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domenica 29 luglio 2012

Nox Illunis - "Metempsychosis"

War Productions, 2012
Prendete i migliori lavori dei Wolves In The Throne Room, mescolate la loro carica mistico - spirituale con una dose di violenza doppia, aggiungeteci i testi in italiano e avrete "Metempsychosis", seconda uscita discografica della promettente band trevigiana Nox Illunis, il cui nome significa "notte senza luna". Pescando a piene mani dalla scena black scandinava e contaminandola con atmosfere e tematiche esoteriche (in questo possono essere ricondotti ai maestri Negura Bunget), questi quattro ragazzi assemblano un disco che sicuramente non è di facile ascolto, ma che spicca subito per la sua intrinseca qualità e l'ispirazione che lo pervade. Mi trovo spesso a dover pronunciare queste parole, tanto che mi sembra di essere ripetitivo: ma non posso farci niente se queste nuove band raggiungono così in fretta una tale capacità artistica! 

I suggestivi titoli in italiano sono già indicativi della musica che possiamo trovare all'interno dell'album: musica visionaria, profondamente introspettiva nonostante la grande aggressività, molto curata nei dettagli nonostante la sua natura grezza e istintiva. I Nox Illunis suonano un black metal che tecnicamente non dice nulla di nuovo rispetto a ciò che è già stato concepito e suonato dalle band cardine del filone, come i gruppi che ho citato sopra; tuttavia, questo non è assolutamente un elemento di penalizzazione per la band, in quanto il disco mostra una maturità eccellente e non ha nulla da invidiare a nessuno. Le composizioni sono molto lunghe e ciononostante non annoiano, poiché mostrano un'ottima capacità di svilupparsi, spaziando da momenti di furia tritaossa per arrivare ad aperture melodiche insospettabilmente dolci, arpeggi delicati e intrusioni di sezioni corali in pulito, che mitigano la ferocia delle strofe (tali cori mi hanno a volte ricordato gli apocalittici lavori dei connazionali Void Of Silence). Il riffing non è mai banale (ascoltate per esempio "Sferza Terza: Della Caduta" e avrete ben chiaro cosa intendo), e anche i ritmi sono capaci di ampie variazioni: è infatti facile sentire il gruppo passare da un blast beat parossistico ad una sezione inquietantemente rallentata, dove la tensione si accumula fino a diventare palpabile, in attesa della successiva esplosione. E ogni tanto i brani sono anche arricchiti da sezioni orchestrali e narrazioni (tratte dal cinema), le quali però sono utilizzate in maniera piuttosto modesta, solo quando è necessario per creare ulteriore attesa e atmosfera. In sostanza, i brani sono tutti davvero ben costruiti, e non peccano di quella prolissità talvolta riscontrabile in chi si avventura a suonare questo controverso sottogenere. Un plauso anche per la tecnica strumentale, che è impossibile non notare anche quando la musica si fa apparentemente caotica e rumorosa. 

Tutto ciò è al servizio di una musica che non si accontenta di raspare in superficie, ma vuole scavare a fondo per riportare alla luce pensieri e sentimenti normalmente nascosti, e devo dire che ci riesce molto bene, grazie alla sua aura di primordiale ferocia e bilanciata istintività. Può darsi che non ci sia nulla di originale in ciò che il gruppo propone, ma ancora una volta devo dire che l'originalità non è un requisito indispensabile per promuovere un album. Se così fosse, dovrei stroncare praticamente il 99% della musica che mi passa sottomano. Un disco e una band sono meritevoli quando riescono a creare musica che coinvolga, che abbia un senso, che getti dei colori su una tela e gli faccia prendere vita: "Metempsychosis" e i Nox Illunis sono sicuramente in grado di fare tutto ciò. Chi dunque apprezza il black metal venato di tematiche mistiche non potrà perdersi questo lavoro.

01 - Sfera Prima - Del Risveglio Dal Sogno (9:02)
02 - Sfera Seconda - Del Distruttore (9:49)
03 - Sfera Terza - Della Caduta (8:29)
04 - Sfera Quarta - Della Tentazione (6:47)
05 - Sfera Qunita - Della Rinascita (7:36)
06 - Sfera Sesta - Del Creatore (7:06)
07 - Sfera Settima - Epilogo (5:14)

sabato 28 luglio 2012

Green Carnation - "A Blessing In Disguise"

Season Of Mist, 2003
Se il debutto "Journey To The End Of Night" era un cupo ed intenso dramma ispirato dalla morte prematura di un figlio neonato, e il seguito "Light Of Day, Day Of Darkness" mescolava il dolore per la perdita con la gioia per una nuova nascita, tocca a questo "A Blessing In Disguise" il compito di riportare definitivamente i Green Carnation fuori dal tunnel, facendogli riassaporare la luce grazie ad una nuova personcina ormai sulla via della crescita e del divenire.

Chi conosce già questa band, sa che le tragedie che ho elencato poco sopra sono fatti reali che hanno colpito Tchort, da sempre il componente principale del gruppo; e sa anche come sia stata eccellente questa band nel riportare in musica queste sensazioni complesse, contraddittorie, dolorose. Ma la luce in fondo al tunnel è stata finalmente raggiunta: non abbiamo più a che fare con un progressive gothic metal ombroso e ostico, bensì con sonorità che ormai hanno sconfinato nell'hard rock melodico, quello dei maestri Whitesnake e Scorpions; delle intricate strutture, dei suoni criptici ed inquietanti è rimasto solo qualche assaggio, che si amalgama alla perfezione con la nuova filosofia musicale della band, permettendo di renderla comunque riconoscibile nel suo personale stile. Accanto a brani che ci ricordano i vecchi Green Carnation (come per esempio l'intensa ballad "Lullaby In Winter", o la misteriosa e drammatica "The Boy In The Attic") troviamo vere e proprie sorprese come la travolgente opener "Crushed To Dust", assolutamente impossibile da ricondurre alla band se non fosse per l'inconfondibile voce di Tchort. Hard rock fatto bene, di quelli che ti colpiscono come un bicchiere di vodka a stomaco vuoto, e ti lasciano piacevolmente sovreccitati grazie alla loro potenza inarrestabile e ai classici refrain da cantare a squarciagola. Brani volitivi e perfino scanzonati come "Myron And Cole" o "Writings In The Wall" sono una vera sorpresa: adatti da ascoltare in macchina mentre si schiaccia l'acceleratore a tavoletta con i vetri abbassati, non sono proprio ciò che eravamo abituati ad aspettarci dai Green Carnation. Tchort si è liberato di quel velo di negatività che ci opprimeva nei precedenti album (in particolar modo nel primo), lasciando spazio ad un sound piuttosto positivo e sereno, anche se non sempre si mantiene su queste coordinate; a volte, infatti, una sottile malinconia di fondo irrompe sulla scena e ci ricorda che i Green Carnation non hanno deciso di darsi alla musica facile, seppur sicuramente più accessibile di prima.

La varietà del disco è comunque buona, nonostante la vena progressive / sperimentale si sia molto appiattita: troviamo ballate blues rock come "Two Seconds In Life" accanto alle schitarrate quasi melodeath di "As Life Flows By", che strizza l'occhio perfino a band come Sentenced e HIM; ma c'è spazio anche per le languide e melliflue melodie di "Into Deep", o per le venature epico - dreamtheateriane nella conclusiva "Rain". Insomma, un po' di tutto, come a dimostrare il fatto che i Green Carnation sono pur sempre una band che ama suonare musica ricercata, e che ci riesce anche quando sconfina in altri generi musicali. Disco sorprendente ma tutt'altro che stucchevole, "A Blessing In Disguise" è, in definitiva, la perfetta conclusione della trilogia: prima l'oscurità totale, poi i primi raggi che iniziano a filtrare, e infine la rinascita, momento felice ma non scevro dalla consapevolezza che vivere richiede un certo impegno.

01 - Crushed To Dust (4:26)
02 - Lullaby In Winter (7:49)
03 - Writings On The Wall (5:26)
04 - Into Deep (6:09)
05 - The Boy In The Attic (7:13)
06 - Two Seconds In Life (6:28)
07 - Myron And Cole (5:53)
08 - As Life Flows By (4:45)
09 - Rain (8:06)

mercoledì 18 luglio 2012

Ulcerate - "Of Fracture And Failure"

Neurotic Records, 2007
Presentazione: Una volta lessi da qualche parte una recensione che faceva un paragone molto forte: parlava del brutal death metal come di un'orchestra di trapani, martelli pneumatici e motoseghe. Più che su questi strumenti per lo sterminio dei timpani, vorrei soffermarmi sul termine orchestra, perché esso rende molto bene l'idea della pluralità sonora che alcune band riescono a dare usando solo due chitarre, un basso e una batteria. In effetti si tratta spesso di un'autentica cascata di riff che sembra sgorgare da plurime fonti, circondando l'ascoltatore. Ma se c'è una band che più di tutte le altre mi fa questo effetto di orchestra da ferramenta sono i neozelandesi Ulcerate, ed in particolare il loro album d'esordio Of Fracture And Failure, pubblicato nel 2007.

Stile: Nonostante gli Ulcerate arrivino dall'incantata Nuova Zelanda, la sublime terra in cui è stato girato Il Signore degli Anelli, la loro musica non ha proprio nulla di sublime o incantato. Usiamo l'immaginazione. Immaginiamo anzitutto di prendere il riffing e le pesanti sonorità degli Hate Eternal; richiamiamole alla memoria, immaginiamo di scrutarle mentre ce le rigiriamo tra le dita. A questo punto facciamo uno sforzo ulteriore: ricombiniamole secondo il dinamismo e la complessità del songwriting degli Psycroptic; immaginiamoci cioè un esercito di pesanti riff che si affastellano uno sull'altro e si sviluppano su di una batteria martellante che scorrazza libera, quasi senza schemi. Una volta che stringiamo questo tremendo oggetto tra le nostre mani, una volta che siamo riusciti ad immaginarcelo, incrementiamo del triplo la sua chiusa morbosità. Che gli Ulcerate siano quello che abbiamo appena ottenuto? Non ancora, non basta. Si potrebbe provare a citare anche i Neurosis al fine di descrivere il mood che il tremendo incrocio concepito da queste menti neozelandesi porta in seno, citazione già formulata da molti, ed ecco che allora otterremmo un'immagine di insieme abbastanza fedele. Non male come premesse, non è vero?

