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domenica 11 novembre 2012

Monolithe - "Monolithe I"

Appease Me Records, 2003
Un monolite può colpire per la sua grandezza, la sua forma: ma più che per queste cose, di solito colpisce perchè è un pezzo unico, un gigantesco elemento a sè stante, come le uova di struzzo che pur enormi sono composte solo da una cellula. Il primo album dei francesi Monolithe, capitanati da Sylvain Bègot, dà esattamente quest'impressione: per quanto sia vario al suo interno, è un colossale blocco unico di suono, un'immensa pietra che sta in piedi da sola senza bisogno di dimostrare niente a nessuno, in regime di perfetta autarchia.

Se qualcuno di voi ha mai ascoltato gli Ea, stupefacente band di funeral doom che ha ammaliato i fan con dischi superlativi e uno più bello dell'altro, ascoltando i Monolithe per la prima volta potreste pensare che questi abbiano copiato da loro. Salvo poi accorgersi che il primo album degli Ea è uscito nel 2006, mentre il primo dei Monolithe risale a tre anni prima, cioè al 2003. La somiglianza è stratosferica, sia in termini di tipologia di suoni, sia come strutture compositive, sia come atmosfere: nello specifico, parliamo di un immenso pastone sonoro compresso in una traccia sola, di ben 52 minuti, nella quale è la pesantezza e, appunto, la monoliticità a fare da padrona. Atmosfere plumbee e sotterranee, chitarre frastornanti e megalitiche, melodie sognanti e dagli sviluppi sempre molto dilatati, imprevedibili ritmiche piene di fantasia e di inventiva, un growl catacombale che si fa sentire solo quando è necessario; tutto è amalgamato in un solo, gigantesco pezzo di roccia che ci schiaccia e ci opprime dal primo minuto fino all'ultimo, anche nei momenti in cui le soluzioni inventate dalla band si distaccano dalla grigia spettralità ed esplorano territori quasi psichedelici, e in certi tratti addirittura sperimentali. Non mancano infatti le influenze più disparate: l'impianto funeral doom si contamina con ritmi a tratti veloci e in doppia cassa, con melodie quasi accostabili alla scuola death melodico, perfino ad accenni di post - rock e di dissonanze shoegaze. Sinistri arpeggi e poderose stratificazioni di tastiere si alternano a pennellate di chitarra che paiono non finire mai, mentre alcuni momenti recitati aggiungono pathos al brano nei momenti di transizione tra una fase e l'altra. Risulta molto difficile seguire il filo del disco se non si ascolta con attenzione: ad un ascolto distratto (che è uno dei due modi in cui questo disco può essere ascoltato, con altrettanta efficacia) il disco scorrerà via come l'acqua, rilassando e facendo sognare, mentre chi lo ascolterà nei dettagli potrà notare quanto il disco sia organico, ben costruito, sviluppato secondo idee sempre vincenti e mai noioso, nonostante la sua atroce continuità. Ci vuole senz'altro una buona attitudine musicale per far sì che un disco come questo si lasci ascoltare senza intoppi dall'inizio alla fine: si sa infatti che, avventurandosi nei territori dell'ultraslow e dell'ultralong, è facile annoiare e risultare forzatamente prolissi. Sono felice di poter escludere i Monolithe dalla categoria delle band noiose: quello che si trova in questo album (sicuramente non facile da digerire a causa della sua lunghezza e delle sue grandiose non - strutture) è solamente musica di qualità e derivante da uno stato d'animo sincero. Nulla di artefatto o pretenzioso, nemmeno per un minuto.

Mentre le oscure spire di "Monolithe I" vi avvolgeranno come una coperta gelida, potrete provare numerosi stati d'animo, ma il comune denominatore sarà un senso di dilatazione, un tuffo nell'infinità del cosmo, un elogio ai corpi celesti più massicci e poderosi che si conoscano, come una stella supergigante che brilla di una fredda luce blu. Allo stesso momento, però, potrete godere di un sound dinamico, pulito e possente quanto basta, sufficientemente vario sia in termini di sentimento sia in termini di soluzioni artistiche adottate. Questo disco, è proprio il caso di dirlo, sta in piedi da solo ed è inamovibile, possiamo entrare in contatto con esso solamente contemplandolo nella sua interezza. Consigliato vivamente agli amanti del funeral doom atmosferico, che troveranno in "Monolithe I" una valida ragione per continuare ad ascoltare il loro genere preferito senza fossilizzarsi sui soliti mostri sacri.

01 - Monolithe I (51:58)

lunedì 5 novembre 2012

Swallow The Sun - "Emerald Forest And The Blackbird"

Spinefarm Records, 2012
Conosciamo gli Swallow The Sun per il loro doom - death possente, vibrante e dagli sviluppi complessi, mai scontati nè troppo accessibili nonostante le dosi consistenti di melodia e romanticismo nascoste tra le trame di chitarroni. Le tre voci di Mikko Kotamaki, capace di cantare indifferentemente in clean, in growl e in scream, hanno fatto scuola nel genere, mentre i muraglioni di suono e le raffinate melodie di chitarra hanno ammaliato ben più di un ascoltatore. Nel corso della loro evoluzione, la band finlandese è rimasta sempre fedele al proprio stile, variandolo solo leggermente di album in album: talvolta, come in "Ghosts Of Loss", prevaleva la durezza e la severità, mentre ad esempio nel recente "Hope" e nell'ancora più recente "New Moon" spadroneggiava la melodia, ottimamente bilanciata con il carattere decadente e oscuro che è sempre rimasto una costante nel sound del gruppo. Il nuovo lavoro "Emerald Forest And The Blackbird" viene alla luce quasi per confonderci le idee: cosa vogliono suonare gli Swallow The Sun nel 2012?

La domanda non è scontata come sembra: per chiarire il concetto, prendiamo l'opener "Emerald Forest And The Blackbird". Dieci minuti esatti di brano, che raccontano una storia triste e commovente: un padre costretto a dare l'ultimo saluto al figlio malato, che verrà presto accolto nelle braccia della morte, e che per allietargli la dipartita decide di raccontargli la morte in forma di fiaba, immaginando una foresta incantata dove ogni lacrima che cade si trasforma in uno smeraldo, e dove un minaccioso corvo nero si prende cura delle anime che vi passano. Un'interpretazione senza precedenti di Mikko, in veste del padre disperato, distrugge completamente la nostra emotività con un cantato lacerante che si affianca ad una musica apocalittica, estremamente tesa e violenta. Tuttavia, tale musica è venata di una dolcezza infinita e insospettabile, creata da arpeggi delicatissimi sottesi da una voce femminile eterea e materna; ma a spezzare la magia arrivano anche momenti prettamente demoniaci, come nello spaventoso break corale a metà brano. Mai, nella loro carriera, gli Swallow The Sun hanno partorito un pezzo così intenso, struggente ed emotivamente devastante, che commuove anche solo leggendone il testo: una poesia che meriterebbe di essere studiata nelle scuole. Superba, non si può dire altro: senza dubbio il miglior brano che abbiano mai scritto, superiore perfino alla memorabile suite "Plague Of Butterflies".

Con un opener del genere, letteralmente miracolosa, come si fa a non essere ottimisti sul proseguimento del disco? Ci si aspetterebbe un capolavoro mostruoso, se tutta la durata dell'album fosse occupata da brani di simile caratura. Ma succede qualcos'altro. "This Cut Is The Deepest", seconda traccia, sorprende subito per essere l'esatto opposto del brano precedente: semplice, orecchiabile, melodica e romantica, mostra un aspetto completamente diverso della band, o meglio, un aspetto che è sempre stato presente, ma che sembrava quasi dimenticato dopo il primo brano - capolavoro: insomma, l'ago della bilancia si sta spostando verso territori più consueti e familiari. Sembra quasi la stessa scena vissuta su "New Moon", dove l'opener da capogiro faceva seguire una "Falling World" decisamente più ridimensionata e, per certi versi, ruffiana.

Dov'è finita la spettacolare potenza ferale dell'opener? Forse la ritroviamo in parte con "Hate, Lead The Way", che sembra portare la band alla bieca aggressività, ma essa risulta un pochettino troppo quadrata e priva di mordente: non rimane impressa. La successiva "Cathedral Walls" confonde ulteriormente le acque e allontana ancora di più dalla speranza che il disco prosegua sui binari iniziali, facendo spuntare addirittura la voce dell'ex-Nightwish Annette Olzon, dalla voce calda e mielosa che ben si sposa con un brano ancora una volta molto sentimentale e piacevole, per quanto non manchi di interessanti esplosioni aggressive. Insomma, non si capisce bene quale sia il filo conduttore del disco, che mantiene un'anima doppia: da una parte oscuro e potente, dall'altra rassicurante e pacato (anche se a volte la band esagera, come in "Silent Towers", davvero un po' troppo leccata e patinata). Proseguendo ad analizzare i brani, "Labyrinth Of London" risulta estremamente apprezzabile per la sua fantasiosa corrente strumentale e per le pregevoli evoluzioni delle chitarre soliste, ma ha un chorus debordante di melassa, fin troppo stucchevole; e la conclusiva "Night Will Forgive Us", che ai primi ascolti cattura senza difficoltà, sembra scritta dai Woods Of Ypres (dai quali in effetti rubano l'iniziale giro di note) quando sono nelle loro incarnazioni più easy listening, con quella pomposità che sconfina spesso e volentieri nella pacchianeria. Una grandiosa eccezione è "Of Death And Corruption", indiavolata e dotata di un'atmosfera orrorifica e perversa che facilmente farà comparire sorrisi sardonici sui volti degli ascoltatori, ma anche "April 14th" si fa valere in maniera prepotente, grazie al suo piglio misterioso e macabro tuttavia venato da una sottile vena decadente e settecentesca.

Insomma, il disco finisce senza fuochi d'artificio, e qualcuno potrebbe rimanerne un po' deluso. Anch'io, al primo ascolto, ho ragionato così: ritenevo che quest'album fosse destinato ad una longevità scarsa, ma mi sbagliavo. Una volta superato il trauma da distacco del primo brano, che va considerato come un'oasi di eccezionalità in un contesto musicale buono ma non eccelso, il disco diventa un altro piacevolissimo album degli Swallow The Sun, sempre capaci di farci sognare e immergere in un romanticismo triste e sconsolato, con un cuore pulsante di melodia passionale. Non un capolavoro, come forse qualcuno si è illuso di aver trovato dopo i primi dieci minuti, ma un disco che conferma la band in tutta la sua maestria e ci regala un'altra ora di melodic doom metal di tutto rispetto.

