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lunedì 25 luglio 2011

The Howling Void - "Shadows Over The Cosmos"

Solitude Productions, 2010
Per l'immensa gioia di ogni appassionato di funeral doom metal, il polistrumentista statunitense Ryan giunge a pubblicare il suo secondo lavoro, con un'importante novità rispetto al passato: ora è l'importante etichetta russa Solitude Productions a dare voce alla sua musica, e non più la misconosciuta Black Plague, che aveva pubblicato il precedente album con successivi grossi problemi di distribuzione, considerando appunto la scarsa copertura che essa può offrire. Il passaggio all'etichetta più rinomata e conosciuta di doom metal russo è un punto importante nella storia di questa giovane one man band, poichè la Solitude generalmente non sbaglia mai un colpo, e si è accaparrata questa band sapendo di andare a colpire nuovamente nel segno. Chi già conosceva il precedente "Megaliths Of The Abyss" l'avrà apprezzato per le atmosfere plumbee e dilatate, per l'eccezionale capacità di evocare immagini oscure e mortifere e per la produzione curata; "Shadows Over The Cosmos" porta tutte queste qualità ad un livello ancora superiore, rivelandosi un lavoro pregno di ispirazione e di significati, dalla capacità evocativa notevole e curato nei dettagli oltre ogni aspettativa.
"Shadows Over The Cosmos" prosegue il discorso musicale della band, dimostrando di aver ormai assimilato i più classici canoni del funeral doom (in particolare pescando da gruppi colossali come Ea e Shape Of Despair), ma al contempo esibendosi in una maturità stilistica che gli permette di risultare interessante e non un semplice complemento a quello che i maestri hanno già scritto precedentemente. L'album ha una personalità propria, che si evince nella scelta esasperata di risultare soffocante, plumbeo, roboante, poderoso e melodico allo stesso tempo. Rispetto al debutto non sono stati fatti dei passi avanti significativi in fatto di songwriting, nè è stata limata la ridondanza dei passaggi: ogni brano è sempre chilometrico, ripetitivo e asfissiante, tanto che bisogna fin dall'inizio mettersi l'animo in pace e scegliere di ascoltare la musica "sognandola", più che razionalizzandola. Guai a cercare un ascolto attento e critico, si traviserebbe completamente il senso della musica. Bisogna semplicemente lasciarsi trasportare dai maestosi tappeti di tastiere che riempiono ogni singolo istante, lasciarsi ammaliare da melodie elementari ma struggenti, da una voce growl che pare un lamento rassegnato più che un infernale ruggito, dalla possente forza delle chitarre, dalle ritmiche pachidermiche ma capaci di variare anche in maniera piuttosto fantasiosa con piccoli tocchi di buon gusto che richiedono però diversi ascolti per essere notati.

Le danze sono aperte dall'intenso e drammatico sentiero di "The Primordial Gloom", nella quale notiamo subito l'importanza della sezione sinfonica, notevolmente accentuata rispetto al debut album. La melodia portante, suonata da una chitarra che non va mai oltre le note singole, è un semplice accompagnamento al maestoso sottofondo tastieristico, dal suono eccezionale e travolgente, nonostante la sua programmatica lentezza. Piano piano si aggiungono nuovi elementi, come alcune liquide note di pianoforte, suoni di pioggia che si infrange al suolo, voci corali e interessanti variazioni timbriche delle chitarre (tremolo picking), che impreziosiscono il brano e rendono il suo incedere meno pesante di quanto potrebbe apparire al primo ascolto. I break atmosferici ci portano in un'altra dimensione, mentre i rintocchi di batteria diventano in alcuni casi i veri protagonisti della scena: tutto ciò rende il brano, strutturalmente molto semplice e ripetitivo, una vera esperienza mistica e trascendentale, per chi riesca a penetrare nella sua essenza. Arriva quindi il turno della lunghissima "Shadows Over The Cosmos", dalle melodie talvolta opprimenti e talvolta ariose, che si ripetono all'infinito risultando in un brano pesante e monolitico, che ci porta quasi in uno stato di alienazione. Solo il break centrale riesce a far riposare un po' le orecchie e la mente, per il resto la musica non ci lascia scampo e ci trascina in un vortice di lugubre disperazione. Con la meravigliosa "Wanderer Of The Wastes" la musica cambia e si fa stavolta serena, celestiale e splendidamente melodica, con variazioni di armonie azzeccatissime e melodie giocate tra pianoforte e chitarre, entrambi impegnati in una gara a chi risulta più emozionante. Dopo un pezzo così maestoso troviamo un lungo interludio strumentale dal suggestivo titolo "The Hidden Sun": cinque minuti abbondanti che si reggono su una visionaria melodia di pianoforte che non cambia mai, ripetendosi instancabilmente e intersecandosi con un soffice tappeto di sintetizzatori e il suono di un temporale che si scatena tra tuoni e scrosci. Dopo essere scivolati in questo trasognato mondo dominato da un sole nascosto, arriviamo alla conclusiva "Lord Of The Black Gulf": campane mortifere e muri di chitarre invalicabili si uniscono a brevi ma intensi inserti di lead guitar che rendono il brano contemporaneamente lugubre e malinconico, per poi sfumare ancora una volta con un temporale morente e un distante coro che ci saluta a testa bassa.

"Shadows Over The Cosmos" è un disco che non ammette compromessi: o lo si ama o lo si odia. Difficile però non rimanere ammaliati da sonorità tanto piene e corpose, partorite sicuramente da un tormento interiore del nostro Ryan, che ha trovato perfetto sfogo in una musica così crepuscolare e nera, che in alcuni momenti lascia intravedere qualche lume di speranza e serenità. Chi ha apprezzato "Megaliths Of The Abyss" troverà in questo album un successore formidabile; i doomster accaniti che ancora non conoscono i The Howling Void potrebbero rimanere fulminati dalla bellezza della loro musica; chi invece non ha dimestichezza con il doom, rimarrà indifferente. Non rimane che dire: a ciascuno il suo.

01 - The Primordial Gloom (12:20)
02 - Shadows Over The Cosmos (14:57)
03 - Wanderer Of The Wastes (12:01)
04 - The Hidden Sun (5:14)
05 - Lord Of The Black Gulf (13:04)