Valutazione: Tutte queste idee che abbiamo plasmato ed assemblato per mezzo dell'immaginazione ci danno un'immagine corretta, ma gli Ulcerate non sono un semplice collage. Costituiscono un mondo a parte, un qualcosa di coerente di per sé e che brilla di luce propria, un'orchestra cupa e feroce da scoprire ascoltandoli. E allora vale davvero la pena di far partire Of Fracture And Failure e di vedere cosa ci attende al di sotto della caduta di un uomo-piovra che sembra sprofondare nei sotterranei abbandonati di un tragico fallimento genetico. Invero ci attende una tempesta implacabile di riff, un cataclismico terremoto di blastbeat, un autentico tornado che si avvita brutalmente su sé stesso ondeggiando pericolosamente sulla sua possente base: questo è quello che ci offre il disco, e non si tratta tanto di essere impotenti mentre il tornado avanza verso di noi, quanto di essere già stati catapultati al suo interno e di essere prigionieri dei suoi sabbiosi vortici di vento. Of Fracture And Failure è questo: impetuoso, tempestoso, devastante. Tuttavia per molte persone quello che ho detto finora è tutto il contrario di quello che sentono quando ascoltano questa musica: sentono un assordante frastuono privo di qualsiasi senso. Come capita con molte band moderne, all'inizio potrà in effetti sembrarvi che gli Ulcerate siano poco più che un ammasso incoerente di rumore e distorsioni. Se questo è il caso, non posso che consigliarvi di avere pazienza. Pazientate, ascoltatelo e riascoltatelo; solo con la perseveranza si possono raggiungere i traguardi più difficili, che poi di solito sono quelli più squisiti.

Conclusione: Ascoltare per la prima volta questo disco è un po' come bere alla goccia un bicchiere di whiskey quando si fa fatica persino a tollerare la gradazione alcoolica della birra: si percepisce solo l'intenso bruciore dell'alcool, e si prova un forte senso di repulsione. Ma quando col tempo il palato si abitua a siffatta violenza, iniziano ad emergere come per incanto tutta una serie di squisiti dettagli che prima ci sfuggivano, ed ecco che il whiskey diventa una leccornia. Così anche Of Fracture And Failure, un whiskey invecchiato e prelibato da veri intenditori: sta a voi avere l'ardore di provare ad abituarvi al suo intenso bruciore, e solo chi lo farà con tenacia ne potrà raccogliere i succosi frutti.

01 - Praise And Negation (04:14)
02 - Ad Nauseam (03:40)
03 - The Mask Of The Satyr (06:33)
04 - Becoming The Lycanthrope (04:14)
05 - To Fell Goliath (03:47)
06 - Martyr Of The Soil (07:34)
07 - Failure (02:53)
08 - The Coming Of Genocide (03:38)
09 - Defaeco (08:42)

giovedì 12 luglio 2012

Enempidi - "Disordine"

Autoprodotto, 2012
Provengono dal milanese e sono già attivi da una decina d'anni gli Enempidi, formazione molto arrabbiata che intende mettere a ferro e fuoco le nostre anime ogni volta che pubblica un disco. Il precedente album "Quanto Basta" era già un ottimo debutto che aveva impressionato più di un ascoltatore con la sua violenza ragionata e la sua efficacia schiacciante; tocca quindi a questo breve EP "Disordine" il compito di tenere alta la bandiera di questo gruppo, che appare capace e promettente.

Mischiando un raro esempio di crossover fatto come si deve con un'attitudine thrash - death e una voce veramente rabbiosa e sentita, i nostri assemblano sei brevi pezzi in cui riversano un odio e un'aggressività poco comuni, sentimenti che si percepiscono già leggendo i titoli dei brani; quando poi parte la musica e si ascoltano le parole (testi rigorosamente in italiano!), è evidente che nessuno viene risparmiato da questa furia. Il growl è assoluto padrone: una voce piena di risentimento e livore, tecnicamente valida, ben lontana dalle sparate e dalle urla inconcludenti di gruppi ben più blasonati come gli Slipknot. Essa riesce nel difficile compito di rendere partecipe l'ascoltatore dei sentimenti che si provano quando, in sala di registrazione, si incidono le tracce: come resistere all'impulso di frantumare qualche oggetto, mentre si ascolta il singer Gabro prolungare i suoi versi animaleschi come se volesse trascinare anche noi nella bolgia?

 L'impianto sonoro è retto da chitarrone potenti e dal suono corposo, nonchè da una sezione ritmica sempre cadenzata e per questo così efficace nello scandire questa lenta danza di spade fiammeggianti. Ma ogni tanto arriva anche qualche sprazzo melodico e maledetto, qualche assolo turbinoso, qualche momento di epica drammaticità (prendete l'ottimo chorus di "Buio" come esempio) a creare quel chiaroscuro che allontana lo spettro della ripetitività e permette ai brani di emergere con prepotenza. Non mancano nemmeno le sezioni vocali pulite, severe e lievemente cantilenanti come il genere crossover da sempre richiede, ma lontane dalle rappate di cattivo gusto che tanto fanno impazzire i gruppi mainstream e i loro fan. Tutto, in questo dischetto, risulta essere bilanciato: non ci sono sparate al di sopra delle righe, nè momenti in cui la qualità cala. Come direbbe l'incredibile Hulk: "gli Enempidi spaccano!". E, all pari del mostro verde, quanto più si arrabbiano, tanto più diventano forti. Un'altra conferma che il metal italiano, specialmente quello underground, sta vivendo un vero e proprio periodo d'oro, alla faccia di chi reputa il nostro paese la culla di tutti i mali.


01 - L'Ultimo Respiro (3:49)
02 - Il Lato Oscuro (3:38)
03 - Non Perdona (3:41)
04 - Burlesque (3:13)
05 - Buio (3:27)
06 - Piezo (4:02)

Agamotto - "Agamotto"

Cosmic Swamp Records, 2012
Difficile da approcciare, molto difficile da ascoltare, quasi impossibile da contestualizzare, assolutamente impossibile da comprendere. In sintesi, questo è ciò che penso del disco di debutto degli Agamotto, un progetto italiano veramente particolare. Proponendoci di farci provare sulla pelle degli inquietanti brividi di follia, questo album può essere considerato un vero e proprio viaggio sonoro all'interno di un mondo claustrofobico, completamente privo di luce e di sbocchi verso l'esterno, rattrappito su se stesso in modo che risulta quasi insopportabile. In bilico tra le acidissime sonorità del noise e tra gli inquietanti annegamenti sotterranei dell'ambient, il disco presenta tre brani di una lunghezza spesso pachidermica (un paio di tracce superano abbondantemente i 13 minuti di durata), completamente slegati e liberi in quanto a strutture musicali (che praticamente non esistono), freddi e spietati come macchine dotate di una propria sinistra coscienza. Una specie di mostruoso incrocio noise - oriented tra la negatività nichilista dei Neurosis, la totale insanità mentale dei Khanate, la macchinosa freddezza dei Meshuggah e le terribili atmosfere plumbee dei Sunn O))), con qualche vago rimando perfino agli Esoteric di "The Pernicious Enigma", per quanto riguarda la cripticità delle sezioni rumoriste. Di metal in senso stretto ce n'è poco, si tratta solamente di qualche vaga influenza, limitata in massima parte al filone drone - doom.

Non c'è traccia di melodie, armonie, forse nemmeno di suoni che si possano dire tali; gli inserti vocali sono limitati a qualche ossessiva campionatura che ripete frasi poco sensate e talvolta si lancia in monologhi inquietanti, facendo sì che questo prodotto sia destinato ad un consenso molto settoriale. La maggior parte degli ascoltatori lo riterrà completamente privo di interesse, relegandolo a strambo esperimento dell'età moderna; qualcuno invece potrà sfruttarlo come sottofondo per un trip nel quale si fa ampio uso di sostanze psicotrope. E qualcun altro forse se ne innamorerà alla follia. Certo è che nessuno riuscirà a dare un senso razionale a tanta disumana sregolatezza; io stesso ho dovuto impormi per ascoltarlo tutto di fila senza "aiutarmi" con qualche fast forward. Personalmente non l'ho capito: quasi non si può parlare di musica, e quando gli esperimenti sfociano più nel rumore che nella musica, non so più orientarmi. Ma una persona che sia un po' più avvezza di me a certe sonorità potrebbe trovarlo interessante, anche perchè si percepisce che gli artisti hanno curato questa opera, non l'hanno buttata lì assemblando quattro campionature a casaccio. Non posso apprezzare il prodotto in sè, in quanto troppo lontano dalla mia personale sensibilità, ma posso senz'altro riconoscere che è stato fatto con un certo estro. Lascio quindi decidere al pubblico cosa pensare, ma certamente non ne consiglierei l'acquisto a scatola chiusa. Anche se, sotto sotto, questa manifestazione di gelida psicosi affascina anche me.

01 - Solomon Grundy (7:32)
02 - Eric Dolphy (13:35)
03 - Antonio Margheriti (18:38)

venerdì 6 luglio 2012

Buffalo Grillz - "Manzo Criminale"

SubSound Records, 2012
Normalmente il grindcore mi lascia piuttosto indifferente: ogni volta che provo ad ascoltare qualcosa del genere, le mie orecchie si rifiutano di sentire qualcosa di più di una mitragliatrice che spara all'impazzata, coadiuvata da chitarre che a malapena possono dirsi tali, e da una batteria che pare suonata da un alieno con due braccia grosse quanto tronchi d'albero. Senza dimenticare una voce di un cantante che, letteralmente, rutta nel microfono e vomita quello che ha mangiato una settimana prima. Tuttavia, ci sono dei casi in cui cambio completamente idea: è quello che mi è successo dopo aver ascoltato "Manzo Criminale" dei Buffalo Grillz, formazione italiana indiavolata che giunge, con questo lavoro, alla propria seconda release discografica ufficiale.

