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sabato 30 giugno 2012

Traumatic Voyage - "Cogito Ergo Sum"

Autoprodotto, 1998
Presentazione: “Finalmente una cover e un booklet decenti!”, viene subito da esclamare appena si ha tra le mani Cogito Ergo Sum prima ancora di averlo ascoltato, il quarto full-length della one-man band Traumatic Voyage dell’enigmatico Astorian. Sì perché in effetti i dischi precedenti, a dispetto dell’ottima musica che contenevano, si presentavano in modo davvero tremendo – diciamo che non invogliavano molto all’ascolto, per usare un eufemismo. Ma non solo l'artwork è fatto in casa: stavolta, in assenza di case discografiche disposte a rischiare il fiasco dando voce alla sua musica elitaria, Astorian si è arrangiato da solo e si è anche autoprodotto il disco. Cogito Ergo Sum: così come Cartesio uscì dalla sonnecchiante notte del dubbio scettico sulla conoscenza grazie all'intuizione “penso, dunque sono”, allo stesso modo Astorian uscì dalla situazione di stallo dell'assenza di un'etichetta discografica assumendo il totale controllo della produzione della sua arte. Che ne è del suo cogito?

Stile: Sulla musica dei Traumatic Voyage si potrebbe dire molto, oppure molto poco. Molto, anzi moltissimo, qualora non li conosciate; molto poco, o forse addirittura niente, nel caso in cui abbiate già ascoltato i tre dischi precedenti. Infatti lo stile musicale permane pressoché immutato: brani sgangherati, allucinati, lunghi e vari, né troppo veloci né troppo lenti, ricchi di riff, arpeggi e sintetizzatori, tutti insieme uno sopra l'altro. Non c'è un attimo di pausa, non ci sono respiri: solo la voce continua di Astorian, un misto tra un latrato e una voce dall'oltretomba, che si mescola al marasma generale. Anche la produzione è quella affascinante di sempre, forse un pelo migliore: antiquata, vecchia, sembra che Astorian sia tornato indietro nel tempo per compiere le registrazioni di questo disco. Le sonorità delle chitarre sembrano essersi fermate alla tecnologia precedente, e questo crea un certo contrasto con la maggiore modernità dei sintetizzatori. Astorian è unico nel suo modo antiquato di proporre l'avantgarde metal.

Valutazione: A dire il vero, Cogito Ergo Sum si apre in un modo che ha dell'agghiacciante. Se si dovesse valutarlo in base alla lunga intro si potrebbe credere che Astorian abbia sbagliato ad incidere il disco. Ma come? Compro un disco dei Traumatic Voyage e mi ritrovo in mano la musica di un dj di serie C2 girone B? La verità è che si tratta di una provocazione che si ripete in forma attenuata alla quinta traccia Grenzgang. Ciò è testimoniato dal ripetuto urlo “Open your mind!” che Astorian ivi ripete con enfasi, che se da un lato avrà a che fare col concept dell'album, dall'altro è sicuramente un riferimento a questa elettronica un po' troppo discotecara. Sembra quindi che Astorian abbia voluto sperimentare con l'elettronica in modo più spinto ed esplicito che mai. Peccato però che in questo caso si tratti di una sperimentazione fine a sé stessa. Tu, caro Astorian, potrai anche strillare soddisfatto a gran voce “Open your mind!”, ma io posso replicarti con altrettante ragioni “Open your ears!”, perché la sperimentazione elettronica – che del resto hai sempre praticato – è una cosa, mentre l'inserzione di piccoli episodi isolati con un tunz tunz in sottofondo è tutt'altro. Non c'entra nulla col resto dei brani, e non è difficile accorgersene.
Detto questo, il resto del disco è grande. Ogni brano è grande, ed ha una combinazione di riff e arpeggi che lo rende unico rispetto agli altri. Stavo riflettendo su quale brano citare come esempio, ma mi rendo conto che fare un esempio non avrebbe senso: uno qualsiasi dei sette – visto che tre dei dieci totali sono solo intermezzi strumentali – si presta egregiamente allo scopo. A ben vedere Astorian non è nuovo a scrivere musica in questo modo; ma stavolta è tutto come magnificato. A conti fatti, Cogito Ergo Sum non aggiunge nulla di realmente nuovo alla proposta dei Traumatic Voyage, ma al tempo stesso risulta a mia detta uno dei loro dischi migliori, più maturi. Del resto Astorian non è uno che dà l’impressione di voler proporre di volta in volta qualcosa di nuovo; la sua enorme innovazione consiste nello stile musicale che fin dall’inizio ha saputo plasmare con visionaria lungimiranza, ed ora pare più intento a dare forma musicale alle proprie visioni spirituali che non ad inventarsi qualcosa di nuovo. Questo, non si può negarlo, gli riesce benissimo: Cogito Ergo Sum è uno di quegli album così ricchi di suoni, noise, riff e idee che ogni volta che lo si riascolta si scopre sempre qualche nuova sfumatura.

