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domenica 12 febbraio 2012

Shattered Hope - "Absence"

Solitude Productions, 2010
Il primo album dei greci Shattered Hope è un'altra dimostrazione dell'ottimo fiuto che possiede la label russa Solitude Productions, la quale mette sotto contratto un numero relativamente ristretto di band ma punta in alto come livello qualitativo. Con una buona dose di talento e ispirazione, il gruppo si muove nell'infido terreno del gothic - doom di stampo appesantito, un terreno già ampiamente battuto e popolato da elementi che spesso non fanno altro che ripetere stancamente gli stilemi già proposti dal genere. Tuttavia, per emergere dalla mischia non c'è bisogno di cose trascendentali: è sufficiente, come nel caso degli Shattered Hope, quel guizzo in più di maestria che può trasformare un disco poco convincente in un prodotto vibrante e appassionato.

"Absence" si presenta con una copertina dai toni scuri e marcatamente depressivi, facendoci ben intendere ciò che troveremo nella sua ora abbondante di durata. Musica cupa, ombrosa, che abbraccia i lidi più spiccatamente depressivi e neri, senza curarsi di massacrare emotivamente l'ascoltatore. I brani sono quasi tutti molto lunghi e asfissianti, tuttavia se il disco si limitasse a questo ci troveremmo di fronte ad un prodotto relativamente poco interessante. Tante band hanno fatto della pesantezza emotiva il loro punto di forza: cosa avrebbero da dire di più gli Shattered Hope? E infatti è proprio qui che la loro personalità entra in gioco: a fianco di strutture opprimenti e suoni cupissimi, le trame sono infarcite da momenti melodici e ariosi che si contrappongono in maniera netta al nero incedere delle partiture principali, e creano dei saliscendi emotivi di grandissimo effetto. Un brano come "Amidst Nocturnal Silence", riconducibile come stile ai primissimi My Dying Bride, può apparire un macigno di sentimenti negativi, espressi da un growl magistrale e profondo, nonchè da un suono di chitarra particolarmente scuro: la severità del brano è tuttavia mitigata da splendidi inserti di archi e pianoforte, che si fanno sentire talvolta con note delicate e gentili, talvolta con esplosioni incontenibili come nella trionfale coda strumentale, dove una chitarra pennella arabeschi sonori che ci sconquassano l'anima con la loro romantica bellezza. Lo stesso discorso si può fare per "Enlighten The Darkness", leggermente più solare e orecchiabile, ma comunque impegnata a mostrarci due facce della stessa medaglia: la depressione più nera e i momenti di rivalsa che talvolta emergono anche dalle menti più obnubilate e buie.

La breve "Yearn" spicca per le sue ritmiche relativamente veloci e per l'appassionante crescendo finale, carico di tensione e sentimento; e mentre "A Traitor's Kiss" mostra il volto più romantico e irruento degli Shattered Hope, la strumentale "Lament In F# Minor" ci mostra la tristezza più inguaribile, grazie a trame d'archi dall'eccezionale bellezza ed espressività. Quasi non ci accorgiamo, ascoltandola, che la sua parte finale è l'inizio della conclusiva "The Utter Void", vero mastodonte e capolavoro del disco. Diciotto minuti in cui si mescolano rabbia e dolore, speranza e riflessione, mestizia e desiderio di cambiamento: trame strumentali sempre in evoluzione ci portano lentamente ma inesorabilmente verso un finale che lascia intravedere per la prima volta un raggio di luce, venuto a squarciare la nera oscurità che gli Shattered Hope hanno fatto calare sulle nostre anime. 

"Absence" non è un disco per tutti, nè un album dal quale si può estrapolare solo qualche frammento isolato: esso va ascoltato tutto di fila, per potersi lentamente immergere nella catramosa pozza di sofferenza che ricrea, e per avere infine la soddisfazione di uscirne più forti di prima. Ben suonato, ben composto, vario e coinvolgente, posso senza dubbio includerlo nelle migliori uscite doom del 2010. Se apprezzate il genere, fatelo vostro senza ulteriori indugi.

01 - Amidst Nocturnal Silence (13:01)
02 - Vital Lie (8:58)
03 - Enlighten The Darkness (8:50)
04 - Yearn (3:32)
05 - A Traitor's Kiss (7:44)
06 - Lament In F# Minor (2:56)
07 - The Utter Void (18:00)

sabato 11 febbraio 2012

Wolves In The Throne Room - "Black Cascade"

Southern Lord Recordings, 2009
A breve distanza dall'EP "Malevolent Grain", che donava un'ulteriore elemento di differenziazione al sound dei Wolves In The Throne Room e preparava il terreno per la futura evoluzione, giunge come un fulmine a ciel sereno il terzo album in studio, intitolato poeticamente "Black Cascade". La fama della band si è ormai affermata, il sound è maturato, c'è stato spazio per interessanti variazioni tra un disco e l'altro: questo terzo album permette agli atipici e riservatissimi blacksters statunitensi di guadagnare ancora più consenso e fama, perchè è noto che il terzo disco è un importante momento di svolta per la storia di una band. 

Le suggestioni sperimentali dell'esordio "Diadem Of 12 Stars" e i toni solenni di "Two Hunters" hanno ora ceduto il posto a sonorità molto più dirette, se vogliamo anche più scarne, ma che non rinunciano ugualmente alla consueta componente evocativa e magniloquente che aveva caratterizzato le prime uscite della band: quelle atmosfere mistiche e suggestive che i due fratelli Weaver riuscivano a ricreare con l'uso rielaborato e personale degli stilemi black metal. "Black Cascade" è un disco che da subito si mostra più irruento e deciso rispetto ai predecessori, con la subitanea aggressione dell'opener "Wanderer Above The Sea Of Fog". Il consueto blast beat e la tiratissima voce in screaming non sono che il contorno di linee melodiche inafferrabili, enigmatiche, che possono stare a lungo su una singola nota e su un singolo accordo, come per sottolineare il carattere introspettivo del disco. Nonostante sia più aggressivo del solito, infatti, il sound di "Black Cascade" non è diventato nemmeno stavolta malvagio o distruttivo: complici anche degli interessanti e centellinati inserti di tastiere, non si può non notare che il carattere musicale di fondo è più vicino all'essere riflessivo, piuttosto che nichilista e schiacciante. Lo dimostrano alcune aperture melodiche particolarmente riuscite, le ampie variazioni ritmiche, i brevi assoli di chitarra spalmati qua e là nel brano con il compito di spezzare la tensione creata dalle acide chitarre. Spettacolare il finale, dove una ritmica travolgente ci investe come una valanga, mentre contemporaneamente le chitarre pennellano riff splendidi e sognanti.

La successiva "Ahrimanic Trance", dal titolo prettamente steineriano, si configura come il brano più riuscito del lotto: quattordici minuti indiavolati, nei quali le tastiere assumono un ruolo importantissimo e permettono all'ascoltatore di cadere in quella "trance satanica" descritta nel titolo. Ma i Wolves In The Throne Room sono ben lontani dal becero satanismo gratuito che ammorba l'attuale scena black: il loro satanismo è piuttosto un'espressione di quanto il diavolo e le tentazioni siano suadenti, melliflue, ingannatrici. Il brano infatti ha un alone quasi ipnotico, come se volesse farci cadere nella perdizione. Anche qui, alcune semplici ma stupende variazioni ritmiche e l'uso delle sovraincisioni elettroniche rendono il brano molto vario e coinvolgente, nonostante la relativa semplicità delle partiture chitarristiche: mirabili sono anche gli stacchi di sapore ambient che non fanno altro che aumentare l'attesa e la spasmodica tensione, invece che mitigarla. Degno di nota è il finale, lugubre e lento, quasi assimilabile ad una marcia funebre: forse il diavolo ci ha infine catturato e ridotto a suoi schiavi.

Scorrono più o meno sugli stessi binari le successive due tracce, anch'esse particolarmente lunghe. "Ex Cathedra" si distingue per ritmi più lenti ed un riffing più malinconico e dimesso, nonché per uno stacco centrale di pura atmosfera che mette i brividi; "Crystal Ammunition" è una conferma di tutto ciò che il gruppo sa fare con gli strumenti, e pur non aggiungendo elementi nuovi a ciò che hanno già comunicato i precedenti tre brani, chiude in bellezza l'album con un finale sfumato di grande effetto. E così si conclude un altro grande disco dei Wolves In The Throne Room, band che finora non ha mai sbagliato un colpo, e che con "Black Cascade" confeziona un altro capitolo riuscito e sincero, che dimostra la volontà di non fossilizzarsi su un unico stile, poiché lo stile è solo un mezzo per esprimere i propri sentimenti, non deve mai diventare un fine. Per cui, di nuovo complimenti e inchino a questa interessante e avanguardistica band.

01 - Wanderer Above The Sea Of Fog (10:33)
02 - Ahrimanic Trance (14:05)
03 - Ex Cathedra (10:58)
04 - Crystal Ammunition (14:20)

venerdì 10 febbraio 2012

Septicflesh - "Communion"

Season Of Mist, 2008
Strana band i Septic Flesh.

Dopo un ottimo solitario EP uscito nel 1991, che pare anticipare le caratteristiche musicali del Melodic Death, i Septic Flesh sono stati capaci di produrre nella seconda metà degli anni ’90 quattro album in quattro anni, tutti di qualità sopraffina, continuando a perfezionare la loro miscela di Death, melodia e atmosfera caratterizzata da quel sound piacevolmente antiquato tipico del Metal greco estremo. E’ forse inutile dire che un simile splendore rimase praticamente privo di attenzioni. L’anno seguente è il 1999: il nuovo subitaneo Revolution DNA apporta grandi stravolgimenti, e la band prende un’inaspettata - e a mio avviso sgradevole - svolta più elettronica e sempliciotta. Un album comunque acclamato dai più che pare puntare finalmente qualche riflettore sulla band. Risultato? Quattro anni di inattività discografica. Inattività rotta nel 2003 con Sumerian Daemons, che torna a sconvolgere tutto e ad innalzare gloriosamente la bandiera della band: le contaminazioni elettroniche sono presenti solo in piccola quantità, e il risultato musicale sembra essere una fusione tra il sound robusto e moderno di Revolution DNA, il loro genere composito dei primi quattro full-length e una violenza sonora tutta nuova. Si tratta di un disco acclamato da tutti, fans e critica, che pare dare inizio ad una lunga epoca di successi. Risultato? I Septic Flesh si sciolgono. E si sappia: no, non è una barzelletta. Si riformano però nel 2007, modificando il loro nome in Septicflesh - bah... - e giungendo al loro settimo disco: Communion. Se gli ultimi quattro anni di stop avevano portato alla grande innovazione di Sumerian Daemons, quale sconvolgimento apporterà stavolta Communion?