Bastano pochi secondi per inquadrare ciò che i quattro grinders hanno da offrirci, se parliamo a livello strettamente musicale. Ma non è finita qui: altrimenti starei parlando del solito, noioso e prevedibile album grindcore, buono per riconciliarsi con la vita prendendo a testate il primo muro raggiungibile, ma in sostanza facilmente dimenticabile. Quello che rende speciale "Manzo Criminale" è la stupenda ironia che lo anima e i suoi contrasti interni, che creano effetti semplicemente esilaranti. Cominciamo dai titoli: "Linkin Pork", "Forrest Grind" (con tanto di stralcio dal film, con la bambina che urla "Corri, Forrest!" e il cantante che poi lo ripete a modo suo...), "Grind Sasso", "Vision Divan" ... ma vogliamo continuare? "Improvvisazione - Intuition - Casaccium", "La Canzone Del Sale" (capolavoro assoluto di assurdità demenziale), "Dimmu Burger", "Dawson Crick" (per queste ultime due, menzione d'onore). Già leggendo la tracklist, vengo colto da risate irrefrenabili. Ascoltando i brani, va ancora meglio: oltre alle classiche staffilate grindcore, che ci martellano impietosamente e violentemente, trovano spazio momenti geniali come in "Manzo Criminale", introdotta da ameni suoni di violini danzanti e da una voce infantile, che lascia improvvisamente il campo ad una mostruosa e ilare spataffiata di violenza, che mi fa piegare in due dalle risate. E come non stupirsi ascoltando l'assolo di sassofono in "Dimmu Burger" ? Oltre ad essere dei folli, infatti, questi ragazzi sanno suonare più che bene.

Ma la vera forza è l'atmosfera di assurdità che impera ovunque nel corso del disco. Tra citazioni cinematografiche, parodie assurde, stralci di battute storiche riarrangiate ("Mi dispiace...ma io son io...e voi non siete un TATATATATATATAAATATATARGHHH .. cazzo!) e discorsi deliranti, oltre a qualche collaborazione esterna che arricchisce i brani (ad esempio la doppia voce in "Sacro e Scrofano"), i brani risultano imprevedibili e spiazzanti, anche perchè ogni tanto le mitragliatrici si calmano e lasciano il campo a fucili a pompa ben piazzati, vale a dire interessanti rallentamenti ritmici e un riffing di chitarra che si fa cadenzato e minaccioso. Da segnalare anche una produzione eccellente, di quelle che migliori non potrebbero essere, e che incide soprattutto sul suono delle chitarre, dal suono davvero devastante e convincente. Shakerate per bene, e avrete "Manzo Criminale", un disco che vi farà dimenticare tutti i vostri tormenti interiori grazie ad una scorpacciata di insana e comica violenza. Via libera dunque a pig - squeal mostruosi, strutture deliranti, growling impazziti che pare gli abbiano impiantato il ripetitore automatico su sillabe dementi, chitarre polverizzanti e quanto di meglio possiate chiedere ad una band grindcore; i quattro folli romani mischiano tutto assieme con un'abilità sopraffina. Per quanto mi riguarda, posso davvero inserire i Buffalo Grillz tra le più sorprendenti e geniali rivelazioni degli ultimi tempi. E se lo dico io, che il grindcore l'ho sempre ignorato, per non dire osteggiato...

"Sia lodato Gesù Cristo".
"Perchè?"

Compratelo.

01 - Intro (1:06)
02 - Linkin Pork (1:47)
03 - Forrest Grind (1:47)
04 - Lapo Elgrind (1:58)
05 - Manzo Criminale (0:51)
06 - Gux E Gabbana (1:50)
07 - Bufalismo (2:00)
08 - Sacro E Scrofano (2:00)
09 - Dawson Crick (1:58)
10 - Improvvisation - Intuition - Casaccium (2:45)
11 - Dimmu Burger (3:28)
12 - Grind Sasso (2:57)
13 - Il Marchese Del Grill (0:07)
14 - Vision Divan (2:25)
15 - Delitto Al Blue Grind (1:48)
16 - Sermoneta Chainsaw Massacre (2:23)
17 - Eau De Vergogne (2:06)
18 - Pig Floyd (1:48)
19 - The Truffer (2:40)
20 - La Canzone Del Sale (1:16)
21 - Outro (1:43)

Ishtar - "Ombre"

Autoprodotto, 2012
Si intitola "Ombre", ma la sua copertina è immersa nel bianco, un candore che traspare perfettamente anche dalla musica di questa one - woman band milanese (sì, avete letto bene, l'unico componente è una donna), che con questo EP dà inizio alla sua personale carriera musicale. Tuttavia, non si tratta di una new entry della musica: essa vanta collaborazioni nella scena italiana ormai da una decina d'anni, essendo stata tastierista nei LustNotes e negli Adveniat Hiems.

L'attuale musica di Ishtar, nome d'arte della protagonista, è classificabile come neofolk malinconico e introspettivo, giocato unicamente su strumenti acustici come chitarra, pianoforte e sezioni di archi, che si intersecano in connubi sempre delicati e toccanti nella loro introspezione. Le sonorità sono assimilabili a dischi come "Where At Night The Wood Grouse Plays" degli Empyrium, o al blasonato "Kveldssanger" degli Ulver, anche se personalmente in questa release ho sentito molto di più l'influsso di gruppi darkwave - ambient come Aythis, Dark Sanctuary, Ashram, Dead Can Dance e altri nomi simili, specialmente per quanto riguarda il carattere musicale. Molta atmosfera, molta poesia, molte soffici carezze agli strumenti, dolci risacche marine in sottofondo, per un totale di cinque brani interamente strumentali e assolutamente degni di nota per quello che è il loro scopo, vale a dire cullare l'ascoltatore in un mondo di riflessione interiore, facendolo distaccare dalla materialità e dalla concretezza del vivere.

Nonostante i brani siano completamente privi di parti cantate, ognuno di essi possiede un testo. Le liriche in questione sono particolarmente malinconiche e tristi, così come lo sono i titoli dei brani. La scelta di includere queste poesie nel booklet è molto azzeccata, poiché esse permettono di arricchire notevolmente la mera esperienza musicale e di dare un maggiore senso alla musica (che comunque va già più che bene anche da sola): la lettura delle medesime diventa quindi praticamente indispensabile per poter fruire al meglio dei venticinque minuti di musica qui proposti. Non è necessario descrivere dettagliatamente ogni traccia, in quanto un disco così va preso tutto assieme, senza preoccuparsi di distinguere i pezzi gli uni dagli altri. Quel che conta è l'atmosfera di intimo raccoglimento che si viene a creare, grazie a queste chitarre ipnotiche, alle note di un pianoforte liquido e serafico, al saltuario innalzarsi di muri di archi che donano un tocco di drammaticità ai momenti salienti. Esperienza breve, ma certamente non insignificante; dal risultato finale si evince la sicura personalità di quest'artista, che pur seguendo canoni già definiti è riuscita a creare un qualcosa di proprio, in cui si percepisce l'impronta di pensieri e sentimenti reali.

In definitiva, un prodotto interessante e che mostra buone potenzialità: non mi resta che consigliarlo agli amanti del genere, e augurare a Ishtar di proseguire nel suo cammino con la stessa passione che ha sicuramente immesso in queste brevi composizioni.

"Non so più giudicare, non posso più chiedere, non sono che polvere
Mi adagio al cadere del vento, ho perduto il desiderio e finalmente è silenzio
Le vele dormienti, mi volgo alle nebbie"

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Ascolto e download tracce

01 - Le Vele Dormienti, Mi Volgo Alle Nebbie (3:49)
02 - Ho Preso Il Cammino Del Fuoco E Bruciavo Nel Cuore (4:00)
03 - Una Voce Chiamava Il Mio Nome Stanotte (4:34)
04 - Da Vicino , Così Vicino (5:04)
05 - Foglie D'Oro Piovevano Sui Nuovi Dei (3:03)

mercoledì 4 luglio 2012

The Ocean - "Aeolian"

Questo riepilogo non è disponibile. Fai clic qui per visualizzare il post.

domenica 1 luglio 2012

Moonsorrow - "Viides Luku - Hävitetty"

Spinefarm Records, 2007
Una cosa che dico sempre a coloro che affermano che un dato brano o un dato album sono troppo lunghi, è la seguente: "Cosa rappresenta un'ora, nell'economia di una vita intera?". Pensate solo al fatto che, mediamente, otto ore al giorno le passiamo nel mondo dei sogni, per non parlare delle tradizionali otto ore che molti di noi, anche se non tutti, passano al lavoro. Posso capire che, nell'era del "tutto e subito" come quella che stiamo vivendo, non siamo più abituati a gustarci le cose piano piano, a scoprirle poco per volta con quel brivido d'emozione che senti crescere progressivamente fino a quando capisci che il prodotto che hai tra le mani, inizialmente insipido o incomprensibile, si è trasformato in qualcosa di veramente speciale e prezioso. Questa filosofia di vita dovrebbe essere applicata sempre, ma in modo particolare ad un disco come "Viides Luku - Havitetty", che la descrive in modo pressoché perfetto.