01 - Emerald Forest And The Blackbird (9:58)
02 - The Cut Is The Deepest (5:20)
03 - Hate, Lead The Way (6:13)
04 - Cathedral Walls (6:47)
05 - Hearts Wide Shut (5:55)
06 - Silent Towers (4:01)
07 - Labyrinth Of London (Horror pt. IV) (8:29)
08 - Of Death And Corruption (5:00)
09 - April 14th (8:28)
10 - Night Will Forgive Us (6:40)

When Nothing Remains - "As All Torn Asunder"

Solitude Productions, 2012
Una nuova band che debutta per la Solitude Productions, secondo voi, che genere musicale suonerà? Non c'è quasi bisogno di specificare che si tratta di doom death metal, al massimo possiamo disquisire sul sapore che acquisirà la musica di disco in disco: talvolta più oscura e tombale, talvolta più malinconica e introspettiva, talvolta più opprimente e soffocante. Senza dubbio, i When Nothing Remains si inseriscono nel secondo filone, vale a dire quello dalle tinte un po' gotiche e condito con abbondanti dosi di melodia e tristezza, che lasciano poco o nessuno spazio alla negatività esistenziale o alla rabbia cieca. I musicisti non sono dei novellini, alcuni provengono da band già affermate come i Nox Aurea, e in più il disco conta la partecipazione del vocalist dei blasonati Draconian; probabilmente, l'esperienza degli artisti coinvolti fa sì che un disco che sostanzialmente non ha nulla di nuovo da dire riesca comunque a conquistare gli animi, se si ha la pazienza di viverlo ascolto dopo ascolto.

"As All Torn Asunder" si presenta con una copertina patinata e dai toni poetici, è suonato in maniera impeccabile e gode di una produzione assolutamente all'altezza, in grado di far risaltare le maestose atmosfere goticheggianti e la potenza di un growl che non manca di espressività. Doom death d'autore, che preferisce prendere per mano, invece di trascinare violentemente negli abissi della disperazione; di questo, il gruppo è debitore della grandiosa lezione impartita dai My Dying Bride, e a parte una maggiore modernità nel sound, le differenze con la band albionica sono davvero poche. Chitarre corpose, raffinate orchestrazioni, rari interventi di voci femminili (saggiamente mantenute come pennellate occasionali, e non come insopportabili e continui duetti), alternanza tra growl e una voce pulita che, se può essere un po' strana nel timbro, non è certamente povera dal punto di vista dell'improvvisazione; ed ecco che settanta minuti di musica sono pronti per far breccia nel vostro cuore. I brani sono tutti di ottima fattura, quasi tutti di durata imponente, a cominciare dall'intensa opener "Embrace Her Pain" dalle struggenti aperture pianistiche, per continuare con pezzi sontuosi e carichi di pathos come "The Sorrow Within" (da segnalare una nettissima somiglianza con il riff portante di "Lake Of Fire" dei Bathory!), "Mourning Of The Sun" (forse il meglio che questo disco può offrire), nonchè con la quasi - conclusione ad opera dei tredici minuti di "As All Torn Asunder", popolati da riuscite alternanze tra toccanti momenti d'atmosfera e rombanti cavalcate chitarristiche, sempre basate su riff di chitarra quadrati e semplici ma efficaci nel loro incedere. Qualche intermezzo spezza la monoliticità dei brani, alcuni episodi mostrano un maggiore dinamismo rispetto ai ritmi tendenzialmente lenti dell'album (un ottimo esempio è la ritmata "A Portrait Of The Dying", e in generale nel corso del disco non sono rari nemmeno i passaggi in doppia cassa); la qualità media si mantiene sempre molto buona, gli arrangiamenti sono curatissimi e affascinanti, pianoforte e archi sono sapientemente dosati per non essere nè invadenti nè insignificanti. Sostanzialmente, non c'è nulla che possa non piacere ad un fan del doom death, che troverà nei When Nothing Remains qualcosa di sicuramente appetibile e valevole. Il problema è se si vuole cercare qualcosa di più del solito sound e delle solite atmosfere: a questo album infatti manca quasi totalmente una propria personalità, ed echi di band come Draconian, Shape Of Despair, November's Doom ecc .. fanno capolino continuamente, rendendo in fin dei conti i When Nothing Remains un gruppo che vive sull'eredità di ciò che i grandi nomi del genere hanno suonato anni prima. Ma a questo punto bisogna chiedersi: ciò rappresenta davvero un problema?

Forse no. O meglio, dipende dalle vostre aspettative. Potete dire tutto quello che volete: è vero che le idee originali latitano, è vero che i brani qualche volta si perdono in un po' di lungaggini che potevano essere snellite, è vero che la durata totale di settanta minuti mette alla prova anche il più stoico ascoltatore, considerando l'omogeneità della musica in questione; ma se inizialmente ho considerato "As All Torn Asunder" come un disco senza infamia e senza lode, carino ma niente più, mi trovo invece a rivalutarlo per via della sua intrinseca bellezza, la quale riesce a superare (almeno dal mio punto di vista) la scarsità di innovazioni proposte. Mi convincono, in particolare, la sua raffinatezza compositiva, alcuni passaggi davvero struggenti e commoventi, la bellezza del growl che pur essendo un po' monotono è comunque validissimo, e tante piccole cose che messe tutte assieme creano un disco sì derivativo, ma di indubbia qualità. Per questo motivo, della vecchia recensione non rimane traccia, e sono contento di aver rivalutato una band che mi era parsa nè carne nè pesce, ma che in realtà ancora oggi mi riascolto e mi sa emozionare ogni volta. Se il doom death tradizionale vi sta stretto, trascurate pure i When Nothing Remains; ma se invece cercate solamente dell'ottima musica, non abbiate paura a spendere un po' dei vostri soldi anche per loro, con la garanzia che dopo tanti ascolti qualcosa vi rimarrà dentro.

01 - Embrace Her Pain (7:28)
02 - The Sorrow Within (11:40)
03 - A Portrait Of The Dying (7:14)
04 - Mourning Of The Sun (8:42)
05 - Solaris (1:14)
06 - Her Lost Life (9:00)
07 - In Silence I Conceal The Pain (7:44)
08 - As All Torn Asunder (13:02)
09 - Outro - Tears (3:56)

mercoledì 31 ottobre 2012

Raventale - "Transcendence"

BadMoodMan Music, 2012
Sul serio, io amo la BadMoodMan Music. Non ci posso fare niente, questa misconosciuta etichetta discografica non fa altro che stupirmi ogni anno che passa, regalandomi dischi memorabili, intensi, plasmati su misura per la mia sensibilità e per i miei gusti. Sembra quasi che questi instancabili scandagliatori dell'underground abbiano indovinato la ricetta perfetta per sfornare dischi portentosi e band validissime, come i Raventale e il loro ultimo lavoro "Transcendence". Il gruppo ucraino, composto unicamente dalla persona di Astaroth (che si occupa di suonare tutti gli strumenti e di produrre il disco), è stato protagonista di una lunga e costante evoluzione che lo ha portato al traguardo del sesto album in studio, e che soprattutto l'ha visto migliorare di album in album, oltre ogni aspettativa dei fan e della critica. Con l'ultimo, raggelante e bellissimo "Bringer Of Heartsore" sembrava che ormai la vetta artistica e compositiva del musicista fosse stata raggiunta e che fosse stato detto tutto quello che c'era da dire: i sublimi intrecci strumentali e le toccanti atmosfere lasciavano intendere che molto probabilmente il nostro Astaroth non sarebbe più riuscito a superare sè stesso. Errore: questo nuovo "Transcendence" si presenta come una mazzata emotiva talmente potente da dare quasi le vertigini, superando ampiamente il suo già splendido predecessore e ponendosi su un nuovo livello artistico, che proietta i Raventale nella novità e nella ricerca di un suono ancora più corposo e travolgente del solito.

Prendete gli ombrosi Katatonia di "Brave Murder Day", aggiungeteci la feroce carica mistica dei Wolves In The Throne Room, venatela con un'attitudine riflessiva e malinconica, mescolate il tutto con una personalità forte e ben definita, ed eccolo qui, il nuovo capolavoro di Astaroth. Quattro brani che scorrono via come l'acqua di un torrente montano: 45 minuti di orgasmo emotivo, "trascendente" i normali confini della musica, in quanto qui si sconfina nell'esperienza mistica vera e propria, uno di quegli ascolti che ti staccano dal mondo terreno e ti fanno viaggiare fuori dal tempo e dallo spazio. Musica irruenta, arrembante, impetuosa come una colossale inondazione che travolge tutto: anime, spiriti, rocce millenarie, interi eoni di evoluzione. Le chitarre si sono avvicinate ancora di più allo stile black metal, che predomina nettamente in alcuni brani mentre in altri si mitiga per avvicinarsi quasi al post rock; mai il loro suono è stato così ricco e convincente, così avvolgente nel suo suadente e continuo ripetersi. I ritmi sono diventati ancora più serrati, parossistici, quasi senza respiro: un continuo martellare di bacchette che picchiano sulle corde dell'anima, insaziabilmente violentate con superba classe e con notevole fantasia (notare i cambi di ritmo, semplici ma geniali, che riescono a trasformare radicalmente l'incedere dei brani). "Transcendence" è un flusso di coscienza, o meglio di incoscienza, un sublime abbandono ad una seduta spiritica che fa volteggiare in un mondo oscuro, nebuloso, impalpabile nonostante la rocciosa durezza dei suoni. Le fredde tastiere ormai sono ridotte all'osso e compaiono di rado, sottolineando efficacemente i momenti di massima vetta emozionale del disco, quelli in cui tutti gli strumenti vociano all'unisono per regalarci il compimento dell'opera di trascendenza spirituale. Ma è un compimento solo apparente: la tensione non si risolve mai, i segreti non vengono mai svelati, la visionaria e medianica outro della conclusiva "Transcendence" ci lascia spaesati, attoniti, muti davanti a tale dimostrazione di quanto un semplice brano musicale possa arrivare in profondità dentro l'anima. Ma come ho detto prima, non si tratta più di semplice musica: è pura ispirazione dello spirito, trasfigurata sottoforma di note distorte e martellanti, che nei loro saliscendi effettuano sulle nostre anime un totale sconquassamento.

Totalmente inutile è tentare di descrivere i brani uno per uno; ancora più inutile è estrapolarne delle singole sezioni e commentarle. Ogni accelerazione, ogni cambio di ritmo, ogni riff macinasassi, ogni sofferto assolo di chitarra (alcuni sono così espressivi da sembrare che parlino) riescono a stregarci fin dai primi ascolti. Con il suo ultimo lavoro, Astaroth viene da noi armato soltanto della sua semplicità, di quella contagiosa carica emotiva che può avere un bambino, il quale non ha paura di fare domande semplici ai propri genitori, e non comprende il motivo di tanto imbarazzo nelle risposte. La vera forza di questo album sta in questo, nella spontaneità di ogni singola nota, nell'aver messo da parte ogni inutile orpello, concentrandosi sulla pura sostanza. Vi accorgerete presto che le scure pozze di china lasciate dalle note di questo "Transcendence" vi macchieranno indelebilmente, e per quanto potrete affannarvi, non andranno più via. Lasciatevi macchiare nel profondo da questo vero e proprio capolavoro...