Conclusione: Chiudendo un occhio sulle isolate provocazioni elettroniche fini a sé stesse, posso dire che Cogito Ergo Sum è un po' l'album della maturità artistica per Astorian e i suoi Traumatic Voyage, l'album in cui egli ha definitivamente consolidato ed affinato il suo stile stralunato. E in fondo, se riuscirete ad escludere quel dannato tunz tunz dalle vostre orecchie – che è molto più vomito che cogito –, anche l'intro non sarà poi così malvagia...che altro dire? Il quarto fantastico full-length da parte di una delle band genitrici dell'avantgarde metal, band che non solo era così sconosciuta ai tempi da doverselo produrre artigianalmente, ma che continua ad essere totalmente sconosciuta anche oggi. Spero nel mio piccolo che queste poche righe possano essere utili a qualcuno per entrare in contatto con qualcosa di antico ed esoterico il cui fascino perdura immutato.

Curiosità:
* Astorian si era sempre fatto gli artwork da solo – il che si vedeva lontano un miglio. Stavolta per la prima volta è stato aiutato dalla moglie, e, nonostante il risultato rimanga tedescamente rude e grossolano, il miglioramento è sensibile. Manna dal cielo.
* Esiste un video ufficiale per Sagarmatha girato amatorialmente – probabilmente dalla moglie, ancora lei! – il quale ritrae Astorian che vaga per bosco notturno brandendo una torcia.
* Il disco è stato ristampato nel 2008 dalla Merciless Records, ed è ora disponibile per l'acquisto.

01 - Cogito Ergo Sum (04:17)
02 - No Man's Land (08:29)
03 - Sagarmatha (Call Of The Mountain) (06:08)
04 - Behind Dead Eyes (10:25)
05 - Grenzgang (04:09)
06 - Entropie (05:00)
07 - Jenseit Des Fleisches (13:05)
08 - To Be Life... (08:37)
09 - Anachronismus (11:39)
10 - Tripnosis (05:28)

martedì 26 giugno 2012

Helloween - "The Dark Ride"

Nuclear Blast, 2000
Presentazione: Confesserò fin da subito di non essere un fan sfegatato degli Helloween, né tantomeno conosco la loro discografia in tutta la sua estensione. Quello che però ho potuto capire è che, dopo il grande successo sul finire degli anni '80, i colossi tedeschi hanno vissuto una seconda giovinezza nella seconda metà degli anni '90 dopo un periodo di esperimenti poco apprezzati. Ma poi anche gli anni '90 finirono, e fu la volta del nuovo millennio. E cosa c'è all'inizio del nuovo millennio? The Dark Ride, disco uscito proprio nel 2000.