Quando si parla di questo album, ad esempio sulle riviste specializzate o sulle webzine, continuo a leggere commenti sulla lunghezza delle due tracce che lo compongono, sottolineando il fatto che durano troppo e che sarebbe stato meglio limarle un po', oppure spezzarle in più parti. Perchè si dice questo? Per superficialità, mi viene da dire, o magari per pigrizia. Mai come in questo caso mi dispiace per chi non riesce a cogliere il senso di "Havitetty", poiché ritengo che questo disco sia un capolavoro sensazionale che non ha paragoni. Mi sento di affermare, senza ombra di dubbio nè timore di dire eresie, che se Beethoven fosse nato oggi e avesse voluto comporre una delle sue magistrali sinfonie con i mezzi tecnologici e i suoni che abbiamo a disposizione adesso, avrebbe partorito un qualcosa di molto simile a questo album. Dico questo perchè, se prendiamo una composizione mastodontica come la Nona di Beethoven e tentiamo di descriverla a parole, potremmo dire che è un turbine di mille strumenti che suonano motivi grandiosi, epici, un pandemonio di emozioni che si evolvono continuamente e prendono vita in un crescendo che pare non finisca mai, terminando in modo roboante dopo un'ora abbondante di furore. Ecco, "Havitetty" è descrivibile esattamente allo stesso modo, seppur calato in un contesto storico lontano anni luce.

"Havitetty" è la quinta fatica discografica dei finlandesi Moonsorrow, band che ultimamente sta scalando le classifiche, sia quelle commerciali sia quelle personali di ogni ascoltatore di epic / black / folk metal: con l'abbandono delle sonorità quasi powereggianti dei primi album (gli entrambi stupendi "Voimasta Ja Kunniasta" e soprattutto "Kivenkantaja"), il gruppo è entrato in una seconda fase, incentrata più sulla componente black / progressive e sulle atmosfere inafferrabili, drammatiche, misteriose, trascendenti. Il superbo "Verisakeet" aveva dato prova di una notevole maestria in questo senso, ma a mio parere è questo "Havitetty" a reggere la palma del miglior album del gruppo, nonché momento di assoluto apice artistico di tutto il viking metal (anche se di Viking questa musica ha poco, trattando della mitologia finnica e non di quella norrena, però nell'immaginario collettivo questa musica è viking). Nelle due tracce che compongono questo disco, dalla rispettiva durata di trenta e ventisei minuti, troviamo una musica che inizialmente si fa fatica a comprendere, ma che comunque si sente che ha quel "qualcosa" in più, quell'alone magico che con gli ascolti verrà fuori e ci conquisterà; e puntualmente succede così, anche se bisogna ascoltare il tutto veramente tante volte, con pazienza e dedizione. Dedizione, questa parola che ormai sembra dimenticata e completamente svuotata del suo senso. Bisogna essere dediti alla musica per poter apprezzare un disco come "Havitetty", il quale si presenta fin da subito ostico e molto particolare; basta notare che l'introduzione della prima traccia si prolunga per circa dieci minuti, tra arpeggi in sordina e atmosfere dimesse, fino a quando appare un timido crescendo che ci porta, sempre lentamente, alla prima esplosione vera e propria. Da qui in avanti è un tripudio di suoni, stratificazioni di chitarre che ricreano un viaggio epico e senza precedenti, melodie che possono essere all'occorrenza tranquille e pastorali oppure rigonfie di malinconia ardente, progressioni da brividi che sovvertono il concetto stesso di "epicità" e lo portano ad un livello superiore: non si tratta più di semplice musica dal sapore epico - cavalleresco, bensì di una vera e propria epopea che ha scelto chitarre e tastiere come mezzi espressivi. La tagliente voce in screaming, talvolta sostituita da esaltanti inserti corali che infiammano l'aria come il respiro di un drago, squarcia l'etere con la sua rabbiosa disperazione, ricordandoci che anche dietro una melodia apparentemente serena c'è sempre una tristezza di fondo che non si può estinguere; le percussioni sono potenti e bilanciate, talvolta enormi come il suono di macigni immensi che cadono con fragore; gli strumenti classici, come le chitarre acustiche e i flauti, fanno capolino ogni tanto ma senza mai invadere la scena (sono lontani i tempi delle roboanti tastierone di "Kivenkantaja"!); insomma si tratta di una musica fiammeggiante, di notevole spessore, spesso lenta ma non per questo noiosa o poco coinvolgente; un viaggio interiore, più che esteriore. Inutile dire che brani così massicci sono praticamente impossibili da descrivere sommariamente, ed è altrettanto insensato cercare di estrapolarne alcune parti per isolarle dal contesto: non si renderebbe giustizia alla musica.

Nella sua potenza battagliera e pagana, ha una capacità evocativa formidabile; nella sua graniticità ti rapisce i sensi con un suono potentissimo eppure non perfettamente cristallino, e come al solito perfetto per adattarsi al genere suonato; nel suo ardore drammaturgico ti assorbe completamente, al punto che potresti andare avanti all'infinito una volta entrato in sintonia con tale atmosfera. "Havitetty" è un enorme fiume che scorre come una colata di magma ribollente, che non si ferma davanti a nulla, che annichilisce le nostre certezze e ci scava nell'anima, rivoltandola da sotto in su per quasi un'ora, fino ad un triste epilogo nel quale il riff portante sfuma e ci lascia alle sole rovine di un falò ormai morente, che ha accompagnato una battaglia senza precedenti. Non mi vengono in mente metafore sufficientemente calzanti per descrivere la sensazionale esperienza musicale di questo disco: per cui vi esorto a comprarlo, ad ascoltarlo, a viverlo nota dopo nota, fino a quando non sarà diventato parte indissolubile di voi. Album così vicini alla perfezione assoluta capitano di rado; non fatevelo scappare per nessuna ragione al mondo.

01 - Jäästä Syntynyt / Varjojen Virta (30:10)
02 - Tuleen Ajettu Maa (26:19)

sabato 30 giugno 2012

Traumatic Voyage - "Cogito Ergo Sum"

Autoprodotto, 1998
Presentazione: “Finalmente una cover e un booklet decenti!”, viene subito da esclamare appena si ha tra le mani Cogito Ergo Sum prima ancora di averlo ascoltato, il quarto full-length della one-man band Traumatic Voyage dell’enigmatico Astorian. Sì perché in effetti i dischi precedenti, a dispetto dell’ottima musica che contenevano, si presentavano in modo davvero tremendo – diciamo che non invogliavano molto all’ascolto, per usare un eufemismo. Ma non solo l'artwork è fatto in casa: stavolta, in assenza di case discografiche disposte a rischiare il fiasco dando voce alla sua musica elitaria, Astorian si è arrangiato da solo e si è anche autoprodotto il disco. Cogito Ergo Sum: così come Cartesio uscì dalla sonnecchiante notte del dubbio scettico sulla conoscenza grazie all'intuizione “penso, dunque sono”, allo stesso modo Astorian uscì dalla situazione di stallo dell'assenza di un'etichetta discografica assumendo il totale controllo della produzione della sua arte. Che ne è del suo cogito?

Stile: Sulla musica dei Traumatic Voyage si potrebbe dire molto, oppure molto poco. Molto, anzi moltissimo, qualora non li conosciate; molto poco, o forse addirittura niente, nel caso in cui abbiate già ascoltato i tre dischi precedenti. Infatti lo stile musicale permane pressoché immutato: brani sgangherati, allucinati, lunghi e vari, né troppo veloci né troppo lenti, ricchi di riff, arpeggi e sintetizzatori, tutti insieme uno sopra l'altro. Non c'è un attimo di pausa, non ci sono respiri: solo la voce continua di Astorian, un misto tra un latrato e una voce dall'oltretomba, che si mescola al marasma generale. Anche la produzione è quella affascinante di sempre, forse un pelo migliore: antiquata, vecchia, sembra che Astorian sia tornato indietro nel tempo per compiere le registrazioni di questo disco. Le sonorità delle chitarre sembrano essersi fermate alla tecnologia precedente, e questo crea un certo contrasto con la maggiore modernità dei sintetizzatori. Astorian è unico nel suo modo antiquato di proporre l'avantgarde metal.

Valutazione: A dire il vero, Cogito Ergo Sum si apre in un modo che ha dell'agghiacciante. Se si dovesse valutarlo in base alla lunga intro si potrebbe credere che Astorian abbia sbagliato ad incidere il disco. Ma come? Compro un disco dei Traumatic Voyage e mi ritrovo in mano la musica di un dj di serie C2 girone B? La verità è che si tratta di una provocazione che si ripete in forma attenuata alla quinta traccia Grenzgang. Ciò è testimoniato dal ripetuto urlo “Open your mind!” che Astorian ivi ripete con enfasi, che se da un lato avrà a che fare col concept dell'album, dall'altro è sicuramente un riferimento a questa elettronica un po' troppo discotecara. Sembra quindi che Astorian abbia voluto sperimentare con l'elettronica in modo più spinto ed esplicito che mai. Peccato però che in questo caso si tratti di una sperimentazione fine a sé stessa. Tu, caro Astorian, potrai anche strillare soddisfatto a gran voce “Open your mind!”, ma io posso replicarti con altrettante ragioni “Open your ears!”, perché la sperimentazione elettronica – che del resto hai sempre praticato – è una cosa, mentre l'inserzione di piccoli episodi isolati con un tunz tunz in sottofondo è tutt'altro. Non c'entra nulla col resto dei brani, e non è difficile accorgersene.
Detto questo, il resto del disco è grande. Ogni brano è grande, ed ha una combinazione di riff e arpeggi che lo rende unico rispetto agli altri. Stavo riflettendo su quale brano citare come esempio, ma mi rendo conto che fare un esempio non avrebbe senso: uno qualsiasi dei sette – visto che tre dei dieci totali sono solo intermezzi strumentali – si presta egregiamente allo scopo. A ben vedere Astorian non è nuovo a scrivere musica in questo modo; ma stavolta è tutto come magnificato. A conti fatti, Cogito Ergo Sum non aggiunge nulla di realmente nuovo alla proposta dei Traumatic Voyage, ma al tempo stesso risulta a mia detta uno dei loro dischi migliori, più maturi. Del resto Astorian non è uno che dà l’impressione di voler proporre di volta in volta qualcosa di nuovo; la sua enorme innovazione consiste nello stile musicale che fin dall’inizio ha saputo plasmare con visionaria lungimiranza, ed ora pare più intento a dare forma musicale alle proprie visioni spirituali che non ad inventarsi qualcosa di nuovo. Questo, non si può negarlo, gli riesce benissimo: Cogito Ergo Sum è uno di quegli album così ricchi di suoni, noise, riff e idee che ogni volta che lo si riascolta si scopre sempre qualche nuova sfumatura.