01 - Shine (10:38)
02 - Room Winter (11:18)
03 - Without Movement (10:11)
04 - Transcendence (13:13)

lunedì 29 ottobre 2012

Fading Waves - "The Sense Of Space"

Slow Burn Records, 2011
Una copertina dai toni rarefatti e sfumati, quasi impressionistici, è l'ideale per presentare la musica dei russi Fading Waves, gruppo formalmente composto da una sola persona, ma che in realtà conta diversi guest musicians nelle proprie fila. Qualche appassionato di musica di nicchia li aveva conosciuti con l'extended play uscito nel 2010, intitolato metaforicamente "Please Wait", e poi riproposto interamente anche nello split album con gli Starchitect; chi aveva ascoltato quel breve ma intenso caleidoscopio di suoni cangianti e di atmosfere dilatate e sognanti, non potrà negare che fosse suonato con una certa classe, anche se tendeva un po' a ricalcare le linee basilari del post - rock, appesantendo suoni e voci ma senza proporre nulla di realmente innovativo. Ma nel caso dei Fading Waves l'innovazione non è indispensabile, in quanto la musica compensa la sua mancanza di originalità con una qualità ampiamente sopra la media, con brani avvolgenti che assorbono completamente, con spire di sonorità talvolta gelide e talvolta roventi, che troviamo in versione ancora più interessante ed evoluta su questo nuovo album "The Sense Of Space". Solo cinque brani, per un totale di trentotto minuti: un disco che dura poco, ma che si fa ricordare. Un disco ideale da ascoltare nelle giornate nebbiose, quando si sta rintanati al chiuso davanti a un camino acceso, o mentre si aspetta di addormentarsi mentre un temporale infuria all'esterno, dilaniando il tetto di casa con miliardi di gocce indiavolate. 

Il primo brano "Air" è semplicemente un'introduzione di stampo ambient che ha il compito di preparare il terreno per i successivi quattro brani, i quali scendono raramente sotto i nove minuti di durata. Nemmeno con la successiva "Flashes" si capisce bene la direzione intrapresa dai Fading Waves, specialmente per chi ha ancora in mente l'irruento e drammatico attacco di "Megapolis Depression": ritmi tranquilli e sonorità dilatate si uniscono ad una leggiadra voce femminile che declama versi sottili come l'aria, creando un effetto squisitamente rilassante. Potremmo quasi credere che sia scomparsa la componente aggressiva dalle composizioni del gruppo, ma un crescendo dominato da un basso inquieto prepara all'esplosione del successivo brano, dove finalmente si svela l'arcano: ecco che con "Destroying The Time" arrivano seducenti muraglie di chitarre stratificate in più linee, un growl possente ma che rimane sempre in secondo piano e non si permette mai di sovrastare la fiumana di strumenti, melodie malinconiche e impregnate di pensieri tormentosi, note spezzettate in mille ripetizioni ipnotiche, sapienti accelerazioni e divagazioni ritmiche di stampo vagamente tribale. Come un bambino che, animato dalla curiosità della scoperta, getta tutti gli ingredienti della cucina in un unico recipiente e poi li mischia assieme per vedere cosa ne esce, i Fading Waves mischiano decine di ingredienti diversi, amalgamandoli però con maestria e tecnica, lavorando moltissimo sul mixaggio e sulla cesellatura dei suoni, senza però scadere nel difetto di risultare troppo puliti e scontati. Il risultato è, a mio parere, eccellente: "The Sense Of Space" forse non è uno di quei dischi che ti cambiano la vita, ma sicuramente è uno di quelli che si ascoltano dall'inizio alla fine senza aprire bocca, catturati dal turbinio emozionale al quale la musica dona vita.

Il resto del disco prosegue tutto sulle stesse coordinate, migliorando di pezzo in pezzo, passando dalla suggestiva epopea di magia in "Perforate The Sky" e arrivando fino all'esaltante ed epica conclusione di "Through The Veins". Quello che rimane dopo aver ascoltato questo disco è una sensazione di completezza: sembra di aver compiuto un viaggio della scoperta, di aver colto il senso di qualcosa che prima rimaneva irraggiungibile. Si fa presto a dire post metal: questa è pura ispirazione, un lavoro di cuore ma soprattutto di neuroni, soffice come un fiore nel vento e ruvido come uno spuntone di dolomia contorta. Rispetto al già ottimo "Please Wait", un deciso passo avanti che mostra tutta la debordante bravura di questa piccola grande one man band. Un perfetto esempio di come la musica moderna dovrebbe suonare per riuscire ancora a stupire e ad emozionare senza scadere nella banalità gratuita.

01 - Air (2:46)
02 - Flashes (9:27)
03 - Destroying The Time (8:13)
04 - Perforate The Sky (9:08)
05 - Through The Veins (9:01)

giovedì 11 ottobre 2012

PsyOpus - "Odd Senses"

Metal Blade Records, 2009
Presentazione: Tre zanzare placidamente posate su di un cranio vi penetrano la loro proboscide a forma di siringa, andando ad infettare il feto che vi alberga. Non potrebbe esserci immagine più criptica di questa per ritrarre la psiche umana: non so se si tratti di una figurazione della regressione inconscia allo stato infantile che ognuno di noi rischia dinnanzi alle molteplici frustrazioni della vita, o piuttosto di un mascherato messaggio di carattere sociale o politico che verte sulla manipolazione mentale a livello subliminale che subiamo da parte dei media. Ma una cosa è certa: ciò ci indica che gli PsyOpus sono tornati.

Stile: Odd Senses, tale è il titolo della loro nuova effige, è il terzo full-length dei tanto acclamati e ad un tempo criticati PsyOpus, e ascoltandolo potrete immediatamente constatare – per la vostra gioia o per il vostro acido irritato disappunto – che l’approccio musicale dei quattro non è cambiato di una virgola: ritroviamo infatti il loro caratteristico caos organizzato, superbamente prodotto, maturo e ultra-tecnico, che nel bene e nel male aveva stupito nei loro due lavori precedenti. Nevrotiche scale, rapide e dissonanti, furioso isterico grido dietro al microfono, il solito drumming quasi casuale, e il brulicante tappeto costituito dal basso. Ma gli PsyOpus non vogliono essere solo caos mentale e tecnica fine a sé stessa, e per dimostrarlo inseriscono sempre nei loro album una serie di accorgimenti particolari: compaiono alcune parti parlate, come i curiosi ipnotici collages di Boogeyman – che vogliano significare l'estesa comunanza delle paure che da bambini ci vengono inflitte? In Choker Chain invece tiene banco una voce femminile snervante che ripete all'infinito vari segmenti tipo “do you love me?” e “hug me!”, ripetizioni che si alternano ad un autentico caos strumentale isterico, una metafora musicale assolutamente geniale per ritrarre la stressante situazione psicologica precaria di un uomo di fronte al soffocante attaccamento della partner. Infine la conclusiva A Murder To Child in cui una placida chitarra alterna i suoi arpeggi ad un violino, nove eleganti minuti melodici che ricordano quel maestoso esperimento chiamato Siobhan's Song. Insomma, in Odd Senses c'è davvero tutto, ma proprio tutto, ciò che i fan degli PsyOpus adorano e che i loro detrattori non sopportano.

Valutazione: Visto che ormai gli PsyOpus si sono fatti un nome ed iniziano ad essere abbastanza conosciuti, viene spontaneo rispolverare il vecchio problema su come definire con esattezza il confine che separa la musica dal caos e dal rumore, e dunque chiedersi: è musica questa? E’ musica, oppure è soltanto un aborto schizoide che non ha ragion d’essere? Eh già, perché in fondo dove sono le melodie? Dove sono i ritornelli? Dove sono le atmosfere? O, più in generale: dove sono le canzoni? In effetti ascoltando Odd Senses sembra di trovarsi di fronte ad un garbuglio sonoro che tutto lascia fare fuorché farsi ascoltare, un garbuglio in cui le corde delle chitarre si contorcono frenetiche in preda alle convulsioni, in cui la batteria sembra sfogarsi a ruota libera, sfuriata dopo sfuriata senza alcun autocontrollo o schema, e in cui un tizio urla in modo raschiante probabilmente nell'intento di perdere la voce. Per alcuni potrebbe riuscire difficile persino determinare in quali punti precisi finisce un brano e ne inizia un altro. Questa è la selva oscura che si presenterà alle vostre orecchie se avrete l’ardire di cimentarvi nell’ascolto di Odd Senses. Ma in fondo la sottile perversione di questo tipo di musica consiste proprio nel portare la gente a domandarsi incredula: “Ma l’hanno fatto sul serio? Suonano davvero in questa maniera?”. Il fatto ben radicato nella tradizione popolare secondo il quale un brano debba avere un ritornello ben preciso o una melodia principale immediatamente distinguibile non è, a rigor di logica, altro che un luogo comune. Gli PsyOpus lo sanno, suonano consciamente al grido di “in barba a tutte queste sciocche convenzioni!”, e con la loro impronta di sana follia sono di più, molto di più. Gli PsyOpus rappresentano quell'odioso, genuino, impagabile lato della nostra mente che si ribella alle convenzioni e alle costrizioni, quell’impulso vitale che ci permette di non diventare uguali l’un l’altro come se ci clonassero, quell’impulso che ci porta a fare il contrario di ciò che ci viene detto e a cercare qualcosa di diverso da quanto ci è stato insegnato e conosciamo già, e magari a farlo con incoscienza e follia. Gli PsyOpus rappresentano questo, e lo rappresentano sotto forma di incarnazione musicale: sono degli irrimediabili schizofrenici che scompongono e smembrano la musica nelle sue componenti primarie per poi ricombinarle in modo apparentemente casuale, neanche si trattasse di un’immagine scomposta in pixel casuali - la musica degli PsyOpus sembra la conseguenza di un glitch nella musica cosiddetta “normale”, proprio come il comportamento folle e schizofrenico sembra conseguenza di un glitch dei complessi schemi di comportamento normali.

Conclusione: Alla fine di tutto questo peregrinare la domanda di cui sopra torna ad imporsi intatta: è musica questa? E’ musica, oppure è soltanto un aborto schizoide che non ha ragion d’essere? Come vale un po’ per l’arte tutta, la risposta sta negli occhi di chi guarda - in questo caso nelle orecchie di chi ascolta. Sarebbe assurdo avere la presunzione che un simile disco possa essere ascoltato da tutti, o anche solo da molti, così come sarebbe fuori luogo pretendere che questa proposta musicale venga compresa e come tale non etichettata come semplice aborto schizoide. Io posso solo dirmi felice di avere la fortuna e l'intraprendenza necessarie per riuscire ad apprezzarla, e Odd Senses non è che la terza dimostrazione di quanto adoro gli PsyOpus e di quanto sanno divertirmi ed affascinarmi, portandomi un po’ più vicino al lato oscuro e affascinante della psiche umana: quello della pazzia.

Curiosità: * Imogen's Puzzle Pt 3 è una versione alternativa della vecchia Imogen's Puzzle, brano del loro primo album Ideas Of Reference, versione che è poi stata ribaltata e quindi registrata al contrario. Una volta girato nuovamente il brano - su YouTube trovate una tale versione - lo si può ascoltare sovrapposto all'originale, un'esperienza acustica che consiglio a caldamente.