Il lettore attento avrà ormai afferrato la logica inversa dei Septicflesh, è saprà quindi soddisfare da solo la propria sete di curiosità: nessuno. Eccoli infatti incunearsi nuovamente con rinnovata possenza negli arcani meandri della mitologia delle civiltà antiche, i cui plurimi risvolti dalle diverse interpretazioni si prestano meglio di ogni altra astrazione a ritrarre le multiple direzioni di Communion. Pur presentandosi come la naturale continuazione di Sumerian Daemons - quasi che tra i due fosse trascorso solo un anno - Communion è a tutti gli effetti un nuovo capitolo nella discografia della band, la quale impiega per la prima volta una vera orchestra che va ad intrecciarsi ad un sound pesantissimo, moderno ed impeccabile, ad atmosfere oscure fortemente sacrali, ad una batteria bombardante e a diffuse aperture melodiche parecchio orecchiabili. E se è vero che brani quali Anubis, Sunlight/Moonlight, Sangreal e Narcissus potrebbero tranquillamente essere stati estratti da Sumerian Daemons, gli altri cinque risultano essere molto più pesanti e generalmente più veloci, neri come la pece e intrisi fino a sgocciolare copiosamente di quelle esalazioni mitologiche e leggendarie che rendono tanto affascinante la cultura antica. Brani brevi e tremendamente feroci, con particolare attenzione al geniale sperimentalismo di Babel’s Gate, fino all’apice orchestrale di Persepolis che col suo sacrale rallentamento rimanda con decisione alla gloriosa epoca dell’Antica Grecia. Communion risulta quindi un disco dalle mille facce che alterna episodi melodici molto orecchiabili a brani estremi, orchestrali, inquietanti.

In Communion ce n’è per tutti i gusti: se vi piace il Melodeath easy-listening probabilmente passerete intere ore a fischiettare Sunlight/Moonlight e Narcissus, mentre se come me preferite i brani più aggressivi e sperimentali probabilmente non potrete più fare a meno di Babel’s Gate e della titletrack. Se poi vi piace la musica orchestrale, quella bella ricca e pomposa, Persepolis vi lascerà a bocca aperta. Episodi eccellenti quali Anubis e Sangreal cercano infine di fare da tramite alle varie estremità citate, a queste differenti manifestazioni di quell’unica entità che è Communion. I Septicflesh sono tornati alla grande con un mega disco da cineteca, un disco che incarna alla perfezione la tendenza moderna ad interpretare il Metal estremo come un crogiuolo di idee attinte da ambiti diversi, il tutto in fortissima chiave epica, tendenza grazie alla quale già si sono affermati gruppi come Behemoth e Nile. Che i Septicflesh siano i prossimi? Ormai ci sono.

01 - Lovecraft’s Death (04:08)
02 - Anubis (04:18)
03 - Communion (03:25)
04 - Babel’s Gate (02:58)
05 - We, The Gods (03:50)
06 - Sunlight/Moonlight (04:09)
07 - Persepolis (06:09)
08 - Sangreal (05:17)
09 - Narcissus (03:59)

giovedì 9 febbraio 2012

Wolves In The Throne Room - "Two Hunters"

Southern Lord Recordings, 2007
Il debutto "Diadem Of 12 Stars" aveva mostrato al mondo una band americana alle prese con un black metal di stampo nordico, che aveva la particolarità di essere stato rielaborato e presentato sotto una nuova veste, più elegante e raffinata rispetto al grezzume tradizionalmente imposto dagli stilemi del genere. Il disco aveva suscitato un certo clamore e interesse, e non a torto: esso stravolgeva il teorema secondo cui il black metal non sarebbe mai potuto crescere al di fuori della sua terra madre, vale a dire la Scandinavia (e in particolare la Norvegia), rimanendo relegato ad una mera imitazione malriuscita nel caso in cui qualcun altro di "non nordico" avesse voluto cimentarvisi. Giunti al secondo disco, gli statunitensi Wolves In The Throne Room riescono un'altra volta a dimostrarci la loro abilità e la loro capacità di fondere assieme elementi diversi, partendo da una base black e contaminandola con soluzioni personali che demoliscono impietosamente il teorema nazionalista.

Il feeling "boschivo" e ventoso dell'esordio si è spostato ora verso terreni più solenni ed elegiaci, quasi mistici: ascoltando l'incredibile opener strumentale "Dea Artio" si può letteralmente rimanere basiti dallo stupore. Essa infatti viaggia su ritmiche addirittura funeral doom, scegliendo però suoni impastatissimi e ronzanti che le conferiscono inequivocabilmente il carattere medianico del black. Il brano è un lento risveglio, che dalla profondità delle tenebre porta lentamente alla luce più accecante, simboleggiata alla perfezione da un tappeto tastieristico sublime e massimamente evocativo, coadiuvato da rintocchi di batteria lenti e stanchi. Quando l'inno iniziale termina, capiamo però che i Wolves In The Throne Room non hanno deciso di darsi al doom metal: "Vastness And Sorrow" è introdotta da una chitarra tesa e nervosa che presto cede il posto ad un assalto sonoro furibondo. Le caratteristiche distintive della band cominciano a delinearsi sempre più, e l'elemento che colpisce in particolar modo è la relativa lentezza dei riff rispetto alle linee ritmiche: ogni nota è notevolmente prolungata e dilatata, così che non si riesce più bene a capire se il brano sia lento o veloce. Un fulmine inarrestabile per quanto riguarda la parte ritmica, ma un brano riflessivo per quanto riguarda il riffing di chitarra. Siamo lontani dai contorti riff del black metal scandinavo, che mettevano angoscia fin dal primo ascolto: nonostante anche la musica dei Wolves In The Throne Room non sia propriamente masticabile da tutti, è indubbio che non si percepisce lo stesso alone malvagio. Ciò diventa evidente con la seconda metà del pezzo, popolata da semplici ma stupende aperture melodiche e variazioni ritmiche che rendono il pezzo quasi orecchiabile (parlando in termini relativi, ovviamente). Con una nuova accelerazione, il brano si conclude dopo averci offerto al massimo quattro o cinque riff, e questo mostra un ulteriore punto di evoluzione rispetto al debutto: le linee chitarristiche intricate si sono trasformate in pezzi più quadrati e diretti, tesi a colpire l'ascoltatore fin da subito. Tuttavia "Cleansing" ci spiazza di nuovo, con un'introduzione ancora una volta lenta e celestiale, nella quale la protagonista è un'idilliaca e trasognata voce femminile. Con le stesse sonorità di "Dea Artio", con la differenza che qui appaiono dei tamburi tribali, il pezzo cresce lentamente e accelera con una progressione quasi impercettibile, ammaliandoci e tenendoci sospesi nell'etere: ma non facciamo in tempo a cadere in una rilassata trance, poiché l'idillio si interrompe bruscamente e gli strumenti approfittano del nostro calo della guardia, colpendoci con un altro assalto parossistico e graffiante. La cosa strana è che nemmeno nei momenti più duri e veloci il gruppo riesce a dare quella sensazione di cattiveria latente che ci si aspetterebbe da un gruppo black: a mio parere ci vuole una certa maestria per muoversi così bene in bilico tra generi diversi, senza risultare pacchiano. A fare casino con un blast beat e una chitarra in tremolo sono capaci tutti: pochi invece sono capaci di usare gli stessi elementi per suggerire immagini oniriche e fantastiche.

Chiude il cerchio la lunghissima "I Will Lay My Bones Among The Rocks And Roots", dal titolo affascinante e poetico, come fosse un testamento spirituale. In questo brano conclusivo, il più vicino alle sonorità di "Diadem Of 12 Stars" e per certi versi affine anche a certe atmosfere degli Agalloch, troviamo un po' di tutto: tristi arpeggi e sezioni prive di distorsioni, furia degli elementi, riff marziali e severi che acquisiscono maggiore complessità, momenti melodici da pelle d'oca e un finale solenne e memorabile. Trovare le parole per descrivere accuratamente la musica dei Wolves In The Throne Room è piuttosto complicato: posso solo dire che molto probabilmente "Two Hunters" è il loro lavoro più riuscito, a pari merito con "Diadem Of 12 Stars". Un disco che afferra alla gola, ma con gentilezza e garbo: e alla fine la sensazione, più che quella di essere stati malmenati, sarà quella di essere stati circuiti e risucchiati in un purgatorio incantato, che si affaccia contemporaneamente su paradiso e inferno. Sta a voi scegliere da che lato vedere questa superba musica.

Una curiosità: la versione in vinile mostra una tracklist significativamente differente, che porta il minutaggio originale (46 minuti) a ben 68 minuti. "Cleansing" viene allungata di cinque minuti aggiungendole una parte introduttiva inedita, e in chiusura compare addirittura un brano di quasi diciassette minuti, "To Reveal".

01 - Dea Artio (5:58)
02 - Vastness And Sorrow (12:12)
03 - Cleansing (9:55)
04 - I Will Lay My Bones Among The Rocks And Roots (18:16)

mercoledì 8 febbraio 2012

Saturnus - "Veronika Decides To Die"

Firebox Records, 2006
Il terzo album dei danesi Saturnus (partorito a ben sei anni di distanza dal precedente "Martyre") trae il suo nome dall'appassionante romanzo di Paulo Coelho, ma a livello tematico non mostra alcuna affinità: rimane un mistero il perchè la band abbia deciso di associare quell'emozionante storia alla propria musica, ma forse le due cose hanno qualche aspetto in comune: entrambe infatti navigano nella malinconia e nell'introspezione, nella delicatezza dei sentimenti e contemporaneamente nella dimostrazione della loro sovrumana potenza.

Il disco completa la trilogia cominciata con l'ottimo esordio "Paradise Belongs To You", che proponeva un gothic - doom non banale e ricco di ispirazione, e proseguita con "Martyre", vero e proprio manifesto del metal come poesia e raffinatezza. Questo terzo album vede la band maturare notevolmente, intensificando i propri pregi e rendendo il sound assolutamente personale e facile da riconoscere tra mille. I Saturnus puntano tutto sull'emotività, che certamente non si può definire spicciola o banale: le loro composizioni, strutturalmente piuttosto semplici e quadrate, contengono tutte un'irresistibile vena romantica e passionale, che richiama storie d'amore tumultuose e veraci, non patinate o stereotipate. La relativa semplicità delle partiture ritmiche è ampiamente compensata da un lavoro di chitarra solista semplicemente superbo, marchio di fabbrica del gruppo che trova qui uno dei suoi massimi espressivi. La lunga opener "I Long", probabilmente il miglior pezzo mai partorito dai Saturnus, ne è una perfetta dimostrazione: dopo un grave e stanco pianoforte introduttivo, il pezzo prende vita come un lungo, appassionato assolo di chitarra che spezza il cuore, sostenuto da una voce cavernosa e sofferta che più che cantare recita, declamando versi di dolore e impotente anelito. Un break atmosferico centrale rende ancora più intensa la melodia che precede e segue, la quale si sviluppa lentamente come una serpentina di dolore che non trova pace e si crogiola nella sua inguaribile mestizia. Brano dall'intensità disarmante, rappresenta il paradigma di ciò che il gruppo ha da offrire: melodie cristalline e spaccacuore ad opera di una chitarra solista semplicemente superlativa, pesantezza sonora ben calibrata ma tuttavia non indifferente, attitudine tendenzialmente rilassata e sognante, che mitiga alla perfezione la rocciosità delle chitarre ritmiche e di una sezione ritmica sempre di buon gusto (le linee di basso in questo album sono qualcosa di spettacolare).