Conclusione: Chiudendo un occhio sulle isolate provocazioni elettroniche fini a sé stesse, posso dire che Cogito Ergo Sum è un po' l'album della maturità artistica per Astorian e i suoi Traumatic Voyage, l'album in cui egli ha definitivamente consolidato ed affinato il suo stile stralunato. E in fondo, se riuscirete ad escludere quel dannato tunz tunz dalle vostre orecchie – che è molto più vomito che cogito –, anche l'intro non sarà poi così malvagia...che altro dire? Il quarto fantastico full-length da parte di una delle band genitrici dell'avantgarde metal, band che non solo era così sconosciuta ai tempi da doverselo produrre artigianalmente, ma che continua ad essere totalmente sconosciuta anche oggi. Spero nel mio piccolo che queste poche righe possano essere utili a qualcuno per entrare in contatto con qualcosa di antico ed esoterico il cui fascino perdura immutato.

Curiosità:
* Astorian si era sempre fatto gli artwork da solo – il che si vedeva lontano un miglio. Stavolta per la prima volta è stato aiutato dalla moglie, e, nonostante il risultato rimanga tedescamente rude e grossolano, il miglioramento è sensibile. Manna dal cielo.
* Esiste un video ufficiale per Sagarmatha girato amatorialmente – probabilmente dalla moglie, ancora lei! – il quale ritrae Astorian che vaga per bosco notturno brandendo una torcia.
* Il disco è stato ristampato nel 2008 dalla Merciless Records, ed è ora disponibile per l'acquisto.

01 - Cogito Ergo Sum (04:17)
02 - No Man's Land (08:29)
03 - Sagarmatha (Call Of The Mountain) (06:08)
04 - Behind Dead Eyes (10:25)
05 - Grenzgang (04:09)
06 - Entropie (05:00)
07 - Jenseit Des Fleisches (13:05)
08 - To Be Life... (08:37)
09 - Anachronismus (11:39)
10 - Tripnosis (05:28)

martedì 26 giugno 2012

Helloween - "The Dark Ride"

Nuclear Blast, 2000
Presentazione: Confesserò fin da subito di non essere un fan sfegatato degli Helloween, né tantomeno conosco la loro discografia in tutta la sua estensione. Quello che però ho potuto capire è che, dopo il grande successo sul finire degli anni '80, i colossi tedeschi hanno vissuto una seconda giovinezza nella seconda metà degli anni '90 dopo un periodo di esperimenti poco apprezzati. Ma poi anche gli anni '90 finirono, e fu la volta del nuovo millennio. E cosa c'è all'inizio del nuovo millennio? The Dark Ride, disco uscito proprio nel 2000.

Stile: Per essere sinceri, il titolo è assai fuorviante: tutto quello che questo disco ha di Dark sono i quarantacinque secondi dell'intro; finiti questi rimane solo The Ride, che è un normalissimo disco di power metal classico, riproposto sotto le mentite spoglie di sonorità più moderne che hanno il merito di valorizzare tutta la potenza delle chitarre distorte e della batteria. C'è l'opener veloce ed aggressiva (Mr. Torture), ci sono i due brani un po' più lenti e macchinosi (Escalation 666 e Mirror Mirror), ci sono le due immancabili ballad (If I Could Fly e Immortal), e il resto si divide in buoni brani e filler tracks. Non c'è davvero nulla che tenti il distacco dal classic power: i brani sono costruiti sulla classica struttura strofa-ritornello, e hanno una durata media di poco più di quattro minuti. L'unico episodio che schizza prepotentemente in rilievo rispetto a tutti gli altri è la conclusiva The Dark Ride, una poderosa suite abilmente composta di quasi nove minuti che fa rimpiangere la sua fine.

Valutazione: The Dark Ride – o meglio, The Ride – è un disco che vola via tra alti e bassi, senza particolari colpi di scena né cadute di stile, forse un po' troppo ancorato ai cliché del genere, ma tutto sommato piacevole. In mezzo a questa mediocrità sopra la media della mediocrità mi sembra doveroso spendere parole di elogio per il brano che rende il disco degno di attenzione: la titletrack The Dark Ride, la cavalcata finale che chiude il disco, un'imprevedibile suite ricchissima di soluzioni emozionanti che si susseguono in modo perfetto. Senza inventarsi niente di stravagante, e senza andare a pescare nel mondo del prog, gli Helloween sono riusciti a costruire un piccolo capolavoro che incastra in modo ottimale una serie di melodie dai sapori differenti in pieno power metal, un brano da cantare dall'inizio alla fine che si stampa in testa con euforico entusiasmo. Se per assurdo gli Helloween avessero strutturato questo album componendolo con sette o otto brani scritti in questo modo, ora saremmo qui a parlare di uno dei dischi power più belli di sempre. Ma del resto non lo fecero nemmeno ai tempi di quei due gloriosi quarti d'ora intitolati Halloween e Keeper Of The Seven Keys, quindi non ha senso recriminare sotto questo aspetto...

Conclusione: Ci siamo detti tutto quello che c'era da dire: album di buon livello di poco sopra la media – posto che sia realmente sopra la media – che incorpora tutte le caratteristiche tipiche del power più classico, il cui unico momento davvero indimenticabile è il grandioso brano conclusivo. Può darsi che i fan degli Helloween siano irritati dalla sufficienza con cui sto trattando i loro beniamini, ma la verità è che in ambito power ho sentito cose migliori – vedi Manticora, Kiuas e Bejelit, tanto per fare alcuni esempi illustri. Ciò non toglie che The Dark Ride rimane un album che ogni tanto ascolto ben volentieri, forte della trepidante attesa della cavalcata conclusiva...

...take a place on the dark ride, slowly creeping up, quickly coming down, take a spin on the dark ride, may too far from the other side...

01 - Beyond The Portal (00:45)
02 - Mr. Torture (03:28)
03 - All Over The Nations (04:54)
04 - Escalation 666 (04:25)
05 - Mirror Mirror (03:44)
06 - If I Could Fly (04:09)
07 - Salvation (05:43)
08 - The Departed (Sun Is Going Down) (04:36)
09 - I Live For Your Pain (04:00)
10 - We Damn The Night (04:06)
11 - Immortal (04:05)
12 - The Dark Ride (08:48)

lunedì 25 giugno 2012

Kroda - "Поплач Мені, Річко... (Cry To Me, River…)"

Stellar Winter Records, 2004
Presentazione: Sperduti in qualche angolo dell'affascinante Ucraina, dediti ad un misto tra folk e black dedicato alle bellezze e alla storia della loro terra nativa: è così che nacquero i Kroda, progetto condiviso dalle due menti compositrici di Eisenslav e Viterzgir. Ma a differenza dei loro più blasonati colleghi Ensiferum ed Eluveitie, tanto per citare due nomi tra i più noti, i Kroda non sembravano avere l'ambizione di arrivare ad un pubblico vasto. Essi si concentrarono piuttosto sulla loro musica, cercando di catturare le leggende pagane del loro paese in relazione alla bellezza della natura incontaminata prima che tale cultura venisse spazzata via dal cristianesimo, piuttosto che le aspettative di chi preferisce ascoltare qualcosa di più semplice ed orecchiabile. Pensate che quando esordirono nel 2004 col presente Cry To Me, River..., album dal titolo molto suggestivo, esso venne limitato a mille copie ed uscì addirittura in formato tape! Il disco vide poi una lunga serie di ristampe, fino a quella del 2012 targata Purity Through Fire che gli permise di pervenire nelle mie mani.

Stile: Un'introduzione in cui una bagpipe soffia leggera e sembra riportarci indietro nel tempo, viaggio magico condito da due soffici nacchere e un gong soffuso. Ma è solo l'inizio: una volta giunti sin nell'epoca dell'Ucraina pagana ecco che esplodono le infuriate, rozze, raschianti chitarre black metal. Si fa così strada a suon di spada un interessante mix tra pesanti stilettate in pagan black metal e melodie folk, alcune soavi, altre più battagliere. Un mix reso interessante anche – e soprattutto – grazie al songwriting, un songwriting di matrice tutta pagan black che ha quindi il grande merito di dare alle chitarre e al riffing lo spazio che si meritano. Questa equilibrata alternanza tra folk e pagan black genera brani cattivi, furiosi, famelici, ma al tempo stesso melodici e struggenti – in ciò anche il tremolo picking ha il suo bel merito, tecnica che purtroppo la maggior parte delle altre band folk dimentica per strada.

Valutazione: Considerare questo disco come un disco folk/pagan black sarebbe già sufficiente di per sé per ritenerlo un gran bel disco, di quelli da venerare e custodire gelosamente. Ma a mio giudizio il più grande merito dei Kroda è il loro personale modo di fare folk: il vasto uso di bagpipe e simili non limita in alcun modo il brillante svilupparsi del riffing, delle ritmiche, delle strutture, della musica insomma – contrariamente a quanto invece avviene con la maggior parte delle altre band folk, le quali sembrano curarsi unicamente di risultare orecchiabili grazie a qualche buona melodia. Io amo il folk, perché trovo che le sonorità degli strumenti nordici siano qualcosa di unico e sublime. Purtroppo però trovare una band folk che produca della musica completa e ben sviluppata sotto ogni aspetto si è rivelato proibitivo: per rintracciare qualcosa di ottimo che non fossero i Moonsorrow ho dovuto vagare in lungo e in largo, passando in rassegna una gran mole di band, fino a giungere con grande soddisfazione proprio ai Kroda. Finalmente! Alla luce di tutto ciò potete immaginare la mia soddisfazione il giorno che li scopersi. Brani come Endless Path Of Legends, Where The Peace And Calm Were Immortalized, Native Land, e soprattutto la stessa Cry To Me, River..., semplicemente fantastici, dotati di grande tatto, melodia e anche tanta adrenalina. Guarda te se c'era bisogno di andare a pescare un album uscito addirittura in formato tape per trovare un grande disco folk! Eppure ne è proprio valsa la pena. Un disco come Cry To Me, River... che riesce a fondere la squisitezza del folk con la rabbia e il songwriting del black merita di essere tenuto in ampia considerazione, alla stregua degli album migliori nel suo genere.