01 - .44 (00:53)
02 - Medusa (03:30)
03 - The Burning Halo (03:59)
04 - Duct Tape Smile (03:33)
05 - X and Y (03:42)
06 - Boogeyman (05:34)
07 - Imogen's Puzzle Part 3 (01:59)
08 - Choker Chain (02:49)
09 - Ms Shyflower (06:13)
10 - A Murder to Child (09:15)
11 - [Untitled] (20:34)

lunedì 8 ottobre 2012

PsyOpus - "Our Puzzling Encounters Considered"

Metal Blade Records, 2007
Presentazione: Fortunatamente nel nostro ordinamento la violenza sessuale è un reato grave, pesantemente perseguibile - quantomeno lo è dal punto di vista teorico ed ufficiale, al di là delle discutibili sentenze di certi giudici. Altrettanto fortunatamente la violenza sessuale non è reato se commessa sugli strumenti musicali: fu grazie a questo permissivismo che nacquero gli PsyOpus – non riesco ad immaginare una storia più plausibile per dipingere il loro approccio agli strumenti musicali. Il combo americano debuttò tre anni prima nel 2004 con un disco particolarissimo, tale Ideas Of Reference, sfoggiando uno stile gravemente schizofrenico che rasentava l'assurdo. Ciò gli valse un notevole apprezzamento, tanto che la Metal Blade ha deciso di promuoverli prelevandoli dalla Black Market Activities, etichetta della quale è distributrice. Nel 2007 siamo giunti al varco: il risultato di questa collaborazione si chiama Our Puzzling Encounters Considered. Che si può dire della Metal Blade? Scelta saggia o avventata?

Stile: Chitarra elettrica fuori controllo, batteria fuori controllo, a tutta prima la musica degli PsyOpus sembra più un discorso per libere associazioni che non un'argomentazione che segue un filo logico, discorso che salta di palo in frasca a seconda della prima cosa che viene in mente. Questa è la musica che Chris Arp e soci hanno proposto fin dall'inizio, e, per quanto ciò possa essere possibile, Our Puzzling Encounters Considered è ancora più aggrovigliato, schizofrenico e incontenibile dello scioccante esordio Ideas Of Reference. Gli PsyOpus si confermano una band che sembra maltrattare e seviziare gli strumenti musicali di cui si serve, i quali sembrano gemere e cercare aiuto come se fossero veramente in prossimità di essere violentati. I disperati gemiti che emettono vanno a comporre una musica veloce come la luce e tirata all'estremo come poche altre, piena zeppa di stoppate ed immediate ripartenze, formata da un'infinità di scale di chitarra che si attorcigliano una sull'altra come un piatto di tagliatelle condito con sangue e vasi arteriosi. Più che un puzzle quest'album è un autentico cubo di Rubik, un perfetto cubo di Rubik musicale.

Valutazione: Potrebbe essere una banalità dire che valutare un disco come questo non è facile, o forse in fondo non lo è. Io sono uno di quelli a cui Ideas Of Reference è piaciuto molto, ma onestamente ad apprezzare questo secondo disco ho impiegato parecchio tempo. Il fatto è che in alcuni punti gli PsyOpus eccedono oltre ogni livello con la schizofrenia, punti in cui sembra perdersi ogni tipo di filo conduttore, e venirne a capo non è per nulla facile. Ma alla fine ne vale davvero la pena, perché il caos di Our Puzzling Encounters Considered è un caos che contiene aggrovigliate tra loro tante emozioni tutte da scoprire e da vivere. Se però pensate che gli PsyOpus suonino unicamente al fine di mostrare a tutti la loro sconfinata abilità strumentale, e che non abbiano altro fine se non quello di divertirsi a colpi di tecnica, vi sbagliate di grosso, e Our Puzzling Encounters Considered ve lo dimostra senza possibilità di appello: dopo i primi quattro ottimi brani arrivano i pezzi prelibati, con Insects e Kill Us che costituiscono probabilmente i due pezzi migliori che la band abbia mai scritto e suonato. 100% PsyOpus, e con un sacco di sfumature melodiche geniali da scoprire lentamente, estrapolandole dal marasma più stupendo che io abbia mai sentito. Ma non solo marasma, perché a stupire ci si mette anche Imogen's Puzzle pt. 2, un pezzo dalla melodia pacata e tracotante a un tempo, semplicemente irresistibile. E se ancora non siete convinti della qualità di questo disco, aspettate di sentire il capolavoro Siobhan's Song: una composizione intricata e rilassante di rara bellezza e ineguagliabile dolcezza, una soave complessa brezza mattutina che accarezza le guance di chi vi si lascia cullare, e che porta in seno mille echi lontani. Una simile attitudine melodica è garante del fatto che gli PsyOpus non hanno in mente solo di sfogarsi bruciando tutta l’adrenalina che gli circola nelle vene, ma il loro intento è quello di proporre qualcosa di realmente costruttivo, seppur mediante una forma di distruzione.

Conclusione: Our Puzzling Encounters Considered è un disco che supera sotto ogni punto di vista il già eccellente esordio Ideas Of Reference: lo supera come estremismo musicale, come caos, come maturità artistica, come momenti melodici, come sensazioni. Ancora una volta una mossa azzeccata da parte della Metal Blade, che al di là di qualche artista fin troppo scontato e commerciale presenta un roster ricco di grandi intuizioni. Gli PsyOpus sono una di queste, probabilmente né la prima né l'ultima, e Our Puzzling Encounters Considered è quello che col senno di poi posso definire il mio disco preferito della band, nonché uno dei migliori che la casa americana abbia mai prodotto.

01 - The Pig Keeper's Daughter (03:34)
02 - 2 (04:00)
03 - Scissor Fuck Paper Doll (03:36)
04 - Whore Meet Liar (01:54)
05 - Insects (03:16)
06 - Imogen's Puzzle pt. 2 (04:25)
07 - Play Some Skynyrd (00:32)
08 - Kill Us (04:52)
09 - Siobhan's Song (06:43)
10 - Happy Valentine's Day (03:11)
11 - Our Puzzling Encounters Considered (01:55)
12 - Untitled Track (00:06)
13 - Untitled Track (27:54)

sabato 6 ottobre 2012

The Howling Void - "The Womb Beyond The World"

Solitude Productions, 2012
La notizia che è uscito il nuovo album dei The Howling Void probabilmente lascerà indifferenti molte persone, ma non certo chi apprezza il funeral doom, e soprattutto chi ha vissuto con intensità e passione i precedenti lavori della one man band statunitense. Chi come me aspettava questo album con ansia e partecipazione, troverà pane per i suoi denti: ancora una volta il nostro Ryan è riuscito a infondere nella sua musica una calibrata ed efficacissima mistura di atmosfere lugubri, attitudine sognante e devastante potenza delle muraglie di suono sprigionate, aggiungendoci alcune piccole novità che mostrano anche l'avvenuta evoluzione artistica della band. 

"The Womb Beyond The World" (il quale doveva originariamente chiamarsi "Lightless Depths", ma il cui titolo fu cambiato per motivi legati alla casa discografica) contiene quattro nuovi brani sfiancanti, poderosamente monolitici e quadrati, dominati dalle ormai caratteristiche stratificazioni di tastiere e da un suono di chitarra meravigliosamente ruvido e sfilacciato, come se Ryan avesse voluto far suonare il proprio strumento come un violoncello dall'archetto rovinato. Le funeree campane a morto, le plurime voci corali sintetizzate e i rintocchi di batteria catacombali non mancano di impreziosire il pesantissimo incedere dei brani, mentre la profonda voce growl assume stavolta un ruolo molto gregario, comparendo di rado e solo per pochi versi: è infatti sufficiente aprire la custodia per rendersi conto che i tre brani principali hanno testi di due righe, mentre il quarto brano è completamente strumentale. L'album non ha più i connotati vagamente psichedelici di "Megaliths Of The Abyss", e nemmeno suona maestoso e rilassante come il successivo "Shadows Over The Cosmos"; stavolta a predominare è un senso di tetra disperazione, un lamento funebre di portata molto superiore a ciò che eravamo abituati a sentire dalla band. Solo con l'ultimo, liberatorio inno strumentale "Eleleth", giocato su quattro accordi ripetuti per otto minuti in veste via via leggermente diversa, il suono diventa meno opprimente; i primi tre brani invece danno sfogo a tutte le velleità oscure di Ryan, che questa volta ha davvero superato sè stesso in quanto a capacità di trasporre in musica le emozioni più nere che un essere umano possa provare. I brani passano con maestria da alcuni momenti veramente horror ("The Womb Beyond The World") a sprazzi di malinconia dal respiro quasi epico ("Lightless Depths"), passando per stupendi intermezzi ambient che ammaliano con la loro bellezza imponente. Il denominatore comune rimane però un'accentuata vena tenebrosa, che rende questo disco una tela nerissima, sapientemente dipinta di scure variazioni di grigio.

Come nei precedenti album, anche in questo caso il songwriting è piuttosto insignificante: i brani si basano su pochissime note che vengono ripetute molte volte (anche se condite da elementi sempre differenti), e i brani non ricercano uno sviluppo, nè una costante progressione. Si torna spesso sui sentieri già battuti, e spesso ciò accade proprio quando ci si aspetterebbe un qualche cambiamento: sono convinto che questa sia una scelta fatta da Ryan con cognizione di causa, per renderci partecipi delle sue emozioni immobili e asfissianti. Non posso classificare questo aspetto come un difetto, dato che mai i The Howling Void hanno voluto puntare sulla composizione in sens stretto; essi preferiscono una lubrica immobilità di intenti, un crogiolarsi nel pozzo dei dannati, come se i sessanta minuti del disco fossero una messa nera dall'eleganza sopraffina.

Soffocante, granitico e suadente: così definirei in tre parole l'oscuro calderone di suoni che risponde al nome di The Womb Beyond The World. I fan della band sono già corsi a comprarlo, per cui è superfluo ogni mio commento: a tutti gli altri consiglio di provare questa band e questo disco solo se sono in vena di emozioni forti, e non necessariamente positive ed edificanti.

Un lavoro notevole.

01 - The Womb Beyond The World (14:19)
02 - The Silence Of Centuries End (18:14)
03 - Lightless Depths (18:15)
04 - Eleleth (8:35)

mercoledì 26 settembre 2012

Opeth - "Deliverance"

Music For Nations, 2002
"Deliverance" è un album che si sgancia dall’evoluzione stilistica che accompagna la decennale produzione degli Opeth. Un album difficile da descrivere perché il suono porta a evocare più stati d’animo che immagini o situazioni (anche se comunque nè gli uni nè le altre sono prevalenti). È un album che per questo motivo potrebbe essere definito più concettuale e puro, meno narrativo. Alcune caratteristiche che contraddistinguono i pezzi sono nettezza e decisione, assieme all’unitarietà della composizione. Un aggettivo inglese potrebbe essere bold. In una parola, è un album molto asciutto.