Il disco è comunque abbastanza vario, nonostante lo stile della band sia molto inquadrato. La successiva "Pretend" è un episodio più irruento, che esce dalla contemplazione e cerca una rivalsa, ma inutilmente: i suoi turbinosi giri di chitarra e basso smuovono gli animi, ma non riescono a permutare una condizione di sofferenza che sembra essere presente nel sangue dei musicisti. Lo dimostrano pezzi toccanti e tristi come "Descending" e soprattutto "Rain Wash Me"; il primo popolato da un assolo che definire malinconico è un eufemismo, il secondo un eccezionale duetto tra un pianoforte e una chitarra elettrica dotata quasi di voce umana, che si esprime con sfumature di una dolcezza estrema. La seconda metà del disco non presenta particolari novità, continuando a proporci cascate di tristezza e dolce rassegnazione: solo l'episodio finale "Murky Waters" sembra risollevare un po' le sorti, con ritmi leggermente più veloci, sonorità più aggressive e una memorabile cavalcata finale che ci dà una parvenza di luce, anche se in realtà la melodia portante ci vuole comunicare che per quanto ci sforziamo non riusciremo mai a liberarci dalla condizione umana, che è fatta principalmente di dolore e fatica.

"Veronika Decides To Die" piacerà moltissimo agli amanti del metal più poetico e delicato, quello che sa colpire al cuore lì dove è più debole, senza alcuna pietà. Un disco adatto per sedersi a riflettere dopo essere stati colpiti da un dispiacere o da una tragedia: le liquide note dei Saturnus sapranno cullare il vostro dolore e condurvi per mano lungo un percorso che piano piano potrà condurre alla luce, a patto di riuscire ad attraversare la sofferenza senza rimanerne schiacciati. Una catarsi per l'anima, disco da custodire gelosamente.

P.S: Davvero, io assoli di chitarra così belli come in questo disco li ho sentiti pochissime volte.

01 - I Long (10:53)
02 - Pretend (6:25)
03 - Descending (9:04)
04 - Rain Wash Me (7:22)
05 - All Alone (6:18)
06 - Embraced By Darkness (6:44)
07 - To The Dreams (5:47)
08 - Murky Waters (6:38)

Septic Mind - "Начало (The Beginning)"

Solitude Productions, 2010
La Solitude Productions non ha impiegato molto tempo ad impadronirsi anche dei Septic Mind, duo russo di Tver’ che suona Funeral Doom Metal e che era fiorito autonomamente debuttando nel 2008 con l’album Скорбь. Ora è tempo del loro ritorno da professionisti con il secondo full-length, un’ora di musica organizzata in tre lunghi brani da circa venti minuti cadauno intitolata Начало, che tradotto significa “The Beginning”. Ciò mette in risalto la conclamata volontà del duo di Tver’ di voler cominciare daccapo ora che è riuscito a trovare un valido contratto discografico.

“The Beginning” è però anche il titolo del primo dei tre brani, e sembra suggerire un qualche tipo di concept. Infatti dietro gli spaventosi titoloni russi si cela la triade The Beginning, The Misleading e The Ones Who Left This World. Ma se i testi in russo impediscono di farsi un’idea delle tematiche trattate dalla band, la musica è invece chiara e tonda: lo stile dei Septic Mind rimanda inequivocabilmente a quello dei colossi britannici Esoteric, e laddove i momenti più pesanti ed il growl richiamano specialmente The Pernicious Enigma, i momenti più introspettivi sembrano piuttosto essere figli dell’immenso The Maniacal Vale. In realtà non so se si possa parlare di semplice ispirazione, perché a tratti sembra quasi imitazione; persino la copertina con le sue tinte ocracee e il suo effetto a spirale ricorda quella del succitato capolavoro. Ok, gli Esoteric sono gli Esoteric, ed infatti il songwriting dei Septic Mind non sfiora nemmeno per sogno la genialità di quello di The Maniacal Vale...ma non è il caso di farne un dramma, perché nonostante ciò The Beginning fila via in modo piacevole, e negli introspettivi momenti d’atmosfera realizzati intessendo sintetizzatori ed arpeggi è anche capace di regalare grandi emozioni: la parte centrale della titletrack è qualcosa di impagabile, una transizione magnifica dalla quale non si vorrebbe mai uscire. Il livello aumenta ulteriormente con The Misleading, nel complesso il brano più riuscito dei tre, un lento ma inesorabile crescendo tutto giocato su un arpeggio notevole che viene condito in tutti i modi possibili fino ad interrarsi in un finale buio, pesante, opprimente; un viaggio mai monotono che vale la pena di vivere dal primo all’ultimo dei suoi diciotto minuti. Il brano che mi lascia invece un po’ insoddisfatto è l’ultimo: più a secco di idee rispetto ai primi due e fin troppo monotono proprio in quei loop elettronici che avevano fatto la fortuna dei primi due episodi. E anche il finale, che rappresenta l’unico momento di accelerazione delle ritmiche, appare grezzo e incredibilmente scarno, tutto giocato su sonorità estremamente ripetitive senza la benché minima variabilità, come se la band non ci avesse dedicato alcuna attenzione dopo averlo abbozzato sul pentagramma. Sicuramente poteva essere gestito e rimpolpato molto meglio, dato che per essere il brano di chiusura decisamente non fa una grande impressione.

Questa serie di trascuratezze stilistiche, che per dirla tutta non riguardano solo The Ones Who Left This World ma un po’ tutti i momenti più propriamente Doom, non impedisce ai Septic Mind di riuscire a produrre un album di tutto rispetto, che se per certi versi risulta un po’ troppo monotono, per altri riesce davvero a catturare l’attenzione e a trasportare in un immaginario luogo mentale degno di essere visitato.

01 - Начало (The Beginning) (20:47)
02 - Уводящий (The Misleading) (18:04)
03 - Покинувшие Мир (The Ones Who Left This World) (21:57)

Pantheist - "Amartia"

Firedoom Records, 2005
Reduci da un disco di grande spessore come "O Solitude", i belgi Pantheist tornano ad imporsi come grandi nomi del doom metal attraverso la pubblicazione di questo "Amartia", un concept album sui sette vizi capitali. Dieci brani per quasi ottanta minuti di musica: sette brani sono dedicati ai peccati, mentre tre rappresentano momenti di pausa e riflessione, atti a comprendere quali siano davvero gli insegnamenti dell'essere supremo. Un concept che si sviluppa riccamente, sia a livello musicale sia a livello lirico (aspetto per il quale i Pantheist sono ben conosciuti): un lavoro sicuramente più complesso rispetto al suo predecessore, ma alla lunga in grado di scavare maggiormente nell'anima dell'ascoltatore. Del resto, chi ascolta i Pantheist non lo fa certo per sollazzarsi: la loro musica è sempre stata di difficile comprensione, originale e introspettiva, tanto che è necessario ascoltare i dischi numerose volte prima di poterli assimilare a dovere. "Amartia" è sicuramente un pezzo grosso, ma prima di poter dire di averlo introiettato veramente, bisogna passarci settimane o più di ascolti attenti e ricettivi.

Il carattere musicale propriamente "doom" dell'esordio è mantenuto, così come sono mantenute le atmosfere elegiache e sacrali che diventeranno il marchio di fabbrica del gruppo: anzi, si può dire che tutte le caratteristiche che trovavamo su "O Solitude" sono state ulteriormente estremizzate e migliorate. Le timbriche strumentali utilizzate si ampliano ancora di più, comprendendo numerosi strumenti e andando quasi a sconfinare nella musica sacra, per brevi tratti: ciò non può che rendere "Amartia" un disco raffinato, ricchissimo di sfumature e sfaccettature, tanto che a volte sembra perfino di ascoltare uno strano metal "da chiesa". L'organo ecclesiale non è infatti scomparso, anzi: la sua carica funerea e solenne torna alla ribalta con ancora più prepotenza rispetto a "O Solitude", regalandoci momenti di profonda riflessione ed emozione vibrante (vedi il drammatico interludio "First Prayer", momento in cui il protagonista si rende conto della propria depravazione e chiede aiuto: a mio parere il climax emotivo dell'album). Le chitarre spesso si limitano a pennellare rocciosi accompagnamenti di sottofondo, sporgendosi sul vuoto e rimanendo in bilico, mentre la parola passa spesso e volentieri in mano ai sintetizzatori, che il leader Kostas Panagiotou sa utilizzare in maniera molto abile. Per rendervi conto di cosa la band è capace di fare, potete ascoltare la chilometrica opener "Apologeia": ritmi rallentati, chitarre centellinate ma pesantissime, inquietanti parti vocali che paiono uscire direttamente da una messa nera, corali di sapore vagamente medioevale, uso di parti elettroniche che ricordano quasi la musica techno - trance, stacchi e rallentamenti zeppi d'atmosfera spessa e lugubre. Un'interessante fusione tra sonorità antiche e moderne, come per simboleggiare l'antichità dei sette vizi capitali, presenti fin dagli albori della civiltà e ora rivisitati in chiave contemporanea, con le chitarre distorte. Mentre la nera litania prosegue e arriva a superare i nove minuti, improvvisamente ci troviamo di fronte ad uno di quei repentini cambi di direzione che tanto piacciono ai Pantheist e tanto esaltano i fan: un inaspettato assolo di chitarra, poi una nervosa e solitaria linea di basso, e infine l'esplosione di un magistrale blast beat, furioso assalto sonoro dominato dal growl e da una trama d'organo spaventosa e inarrestabile. 

Non senza suscitare continuo stupore, il disco prosegue tra episodi lenti, pacati e riflessivi ("Gluttony", "Sloth"), intense elegie celebrative ("Lust"), momenti malinconici e quasi lacrimevoli ("Pride"), momenti di pura schizofrenia e delirio emotivo ("Greed"), perfino sprazzi di furia cieca e assassina come in "Wrath", pezzo black metal cantato in growl, nel quale è mirabile la soluzione ritmica che a tratti elimina il tom e si concentra solo su piatti e cassa, per creare un'atmosfera di paranoia inarrestabile. La produzione non è perfetta, risulta a tratti un po' impastata e incerta, ma ciò non impedisce ai brani di esprimere tutto il loro potenziale, anche se qualcuno potrà trovare il disco molto lento e pesante, dagli sviluppi pachidermici e difficili da seguire. Non metto in dubbio che ascoltare "Amartia" tutto di fila sia un'impresa ardua: tuttavia, si può considerare questo disco come una sfida, un viaggio all'interno della multisfaccettata psiche umana, cercando di immedesimarsi in ciascuno dei peccati raccontati e chiedendosi che aspetto avrebbero se fossero condensati in note e pentagrammi. Secondo me vale la pena di dedicare un po' di tempo a questo disco: complesso e ostico quanto volete, ma incredibilmente ricco e corposo, decisamente un pezzo da novanta nella discografia doom. Nessuno vuole immergersi in un peccaminoso viaggio negli abissi della tentazione?