Stile: Per essere sinceri, il titolo è assai fuorviante: tutto quello che questo disco ha di Dark sono i quarantacinque secondi dell'intro; finiti questi rimane solo The Ride, che è un normalissimo disco di power metal classico, riproposto sotto le mentite spoglie di sonorità più moderne che hanno il merito di valorizzare tutta la potenza delle chitarre distorte e della batteria. C'è l'opener veloce ed aggressiva (Mr. Torture), ci sono i due brani un po' più lenti e macchinosi (Escalation 666 e Mirror Mirror), ci sono le due immancabili ballad (If I Could Fly e Immortal), e il resto si divide in buoni brani e filler tracks. Non c'è davvero nulla che tenti il distacco dal classic power: i brani sono costruiti sulla classica struttura strofa-ritornello, e hanno una durata media di poco più di quattro minuti. L'unico episodio che schizza prepotentemente in rilievo rispetto a tutti gli altri è la conclusiva The Dark Ride, una poderosa suite abilmente composta di quasi nove minuti che fa rimpiangere la sua fine.

Valutazione: The Dark Ride – o meglio, The Ride – è un disco che vola via tra alti e bassi, senza particolari colpi di scena né cadute di stile, forse un po' troppo ancorato ai cliché del genere, ma tutto sommato piacevole. In mezzo a questa mediocrità sopra la media della mediocrità mi sembra doveroso spendere parole di elogio per il brano che rende il disco degno di attenzione: la titletrack The Dark Ride, la cavalcata finale che chiude il disco, un'imprevedibile suite ricchissima di soluzioni emozionanti che si susseguono in modo perfetto. Senza inventarsi niente di stravagante, e senza andare a pescare nel mondo del prog, gli Helloween sono riusciti a costruire un piccolo capolavoro che incastra in modo ottimale una serie di melodie dai sapori differenti in pieno power metal, un brano da cantare dall'inizio alla fine che si stampa in testa con euforico entusiasmo. Se per assurdo gli Helloween avessero strutturato questo album componendolo con sette o otto brani scritti in questo modo, ora saremmo qui a parlare di uno dei dischi power più belli di sempre. Ma del resto non lo fecero nemmeno ai tempi di quei due gloriosi quarti d'ora intitolati Halloween e Keeper Of The Seven Keys, quindi non ha senso recriminare sotto questo aspetto...

Conclusione: Ci siamo detti tutto quello che c'era da dire: album di buon livello di poco sopra la media – posto che sia realmente sopra la media – che incorpora tutte le caratteristiche tipiche del power più classico, il cui unico momento davvero indimenticabile è il grandioso brano conclusivo. Può darsi che i fan degli Helloween siano irritati dalla sufficienza con cui sto trattando i loro beniamini, ma la verità è che in ambito power ho sentito cose migliori – vedi Manticora, Kiuas e Bejelit, tanto per fare alcuni esempi illustri. Ciò non toglie che The Dark Ride rimane un album che ogni tanto ascolto ben volentieri, forte della trepidante attesa della cavalcata conclusiva...

...take a place on the dark ride, slowly creeping up, quickly coming down, take a spin on the dark ride, may too far from the other side...

01 - Beyond The Portal (00:45)
02 - Mr. Torture (03:28)
03 - All Over The Nations (04:54)
04 - Escalation 666 (04:25)
05 - Mirror Mirror (03:44)
06 - If I Could Fly (04:09)
07 - Salvation (05:43)
08 - The Departed (Sun Is Going Down) (04:36)
09 - I Live For Your Pain (04:00)
10 - We Damn The Night (04:06)
11 - Immortal (04:05)
12 - The Dark Ride (08:48)

lunedì 25 giugno 2012

Kroda - "Поплач Мені, Річко... (Cry To Me, River…)"