Dal punto di vista ritmico è molto serrato e ripetitivo, stordendo l’ascoltatore. Il pezzo "Deliverance" ne è l’esempio forse più chiaro, ma anche i tre minuti finali di "A Fair Judgement" rappresentano bene la cosa. Questa ritmicità è interrotta da alcune parti melodiche decisamente apprezzabili, circoscritte e opportunamente piazzate per essere uno sfalsamento rispetto al tono che le circonda. Unica eccezione da questo punto di vista è "A Fair Judgement", una bellissima canzone che si svincola da questa descrizione. Iniziamo proprio da questa. Per chi scrive è una delle preferite della produzione della band. Senza dubbio molto commovente, mette in note la delusione di qualcuno rifiutato e giudicato in modo ingiusto ma al contempo l’affermazione di un'immagine nuova e in cui ci si riconosce, passaggio ben udibile dal minuto 4:30 fino al 7:30, in cui penso che si esprima la vera forza di questa canzone. Qualcosa di simile non si sente frequentemente, nonostante sia qualcosa che credo appartenga a molte persone.

La title - track "Deliverance", invece, è di tutt’altra pasta. Coerente con la ritmicità serrata dell’intero album, ne è, come detto, il riferimento principale. Una canzone molto particolare, difficile da digerire al primo ascolto, poiché va a toccare note che solo raramente vengono vissute, ossia quelle della concentrazione, una concentrazione molto forte, al limite dell’alienazione. Una concentrazione serrata, probabilmente quella di un soldato impegnato in un'operazione così spaventosa da lasciare spazio solo alla fredda esecuzione di un piano al quale si affida, giocandosi il tutto per tutto in una lunga apnea con una vena ancora sensibile, impossibile da cancellare del tutto, di speranza, incredulità e temporanee emersioni di lucidità.

Come già in altri album, la cadenza atona riprende dopo una breve pausa, "For Absent Friends", con un pezzo nodoso e da masticare con forza, "Master’s Apprentices". In continuità parziale con "Deliverance", ne mantiene la rigidezza ritmica ma in una chiave diversa. "Master’s Apprentices" è decisione e non più concentrazione. Ha in se più forza e animosità rispetto alla precedente, un’animosità lenta come quella di chi è impegnato in qualcosa di difficile, tortuoso, impegnativo ma ugualmente importante. Esprime anche quanto questo percorso non sia eroico ma faticoso, brutto. Il finale premia questa fatica: la trama e l’ordito finalmente non sono più un intreccio privo di forma ma un abito con un animo.

È un disco difficile da recensire proprio per la sonorità molto razionale ed inquadrata, solo a tratti esercita una presa immediata su chi ascolta. Gli Opeth non suonano un genere allegro e spensierato, tuttavia questo album rappresenta una manifestazione diversa di tale attitudine, questa volta enigmatica e non narrativa. La paesaggistica è quasi del tutto assente dalle immagini che si potrebbero associare a questo disco, di fatti. Una riorganizzazione del codice usuale della band svedese.

01 - Wreath (11:12)
02 - Deliverance (13:38)
03 - A Fair Judgement (10:25)
04 - For Absent Friends (2:19)
05 - Master's Apprentices (10:34)
06 - By The Pain I See In Others (13:50)

lunedì 24 settembre 2012

Quiet In The Cave - "Tell Him He's Dead"

Autoprodotto, 2012
Ormai attivi da una decina d'anni, i Quiet In The Cave riuniscono nella loro musica un interessante mistura di post - core, industrial, black e doom metal nel tentativo di creare qualcosa di originale e coinvolgente, che renda la musica un'esperienza visionaria e ricca. Anche se ho sottomano solamente le poche canzoni di questo EP per rendermi conto se l'obiettivo sia stato centrato o meno, non posso che rimanere piacevolmente sorpreso dalla padronanza che il gruppo mostra di avere e della genuinità di una musica che afferra alla gola, ma con dolcezza, ragionando sempre sulla propria violenza e procedendo attraverso un riffing convincente e sufficientemente malato per essere ricordato.

Non seguono strutture lineari, i Quiet In The Cave; hanno la libertà compositiva di gruppi come i Neurosis, che si divertono a partorire le proprie insane composizioni in una quasi totale assenza di dettami e leggi, così da disorientare ancora di più il povero ascoltatore. I riff quadrati e possenti che la band sforna non danno mai troppo l'idea di staticità, perchè ci pensa tutto il resto ad arricchire i brani: numerosi stacchi ambient - atmosferici che suonano con un'inquietante sordina, alternanze convincenti delle linee vocali (a tratti growl raschiato e aspro, a tratti voce pulita melodica e corale ("Run Out"), fino a sorprese vere e proprie come il cantato "alla Arcturus" che troviamo in "The Dark Passenger" o nell'introduzione di "Measure". A tratti è impressionante la somiglianza della timbrica e dello stile di Garm!

Interessanti e sempre ben riuscite sono le evoluzioni della sezione ritmica, possessiva e pulsante; la musica tuttavia procede sempre a tentoni, senza mai rimanere troppo fossilizzata su un dato schema o una data progressione, preferendo spezzarsi e rinnovarsi di continuo tra ricami di basso, melodie di chitarra perfino romantiche e ottimi crescendo di tensione, che puntualmente esplodono in riff compressi e pesantemente distorti, in pieno stile post - core. Gli episodi tutto sommato "tranquilli" vengono bilanciati da una traccia realmente cupa e schizofrenica come "Monstro", che potrebbe tranquillamente accompagnare gli ultimi parossistici istanti di vita del mostro Terminator, dall'omonimo film. 

Il minutaggio non è elevato (ma neanche scarso), trattandosi appunto di un EP; tuttavia, questo dischetto colpisce per come è stato curato e strutturato bene, e per le grandi potenzialità che cela dietro le sue composizioni inquiete e ravananti in un abisso di follia che aspetta solo di essere indagato. Questi ragazzi ci sanno fare, date loro una possibilità.

01 - The Dark Passenger (6:11)
02 - Run Out (4:18)
03 - Measure (6:09)
04 - Monstro (3:45)
05 - Lose (6:04)

mercoledì 12 settembre 2012

As Light Dies - "A Step Through The Reflection"

Mondongo Canibale Records, 2007
Presentazione: Cosa ci si può aspettare dalla musica spagnola? Cosa ci si può aspettare dalla Spagna, una terra di persone ilari e festose che danzano a ritmo di latino – forse non è un caso se essa in ambito metal ha prodotto finora abbastanza poco. Eppure questa visione festaiola comune così radicata del paese iberico non rende giustizia alla squisita desolazione delle sue brulle catene montuose, che ne costituiscono un'ampia fetta. Ed è proprio qui, da uno di questi altopiani spogli e aridi, che trae origine l'ispirazione degli As Light Dies. E chi sono costoro? Chi li conosce?

Stile: Supponete di non aver mai sentito niente di questa band, e inserite A Step Through The Reflection nel vostro stereo. Quali saranno i vostri pensieri ascoltando l'intro sinfonica? “Oh no, un'altra band symphonic-power con una donna che canta in gothic! Basta, per carità, non se ne può più!”. Lasciate passare l'intro, e poi aspettate che inizi il symphonic-power. “Ohibò...questo ritmo è molto Cynic...e questi riff sono molto Opeth! Ma c'è lo scream...no, aspetta! Questo è black metal! Black metal sul ritmo dei Cynic? No...è folk. Folk sinfonico? Anche folk acustico! Sinfonico, acustico, progressivo, con un pianoforte tutto gothic. Ora è di nuovo black! E queste voci clean maschili da dove saltano fuori?”. Per pensare tutto questo vi basteranno tre minuti. Ora rilassatevi, pensate che ne devono trascorrere ancora altri sessanta, mettetevi comodi in poltrona e godetevi il resto, senza chiedervi che cosa sia e chi vi ricordi. Scoprirete così che c'è ancora tanto di cui stupirsi, tra metal e musica classica, tra chitarre e violini, tra rabbia e soave fantasia. La band definisce il proprio stile Eclectic Mineral style: “Eclectic Mineral style definition is a sofisticated fusion of contemporary music, noisy atmospheric doom, math death metal, and post black metal together with folk and minimalism elements which would like to every avantgarde metal follower”. Niente di più azzeccato: se ad esempio la fantasiosa Weird, Imperfect Symmetry Of Creation è portatrice di una melodia fresca, pizzicata, assolutamente irresistibile, A Step Through The Reflection è un brano dai toni technical death e al tempo stesso dark gothic. E questo non è che un esempio. Tutto ciò che ha a che fare col metal estremo e col metal sinfonico, qui lo trovate. E dovendo legare insieme una tale mole di generi diversi, perché non fare un pesante uso di prog? Già, perché non farlo? E infatti è proprio ciò che hanno fatto gli As Light Dies. Alla luce di tutto ciò appare forse meno singolare il fatto che, su tredici tracce complessive, appena sette siano i brani veri e propri. Il resto è tutto uno sfumarsi di ponti strumentali in perfetta sintonia coi brani da cui si dipartono e con quelli a cui conducono.

Valutazione: Passare con una tale abilità dalla sinfonia di A Shine After A Thousand Years Of Darkness al death di The Temple, dalla luce di Weird, Imperfect Symmetry Of Creation al buio di Peering Through The Reflection e A Step Through The Reflection, per non parlare poi degli innumerevoli cambi di scenario interni a ciascun brano, è qualcosa di impagabile. Chiamatelo ecletcic mineral style, chiamatelo extreme prog metal, chiamatelo come volete; non fa differenza. Il songwriting che getta le fondamenta di questo disco è e rimane maestoso a prescindere dal nome con cui lo si etichetta, e i numerosi intermezzi musicali sono scritti con un'abilità mostruosa. Melodia e genialità compositiva unite in un fastoso sposalizio, e rimanere ammaliato nel presenziare alla cerimonia è una sensazione bellissima. Il prog può deliziarvi, oppure potete odiarlo, così come può piacervi o non piacervi il metal estremo; ma se vi piace la musica, non potete non amare questo disco. A Step Through The Reflection è un disco di musica estrema nella sua accezione più generale. Non è estremo per i blastbeats o per i riff assassini. No. E' estremo nel suo coraggioso sincretismo musicale, nel suo non conoscere limiti, nel suo connubio di influenze e sentimenti; è estremo nel suo essere capace di far vivere all'ascoltatore un'esperienza emotiva completa e appagante. Non c'è un mood preciso con cui poter affrontare un disco simile: la sua forza sta proprio nel far assaporare tutti i mood possibili, nel cogliere la complessità dell'animo umano, l'infinita complessità del suo cervello, tutte le sfaccettature del suo carattere, e nel saperle trasporre con coerenza in sessantasette minuti che non dimenticherete facilmente. Sessantasette minuti in grado di richiamare tante splendide emozioni diverse che vi parleranno di voi, delle vostre esperienze passate belle e brutte, di tutti i momenti che hanno caratterizzato la vostra vita e di quelli che la caratterizzeranno. Privarsi di una simile esperienza solo per una serie di pregiudizi sul prog sarebbe stupido, no?