01 - Apologeia (11:12)
02 - Gluttony (11:10)
03 - Envy (7:26)
04 - Lust (7:06)
05 - First Prayer (6:44)
06 - Pride (5:58)
07 - Greed (7:42)
08 - Sloth (9:44)
09 - Wrath (5:11)
10 - Metanoia (4:18)

lunedì 6 febbraio 2012

DragonForce - "Inhuman Rampage"

Noise Records, 2006
Inhuman Rampage è l’album che ha definitivamente proiettato i DragonForce verso la fama e il successo, l’album di Through The Fire And Flames, l’album delle dita fumanti che scorrono inafferrabili lungo le corde della chitarra elettrica; eppure paradossalmente è anche l’album che molto più dei precedenti ha attirato su di sé le critiche di molti. Peggio ancora, è un album che ha suscitato un comportamento snob da parte di un’ampia fetta del pubblico Metal.

Chiunque conosca questa band, ed in particolare chiunque conosca Inhuman Rampage, sa bene in cosa consista il loro Power Metal: lunghi assoli alla velocità della luce dai toni gagliardi durante i quali Herman Li e Sam Totman si cedono il passo vicendevolmente. Tutto il resto è solo circostanziale, il minimo sindacale per contestualizzare questi assoli in brani fatti e finiti. Su di essi sono però piovute critiche di ogni genere mirate ad inficiare e sminuire la loro opera musicale sotto i più diversi punti di vista. E allora io vi dico: avanti, passiamo in rassegna le critiche più frequenti che vengono rivolte ai DragonForce, tiriamole fuori tutte senza paura, e vediamo un po’ cosa si può dire a riguardo.
1. Dal vivo sono penosi.
Ho visto qualche loro live su Youtube - live risalenti ai tempi del presente album - e non è vero che dal vivo sono penosi: sono molto peggio! Però qui stiamo parlando di un album registrato in studio...quindi, per essere quanto più schietto possibile, chi se ne frega se dal vivo sono penosi?
2. Sono il più clamoroso esempio di autoplagio.
E’ vero, i loro brani sono tutti uguali, hanno tutti lo stesso mood allegro e spensierato, e seguono tutti lo stesso identico schema. Ma ad essere onesto credo che sia molto più difficile trovare una band che non si autoplagi piuttosto che trovarne una che lo faccia. Qualsiasi genere di Metal è ricco di esempi simili, e anche ad alti livelli di notorietà: basti pensare a band quali Vomitory, Arckanum, Behemoth, Suffocation, Melechesh, tutte band affermate ed acclamate delle quali è praticamente impossibile distinguere un brano dall’altro. E poi non si può certo dire che il Power stesso sia gravido di band varie e propositive: che dire infatti di Helloween, Edguy, Angra e compagnia bella? Non mi sembrano esattamente gruppi abituati a variare da un brano all’altro, eppure vengono dipinti come mostri sacri nel loro genere.
3. La voce su disco di ZP Theart è ampiamente ritoccata.
Probabilmente è vero - e i live sembrano confermarlo impietosamente... - ed è la stessa critica che viene portata a gruppi come Cradle Of Filth, Sonata Arctica, Arch Enemy. Bene, supponiamo pure che sia tutto vero. Il punto, a costo di sembrare ripetitivo, è: e chi se ne frega? Chi ha detto che la voce naturale e genuina è bella mentre quella filtrata o modificata digitalmente è brutta? A me questo pare un dogma, e in ogni caso ricordo che stiamo parlando di un album registrato in studio.
4. La loro musica sembra quella dei videogiochi.
E’ vero, in svariati momenti le sonorità della chitarra si avvicinano molto a Super Mario ed affini, e per ammissione dello stesso Herman Li egli trae ispirazione da certi videogiochi. Ma chi ha detto che questo sia un difetto? In una musica amena e spensierata come quella dei DragonForce mi pare una soluzione stilistica che può starci, e anzi è persino originale.

Sbolognate queste inconsistenti critiche, devo esprimere la mia opinione sui DragonForce: al contrario di quanto si possa credere leggendo quanto ho scritto qui sopra io non stravedo per questa band, e mi trovo d’accordo col non idolatrarli. Ritornelli banali, strofe senza niente da dire, ritmiche costantemente clonate: certamente non un grande biglietto da visita. Ma come dicevo più sopra, quando si parla dei DragonForce tutto ciò è solo circostanziale: i DragonForce sono famosi e apprezzati per i loro assoli di chitarra, i DragonForce sono i loro assoli di chitarra. E dal momento che questi assoli sono incontenibili, travolgenti, divertenti, io mi dico: ben vengano! Perché allora non si prendono i DragonForce per quello che sono, senza pretendere inutilmente che debbano essere chissà cosa? Perché non li si considera “carini e nulla più” invece che criticarli come se fossero la peste bubbonica? Non riesco proprio a capire cos’abbiano che li rende così detestabili - forse il fatto che non siete capaci di suonare i loro brani su Guitar Hero?

Ho ascoltato e riascoltato infinite volte Inhuman Rampage e non mi ha mai annoiato; esso ci racconta le gesta di due chitarristi che si divertono belli e beati come bambini suonando le loro chitarre alla velocità della luce. E non solo si divertono: sanno anche far divertire, perché nel mondo del Metal non c’è nulla di più magico degli assoli di chitarra. Inhuman Rampage, come testimonia il titolo stesso che significa “sbrigliatezza disumana”, è questo: un buon disco senza troppe pretese il cui scopo è quello di divertirsi e far divertire per mezzo degli assoli di chitarra. E allora perché non mettersi il cuore in pace e non goderselo?

01 - Through The Fire And Flames (07:24)
02 - Revolution Deathsquad (07:52)
03 - Storming The Burning Fields (05:19)
04 - Operation Ground And Pound (07:44)
05 - Body Breakdown (06:58)
06 - Cry For Eternity (08:12)
07 - The Flame Of Youth (06:41)
08 - Trail Of Broken Hearts (05:56)

Skepticism - "Lead And Aether"

Red Stream 1998
"Lead And Aether" è il secondo disco degli Skepticism, uscito nel periodo d'oro del funeral doom, quando era un genere neonato e al pieno delle possibilità espressive, dato che ancora nessuno o quasi aveva esplorato quei lidi. La Finlandia è terra prosperosa in tale senso, dato che sono finlandesi le due band alle quali è attribuita la paternità del genere: una sono i Thergothon, e l'altra gli Skepticism. Mai nessuno è riuscito ad eguagliare questi ultimi in fatto di atmosfere ricreate, di depressività intrinseca della loro musica, di contemplativa pacatezza che richiama alla mente l'immagine di una persona morente, ormai completamente rassegnata al proprio destino. Gli Skepticism non hanno mai suonato musica pesante in senso stretto, a parte alcuni capitoli isolati della loro discografia (peraltro esigua, se si considera che sono attivi da più di vent'anni). Loro hanno sempre preferito puntare su un minimalismo atmosferico che mette i brividi, che risucchia in un contesto lugubre e cancella completamente ogni spiraglio luminoso. Il tutto senza mai spingere sulle distorsioni nè sul cantato: le chitarre sono sempre gentili, la voce è un catacombale growl che pare quasi un distante sussurro, i rintocchi di batteria sono eterei e freddi, e dulcis in fundo compare l'organo ecclesiale che conferisce quell'alone "sacrale" e liturgico che da sempre contraddistingue la band. Sono stati i primi a usarlo nel filone doom, e sono stati largamente imitati: tuttavia, nessuno a mio parere è riuscito ad eguagliarli, nè credo che ci riuscirà mai.

"Lead And Aether" è un lento monolite che procede stancamente, quasi a tentoni, in un terreno paludoso e oscuro. Tamburi ovattati e melodie funeree ci prendono per mano e ci avvolgono dalla prima all'ultima nota, mentre l'organo declama l'assenza totale di voglia di vivere ed esprime al meglio la caducità dell'esistenza, facendoci sentire sperduti e soli in mezzo a un mare di nebbia. Ogni brano è pervaso da questa tristezza impenetrabile, ma in particolare sono due gli episodi che colpiscono in mezzo ai sei brani dell'opera. "The March And The Stream" e "The Falls" sono le due summe compositive dell'album, pietra d'angolo di un intero genere musicale, il funeral doom. La prima, una lentissima ed esasperante nenia funebre che ricorda mestamente la morte di Iia, moglie di uno dei membri della band, la quale si spense a soli vent'anni di età. Sonorità spettrali e sotterranee, ritmi pachidermici, atmosfere plumbee da pelle d'oca, un finale di archi tremebondo e mortifero: tutto in sordina, senza mai fare troppo rumore e senza mai uscire dalle righe. "The Falls" è un lento fiume di lava che poco alla volta riempie tutti gli spazi disponibili, sommergendoci in un mare di cenere ardente: le chitarre e l'organo pennellano melodie delicatissime e soffuse, nello stacco centrale rimane solo una chitarra acustica spaesata e timida, mentre nel finale ci troviamo al cospetto di un megalitico monumento che ci osserva dall'alto con silenziosa disapprovazione per la nostra natura mortale ed effimera. Per quanto la musica sia impressionante nella sua tragicità, trasmette comunque una sensazione nettissima: la calma. Non quella serena sensazione di appagamento, che ti fa sentire al tuo posto nel mondo; piuttosto una calma innaturale, composta, agghiacciante, come quella che prova una persona distesa a terra mentre esala silenziosamente l'ultimo respiro. 

Non aspettatevi niente di diverso, o di più positivo e solare, nei rimanenti brani: vi basterà ascoltare la severa introduzione di "The Organium", o le larghe e monolitiche aperture strumentali di "Edges", per rendervi conto che in questo terreno si respira solo aria di morte, a tratti pesante e greve, a tratti pacata e soffusa come il delicato tocco della Mietitrice. Capolavoro del suo genere, probabilmente il più significativo album Doom della storia: non possederlo è un delitto, per chi vuole possedere una decente discografia doom. Per chi ha tendenze suicide o maniaco - depressive, invece, è un disco da evitare: sarebbe la colonna sonora perfetta per l'estremo atto.

