O meglio, dipende dalle vostre aspettative. Potete dire tutto quello che volete: è vero che le idee originali latitano, è vero che i brani qualche volta si perdono in un po' di lungaggini che potevano essere snellite, è vero che la durata totale di settanta minuti mette alla prova anche il più stoico ascoltatore, considerando l'omogeneità della musica in questione; ma se inizialmente ho considerato "As All Torn Asunder" come un disco senza infamia e senza lode, carino ma niente più, mi trovo invece a rivalutarlo per via della sua intrinseca bellezza, la quale riesce a superare (almeno dal mio punto di vista) la scarsità di innovazioni proposte. Mi convincono, in particolare, la sua raffinatezza compositiva, alcuni passaggi davvero struggenti e commoventi, la bellezza del growl che pur essendo un po' monotono è comunque validissimo, e tante piccole cose che messe tutte assieme creano un disco sì derivativo, ma di indubbia qualità. Per questo motivo, della vecchia recensione non rimane traccia, e sono contento di aver rivalutato una band che mi era parsa nè carne nè pesce, ma che in realtà ancora oggi mi riascolto e mi sa emozionare ogni volta. Se il doom death tradizionale vi sta stretto, trascurate pure i When Nothing Remains; ma se invece cercate solamente dell'ottima musica, non abbiate paura a spendere un po' dei vostri soldi anche per loro, con la garanzia che dopo tanti ascolti qualcosa vi rimarrà dentro.

01 - Embrace Her Pain (7:28)
02 - The Sorrow Within (11:40)
03 - A Portrait Of The Dying (7:14)
04 - Mourning Of The Sun (8:42)
05 - Solaris (1:14)
06 - Her Lost Life (9:00)
07 - In Silence I Conceal The Pain (7:44)
08 - As All Torn Asunder (13:02)
09 - Outro - Tears (3:56)