Conclusione: Cosa è realmente estremo? Una cascata di riff e blastbeats senza sosta, tutta uguale, oppure un disco che ha il coraggio e l'ardore di proporre un tale mix di generi musicali? Domanda retorica, ma lascio ugualmente la risposta alla vostra soggettività. Io intanto mi gongolo rigirandomi tra le mani questo piccolo capolavoro e traggo un indescrivibile piacere dall'ascoltarlo e riascoltarlo, il piacere di chi ama la musica non soltanto nelle sue manifestazioni più immediate e superficiali, ma anche e soprattutto nel suo vero cuore pulsante fatto di composizioni geniali e variegate melodie.

01 - Crossing The Stygian Lake (03:29)
02 - Out Of The Cave (06:31)
03 - Imprisoned Forever (04:24)
04 - The Very Beginning (01:55)
05 - Weird, Imperfect Symmetry Of Creation (11:17)
06 - Peering Through The Reflection (01:29)
07 - A Step Through The Reflection (08:02)
08 - In Fairies Garden (08:00)
09 - A Shine After A Thousand Years Of Darkness (01:56)
10 - The Temple (07:09)
11 - Ode To A Dying Empire (01:18)
12 - The Scourge Of The Gods (03:02)
13 - The Sinking Of Atlantis (08:19)

venerdì 31 agosto 2012

Nile - "At The Gate Of Sethu"

Nuclear Blast, 2012
Presentazione: C'è poco da fare: ormai quando esce un disco dei Nile lo si attende come un disco di una delle più grandi realtà della musica metal. I Nile sono meritatamente diventati nel tempo un'ingombrante leggenda vivente del death metal dei giorni nostri, e sono per il metal ciò che gli attori hollywoodiani sono per il cinema: delle icone. I loro album sono degli autentici kolossal. Grazie al loro stile mastodonticamente epico e tecnico al tempo stesso, assolutamente unico, sono stati capaci di spingersi oltre il recinto del singolo genere, profilandosi come band di indiscutibile rilievo per chiunque ami il metal in generale. Ed oggi eccoci qui tutti riuniti per il debutto del nuovo kolossal del trio americano: At The Gate Of Sethu. Cosa aspettarsi da questa nuova impresa discografica? Varcando la soglia ci attende...

Stile: ...un inaspettato ritorno alle origini! Chi l'avrebbe mai detto? A ben vedere già Those Whom The Gods Detest (2009) aveva fatto segnare un lieve ritorno alle grezze sonorità del lontano In Their Darkened Shrines (2002) – qui però parliamo addirittura dei primi due dischi! Nonostante At The Gate Of Sethu sia ricolmo di riff complessi e scale che appartengono allo stile più moderno e maturo della band, con tanto di maestosi passaggi sinfonici, e nonostante l'esecuzione strumentale sia molto precisa, la sua ferocia e i suoi ritmi sono incredibilmente vicini a quelli dei loro vecchi primi lavori, che troppo sovente cadono dimenticati. Assoli selvaggi e fulmicotonici, brani corti, ritmi indiavolati: At The Gate Of Sethu è estremamente compatto, e in alcuni passaggi persino caotico. Tutto ciò che i Nile sono diventati col tempo è qui compresso e compattato in poco spazio, costretto in un angusto vaso canopo senza potersi dispiegare sulle ampie dune del deserto. Ne risulta un mix vincente tra la loro tecnica attuale e il loro vecchio stile impulsivo, oscuro come sempre, viscerale come non mai.

Valutazione: L'idea di ripescare dal vecchio repertorio mi ha stupito, e ne sono piacevolmente colpito. Ascoltare i Nile che suonano è sempre un piacere: feroci, tecnici, pesanti, melodici, incontenibili. Il problema sorge però quando il disco finisce. Qui si devono fare i conti con quello che ha lasciato all'ascoltatore; dunque, cosa gli ha lasciato? Quali indelebili segni gli ha scolpito sulla pelle? Quali inenarrabili colpi di genio ha marchiato a fuoco nella sua mente? Pochino, per la verità. La grandezza di dischi perfetti come Annihilation Of The Wicked (2005) e Ithyphallic (2007) consisteva soprattutto nel fatto che tutti i brani avevano qualcosa di particolare, che erano perfetti anche da soli, che ognuno aveva una propria identità. Tanto per fare qualche esempio concreto, si pensi all'assolo pauroso di Cast Down The Heretic, al ritornello di Lashed To The Slave Stick, o ai riff pazzeschi di As He Creates So He Destroys, Papyrus... e Eat Of The Dead – potrei continuare così a lungo. Cotanto splendore si era un po' affievolito già in Those Whom The Gods Detest, che però poteva ancora vantare pezzi di bravura suprema come la lentezza macinante dei riff di 4th Arra Of Dagon, le “strazianti” linee melodiche di Iskhander Dhul Kharnon, l'inafferrabile pomposo ritornello della titletrack. Ora però esso è scomparso quasi del tutto: seppur tutti grandiosi, i brani del nuovo disco sono pressoché tutti identici – non so come faranno Sanders e soci a ricordarseli quando dovranno suonarli dal vivo – e le idee potenzialmente memorabili sono confinate a brevi istanti; nessuna emerge mai in maniera duratura e determinante. Le cose più belle i Nile ce le fanno sentire negli ultimi tre brani, i migliori del platter, ma ancora niente che riesca a dispiegarsi ed ergersi come una possente sfinge come lo erano ad esempio What Can Be Safely Written, Annihilation Of The Wicked (brano) e Unas Slayer Of The Gods. Come detto poco sopra, tutto ciò che i Nile sono diventati col tempo è qui compresso e compattato in poco spazio, costretto in un angusto vaso canopo senza potersi dispiegare sulle ampie dune del deserto. Questa è a un tempo la grandezza e il difetto di questo disco, a seconda dei personali punti di vista.

Conclusione: Leggendo le righe che ho scritto potrà forse sembrare che io sia deluso da questo disco, e che lo stia in qualche modo criticando. La verità è piuttosto che ho ritenuto opportuno confrontarlo con i dischi precedenti per metterne in risalto quelli che secondo me sono i suoi punti deboli, senza soffermarmi troppo sugli elogi. Ciò però nulla toglie all'apprezzamento che nutro per gran bel disco come At The Gate Of Sethu, che non fa altro che estendere il perentorio dominio dei Nile. Nondimeno mi sovvien spontaneo un quesito: che anche loro, così come l'Antico Egitto che tanto li affascina, abbiano vissuto il loro glorioso apogeo e vivano ora più di rendita che di nuovo impeto vitale? Io non ci credo, ma non sta a me stabilirlo; dal canto mio non posso che sperare che in futuro sappiano regalarci di nuovo brani e riff indimenticabili invece che semplicemente della buona musica.

01 - Enduring The Eternal Molestation Of Flame (04:29)
02 - The Fiends Who Come To Steal The Magick Of The Deceased (04:30)
03 - The Inevitable Degradation Of Flesh (05:30)
04 - When My Wrath Is Done (03:11)
05 - Slaves Of Xul (01:24)
06 - The Gods Who Light Up The Sky At The Gate Of Sethu (05:43)
07 - Natural Liberation of Fear Through the Ritual Deception of Death (03:30)
08 - Ethno-Musicological Cannibalisms (01:40)
09 - Tribunal of the Dead (05:54)
10 - Supreme Humanism of Megalomania (04:49)
11 - The Chaining of the Iniquitous (07:05)

lunedì 27 agosto 2012

Moonsorrow - "Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa"

Si dia fuoco alle polveri: il nuovo, fiammeggiante album dei viking metallers finlandesi Moonsorrow è appena giunto dall'alto dei cieli per riempire i nostri cuori di furoreggiante intensità battagliera. Per chi già conosce la band, è sufficiente sapere che essa ha pubblicato un nuovo album per fiondarsi immediatamente al negozio di dischi, o sul sito del proprio rivenditore di fiducia. Da quello che fu il primo ottimo "Suden Uni" ad oggi, i cinque finlandesi guidati dai cugini Sorvali hanno rapidamente costruito attorno a sè un mondo quasi mitologico, sfornando dischi mostruosamente ispirati e poderosi come se niente fosse, e superandosi di disco in disco con una naturalezza che ha dell'incredibile. Kivenkantaja, Verisakeet, Havitetty sono nomi che richiamano storie leggendarie ed epiche, dolore e sofferenza incatenate assieme da un vincolo di sangue, grandiosità e pompose melodie sostenute da sonorità capaci di polverizzare le montagne con la loro irruenza. Dagli inizi folkeggianti alla svolta black - epic che ha visto i sopracitati dischi schiudersi piano piano fino ad acquisire lo status di capolavori, la band ha imparato molto e ha sommato tutte le proprie abilità per produrre il disco della definitiva conferma: questo "Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa", che tradotto significa "come ombre camminiamo nella terra dei morti".

"Kivenkantaja" manteneva un buon grado di pomposa festosità che sapeva però tramutarsi in profonda e drammatica riflessione; "Verisakeet" era espressione di un dolore impossibile da esternare se non con le note musicali, e racchiudeva nei suoi settanta minuti un'epopea grezza e affascinante come poche; il gigantesco "Havitetty" sbalordiva pubblico e critica con un'ora di musica che ricorda le più sontuose sinfonie dei grandi compositori classici, delle quali condivide maestosità, complessità strutturale e totale assorbimento dell'ascoltatore nelle trame musicali. Questo ultimo disco invece rimescola le carte in tavola, offrendo tutto ciò che di buono hanno da dire i Moonsorrow, un po' tutto assieme. Quattro brani veri e propri intervallati da alcuni intermezzi d'atmosfera, corrispondenti a quattro storie di uguale intensità e bellezza, messe sulla nostra strada come un ultimo gelido monito da parte della band, che pare dire "nonostante il nostro successo sia ormai affermato, non abbiamo perso la volontà di farvi rabbrividire con la nostra musica". I tormentosi solchi del disco non perdono nulla di intensità, se paragonati ai loro illustri predecessori; le sempre lunghissime composizioni guadagnano molto in compattezza e in struttura, perdendo un po' in songwriting ma senza che ciò infici in alcun modo il risultato finale. La maggiore ripetitività delle trame non è assolutamente un difetto, quando si ha a che fare con una band vulcanica come i Moonsorrow: ecco quindi che si presentano alle nostre orecchie brani davvero colossali e stupefacenti. Più arcigni, più arroccati, meno accessibili: in definitiva più freddi e severi. Vale la pena di descriverli uno per uno, senza timore di risultare prolissi: questo è uno di quei dischi che devono essere sviscerati, che è un piacere analizzare e scoprire per poi raccontarli ai posteri.