01 - The Organium (6:41)
02 - The March And The Stream (10:34)
03 - The Falls (8:43)
04 - Forge (5:49)
05 - Edges (6:10)
06 - Aether (9:49)

Wolves In The Throne Room - "Diadem Of 12 Stars"

Vendlus Records, 2006
Il black metal ha conosciuto periodi gloriosi e periodi di stanchezza profonda e crisi di idee. Esploso in Norvegia negli anni '90, con il tempo si è sempre più contaminato con generi diversi, andando a fondersi con il folk, il post rock, il doom, lo shoegaze e via dicendo. Con il trascorrere del tempo è stato sempre più difficile trovare una band di black metal "classico" che non sapesse di già sentito, fino a quando i Wolves In The Throne Room si sono imposti sulla scena come "mosca bianca" del movimento black metal. Il motivo di questa "emarginazione" è principalmente la provenienza: molti non credevano (e forse non credono tuttora) possibile il fatto che una band statunitense (proveniente da Olympia, stato di Washington) potesse suonare del black metal autentico e non stravolto dalla commercialità o da grottesche forzature. I due fratelli Weaver invece sono nati per dimostrarci il contrario, facendo propri gli stilemi del black metal e rielaborandoli in una maniera che non piace a tutti, ma che è indubbiamente personale e ricercata. Niente face painting, niente esternazioni di satanismo becero e gratuito, niente esibizionismi di sorta: i due fratelli si sono addirittura ritirati in una tenuta in mezzo ad un bosco, dove vivere "fuori dal consumismo occidentale", in regime autarchico e indipendente dal resto del mondo. Scelta che viene additata come originale e unica, anche se in realtà venne attuata già dai Negura Bunget tempo addietro. Una scelta comunque interessante e coraggiosa: quanti di noi farebbero lo stesso?

Dalla loro dimora isolata in mezzo alla natura, i fratelli Weaver traggono l'ispirazione per comporre i loro dischi di black metal atmosferico, ricercato e fortemente "spirituale". "Diadem Of 12 Stars" è il loro primo lavoro, che in quattro lunghissime tracce condensa tutto ciò che si può trovare in una sperduta foresta del Nord America: grandi paesaggi dimenticati, burroni scoscesi, torrenti ghiacciati, orsi in libertà che pescano nei fiumi, presenze arcane ed elementali ovunque. Luoghi dove l'immaginazione umana si acuisce e dove è facile elevare la propria arte: e in questo splendido debutto c'è moltissima arte, oltre che moltissima natura. Ma non è solo di natura che si tratta: oltre alla bellezza dei paesaggi e del funzionamento del pianeta, c'è anche l'aspetto immateriale di tutto ciò. Spiriti che reggono il passare delle stagioni, misteri insondabili nascosti nel fondo dei vulcani, mostri in attesa di risvegliarsi nelle profondità della terra: la musica visionaria e immaginativa dei Wolves In The Throne Room suggerisce principalmente questo. Non a caso, la loro musica e i loro testi sono influenzati da pensatori di grande livello come H.D. Thoreau e addirittura l'antroposofo Rudolf Steiner.

Rispetto ai dischi che seguiranno, il sound è ancora grezzo, ma presenta già i tratti distintivi che lo renderanno famoso in seguito. I Wolves In The Throne Room non si discostano in modo netto dagli stilemi black metal, ma lo spogliano di quella carica prettamente assassina che caratterizzava le prime produzioni del genere (Darkthrone, primi Immortal, Mayhem). I ritmi sono quasi sempre in blast beat, veloci e parossistici, ma su tali ritmi vengono spalmati riff dilatati ed eterei, dal carattere quasi sognante, più che incisivo. Le linee melodiche sono difficili da afferrare e da memorizzare, le strutture sono mutevoli e imprevedibili: l'impetuoso torrente strumentale è talvolta rotto da rallentamenti atmosferici, arpeggi in pulito e inquietanti insistenze su riff distorti e lenti. Anche l'uso della voce è piuttosto interessante e originale per una black metal band: oltre al fatto che lo screaming non comunica una sensazione prettamente malvagia ma piuttosto "meditativa" e sofferente, è significativo il contributo della voce femminile, che pennella momenti sospesi e rilassanti in mezzo all'apparente furia cieca del brani. Dico apparente, poiché quello suonano dai Wolves In The Throne Room è un black metal che si avvicina per certi versi al post rock: non solo rabbia e distruzione, ma anche ricerca e introspezione. Questo aspetto è incarnato in maniera pressochè perfetta dalla band, che assembla brani molto difficili da digerire e che hanno bisogno di numerosi ascolti per rivelare tutto il loro significato. 

Concepito quasi come fosse una traccia unica, il disco non ha senso se non è preso nel suo insieme: più che un insieme di canzoni, "Diadem Of 12 Stars" è una forma mentis, un viaggio mentale che esige dedizione assoluta e capacità di immedesimazione, per poterne trarre vantaggio. I Wolves In The Throne Room non sono una band che punta a smuovere le folle o a far scatenare l'headbanging, bensì per loro stessa ammissione vorrebbero che durante i loro concerti la gente "si sdraiasse a terra e piangesse". In definitiva, questo disco inaugura una fortunata serie di album che con il loro alone "mistico" e la loro forza evocativa sono stati capaci di affermare questa band come una delle più interessanti e autentiche realtà black metal in circolazione, una realtà che influenzerà moltissimo le nuove band che si approcciano al genere. Inoltre, la loro musica è una dimostrazione che il black metal può rinnovarsi e crescere come qualsiasi altro genere musicale. Non è poco.

01 - Queen Of The Borrowed Light (12:58)
02 - Face In The Night Time Mirror Part 1 (13:21)
03 - Face In The Night Time Mirror Part 2 (13:58)
04 - (A Shimmering Radiance) Diadem Of 12 Stars (20:22)

Fen & De Arma - "Towards The Shores Of The End" (Split Album)

Norvis Produktion, 2011
Normalmente, gli split album sono un mezzo per far conoscere le band con scarse disponibilità economiche, dato che permettono di dividere i costi di produzione e di raggiungere una fetta di pubblico potenzialmente consistente, visto che raggruppano materiale di band diverse. Qualche volta, però, gli split album possono essere dei dischi veri e propri, che escono una volta che la band è già affermata; altre volte ancora, invece, solo una delle band è già affermata, mentre l'altra (o le altre) sono esordienti. Quest'ultimo è il caso dei Fen e dei De Arma, i primi britannici, i secondi svedesi. I Fen sono un gruppo già largamente conosciuto e apprezzato nel vasto panorama neofolk - black - post rock, essendo venuti alla ribalta con due dischi di ottimo valore e di grande capacità evocativa come "The Malediction Fields" ed "Epoch": non necessitano dunque di troppe presentazioni, anche se è sempre bene ribadire che si tratta di un gruppo ispirato e talentuoso. I De Arma invece sono una one man band svedese che si muove sulle orme degli stessi Fen, contaminando però il sound con una matrice black più pronunciata e una produzione ancora più grezza di quella dei compari, già imperfetta di suo. Mettiamo insieme queste due band, e viene fuori "Towards The Shores Of The End", uno split godibile e convincente.

Con i primi quattro brani, di cui tre sono inediti e uno ("Bereft") è la ripresa acustica di un brano già presente su "The Malediction Fields", i Fen non spostano di molto le coordinate sonore: sono sempre loro, che ci deliziano con le loro atmosfere rilassate e le loro melodie morbide, non disdegnando qualche passaggio più veloce e brioso (l'opener "Soilbound"), ma mantenendosi comunque sul mood epico e solenne ("Ageless Threnody", e soprattutto la mirabile "Towards The Shores Of The End", un pezzo veramente emozionante). Il sound amalgama bene la ruvidezza dell'esordio "Ancient Sorrow", le nebbiose atmosfere di "The Malediction Fields" e le calde linee melodiche di "Epoch", utilizzando come collante la consueta "ruvida raffinatezza" di fondo e confermando le capacità della band. Dai Fen questo ci si aspettava, e puntualmente è arrivato: nulla di più da dire.

Gli sconosciutissimi De Arma, invece, preferiscono una musicalità più diretta e martellante, che però fa uso più spesso della voce pulita (assimilabile agli Alcest) e che in certi tratti diventa addirittura orecchiabile, rockeggiante, come fosse un black metal "leggero". La scelta di unirli ai Fen è stata molto azzeccata, per diverse ragioni: intanto, essere appaiati con i Fen rappresenta di sicuro un'ottima pubblicità, e inoltre i generi proposti dalle due band non sono poi così distanti, tanto che se si ascolta il disco distrattamente si può non rendersi conto che la band che sta suonando è cambiata. Nulla di particolarmente originale, un po' di staticità a livello di soluzioni adottate e di songwriting, ma comunque anche i De Arma suonano musica di tutto rispetto, considerata la poca esperienza. Entrambe le parti del CD riescono in ogni caso ad evocare immagini naturali di disarmante bellezza, tramite una produzione sufficientemente grezza (che i Fen non hanno mai voluto abbandonare, per fortuna) da rendere il disco più "rustico" e casereccio. Come se fosse stato registrato in una capanna di montagna, in mezzo a ruscelli e strapiombi, che costeggiano prati fioriti e distese rocciose.

Per essere uno split, è un prodotto degno di nota: un pezzo da collezione nonché un ricettacolo di musica intima e raccolta, da non ascoltare come sottofondo, ma vivendola con interesse e attenzione. Nulla di trascendentale, semplicemente un buon disco, racchiuso in un buon artwork e contenente buona musica. In fondo, cosa desiderare di più?

Fen
01 - Soilbound (8:41)
02 - Ageless Threnody (8:17)
03 - Towards The Shores Of The End (8:19)
04 - Bereft (Acoustic Reprise) (4:12

De Arma
05 - Crimson Waters Ebbing The Shore (6:28)
06 - Noemata (9:02)
07 - From Horizons To Oblivion (7:13)

Karnae - "Evil Is A Necessity"

Alkemist Fanatix, 2011
Ultimamente sono sommerso da richieste di recensioni, e devo dire che la cosa mi fa piacere: un po' perchè significa che il nostro sito viene considerato, ma soprattutto perchè noto che tutte le band che mi scrivono producono musica di buona qualità, che è sempre un piacere scoprire e ascoltare. I Karnae si aggiungono alla lista delle scoperte interessanti, proponendomi un potente sound deathcore capace di sbriciolare una montagna, con la potenza delle sue chitarre distorte, della sezione ritmica e della sua voce indiavolata. I componenti sono cinque e hanno appena ottenuto un contratto di distribuzione con l'Alkemisk Fanatix Europe, per cui al momento di scrivere questa recensione stanno muovendo i primi passi: sono lieto di poter contribuire alla diffusione del loro primo EP "Evil Is A Necessity", dato che il gruppo sembra davvero saperci fare.