Conclusione: Il grande folk con un grande songwriting: questa è la vera grande nota di merito dei Kroda, e forse al tempo stesso anche il motivo del mancato riconoscimento della loro classe, relegandoli a vivere all’ombra di band più blasonate. Ma la qualità della musica prodotta non è ben correlata con la notorietà della band che la propone: i Kroda sono un ottimo esempio di band eccellente e sconosciuta. E pensate che Cry To Me, River... non è altro che il loro disco d'esordio...credetemi, la loro discografia è ancora lunga e ricca di soddisfazioni. Cominciate a dare una possibilità a quest'album, e vedrete che tutto il resto verrà da sé.

Curiosità:
* Originariamente uscito in formato tape, limitato a 1000 copie.
* Il disco si chiude con una superba cover di Apocalypse degli Hypocrisy, brano di apertura del loro album The Fourth Dimension (1994). Nonostante il brano originale sia cantato, la cover dei Kroda è strumentale.

01 – Крода (Kroda) (01:38)
02 - Приданий Бесконечный Путь (Endless Path Of Legends) (07:27)
03 - Где Увековечен был Мир и Покой (Where The Peace And Calm Were Immortalized) (07:33)
04 - Иней Крови (Hoarfrost Of Blood) (05:01)
05 - Рідний Край (Native Land) (08:45)
06 - Грому Палиці Коряві (Gnarled Cudgels Of Thunder) (05:45)
07 - Поплач Мені, Річко... (Зрада Князя Володимира) (Cry To Me, River... (Betrayal Of Knjaz Volodymir)) (05:52)
08 - Apocalypse (Hypocrisy cover) (05:59)

mercoledì 20 giugno 2012

Primordial - "Storm Before Calm"

Hammerheart Records, 2002
Un riff turbinoso e gigantesco come una cascata, accompagnato da una batteria parossisticamente veloce e mitragliante; è questo lo storico incipit di questo stupendo album targato Primordial, vera icona della commistione tra epic, folk e black metal. Un disco che ormai ha compiuto dieci anni ma non soffre minimamente il passare del tempo, poiché la freschezza e la genuinità che racchiude non passano mai di moda, specialmente se sono supportate da ottime idee e da un songwriting longevo e interessante. Inutile dire che è esattamente il caso dei Primordial, i quali finora non mi hanno mai deluso.

Gli irlandesi sono progressivamente migliorati di disco in disco, e giunti alla quarta fatica discografica hanno secondo me prodotto quello che è il loro disco migliore, l'icona della loro consacrazione nel genere. "Storm Before Calm" unisce, con sapiente maestria, la grezza irruenta di "Imrama", le atmosfere oscure e decadenti di "A Journey's End" e le splendide linee melodiche di "Spirit The Earth Aflame", esaltando inoltre all'ennesima potenza l'alone epico e drammatico che fa sempre sembrare di essere nel corso di un'infuocata battaglia di lame e scudi. Non si tratta però unicamente di un'epicità assimilabile alle battaglie o al folklore in sè; la definirei più un'epicità "sofferta", nella quale vive un dramma cocente (il quale spesso si identifica con la caduta di valori dell'età moderna, tema della grandiosa e monumentale opener "The Heretics Age"). Il collante perfetto dell'album, nonché elemento indispensabile e caratterizzante, è la doppia voce di Alan Nemtheanga, vocalist dalla timbrica inconfondibile e dall'espressività imbarazzante, che sa perfettamente quando passare dal cantato pomposo e accorato allo screaming / growl feroce, e al contempo sa anche ammaliarci con dei sussurri quasi demoniaci; potrei dire che la sua è la più perfetta delle voci possibili per cantare in un disco epic (senza dimenticare la sua versatilità: quattro anni dopo lo sentiremo cantare addirittura negli apocalittici doomsters Void Of Silence, con risultati altrettanto fenomenali). Alan sono i Primordial, i Primordial sono Alan (senza nulla togliere ai bravissimi musicisti che lo accompagnano, ma è giusto dire che senza la sua voce i Primordial non sarebbero più gli stessi, un po' come se il cantante degli Opeth non fosse più Mikael Akerfeldt!).

Il disco non ha paura di esplorare strade differenti: i brani non ricalcano necessariamente lo stile di quelli che l'hanno preceduto, mostrando una buona varietà che tuttavia non va mai a sconfinare fuori da quella che è la proposta musicale della band. Coerenza invidiabile unita alla volontà di non suonare sempre uguali, questo è uno dei punti di forza della band irlandese. Grazie ad un'ottima produzione, alla pienezza delle partiture chitarristiche e soprattutto alle potentissime percussioni, l'effetto "dramma" è stato centrato in pieno: ecco quindi materializzarsi delle composizioni davvero interessanti come "Fallen To Ruin", tragica e ottimamente bilanciata tra la misteriosa introduzione acustica e la potenza dei riff e dei muri di chitarre che seguono marziali; "Cast To The Pyre", con il suo riff mellifluo e suadente; oppure "Sons Of The Morrigan", che con le sue melodie un po' contorte e la sua batteria sincopata pare sempre indecisa se voler esplodere o volersi trattenere, come lacerata da un dilemma interiore. Degne di nota anche l'aggressiva "Sun First Rays", che ci riporta un po' alle selvagge interpretazioni del debutto "Imrama" (con tanto di parolaccia al seguito di uno stop and go!!), e come controparte l'acustica e strumentale "What Sleeps Within", dove la band esplora la propria vena folkloristica, concedendole molto più spazio di quanto usualmente fa. Particolarissima è inoltre la conclusiva "Hosting Of The Sidhe", con le sue atmosfere quasi orientaleggianti, mistiche e ipnotiche; una voce sussurrata e un tappeto strumentale tremolante ci danno i brividi dall'inizio alla fine, specialmente nel finale che va lentamente a sfumare. Quando il CD smette di scorrere nel lettore, la sensazione è quella di aver compiuto un viaggio storico e appassionante nella civiltà umana, con tutte le sue vicende e le sue miserie; se questo era l'obiettivo dei Primordial, direi che l'hanno azzeccato in pieno. Non a caso, citano la Storia (quella con la S maiuscola) nel loro booklet, spiegando che l'album è nato proprio per permettere a ciascuno di reinterpretare liberamente il corso degli eventi, diventandone partecipe al cento per cento.

"Storm Before Calm" è in definitiva un album maturo, ben costruito e carico di significati. Evocativo, potente e ispirato, può tranquillamente essere considerato come un caposaldo dell'epic black, così come i Primordial possono essere considerati un gruppo ormai storico, una di quelle band presso le quali bisogna passare obbligatoriamente se ci si vuole avvicinare alle affascinanti sonorità di questo genere. Con questo album non si sbaglia, ve lo garantisco!

01 - The Heretics Age (6:18)
02 - Fallen To Ruin (9:31)
03 - Cast To The Pyre (7:08)
04 - Sun First Rays (5:05)
05 - What Sleeps Within (3:14)
06 - Sons Of The Morrigan (8:17)
07 - Hosting Of The Sidhe (7:10)

giovedì 7 giugno 2012

Drudkh - "Eternal Turn Of The Wheel"

Season Of Mist, 2012
Qualcuno pensava che con il precedente "Handful Of Stars", i Drudkh avessero esaurito tutto ciò che avevano da dire, contaminando irrimediabilmente la loro musica con sonorità più leggere e orecchiabili, e venendo quindi meno alle loro origini, saldamente impiantate in un black metal di stampo atmosferico e squisitamente a metà tra il grezzo e il melodico. I motivi per pensarlo c'erano tutti, dato che di solito una band, quando intraprende la strada del declino, tende a percorrerla andando sempre più verso il basso; e nonostante "Handful Of Stars" non fosse un brutto disco (almeno nell'opinione di chi scrive), dopo l'eccellente "Microcosmos" è diventata evidente un'involuzione del sound e del songwriting, specialmente se come termini di paragone si prendono i primi e obbligatori album del combo ucraino.