"Tahdeton" parte con ritmi lenti e marziali, quasi lugubri nel loro incedere minaccioso; il lamentevole viaggio all'interno della terra dei morti è appena cominciato. Percussioni sempre potentissime, chitarre saturate al punto giusto e l'inconfondibile voce gracchiante di Ville Sorvali sono una ricetta che già conosciamo, ma servita in modo ancora più freddo, crudele, privo di sbocchi ariosi. La stessa strumentazione folk, così massicciamente presente ai tempi di "Suden Uni" e "Kivenkantaja", è ora un vago ricordo; pochissime sono le incursioni dei flauti, delle fisarmoniche e di tutti gli altri strumenti che hanno reso famosa la band. Prevale ora un gelo diffuso, una nebbia mista a neve che ghiaccia i nostri cuori e ci conduce in una terra desolata, spoglia, arida e improduttiva. La fine del mondo sta arrivando, tutto è stato saccheggiato e distrutto, non rimangono che rovine: i maestosi cori non fanno che aumentare il senso di morte e desolazione che aleggia nel disco. Non si tratta però di una luttuosità priva di mordente: anzi, c'è quasi da spaventarsi per la potenza di fuoco che il gruppo è in grado di sprigionare, anche grazie ad una produzione che se non è perfetta poco ci manca. 

Il breve ma intenso intermezzo "Havitetty" ci porta alla monumentale "Muinaiset", dedicata ai popoli antichi e alle loro gesta: la musica acquista vigore e diventa più irruenta, più acida e nervosa, ma anche terribilmente più evocativa ed emozionante nel momento in cui finalmente il nero velo si squarcia e la musica acquista toni commoventi e celebrativi, specialmente nei fantastici inserti corali e nelle melodie progressive e stupendamente laceranti. I numerosi cambi di tema portante non fanno che esaltarci sempre di più, fino al giungere di un finale distruttivo e trascinante, per quello che considero come uno dei migliori pezzi mai scritti dai Moonsorrow. Ma non è finita qui: gli stanchi passi di "Nälkä, Väsymys Ja Epätoivo" ci portano alla lunghissima "Huuto", ovvero "L'urlo", sedici minuti di ininterrotte folgori melodiche che si ripetono insistentemente alternandosi le une con le altre, nel brano che può essere considerato apparentemente il più aperto e solare del disco, ma che in ultima analisi mostra, dietro le muraglie di strumenti, un'inquietudine profonda e un desiderio di qualcosa che non verrà mai, e che mai smetterà di tormentarci con la sua malia. Dopo la massacrante tempesta di "Huuto", torniamo nella disperazione più cupa con le roche urla di "Kuolleille", le quali non fanno altro che preparare il terreno per la tragica conclusione "Kuolleiden Maa". Il brano più strutturato e complesso dell'album è la perfetta conclusione di quest'epopea che ci vede camminare come fantasmi in questa terra morta e desolata; trame di chitarra sempre fittissime si uniscono a linee melodiche secondarie che creano uno stato di perenne e progressiva tensione, fino all'incupirsi del finale dove un coro funereo e un inquietante rallentamento ci segnalano che tutto è finito, il dramma ha avuto atto, e che dinanzi a noi non restano che "ombre e polvere".

Conosco poche band capaci di emozionarmi come i Moonsorrow, e conosco altrettante poche band capaci di mantenere un così alto livello qualitativo in ciascuno dei propri album. "Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa" è nato quasi per dispetto: pensavamo tutti che "Havitetty" fosse il loro disco definitivo, o forse qualcuno pensava che fosse "Verisakeet", sta di fatto che adesso abbiamo un nuovo rivale con cui competere nello stilare la classifica. Dal Nord, un'ora di nevoso e appassionante dramma che lascerà bene o male un segno in ciascuna persona che l'ascolterà, e che ha tutte le carte in regola per diventare un classico. Chissà se mai sentiremo i Moonsorrow suonare male o senza ispirazione, un giorno...

01 - Tähdetön (12:44)
02 - Hävitetty (1:34)
03 - Muinaiset (11:43)
04 - Nälkä, Väsymys Ja Epätoivo (1:12)
05 - Huuto (15:58)
06 - Kuolleille (1:35)
07 - Kuolleiden Maa (16:23)

venerdì 24 agosto 2012

Blut Aus Nord - "Memoria Vetusta II (Dialogue With The Stars)"

Candlelight Records, 2009
Presentazione: E’ giunta l’ora della grande sintesi. Nel lontano 1996 i Blut Aus Nord, allora neonati, suonavano ancora black metal e diedero alle stampe un certo Memoria Vetusta I, con sottotitolo Fathers Of The Icy Age. Inutile dire che quel ”I” lasciava supporre ad un seguito, ma poi la storia cambiò: dopo ben cinque anni di silenzio la band si orientò verso sonorità sempre più aliene e avanguardistiche – con gli eccellenti risultati che tutti sappiamo – e di quell'epoca non si seppe più nulla. Ma come James Clerk Maxwell nell’ottocento generalizzò la Legge di Ampère per il campo magnetico e sintetizzò secoli di scoperte in quattro equazioni, opera teorica poi rinominata “la grande sintesi”, così i Blut Aus Nord nel 2009 giungono a sintetizzare quindici anni di carriera ed esperimenti in un solo disco: signore e signori, ecco a voi quel tanto atteso seguito Memoria Vetusta II - Dialogue With The Stars.

Stile: I primi secondi creano immediatamente l'illusione di essere scivolati indietro nel tempo, e caduti di nuovo nel gelido dimenticato cratere rovente di Ultima Thulee: un’introduzione di soppiatto, appena sussurrata, dai toni a metà tra l'epico e il metafisico. Poco dopo inizia la musica vera e propria, che mette in risalto fin dal principio cosa è riuscita a fare la band: ha racchiuso la fragrante essenza delle sue antiche melodie nell'angusto infinito spazio mentale dei suoi lavori avantgarde più recenti. E' assolutamente incredibile e sconvolgente appurare come le ritmiche e il riffing siano identici a quelli dei recenti lavori introversi e opprimenti, e come al tempo stesso le luminose, ariose melodie ripeschino direttamente dai loro primissimi fantastici dischi. Melodie sognanti a sfondo epico che leggere come un gas creano ampie volute nell’aere circostante, indossando però una veste surreale, quasi futurista. E sotto questo sensuale drappo celeste la novità più voluttuosa: gli assoli di chitarra. Mai prima d'ora i Blut Aus Nord ne aveva fatto uso, eppure sono così ben contestualizzati che sembra che appartengano al loro repertorio da sempre – quasi non ci si accorge della loro presenza. Ci si ritrova così di fronte ad una sintesi di black metal e avantgarde alieno, di melodie epiche e di sonorità trascendenti, un affollato dipinto di tutto ciò che il trio francese ha suonato nella sua lunga carriera.

Valutazione: E’ difficile parlare di migliore e peggiore in una discografia magnificente come quella dei Blut Aus Nord, in cui gli episodi peggiori sono comunque tra i primi della classe. Ciononostante non riesco ad evitare di dire che Memoria Vetusta II è il loro miglior disco dai tempi di quel lontano misconosciuto miraggio dal nome Ultima Thulee. Un songwriting perfetto, melodie irresistibili e trascinanti, riff memorabili e assoli di chitarra come non se ne sono mai sentiti. La perfetta coesione tra tutti questi elementi è quasi scioccante; più si memorizza il disco, più si rimane a bocca aperta quando lo si riascolta. Siamo di fronte ad un'opera musicale, anzi ad un'opera d'arte nell'accezione più ampia del termine, che va oltre ogni confine, oltre ogni limite, oltre ogni possibile aspettativa: varcate le soglie dell'assoluto, entrate nello sconfinato regno dell'illimitatezza, e lasciate che le colossali melodie di Memoria Vetusta II vi guidino coi loro ampi respiri attraverso i chiaroscuri delle vallate e delle sponde rocciose che questo metafisico paesaggio musicale ha da offrirvi. E alla fine sdraiatevi sulla sua fresca erba e guardate in alto, guardate alle stelle, ascoltatele, dialogateci: la volta celeste vi abbraccerà e vi porterà lassù, lassù sulla vetta nascosta del vostro Io, sulla volta dell'universo. Questo disco è la Cappella Sistina del metal. Lo arricchisce come la grandiosa opera di Michelangelo ha arricchito il mondo dell'arte.

Conclusione: Maxwell suggellò il suo capolavoro teorico con una frase che rimase nella storia: “D'ora in poi la fisica non dovrà fare altro che dedicarsi a piccole correzioni teoriche”. Pochi decenni dopo la relatività e la meccanica quantistica rivoluzionarono completamente la fisica e il modo dell'uomo di guardare la realtà. Maxwell aveva preso il più grosso granchio della storia. Allora noi, memori della sua esperienza, non saremo così stolti da dire che i Blut Aus Nord hanno ormai raggiunto la loro grande sintesi definitiva sulla quale si adageranno nei secoli dei secoli – anzi! Questo sincretico capolavoro non fa altro che spalancare al trio un emozionante futuro ancora tutto da esplorare, con la certezza che, in qualsiasi direzione sceglieranno di andare, ciò che produrranno sarà sempre di qualità eccelsa.

01 - Acceptance (Aske) (01:30)
02 - Disciple's Libration (Lost In The Nine Worlds) (09:07)
03 - The Cosmic Echoes Of Non-Matter (Immaterial Voices Of The Fathers) (06:30)
04 - Translucent Body Of Air (Sutta Anapanasati) (02:24)
05 - The Formless Sphere (Beyond The Reason) (07:54)
06 - ...The Meditant (Dialogue With The Stars) (10:14)
07 - The Alcove Of Angels (Vipassana) (08:44)
08 - Antithesis Of The Flesh (...And Then Arises A New Essence) (09:28)
09 - Elevation (04:11)

mercoledì 22 agosto 2012

Summoning - "Dol Guldur"

Napalm Records, 2007
"Dol Guldur" è ad oggi il disco di maggior successo commerciale per i Summoning, ed è spesso quello che viene descritto come il loro album più rappresentativo. I dischi che lo hanno preceduto erano ancora piuttosto grezzi e bisognosi di una certa evoluzione; quelli che lo hanno seguito sono un'evoluzione che è partita da qui, dalle note di questo ennesimo discone che il duo austriaco cala sul tavolo da gioco con la consueta maestria. Protector e Silenius, i due componenti, iniziano così ad entrare nel mondo della leggenda, per quanto riguarda l'epic metal.

La pesante oscurità di "Minas Morgul", che a sua volta derivava dal marcio grezzume del debutto "Lugburz", viene ulteriormente mitigata e incanalata verso lidi meno crepuscolari; le tematiche tolkieniane vengono sviluppate in modo sempre più convincente, lo stile comincia a delinearsi con precisione e conferisce al gruppo la sua indiscussa personalità ed originalità. Questo è il disco che renderà famosa la band ed evidenzierà l'unicità del genere proposto, un black metal lento, estremamente elaborato e fuso con massicce dosi di strumenti sinfonici e musiche da colonna sonora cinematografica. Ormai è la drum machine e non più un batterista a scandire le ritmiche, quasi sempre cadenzate e marziali a discapito della velocità; la scelta potrebbe apparire addirittura più azzeccata rispetto a quella di far suonare la batteria ad una persona, in quanto il suono ripetitivo e cullante della drum machine è ottimo per accompagnare le lente e monolitiche cavalcate di chitarra e sintetizzatori che hanno il compito di portarci nei chiaroscuri della Terra di Mezzo, tra paurose miniere sotterranee (la lunga "Khazad Dúm" le simboleggia perfettamente) e lussureggianti distese di alberi incantati e fiumi magici. La musica è sempre visionaria, epicheggiante, scandita da possenti suoni di trombe, corni e percussioni, mentre la gracchiante voce in screaming ha il compito di lacerare l'etere, come l'occhio di Sauron che trafigge impietosamente muraglie e ombre. Notevole è la ripetitività delle melodie, che pur incastonandosi le une sulle altre in modo sempre cangiante, risultano quasi ossessionanti nel loro incedere ipnotico; "Dol Guldur" infatti è probabilmente il disco più onirico che la band abbia mai prodotto. Nei suoi quasi settanta minuti di durata, pare di essere sempre in un sogno, nel quale si sorvolano le leggendarie terre in cui sono ambientati i classici di Tolkien.