Solo quattro tracce, ma come si dice, la qualità conta più della quantità. La rocciosa opener "Lucifer In The Sky With Diamonds" (chiara citazione dei Beatles) ricorda molto un incrocio tra Slayer e Necrodeath, in una versione leggermente rallentata e dalle ritmiche talvolta tendenti al rock, più che al metal in senso stretto. Un'ottima produzione valorizza al meglio il pastoso suono delle chitarre, che ruggiscono insieme ad una voce in screaming netta e tagliente, perfettamente in grado di vomitare odio e malvagità sulle nostre povere orecchie. Ma non è finita qui: il brano è capace di inaspettate aperture melodiche popolate da un clean sognante, aperture che giungono come flebili momenti di quiete in un generale stato di tensione. La successiva "Soulless" si fa notare per le sue ritmiche swedish death e per l'assalto vocale che ricorda molto quello di gruppi di punta come Soilwork o Disarmonia Mundi: timbriche laceranti e capaci di diverse sfumature tonali, che esaltano la compressione sonora già comunicata dal muro strumentale. Non mancano nemmeno qui le parti cantate in clean, che con la loro rassegnata tranquillità fanno da perfetto contrappeso allo screaming. Impossibile non notare il pregevole lavoro svolto dalla sezione ritmica, che detta legge con numerosi cambi di tempo e soluzioni tecniche semplici ma efficacissime. Non aspettatevi che con il procedere delle tracce il disco diventi monotono o meno interessante: la sua carica travolgente non finisce mai, così come non finisce mai la capacità di inserire nel sound moltissime sfumature differenti, appena accennate ma nonostante ciò perfettamente percepibili. Ciò sfocia in "Quiet Place", rallentata e malinconica, permeata da una sottile inquietudine di fondo che infine esplode in un blast beat sotteso da uno screaming più che mai feroce; e infine in "Blood", episodio inizialmente dissonante e negativo, ma che conserva ampi margini di quella melodia inarrestabile tipica del migliore Gothenburg sound.

Come ripeto sempre, si capisce subito quando una band suona musica di qualità: sono felice di poter dire che con i Karnae ne ho trovata molta, e spero vivamente che il gruppo possa avere i mezzi per esprimere al meglio le proprie potenzialità. "Evil Is A Necessity" è un primo, intenso e potente vagito di una band che sono sicuro si affermerà con decisione nella scena metal. Complimenti davvero!

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01 - Lucifer In The Sky With Diamonds (5:41)
02 - Soulless (6:41)
03 - Quiet Place (6:05)
04 - Blood (5:05)

martedì 31 gennaio 2012

Liturgy - "Aesthethica"

Thrill Jockey Records, 2011
Tinte piatte, tre colori. Due croci nere antagoniste inchiodate su di uno sterminato mare di bianco puro. Scritte dorate nel più semplice dei font. Una copertina di tali minimalismo e audacia non può fare a meno di catturare la mia attenzione, specie se la band che vi sta dietro sono i Liturgy, che si erano fatti notare solo due anni prima col loro ottimo Renihilation.

Si scopre a posteriori che quella sgargiante copertina è profetica: Aesthethica è una sorta di catarsi del Black Metal, un album la cui copertina per converso è “white” e racchiude il “black” unicamente nei due crocifissi, una sorta di sua trasposizione verso il trascendente, la sua ascesa verso le sfere dell’Avantgarde e del Post. Non a caso la band definisce la propria musica come Trascendental Black Metal. Per la verità qui di Black nel vero senso della parola non c’è molto al contrario di quanto fu Renihilation, e se non fosse per il cantato in uno scream quasi Depressive tipico di Hunter Hunt-Hendrix probabilmente saremmo qui a parlare di Math/Avantgarde. Aesthethica è infatti un matrimonio tra geometria e irrazionalità, tra regolarità e impeto spontaneo: riff spigolosi e regolari si susseguono con un’attitudine Math degna dei Meshuggah, talvolta ripetuti fino a sfiorare la nausea, ma al tempo stesso con ritmiche selvagge e scomposte e con un cantato animalesco. La geometria impeccabile disegnata dalle chitarre, il logos, viene meno sotto i colpi del pathos che ne distorce le rette, ne ammacca le circonferenze e ne sfonda i piani; e dagli squarci che questo ruvido marasma generale incide nella liscia corazza della razionalità zampillano potenti getti di impetuosa melodia carica di irrefrenabile sentimento che pervade ogni brano. Come detto, Aesthethica è un matrimonio tra geometria e irrazionalità, forse anche in virtù del fatto che le idee sulla trascendenza sono figlie di madre ragione, la quale però non può arrivare a comprenderle, cioè non può arrivare ad abbracciare le sue creazioni, i suoi stessi figli: da qui l’annichilente dualità che permea tutto l’album.

Mi pare di cogliere nella musica dei Liturgy anche una certa tendenza alla scomposizione degli elementi musicali, piuttosto che alla loro fusione come invece sempre più spesso avviene oggi. Infatti in Aesthethica c’è di più dello straripante Avantgarde Black Metal descritto sopra, molto di più: tra i suoi fendenti si ritaglia la propria nicchia un brulicante microcosmo fatto di brevi strumentazioni estemporanee e inclassificabili, quasi fossero un corpo estraneo venuto da chissà dove, eppure così familiari e accoglienti. Ne sono degli ottimi esempi la cibernetica Helix Skull o la superba prestazione vocale che costituisce Glass Earth - anche se fin troppo monotona nelle sue fasi iniziali... -, per non parlare delle intro dei primi tre brani. A fianco di questo microcosmo va aggiunto il macrocosmo dell’impronta Math esplicita di Generation e dello scultoreo Sludge di Veins Of God, due eccellenti ordinati episodi che si distinguono nettamente dal chaos che li circonda. Ma il fatto di rilievo è, come dicevo, che tutto questi “universi nell’universo” di Aesthethica non si mescolano col resto della musica, tendono a rimanerne separati, disgiunti, coesistono l’uno accanto all’altro come tante sub-entità funzionalmente distinte di un unico Uno universale. Se nel mondo odierno del Metal sussiste una tendenza a levigare sempre più le disparate influenze musicali che infarciscono le proprie creazioni, fino a renderle un tutt’uno perfettamente amalgamato, Aesthethica appare invece come un diamante grossolanamente tagliato che alterna facce grosse a facce molto piccole, ognuna delle quali ben distinta per perimetro e inclinazione da tutte le altre. Ho anche provato ad immaginarmi quali vette vertiginose potrebbe raggiungere la band se solo cercasse di fondere tra loro queste sue diverse qualità, ma nonostante tale fantasticheria sia dannatamente intrigante ciò significa fare violenza sul’artista, su ciò che i Liturgy sono e vogliono essere: come tali vanno accolti o respinti, senza cercare di plasmarli a proprio piacimento. Se proprio si deve parlare dei lati negativi di questo disco reputo più costruttivo citare il fatto che gli splendidi riff Old School Black Metal che rendevano così irresistibile il debutto Renihilation sono qui completamente scomparsi, e questo a mio avviso è un vero peccato. Ma forse in fondo anche questo non è altro che un segno della catarsi di cui i Liturgy ci cantano...

E così si afferma un’altra band che farà molto parlare di sé, nel bene e nel male, band che dopo solo due album ha già letteralmente spaccato in due le opinioni degli appassionati: c’è chi li ritiene mostruosi e chi vede in Aesthethica un gigantesco flop. Personalmente non posso non ritenermi soddisfatto di aver acquistato e ascoltato fino allo sfinimento questo singolarissimo disco, e in tutta franchezza esso mi invoglia tremendamente a seguire i risvolti futuri della band: sono proprio curioso di vedere quale direzione imboccheranno Hunter Hunt-Hendrix e soci per dar seguito a quanto di notevole sono riusciti a fare finora.

01 - High Gold (05:16)
02 - True Will (05:27)
03 - Returner (03:35)
04 - Generation (07:07)
05 - Tragic Laurel (04:05)
06 - Sun Of Light (06:55)
07 - Helix Skull (02:32)
08 - Glory Bronze (06:45)
09 - Veins Of God (07:55)
10 - Red Crown (07:23)
11 - Glass Earth (03:28)
12 - Harmonia (05:28)

Titan - "Sweet Dreams"

Relapse Records, 2010
Gli anni ’70 costituiscono un’epoca che non tramonterà mai, che continuerà a rivivere generazione dopo generazione tramandandosi come una potente semenza nella fertile passione della gente più disparata; un’epoca che si è così conquistata la continua rinascita in ogni nuovo decennio - l’immortalità. E se c’è una cosa degli anni ‘70 che più di tutte le altre preme con forza per continuare a rigenerarsi e quindi rivivere continuamente sotto nuove spoglie è la musica: tra revival, tributi e rivisitazioni essa dimostra ancor oggi di essere più viva che mai. Sussiste in particolare uno strano filone di Rock progressivo dalle sonorità ultra-moderne ed elettroniche, ma dal gusto completamente settantiano; in questo filone si inseriscono i Titan, band strumentale che arriva dritta dagli USA e che esordisce con Sweet Dreams grazie alla vulcanica Relapse.

E’ sufficiente il brano di apertura, che dà il nome all’album, per capire di che poderosa pasta siano fatti i Titan: un lungo incalzante crescendo caratterizzato da una grande vitalità in cui le tastiere si danno un gran daffare, crescendo che poi esplode in un irresistibile trascinante pezzo strumentale che si chiude su di un arpeggio struggente fino a commuovere. Ma in questi neanche quaranta minuti che compongono Sweet Dreams trovano posto tante emozioni dal sapore differente che non si limitano alla prode ascesa di cui sopra, tant’è che infatti il successivo intermezzo strumentale Synthasaurs è un sobrio, placido, curioso pezzo tutto suonato col sintetizzatore. Quello che ci offrono i Titan non è semplicemente una musica piena di tutto ciò che furono le grandi band del passato come Deep Purple e Uriah Heep, piena di psichedelia e strumentazioni soliste che si lanciano costantemente nei famosi duelli tra chitarra e tastiera. No, non è solo questo, e nonostante persino le poche parole cantate presenti in A Wooded Altar Beyond The Wanderer siano curate in modo da richiamare anch’esse gli anni ’70, i Titan sono comunque di più. La loro musica non è solo imitazione, è qualcosa che gli viene dal profondo. Danno costantemente l’impressione che gli scorra nelle vene, di averla fatta loro, di averla domata, e questo gli permette di prodursi in brani che hanno una forte dose di personalità e una creatività fuori dal comune. Così se brani come A Wooded Altar Beyond The Wanderer e Highlands Of Orick sono i più marcatamente settanti ani, in generale c’è spazio anche per idee personali e risvolti che non sempre risuonano in tutto e per tutto rubati dal passato, come la succitata Synthasaurs, l’outro della titletrack e certi momenti della conclusiva spettacolare Maximum Soberdrive.