I Drudkh invece, dopo due anni dall'uscita di quel contestato album, ci sorprendono ancora una volta con questo "Eternal Turn Of The Wheel", che ha il compito di riportarci indietro ai tempi del primo, glorioso e mai troppo lodato "Forgotten Legends". Sì, avete capito bene: si ritorna alle origini, e per davvero. Il sound è tornato ad essere ruvido, come una pietra irregolare e solcata da torrenti impetuosi; le chitarre sono tornate ad essere delle taglienti lame di ghiaccio e le distorsioni occupano la quasi totalità del disco lasciando poco spazio agli interventi "tranquilli" (che comunque ci sono, centellinati ma ben contestualizzati); le atmosfere hanno lasciato completamente da parte la vena riflessiva post - rock e sono invece tornate ad essere malinconiche e depressive, di stampo prettamente autunnale e decadente. Un brano come "Breath Of Cold Black Soil" è un vero toccasana per chi considerava i Drudkh come un gruppo ormai spacciato, dato che contiene praticamente tutti gli elementi che hanno reso questa band così celebre nel suo ambiente. Chitarre sempre ronzanti e dal piglio triste si affiancano con decisione ad un tappeto tastieristico appena accennato, ma di grandissimo effetto, e perfino ai suoni di alcune lugubri campane che aumentano a dismisura la drammaticità del pezzo. E i pezzi successivi non fanno che migliorare ancora di più, raggiungendo momenti davvero epici (come nella cavalcata spaccacuore di "Farewell To Autumn's Sorrowful Birds"). Per quanto le linee melodico / armoniche siano diventate ancora più semplici e dirette (qui rasentiamo davvero un livello elementare), sono le atmosfere ad averci guadagnato immensamente, avendo riconquistato quel piglio "primordiale" e non rifinito che fece la fortuna dei grandi capolavori del gruppo. Dunque, poco importa se alla propria undicesima produzione discografica la band non riesce a produrre niente di particolarmente innovativo, niente che essa stessa non abbia già scritto in precedenza; ma abbiamo avuto la conferma che non si sono rammolliti, che sono ancora capaci di farci emozionare con un fraseggio di chitarra impetuoso, con una terrificante accelerazione in blast beat che lascia senza fiato, e soprattutto con una voce sofferente, animicamente distrutta, che declama il proprio dolore e lo fa piovere sulle nostre anime, come sale sparso sui campi. Tutti elementi che, mischiati assieme con una maestria ormai acquisita, trasformano poche note in un'esperienza valevole.

Quattro pezzi (più la brevissima introduzione acustica) che tecnicamente non valgono quasi nulla, che si basano su pochissimi elementi come da perfetta tradizione burzumiana, quattro pezzi musicalmente forse insignificanti; eppure, quattro pezzi che smuovono qualcosa dentro, che sanno toccare corde primitive e recondite, e sanno emozionare. Sembra una frase fatta da quattro soldi, ma è proprio così: l'acida tristezza che alberga in questi solchi è un qualcosa che volenti o nolenti ci cattura, durante l'ascolto. Tutto si può dire dei Drudkh, meno che siano freddi e macchinosi; e questo nuovo album è semplicemente arrivato come una conferma di tale fatto. E adesso aspettiamo il nuovo album...conoscendoli, arriverà molto presto!

01 - Eternal Circle (1:15)
02 - Breath Of Cold Black Soil (9:45)
03 - When Gods Leave Their Emerald Halls (9:21)
04 - Farewell To Autumn's Sorrowful Birds (7:48)
05 - Night Woven Of Snow, Winds And Grey - Haired Stars (8:00)

mercoledì 6 giugno 2012

If These Trees Could Talk - "Red Forest"

Mylene Sheath, 2012
Chiamatelo post - rock, chiamatelo rock atmosferico / strumentale, chiamatela musica sperimentale / progressiva: chiamate questo progetto come volete, sta di fatto che gli americani If These Trees Could Talk ci sanno davvero fare nel ricreare atmosfere soffuse e suggestive, che richiamano la natura e le sue mille sfaccettature, senza disdegnare nemmeno di svegliarsi ogni tanto e regalarci qualche cavalcata metallica che ci spedisce al tappeto con la sua potenza sonora. Ci eravamo gustati un superbo esempio di tale musica con il precedente disco "Above The Earth, Below The Sky"; ora i nostri sono tornati con un nuovo album per permetterci di assaggiare nuovamente quelle pregevoli sensazioni. Poco importa se seguono una strada già ampiamente battuta da altri: anche la musica classica, ai tempi, prese spunto dalla musica popolare già esistente. Per cui limitiamoci a parlare della qualità della musica qui presente.

Va subito detto che non c'è assolutamente nulla di nuovo rispetto a ciò che abbiamo già sentito nel precedente full length. Ancora una volta, atmosfere liquide e melodie sempre sfuggenti, raramente ben definite, si intersecano continuamente dando vita ad un interessante fusione di sonorità psichedeliche, melodiche e trasognate, grazie ad un superbo lavoro compiuto dai tre chitarristi (tre!) e da una sezione ritmica di tutto rispetto, con un basso ottimamente presente e una batteria in grado di accompagnare la musica con gusto e la necessaria discrezione. Il disco è ancora una volta interamente strumentale, scelta che mi sento di lodare: non hanno ceduto alla tentazione di aggiungere le linee vocali ad una musica che già di per sè è capace di dire tutto, grazie alla sua intensissima elaborazione stilistica e ai suoi continui sviluppi melodici. Per chi già conosce il gruppo, "Red Forest" non è altro che la naturale prosecuzione di ciò che era stato "Above The Earth...", quasi come se quel disco fosse uscito in doppio CD e questa ne fosse la seconda parte. Via libera quindi alla solita carrellata di effetti sognanti ed eterei, via libera a brani cangianti e variopinti che esplorano stati d'animo anche molto diversi tra loro, via libera ad una generale attitudine verso la meditazione e la contemplazione, più che verso l'aggressione sonora (che tuttavia, ripeto, in certi tratti non manca). Un suggestivo e magico viaggio nella natura, un disco che si potrebbe ascoltare camminando in un bosco, senza preoccuparsi del dove e del quando: la natura "progressiva" della musica fa sì che i riferimenti spazio - temporali diventino superflui, trasportandoci in un mondo dove dobbiamo semplicemente lasciarci andare alle sensazioni provocate dalla musica stessa. Non c'è inizio e non c'è fine, se non quelli intrinsecamente obbligatori che il CD racchiude; una musica simile potrebbe essere iniziata secoli fa e andare avanti all'infinito, come l'eterno fiume della vita. Noiosa, dite? Mai come in questo caso il giudizio di un ascoltatore è cosa soggettiva, a ciascuno spetta la propria musica. Va da sè che un disco come questo difficilmente può essere tacciato di banalità, e anche chi non riuscirà ad apprezzarlo non potrà dire che si tratta di musica che si ascolta tutti i giorni.

Per quanto riguarda la somiglianza con il precedente album, mi viene da dire: sì, è vero. Praticamente è tutto uguale. Uguale nei ritmi, nelle atmosfere, nei suoni, perfino nella durata. Ma mi viene anche da dire che non mi interessa. Quando la musica è di qualità, ascoltarla non stanca mai, e un disco del genere è in grado di darmi troppe belle sensazioni per poter stare a pensare ai dettagli. Del resto, gli AC/DC e i Motorhead pubblicano lo stesso disco da trent'anni, e nessuno ha mai niente da dire in proposito...perchè non possono farlo anche gli If These Trees Could Talk? Promossi dunque a pieni voti, acquisto caldamente consigliato agli amanti del genere, ma specialmente ai neofiti: per loro potrebbe davvero essere un colpo di fulmine.

01 - Breath Of Life (1:48)
02 - The First Fire (6:30)
03 - Barren Lands Of The Modern Dinosaur (5:57)
04 - They Speak With Knives (5:40)
05 - The Gift Of Two Rivers (1:11)
06 - Red Forest (8:25)
07 - The Aleutian Clouds (3:03)
08 - Left To Rust And Rot (5:24)
09 - When The Big Hand Buries The Twelve (9:38)

venerdì 1 giugno 2012

Wormhole - "The String Theory"

Ladymusicdistro, 2011
I lucani Wormhole nascono nel 2003 e si dedicano ad una musica che tenta di mescolare la durezza e la graniticità del metal con tematiche e sonorità tendenzialmente oscure, decisamente affini al gothic. Non sono gli ultimi arrivati, dato che hanno alle spalle già un discreto numero di produzioni tutte rigorosamente in proprio; questo disco è infatti nato grazie ai fondi raccolti con numerosi show dal vivo, in collaborazione con diverse band. Anche la line up ha avuto il tempo di mutare, fino ad arrivare alla formazione definitiva (Valentina Marvulli alla voce, Francesco Faniello e Andrea Canitano alle chitarre, Giuseppe Recchia al basso e Paolo Bitonto dietro le pelli e alle prese col sequencer). "The String Theory" è il loro primo album ufficiale, un concept diviso in due parti distinte, e che ora andiamo a scoprire.

Già dal titolo del disco si può capire che i ragazzi hanno una certa propensione verso le tematiche complesse e misteriose, come del resto viene spiegato nella biografia a proposito del loro nome: "Un wormhole rappresenta la metafora del collegamento tra idee, suoni, parole, contrasti solo in apparenza distanti tra loro, e che vengono messi in comunicazione alla stregua di dimensioni parallele. Il discorso testuale è anch’esso in linea con le scelte musicali: i testi della band trattano di contrasti tra le più disparate realtà, come Eros e Thanatos, natura ed evoluzione, candore ed erotismo". Tematiche da sempre care al gothic metal, che qui ben si sposano con un impianto musicale a tratti sconfinante in altri generi, come il doom e, per quanto riguarda i suoni, anche un po' di power e post - punk. Nella generale somiglianza con gruppi come i Lacuna Coil, i Nightwish o i Within Temptation, i Wormhole cercano di ritagliarsi uno spazio personale puntando molto sulla cantante Valentina, che irrompe prepotentemente sulla scena diventando la protagonista assoluta dei brani. Difficile, infatti, reperire lungo il CD una sezione puramente strumentale che duri più di venti secondi; la nostra vocalist canta praticamente sempre, con un timbro e un'interpretazione vocale a cavallo tra il teatrale, il misterioso e il grintoso. Nel complesso la sua prestazione è buona, mentre gli strumenti hanno un ruolo solamente marginale, dato che devono costantemente accompagnare la cantante. Non è che manchino le melodie, ma esse sono messe in secondo piano dalla preponderanza delle parti vocali (complice anche un mixaggio da rivedere). La rocciosità delle sezioni chitarristiche è comunque degna di nota e risulta essere uno degli elementi più caratteristici del cd, quello che distacca i Wormhole dalle gothic band che a volte tendono ad essere un po' troppo leggerine.