Il disco contiene alcuni dei brani più apprezzati dai fan dei Summoning, come ad esempio "Elfstone" con i suoi severi suoni di tromba, o la sopracitata "Khazad Dúm", che contiene una delle più belle linee melodiche mai scritte dai Summoning; un altro classico è la lunghissima "Kôr", undici minuti di pura estasi sonora che si ripete con costanza sfiancante e ha un sapore più impalpabile e fluttuante rispetto alle altre composizioni. Notevole anche l'intermezzo di pianoforte "Wyrmvater Glaurung", insolitamente posto a metà disco quando normalmente i brani strumentali vengono sempre usati dai Summoning come introduzioni poste in apertura di album. A mio parere, tuttavia, il momento in cui il disco tocca il suo momento più alto è la conclusione, affidata alla tremenda "Over Old Hills" (rifacimento di un brano degli Ice Ages, side - project dello stesso Protector). Un pianoforte marziale e minaccioso ci accompagna dall'inizio alla fine, innestandosi su trame magnificamente oscure e sorrette da una voce a dir poco catacombale, fino a giungere ad un emozionante epilogo di soli sintetizzatori che fanno sognare ad occhi aperti grazie ad atmosfere finalmente lucenti e angeliche.

"Dol Guldur" è una marcia attraverso terre fantastiche, che possono essere luminose colline o tetre paludi. Va ascoltato con il cuore in mano,  in modo da riuscire a reggere la sua programmatica ripetitività e monoliticità. Non si presta ad ascolti attenti e cerebrali, nè a fini elucubrazioni mentali: va preso così com'è, esattamente come quando si parte per un viaggio cercando l'avventura, e non tentando di definire tutto nei minimi particolari. Solo con quest'attitudine mentale si potrà comprendere appieno il valore di quest'ennesimo grande album dei Summoning. Senz'altro, gli amanti del fantasy troveranno pane per i propri denti.

01 - Angbands Schmieden (3:30)
02 - Nightshade Forests (10:48)
03 - Elfstone (10:51)
04 - Khazad Dúm (10:57)
05 - Kôr" (10:59)
06 - Wyrmvater Glaurung (3:05)
07 - Unto A Long Glory... (9:37)
08 - Over Old Hills (8:57)

Thy Catafalque - "Tűnő Idő Tárlat"

Autoprodotto, 2004
Presentazione: Questa è la storia di un'idea, un'idea che ha generato una delle band più interessanti che il sottoscritto conosca. Tamás Kátai e János Juhász: due ragazzi ungheresi che un bel giorno, nel 1998, decidono di metter su la loro band black metal, i Thy Catafalque. Questo è il silenzioso inizio di qualcosa di grande. Il sound della chitarra è di quelli marci e malprodotti, come vuole la tradizione, e lo scream non è affatto da meno. Ma fin dal primo istante ci si rende conto che non si tratta di semplice black metal: il duo dimostra di avere iniziativa e personalità, e si cimenta subito nella ricerca di uno stile proprio, particolare, unico, inserendo arpeggi e un po' di elettronica opportunamente mascherata tra le raschianti increspature delle chitarre distorte. Ne risultano due full-length fantastici, Sublunary Tragedies e Microcosmos, due dischi in cui l'atmosfera è finemente intarsiata nei più selvaggi dei riff. Poi, un bel giorno, la grande svolta. Lasciata la KaOtic – probabilmente perché chiuse i battenti – i Thy Catafalque si rimboccarono le maniche e realizzarono da soli il loro terzo full length, intitolato Tűnő Idő Tárlat.

Stile: Quello che fecero i Thy Catafalque quando si inventarono Tűnő Idő Tárlat è qualcosa di unico. A prima vista potrebbe sembrare una strada già intrapresa da altri, come ad esempio gli Ulver, tanto per citare l'esempio principe. In fondo che c'è di così strano oggigiorno nello stravolgere il proprio metal con l'elettronica? I Thy Catafalque rimpiazzarono le loro sonorità grezze con un sound tutto nuovo, marcatamente moderno seppur ancora molto pesante, e allo scream tagliente sostituirono uno scream filtrato in qualche maniera che non saprei classificare. Anche gli inserti melodici in arpeggio e in sintetizzatore vennero completamente rivisitati: assunsero un appeal tutto nuovo grazie a sonorità fortemente elettroniche, sonorità che tra l'altro farciscono spesso e volentieri anche le chitarre. Ma alla fin della fiera, come ci chiedevamo poche righe fa: cosa c'è di straordinario in tutto questo? La risposta sta nel mood: incredibile a credersi, nonostante tutta questa elettronica i Thy Catafalque riuscirono a conservare quel piglio marcatamente epico e antiquato, spesso sognante, che avevano sempre avuto. Il risultato era una musica tutta nuova dal costume moderno ma dai saggi sapori antichi. Di black metal rimanevano soltanto riflessi lontani. I Thy Catafalque avevano finalmente trovato la loro strada, ed eccoci giunti a Tűnő Idő Tárlat.

Valutazione: Non voglio lanciarmi in pomposi giri di parole per arrivare a dire ciò che si può dire in poche lettere: Tűnő Idő Tárlat è uno dei dischi più belli, incredibili, sensazionali, straordinari, stratosferici che io conosca. Solitamente quando una band inizia a contaminarsi con l'elettronica si concentra su atmosfere futuristiche, aliene, e passa dall'epicità del metal estremo al mood urbano dell'industrial. Chi ha mai pensato di usare l'elettronica per fare l'esatto contrario? Chi ha mai pensato di usare le sonorità futuristiche per narrare l'antico passato? Chi ha mai pensato di usare una musica da scenario urbano per descrivere la bellezza dei paesaggi naturali? Ma soprattutto, cosa di gran lunga più importante, chi ha mai fatto una cosa simile riuscendo a proporre una musica geniale, bellissima e ispirata? I Thy Catafalque. Tűnő Idő Tárlat è un'opera monolitica che passa con coraggio e ardore da imponenti muri sonori, duri come il diamante e pesanti tonnellate, a levigate distese che si snodano negli eoni del tempo. E' un viaggio tra gli altipiani della fantasia. E dopo aver assistito a tale granitica consistenza, ecco che spuntano anche episodi completamente melodici – Zápor su tutti –, squisiti intermezzi che impreziosiscono quest'opera d'arte figlia del nuovo millennio come variopinti boccioli su una pianta rampicante. E se tutto ciò non fosse ancora abbastanza, aspettate di sentire Neath Waters, il brano migliore del platter, autentico diadema nel centro di questa corona: quasi diciannove minuti più elettronici che metallici che sembrano narrarci di una battaglia combattuta in una dimensione fantasy parallela. Stupefacente. E così Tűnő Idő Tárlat è un disco dalla doppia anima: una rocciosa, titanica, possente, l'altra sconvolgentemente poetica.

Conclusione: La musica epica per mezzo della musica elettronica, il passato per mezzo del futuro: questa è l'idea geniale che gli intraprendenti Kátai e Juhász non solo ebbero, ma seppero anche realizzare magistralmente. Questa è l'idea che si incarnò in Tűnő Idő Tárlat, uno dei dischi più belli che io abbia avuto l'onore di ascoltare e ammirare. Questa è l'idea che ha generato una delle band più grandiose e ineguagliabili che il sottoscritto conosca: i Thy Catafalque.

Curiosità: La versione autoprodotta del disco fu limitata a 130 copie. Venne però ristampato nel 2010 dalla Epidemie Records, etichetta che diede alle stampe anche il loro quarto full-length Róka Hasa Rádió (2009). Si tratta di un'edizione digipack con una nuova cover, ed una tiratura di 500 copie. Visto che non sono tante, vi consiglio caldamente di ordinarlo prima che ricada nella voragine oscura del fuori catalogo.

01 - Csillagkohó (09:14)
02 - Neath Waters (Minden Vízbe Mártott Test) (18:43)
03 - Bolygó, Bolyongó (09:47)
04 - Kék ég Karaván (05:00)
05 - Héja-nász Az Avaron (05:50)
06 - Zápor (04:34)
07 - Az ősanya Szól Ivadékaihoz (09:32)
08 - Varjak Fekszenek (06:18)

Galera - "Roma Isterica"

Autoprodotto, 2012
Dietro il divertente titolo "Roma Isterica" si nascondono i Galera, formazione thrash - hardcore italiana di quelle che non le mandano a dire. Questo breve ma incisivo extended play è il primo vagito della loro discografia e, pur durando molto poco e contenendo solo cinque pezzi, mostra già una discreta capacità tecnica e un'attitudine adatta soprattutto alla musica dal vivo, più che alla musica da studio: in fondo, è risaputo che il thrash metal dà il meglio di sè quando è suonato come un torrente incandescente che travolge una folla di gente impegnata in pogo ed headbanging selvaggio. A riprova di ciò, bisogna segnalare che i Galera hanno aperto nientemeno che il Gods Of Grind, nell'occasione in cui suonarono i Napalm Death, e fecero anche la loro figura, dimostrando buone capacità con gli strumenti. Ciò non toglie che questo dischetto possa fare una figura carina anche in versione studio; la compattezza dei brani, la buona produzione e il diffuso sentimento di rabbia e livore che sprigiona dai brani sono già un buon biglietto da visita per gli amanti del genere, anche se obiettivamente la band non propone nulla di originale nè di indimenticabile.

Nella sua brevità, in questo extended play posso segnalare comunque una buona prestazione vocale (ottimo lo screaming dal sapore bruciato - raspante) e dei brani che riescono a variare la loro proposta in maniera abbastanza convincente, alternando parti veloci e lente e ficcandoci dentro perfino qualche arpeggio inquietante che ha il compito di preparare il terreno per la successiva esplosione (come nella buona "Sanguine" e nell'ancora migliore "Notturno Mannaro", a tratti perfino malinconica). Come ho già detto prima, nulla di nuovo sotto il sole, solo un piatto di onesto thrash metal che colpisce dritto in faccia e probabilmente farà da trampolino di lancio per un'evoluzione futura. Rimaniamo in attesa di sviluppi e auguriamo buona fortuna ai Galera!
01 - Serena (1:48)
02 - Ronette Pulaski (2:28)
03 - Sanguine (3:11)
04 - Roma Isterica (1:45)
05 - Notturno Mannaro (4:03)