Tuttavia se siete degli appassionati viscerali di quegli anni e delle band storiche che vi lasciarono il segno c’è il rischio che i Titan - come del resto tante altre band moderne appartenenti al medesimo filone - vi faranno storcere un po’ il naso, o addirittura vi deluderanno facendovi scuotere il capo: le sonorità così marcatamente elettroniche e moderne non saranno un boccone di facile digestione per voi. Io, che pure non sono entusiasta di sonorità troppo elettroniche, trovo comunque poderosi questi quaranta minuti di ottima musica strumentale e progressiva: un revival scoppiettante con personalità e creatività da vendere, averne di dischi così!

01 - Sweet Dreams (07:46)
02 - Synthasaurs (03:11)
03 - A Wooded Altar Beyond The Wanderer (08:00)
04 - Highlands Of Orick (08:03)
05 - Maximum Soberdrive (11:13)

lunedì 30 gennaio 2012

Disease - "The Stream Of Disillusion"

Autoprodotto, 2011
I Disease non sono certo dei novellini: attivi fin dal lontano 1994, hanno ormai prodotto una discografia di dimensioni rispettabili, con tre album in studio e diverse produzioni minori alle spalle. Non conoscendo i loro precedenti lavori, mi risulta piuttosto difficile etichettare la loro musica, anche perchè il primo impatto con questo "The Stream Of Disillusion" è stato, lo ammetto, piuttosto frastornante. Abituato da tempo a seguire altri generi di metal, non ero preparato ad una tale esplosione di violenza schizofrenica, che pare uscita direttamente da un ospedale psichiatrico: tale è la sensazione che i quattro musicisti italiani mi hanno trasmesso. Come una specie di versione rallentata degli Psycroptic, o una versione alternativa dei Between The Buried And Me, con forti influenze progressive e alcuni isolati sprazzi di melodia pulita e cristallina, i Disease con il loro terzo full - length ci propongono un'immersione in sonorità costantemente instabili, giocate su ritmi spezzati e distorsioni acide, mentre duettano una voce hard - rock e un growl paranoico, feroce. Molto ritmo, molta aggressività e notevolissima padronanza degli strumenti, unite ad un'attitudine "disorientante" che ci fa sentire come in mezzo a un frullatore: questa è la musica che troviamo su "The Stream Of Disillusion", per la gioia di chi nel metal ricerca sonorità vorticose e complesse.

Non si tratta certamente di musica semplice da capire, nè tantomeno da assimilare: è facile risultare interdetti da un tale pastone di influenze e sonorità diverse, come per esempio troviamo in "Infinity - Enter The Waves", o in "For My Deliverance", capaci di passare da inquietanti rallentamenti "alla Obituary" a contorsioni chitarristiche che ricordano una versione estremizzata dei Tool, mentre nel mezzo si ravvisa qualche parte vocale alla Wasp, o qualche assolo tipicamente rock ("In This Morning")...ma anche il death - grind - progressive di "New Closer Hypocrisy", con le sue improvvise e inaspettate aperture melodiche, non è niente male. Insomma, è ben difficile raccapezzarsi e capire che tipo di musica la band stia realmente suonando. Tuttavia, per chi ama questo tipo di musica che sta sempre in bilico tra due o più mondi, i Disease rappresentano sicuramente un buon acquisto: indubbia è la loro capacità tecnica e la loro fantasia, nonchè la capacità di graffiare con i loro suoni rocciosi e abrasivi, che colpiscono come un treno in faccia. Ma quando serve sono anche capaci di ammaliarci con passaggi melodici d'alta scuola, sempre però molto circoscritti e collocati nei brani come ulteriore elemento "schizofrenico": come la relativa tranquillità di un malato psichiatrico che è stato appena "convinto" a starsene buono, con mezzi più o meno discutibili: e appare così serafico e rilassato, ben disposto nei confronti di tutti...in realtà aspetta solo il momento per far uscire di nuovo le sue pulsioni malate e distruttive. Se non avete timore di immergervi in un tale stato d'animo, "The Stream Of Disillusion" fa per voi. Per chi invece ama il metal lineare, melodico e che va in una direzione precisa, allora è meglio pensarci due volte prima di provare i Disease, i quali difficilmente saranno merce per voi. A ciascuno i suoi gusti!

P.S: Davvero particolare la cover degli Anathema, "Empty", posta in chiusura: per quanto sia completamente stravolta rispetto all'originale, essa dimostra che sicuramente ai Disease non manca la capacità interpretativa.

P.P.S: La band segnala che il disco (come tutti gli altri da loro pubblicati) è disponibile per il download libero all'indirizzo http://diseaseprogstreme.blogspot.com.

01 - Different Suns (2:46)
02 - New Closer Hypocrisy (5:09)
03 - The Stream Of Disillusion (6:16)
04 - Release The Emptiness (5:29)
05 - Infinity - Enter The Wave (9:30)
06 - For My Deliverance (5:50)
07 - In This Morning (6:55)
08 - Empty (Anathema Cover) (2:55)

domenica 29 gennaio 2012

Unholy - "From The Shadows"

Lethal Records, 1993
Questi qui sono fuori di testa.

Sound esile e gracchiante, growl urlato, a tratti quasi vomitato in perfetta tradizione Old School Death Metal, strilli disumani, clean fievole e malaticcio, uso avanguardistico delle tastiere nell’ambito del Metal estremo, tra cui l’organo da funerale, atmosfere macabre, orrorifiche, finanche tribali, toni plumbei e andamento pachidermico. Quello che ci propongono gli Unholy col loro album d’esordio è pazzesco: sembra di ascoltare una musica appestata, lebbrosa, e che con la salute fisica ha perduto anche il senno. E poi partono delle sfuriate senza il minimo preavviso che altrettanto velocemente si arrestano, come accade in Creative Lunacy; oppure così, dal nulla, saltano fuori delle parentesi melodiche che lasciano a bocca aperta, magistrali quelle di Alone e Colossal Vision.

Vi piacciono i desolanti Shape Of Despair? Amate gli oscuri Evoken? Siete fan accaniti degli introspettivi Skepticism? Ebbene, tutto ciò proietta le proprie radici nelle tenebre, è sgusciato fuori “From The Shadows”, dato che, da quanto ho avuto modo di ricostruire, gli Unholy, questi insani macabri finlandesi, questi feticisti del raccapriccio, furono credo i primi in assoluto a gettare le basi di quella bestia grama che diverrà poi negli anni il Funeral Doom Metal. E poco importa se nei successivi sviluppi essi si atterranno maggiormente a quello che oggi chiamiamo Doom/Death Metal, così come poco importa se il genere di From The Shadows è più che altro un Old School Death Metal tremendamente rallentato e infarcito di atmosfera, perché in esso sono rintracciabili tutti gli elementi sufficienti ad additarli come i responsabili dell’apertura del Vaso di Pandora dal quale fuoriuscì quell’avventura squisitamente disgraziata che è il Funeral Doom. Gli Unholy sono Pandora, e From The Shadows è il vaso donatogli da Zeus; il male che esso sprigionò diede probabilmente i natali alle losche figure degli Skepticism, degli Evoken, degli Shape Of Despair e di tutti gli altri - anche i Thergothon, generalmente additati come i padri del Funeral Doom, probabilmente passarono di qui, dato che molti dei brani degli Unholy erano già comparsi su alcune demo datate 1990. L’impresa che ha compiuto questa band pare fortemente ripercorrere, per pazzia e lungimiranza, le gesta di band come Black Sabbath e Candlemass, anche se il risultato è stato credo ancora più tragico.

Ma la follia di questa band non è semplicemente una miscompresa lucida lungimiranza; è follia autentica. Come può un album così importante e fondamentale contenere brani assolutamente geniali e incommensurabili come Alone, Gray Blow, Creative Lunacy e Colossal Vision al pari della clamorosa inerzia degli altri cinque, che oscillano pericolosamente tra un annichilente disfattismo e una piatta mediocrità? Sembra quasi incredibile che sia stata la stessa band a scriverli, e addirittura a metterli nello stesso album; eppure è così. Se negli uni appaiono soluzioni degne del migliore estro creativo, negli altri non succede nulla dal primo all’ultimo minuto, e laddove nei primi si coglie un vivo impulso attivo i secondi non sono altro che uno stanco affascinante trascinarsi verso la fine, un prendere parte ad una tetra marcia funebre verso la definitiva sepoltura - su tutte la tremenda The Trip Was Infra Green. Questa paradossale coesistenza dell’alto e del basso, del pieno e del vuoto, del vivo e del morto è frutto di una vistosa immaturità artistica da parte degli Unholy di allora, immaturità che però in questo caso contribuisce a plasmarne l’immagine ed accrescerne l’alone di mistero, di pazzia, di visionarietà.

In definitiva From The Shadows è un album folle e insano sotto ogni punto di vista, è quel Vaso di Pandora che i tanti detrattori del Funeral Doom Metal vorrebbero non fosse mai stato aperto e dal quale invece le anime più inquiete sembrano inspirare aria vitale a grandi boccate. Un’esperienza da provare a tutti i costi, e quando l’avrete fatto vedrete che sarà lui a tornare da voi.

01 - Alone (07:51)
02 - Gray Blow (07:22)
03 - Creative Lunacy (07:03)
04 - Autumn (03:10)
05 - Stench Of Ishtar (07:29)
06 - Colossal Vision (08:24)
07 - Time Has Gone (05:47)
08 - The Trip Was Infra Green (08:02)
09 - Passe Tiermes (07:05)

sabato 28 gennaio 2012

Unexpect - "Utopia"

Autoprodotto, 1999
E’ dalle lande di una terra incantata sconosciuta forse mai realmente esistita, da un lontano sperduto tempo senza tempo, che paiono provenire i sessantacinque minuti di echi e melodie di cui mi accingo a parlare, come se fossero un prodotto della fantasia, il lieto fine di un sogno felice che per un attimo si afferra e si stringe tra le mani ma che inesorabilmente svanisce quando pochi istanti dopo lentamente riapriamo i nostri occhi. Giusto il tempo di un battito di ciglia, per poi ricadere nel nulla dell’amnesia eterna.