Forse è proprio questo scarso spazio dato alla sezione strumentale, insieme al mancato sviluppo dell'idea di suonare più aggressivi rispetto alla media, a rappresentare il punto debole del cd, che tende ad appiattirsi su una base abbastanza ripetitiva e punta tutto sul cantato per risultare convincente. Nonostante l'esecuzione sia di ottima fattura e alcuni riff sortiscano il sicuro effetto di incattivire gli animi con la loro potenza, avrebbe giovato un maggiore bilanciamento delle parti così da evitare quell'effetto "monocorde" che rende i pezzi piuttosto simili l'uno all'altro, senza grosse variazioni. Solo nel finale, con la lenta e melodica "Burning My Soul" la situazione cambia un po' e la band esplora nuovi lidi, ma consiglierei comunque al gruppo di rivedere il songwriting e di tirar fuori al 100% il proprio potenziale compositivo.  Concludendo, non posso certamente dire che "The String Theory" sia un brutto album; semplicemente mostra dei punti ancora da sgrezzare e da migliorare, ma si lascia ascoltare. Niente di nuovo sotto il sole, ma nemmeno una ciofeca; come debutto ci può stare, ora aspettiamo di vedere come si evolvono le cose in futuro.


01 - Your Mortal Remains (4:57)
02 - Autumn Leaves (4:23)
03 - Black Crows In Me (4:39)
04 - My Darkest Side (5:27)
05 - Storyteller (4:53)
06 - Poupeé de Porcelaine (4:01)
07 - Simon (5:16)
08 - Time Tilt (3:50)
09 - Burning My Soul (5:58)

mercoledì 30 maggio 2012

Drudkh - "Handful Of Stars"

Season Of Mist, 2010
Dopo la pubblicazione dell'intenso ed esaltante "Microcosmos", una vera ventata di aria fresca per chi dava i Drudkh spacciati dopo i contestati "Anti - Urban" ed "Estrangement", ecco che arriva il nono album in studio, puntuale come un orologio e prodotto sempre dalla Season Of Mist, a rimescolare ancora una volta le carte in tavola e a mostrare un volto differente della band ucraina, un terreno che ancora non era stato battuto. Ciò non ha ovviamente mancato di procurare al gruppo diverse critiche, ma come al solito i fan si sono divisi in due gruppi: chi apprezza il nuovo corso della band nonostante tutto, e chi invece lo ripudia andando a rimpiangere i primi, stupendi lavori degli ucraini. Da che parte stare, vi chiederete voi?

C'è da dire che, una volta terminata la breve introduzione pianistica, un brano come "Downfall Of The Epoch" lascia perlomeno perplesso chi era abituato ad ascoltare i Drudkh di "Forgotten Legends". Il suono si è abbondantemente ripulito, la produzione è diventata cristallina e quasi patinata, le sonorità hanno abbandonato quasi del tutto i terreni atmospheric - pagan black e si sono orientate decisamente più verso il post - rock, e perfino verso un certo tipo di doom, quello che per intenderci ha reso famosi i Katatonia. Impossibile non trovare similitudini con dischi come "Dance Of December Souls" e "Brave Murder Day", partendo dall'uso delle chitarre per arrivare alle ritmiche altamente ripetitive e quasi ipnotiche, nè veloci nè lente, senza tralasciare ovviamente l'uso di atmosfere un po' depresse e sicuramente più tranquille rispetto alle oniriche e burrascose composizioni degli esordi. Perfino la voce, che prima era un aspro scream che si incastrava tra gli strumenti in modo grezzo e approssimativo (e per questo tremendamente efficace), ora è diventata più preponderante e protagonista della scena, quasi come se volesse scavalcare gli strumenti, e ha perso un po' della sua carica selvaggia, acquisendo maggiore controllo e impostazione (per quanto sempre di scream si tratti). Le composizioni sono molto più lineari e quadrate, il riffing si è ulteriormente semplificato ed è difficile che rimanga qualcosa impresso nella mente, data l'omogeneità del tutto; potremmo quasi dire che il sound si è banalizzato, ma ciò è vero solo in parte.

"Handful Of Stars", infatti, nonostante la sua estrema semplicità e il suo abbandono verso le sonorità più ruvide ed evocative, non è per niente un brutto disco. Non mi faccio remore a dire che sicuramente è il prodotto meno interessante della discografia della band, escludendo ovviamente lo scialbo EP "Anti - Urban"; eppure, le capacità del gruppo ormai consolidate fanno sì che anche un disco non particolarmente ispirato come questo risulti piacevole e ben costruito. Sicuramente i brani sono un po' troppo uguali a sè stessi e anche tra di loro, nonostante nella seconda metà del disco vi sia un parziale ritorno alle origini (nel senso che compaiono sonorità leggermente più aggressive sia dal punto di vista vocale sia strumentale); è vero anche che qui il gruppo pesca abbondantemente dai Katatonia e da molte altre band venute almeno un decennio prima; ed è vero che non si sente più molto il legame con la natura e con le forze nascoste del cosmo, insomma quello spirito panteistico che ha sempre caratterizzato la musica della band. Ma qualcosa rimane sempre, un qualcosa che sotto sotto emoziona e coinvolge: una sottile malinconia, una pacata rassegnazione che tuttavia cela una venatura di rabbia, una gentile rivisitazione dei propri stati d'animo che si esprime attraverso cavalcate strumentali di pregevole fattura (prendete per esempio "Towards The Light", con i suoi interessanti chiaroscuri). Forse il tentativo di variare il sound è stato sfruttato male, nel senso che si poteva fare di più per rendere il disco maggiormente dinamico e variato; ma ripeto, non riesco a considerarlo un brutto album. Forse è semplicemente un'occasione mancata, un disco che avrebbe potuto essere molto di più e invece si ritrova ad essere solo un discreto esperimento, piacevole ma non memorabile.

"Handful Of Stars" è un disco che formalmente non ha nulla di sbagliato: in certi momenti riesce ad essere emozionante e a far viaggiare l'immaginazione, anche se ormai i tempi d'oro della band sono lontani e i primi dischi sono storia. Risente forse di un'eccessiva artificiosità della produzione, di strutture un po' trite e ritrite e di una certa staticità compositiva, ma tutto sommato si lascia ascoltare. Un piacevole accompagnamento per un viaggio in macchina, o per un momento di tranquilla meditazione sdraiati sul letto; non aspettatevi che immagini poderose vengano alla vostra mente, ma aspettatevi comunque quaranta minuti di onesta musica. Per i fan del gruppo, non mi sento di esprimere alcun parere: decideranno loro se considerare "Handful Of Stars" come una piacevole variazione sul tema oppure come una sbandata evitabile. Per quanto mi riguarda, scelgo la prima ipotesi.

01 - Cold Landscapes (1:14)
02 - Downfall Of The Epoch (12:10)
03 - Towards The Light (9:18)
04 - Twilight Aureola (9:00)
05 - The Day Will Come (9:06)
06 - Listening To The Silence (1:04)

Agalloch - "Whitedivisiongrey"

Dammerung Arts, 2011
Per la gioia degli Agalloch- fan che si sono persi le edizioni notoriamente limitate dei due EP "The Grey" e "The White", ci pensa questa nuova compilation ad aumentare il numero di release originali che contengono la musica tratta da quei due dischetti ormai così introvabili, il cui prezzo continua inesorabilmente ad aumentare a causa dell'elevato valore collezionistico che possiedono all'interno della scena metal.

In questa doppia release, anch'essa in edizione limitata e disponibile sia in vinile sia in CD (nel qual caso si presenta con una copertina diversa), gli Agalloch ci ripropongono tale e quale il materiale dei due dischi sopracitati, aggiungendoci anche alcune bonus track pensate per riempire gli spazi vuoti e arricchire la compilation con del materiale inedito. Nello specifico, il disco che ospita "The White" vede come traccia conclusiva un prolungato e originale remix della canzone "Haunting Birds", ma non sono gli Agalloch a riproporla, bensì i Nest (gruppo che ha collaborato con gli Agalloch per la realizzazione di un carinissimo e anch'esso introvabile split album su vinile). Nel disco che ospita "The Grey", invece, le bonus track sono tre remix molto atipici e ricchi di elettronica, giusto per alimentare un po' la vena creativo - sperimentale che ai tempi aveva guidato il songwriting dei due EP (non a caso, erano stati proposti in edizione limitata proprio perchè dovevano rimanere degli esperimenti circoscritti, e non un nuovo modus operandi del gruppo). Tra le bonus track, a dire il vero, non c'è niente di particolarmente interessante o memorabile, esse rappresentano solo un piccolo valore aggiunto che potrà essere accolto unicamente come curiosità, ma che ha solo la funzione di allungare un po' il brodo. Quasi quasi avrei preferito una riedizione dei due dischi in versione immodificata, o perlomeno che il disco con "The White" fosse costituito unicamente dai pezzi di "The White"; ma si sa, la perfezione non è di questo mondo.

Dedicato unicamente ai più strenui fan del gruppo, "Whitedivisiongrey" rappresenta un'ancora di salvezza per chi credeva ormai impossibile entrare in possesso delle delicate sonorità acustiche di "The White" e delle ipnotiche suggestioni di "The Grey" senza sborsare cifre assurde. C'è da dire però che non ci sono nemmeno molte copie di "Whitedivisiongrey" in giro, per cui già ora potrebbe essere troppo tardi...chi è interessato si affretti!

01 - The Isle of Summer (03:58)
02 - Birch Black (02:40)
03 - Hollow Stone    (04:15)    
04 - Pantheist (07:17)    
05 - Birch White (03:44)    
06 - Sowilo Rune (05:40)     
07 - Summerisle - Reprise (04:55)      
08 - Haunted Birds (cover-song by Nest) (10:06)    
09 - The Lodge (Dismantled) (13:12)    
10 - Odal (Nothing Remix) (07:47)      
11 - Nur.Noch.Asche (Allerseelen Shadow Remix) (04:24)
12 - Dunkelgrauestille (Allerseelen Pale Companion Remix)     (04:43)    
13 - A Desolation Song (TWC Aleutian Mix) (12:41)