Fu proprio così che sembrò iniziare la carriera musicale degli Unexpect: come un fantasioso fugace prodotto della nostra mente, una delle tante fantasie con cui trastullarsi e poi riporre nel cassetto delle cose che non verranno mai più ricordate. Vennero a noi nel lontano 1999, timonieri di un vascello spaziale autoprodotto con le vele ammainate, un artwork che non può fare a meno di richiamare generi quali il Power e il Symphonic Metal; non fosse altro che fin dall’inizio si capisce che la situazione non è così semplice come potrebbe sembrare. Le influenze musicali che Utopia ospita facendo convivere dentro di sé sono molteplici: non già un semplice Power sinfonico, ma uno strano ibrido in cui si passa dalle scorrazzate tipiche del Power Metal a riff più taglienti che sembrano tendere al Metal estremo in stile Cradle Of Filth, dalla soave ebbrezza della musica sinfonica - si vedano soprattutto Metamorphosis, Shades Of A Forbidden Passion e The Flames Of Knowledge Forever Lost - ad ebbrezze più violente e difficilmente classificabili. Anche gli stili canoro e compositivo suggeriscono questa sorta di lacerazione del Symphonic Power alla volta di lidi più aspri e impervi, dato che un clean femminile e uno scream acido alla Dani Filth si cedono il passo vicendevolmente, e dato che le strutture dei brani sono estremamente cangianti e irregolari. Ampio uso è fatto inoltre del violino - si vedano in particolare gli ultimi due brani -, tanto che nella lineup della band figura un musicista celato dietro il curioso soprannome Le Bateleur, Il Giocoliere, che si occupa unicamente di quello. Ad aggiungere perplessità a questa singolare sublimazione del Symphonic Power, o se preferite a questa sorta di powerizzazione di Cradle Of Filth e affini, fanno capolino una produzione grezza abbastanza casareccia e degli arrangiamenti sinfonici che troppo facilmente tradiscono il loro esser figli del sintetizzatore. Ma nonostante ciò gli Unexpect, l’equipaggio di questo vascello spaziale con le vele ammainate, le marionette che animano gli spettacoli della nostra più fervida fantasia, la creazione suprema dell’enigmatico SyriaK, riescono ad entusiasmare alla grande in molteplici momenti e passaggi musicali - davvero troppi e troppo diversi tra loro per poter essere citati tutti.

La conclusione che traggo ascoltando Utopia è che fu chiaro fin da subito che gli Unexpect avevano talento da vendere, un talento tanto compositivo quanto strumentale; semplicemente dovevano ancora trovare una loro precisa identità che gli permettesse di utilizzare completamente la straordinaria potenza della loro stramberia incanalandola in modo efficace sul pentagramma e poi su disco; dovevano ancora sciogliere le vele del loro vascello. Sta di fatto che Utopia fu un tuffo nel vuoto: nonostante una critica entusiasta e un rapido sold-out, con le sue appena cento copie stampate non lasciò né segni né tracce, tanto che per risentire la band bisognerà aspettare un mini EP datato 2003, e per un successivo full-length si dovrà attendere addirittura fino al 2006 - anche se c’è da dire che qui quel frutto buono ma ancora un po’ acerbo chiamato Unexpect subirà una piena succosa maturazione. In ogni caso Utopia non fu mai ristampato da nessuna casa discografica. Utopia rimase in un certo senso proprio un’utopia...giusto il tempo di un battito di ciglia, per poi ricadere nel nulla dell’amnesia eterna.

01 - Vespers Gold (07:32)
02 - Constellation And Mysticism (05:38)
03 - Metamorphosis (02:45)
04 - Shades Of A Forbidden Passion (06:46)
05 - Palace Of Dancing Souls (02:55)
06 - The Fall Of Arthrone (07:29)
07 - Ethereal Dimensions (07:47)
08 - The Flames Of Knowledge Forever Lost (07:16)
09 - In Velvet Coffins We Sleep (08:55)
10 - The Revival (08:31)

The Angriest Dog In The World - "Writhe"

Autoprodotto, 2011
Provengono da Vicenza questi giovani musicisti, che hanno all'attivo due Ep e una cover, e che hanno scelto un nome molto interessante per descrivere la musica della propria band: "il cane più arrabbiato del mondo". Posso dire che l'accostamento tra concetto e musica è azzeccato, in quanto la proposta musicale di questa band consiste in un alternative - punk metal molto "sporco", che ricorda i primi seminali lavori dei Celtic Frost, oltre a produzioni più recenti e qualitativamente migliori come Faith No More, Tool, Soundgarden e così via. Nel breve spazio di quattro canzoni, i The Angriest Dog... confezionano un concentrato di rabbia e malessere esistenziale, tramite pezzi dall'atmosfera tesa e vagamente malata, in cui il lavoro viene svolto interamente da un riffing ruvido e acido (ma sempre sufficientemente melodico) coadiuvato da una voce a metà tra il growl e il clean, che declama la propria paranoia esistenziale in maniera convincente.

Da segnalare l'ottima padronanza degli strumenti, che si esprime tramite riff contorti e parti ritmiche sempre mutevoli, come a simboleggiare uno stato d'animo che non si discosta mai dalla perenne inquietudine. Momenti relativamente "tranquilli" (in realtà sempre pregni di tensione) si alternano a cavalcate metal stoppate e ad accelerazioni improvvise che donano una buona spinta ai brani, facendo sì che l'esperienza di "Writhe" sia breve ma significativa, quando si ha bisogno di staccare un po' dal mondo e di rifugiarsi in un sano bagno di suoni distorti. A tratti la musica ricorda alla lontana quella dei maestri Neurosis, specialmente in pezzi come "Away" o "Eclipsed", i meno immediati del lotto. Musica schizoide, distruttiva e nichilista, in ogni caso mai positiva o rasserenante. Proprio come potrebbe essere un cane arrabbiato, il quale notoriamente non sta a guardare in faccia nessuno, ma morde senza tanti complimenti. Devo dire che è stato un piacere farmi "mordere" da questo cane arrabbiato: il gruppo ha potenzialità e sono sicuro che con il tempo saprà produrre della musica molto interessante. Per ora, l'Ep si può considerare come un promettente biglietto da visita, nonchè un ottimo modo per sfogare la propria frustrazione esistenziale nel breve arco di un quarto d'ora.


01 - Red (3:40)
02 - Choke (3:49)
03 - Away (2:55)
04 - Eclipsed (5:04)

mercoledì 25 gennaio 2012

Fen - "Epoch"

Code666 Records, 2011
Con l'ombroso debutto "Ancient Sorrow" si sono mostrati come band promettente, anche se ancora da sgrezzare. Con il primo album in studio "The Malediction Fields" hanno poi superato sè stessi, creando una vera e propria opera d'arte che univa un passionale romanticismo "naturalistico" ad atmosfere umide e piovose, derivate dalla sapiente rielaborazione del black metal più all'avanguardia. Il terzo lavoro discografico "Epoch" è qui per mostrarci un'ulteriore lato dei Fen, gruppo britannico che sta riscuotendo sempre più consensi nell'ambito post rock - black metal - shoegaze. Unire questi tre generi musicali, che a loro volta sono il frutto delle unioni di altri generi, è diventato ormai un ottimo sistema per proporre musica originale e potenzialmente ricca di espressività, a patto ovviamente di avere la classe sufficiente per farlo. Classe che non manca e non è mai mancata ai Fen, che fin dal primo vagito musicale sono riusciti a convincere critica e pubblico delle loro capacità artistiche.

Come già possiamo aspettarci conoscendo i Fen, "Epoch" non è un album aggressivo nè feroce, nonostante le sue sonorità relativamente spinte e distorte, che potrebbero suggerire sentimenti negativi ad un ascoltatore poco attento. Lo scopo dei Fen è invece quello di avvolgere l'ascoltatore in un'atmosfera grigia e depressiva, talvolta concedendogli qualche sprazzo di luminosità, talvolta ammaliandolo con momenti strumentali suadenti e dilatati, e solo raramente investendolo con la potenza di uno tra i più intensi screaming che io conosca. I fiumi strumentali di "The Malediction Fields", che suonavano come impetuosi torrenti in piena, hanno infatti lasciato il posto a composizioni più rarefatte, maggiormente improntate alla melodia e ricche di break atmosferici, nei quali vagare senza meta aspettando che la musica ci riporti sui binari principali. Rispetto alla componente black metal, acquistano maggiore forza ed espressività le suggestioni post - rock, particolarmente evidenti in brani ipnotici e nebulosi come la title track "Epoch", posta in apertura di album. Chitarre "sporche" ma aggraziate, timbriche evanescenti e una sezione ritmica pregevole (in particolare per le linee di basso) vorrebbero suggerirci, e ci riescono, di aprire la mente alle fantastiche sensazioni procurate dal vento che soffia impetuoso tra gli alberi ormai privi di foglie, o da mille scaglie di ghiaccio che si muovono ritmicamente ai bordi di un lago gelato, sbattendo l'una contro l'altra e producendo suoni surreali. Ma anche dallo stato d'animo di chi le osserva, a metà tra il malinconico e il meditativo, sicuramente non felice o spensierato. Sensazioni che traspaiono perfettamente da ciascuno degli otto brani, che scorrono con gentilezza e accarezzandoci con mutevole intensità, a seconda del momento. A volte la carezza è un semplice e leggero tocco di chitarra acustica, quasi impercettibile; a volte è uno strofinio deciso di strumenti distorti e tuonanti, che mescolano passione e tristezza con l'abilità che solo dei musicisti talentuosi possono immettere nelle loro composizioni. Ecco dunque che nascono, come fiori dall'accecante bellezza, brani come la magistrale "Carrier Of Echoes", dal piglio deciso e irruento ma sempre splendidamente melodico; la rilassata "Half - Light Eternal", molto Alcest - style specialmente nelle parti arpeggiate e nell'emozionante finale a base di assolo spaccacuore e vocals pulite sognanti (migliorate notevolmente rispetto ai precedenti album); l'enigmatica girandola di "The Gibbet Elms", popolata da stupendi cori di sottofondo e da linee tastieristiche fini e ben amalgamate con le ruvide chitarre; oppure la malinconica "Of Wilderness And Ruin", che sfoggia melodie così affilate da tagliare in due il cuore; e la disperata corsa finale dei tremolo picking in "Ashbringer", brano che accelera e rallenta in modo repentino, come a simboleggiare il continuo cadere per poi rialzarsi e proseguire, fino all'ultima caduta, troppo dolorosa per rimettersi nuovamente in piedi.

"Epoch" ci colpisce con la sua musica intrigante, intima e crepuscolare, come se volesse trascinarci in un vivido sogno ad occhi aperti. Non c'è da aspettarsi perfezione stilistica nè pulizia sonora, così come non c'è da aspettarsi un lavoro facilmente fruibile: per assimilare tale musica serve tempo, pazienza e la giusta disposizione d'animo. Su questo disco, così come sui precedenti, si trova libera espressione dei sentimenti, che non va sempre di pari passo con la ricercatezza tecnica o la raffinatezza a tutti i costi: chiede semplicemente di potersi esprimere, e di poter arrivare direttamente al cuore dei destinatari. Quel che è certo è che i Fen proseguono magistralmente la loro evoluzione, senza curarsi delle critiche a cui talvolta vengono sottoposti: critiche che in realtà non fanno che trasformare in difetti quelli che sono i punti di forza della band. Con grande onestà e impegno, i Fen ci propongono una musica "a modo loro": sta a noi prendere o lasciare. 

01 - Epoch (6:18)
02 - Ghosts Of The Flood (6:25)
03 - Of Wilderness And Ruin (8:18)
04 - The Gibbet Elms (6:29)
05 - Carrier Of Echoes (10:38)
06 - Half - Light Eternal (8:22)
07 - A Warning Solace (9:51)
08 - Ashbringer (8:34)