Stellar Winter Records, 2004
Presentazione: Sperduti in qualche angolo dell'affascinante Ucraina, dediti ad un misto tra folk e black dedicato alle bellezze e alla storia della loro terra nativa: è così che nacquero i Kroda, progetto condiviso dalle due menti compositrici di Eisenslav e Viterzgir. Ma a differenza dei loro più blasonati colleghi Ensiferum ed Eluveitie, tanto per citare due nomi tra i più noti, i Kroda non sembravano avere l'ambizione di arrivare ad un pubblico vasto. Essi si concentrarono piuttosto sulla loro musica, cercando di catturare le leggende pagane del loro paese in relazione alla bellezza della natura incontaminata prima che tale cultura venisse spazzata via dal cristianesimo, piuttosto che le aspettative di chi preferisce ascoltare qualcosa di più semplice ed orecchiabile. Pensate che quando esordirono nel 2004 col presente Cry To Me, River..., album dal titolo molto suggestivo, esso venne limitato a mille copie ed uscì addirittura in formato tape! Il disco vide poi una lunga serie di ristampe, fino a quella del 2012 targata Purity Through Fire che gli permise di pervenire nelle mie mani.

Stile: Un'introduzione in cui una bagpipe soffia leggera e sembra riportarci indietro nel tempo, viaggio magico condito da due soffici nacchere e un gong soffuso. Ma è solo l'inizio: una volta giunti sin nell'epoca dell'Ucraina pagana ecco che esplodono le infuriate, rozze, raschianti chitarre black metal. Si fa così strada a suon di spada un interessante mix tra pesanti stilettate in pagan black metal e melodie folk, alcune soavi, altre più battagliere. Un mix reso interessante anche – e soprattutto – grazie al songwriting, un songwriting di matrice tutta pagan black che ha quindi il grande merito di dare alle chitarre e al riffing lo spazio che si meritano. Questa equilibrata alternanza tra folk e pagan black genera brani cattivi, furiosi, famelici, ma al tempo stesso melodici e struggenti – in ciò anche il tremolo picking ha il suo bel merito, tecnica che purtroppo la maggior parte delle altre band folk dimentica per strada.

Valutazione: Considerare questo disco come un disco folk/pagan black sarebbe già sufficiente di per sé per ritenerlo un gran bel disco, di quelli da venerare e custodire gelosamente. Ma a mio giudizio il più grande merito dei Kroda è il loro personale modo di fare folk: il vasto uso di bagpipe e simili non limita in alcun modo il brillante svilupparsi del riffing, delle ritmiche, delle strutture, della musica insomma – contrariamente a quanto invece avviene con la maggior parte delle altre band folk, le quali sembrano curarsi unicamente di risultare orecchiabili grazie a qualche buona melodia. Io amo il folk, perché trovo che le sonorità degli strumenti nordici siano qualcosa di unico e sublime. Purtroppo però trovare una band folk che produca della musica completa e ben sviluppata sotto ogni aspetto si è rivelato proibitivo: per rintracciare qualcosa di ottimo che non fossero i Moonsorrow ho dovuto vagare in lungo e in largo, passando in rassegna una gran mole di band, fino a giungere con grande soddisfazione proprio ai Kroda. Finalmente! Alla luce di tutto ciò potete immaginare la mia soddisfazione il giorno che li scopersi. Brani come Endless Path Of Legends, Where The Peace And Calm Were Immortalized, Native Land, e soprattutto la stessa Cry To Me, River..., semplicemente fantastici, dotati di grande tatto, melodia e anche tanta adrenalina. Guarda te se c'era bisogno di andare a pescare un album uscito addirittura in formato tape per trovare un grande disco folk! Eppure ne è proprio valsa la pena. Un disco come Cry To Me, River... che riesce a fondere la squisitezza del folk con la rabbia e il songwriting del black merita di essere tenuto in ampia considerazione, alla stregua degli album migliori nel suo genere.

Conclusione: Il grande folk con un grande songwriting: questa è la vera grande nota di merito dei Kroda, e forse al tempo stesso anche il motivo del mancato riconoscimento della loro classe, relegandoli a vivere all’ombra di band più blasonate. Ma la qualità della musica prodotta non è ben correlata con la notorietà della band che la propone: i Kroda sono un ottimo esempio di band eccellente e sconosciuta. E pensate che Cry To Me, River... non è altro che il loro disco d'esordio...credetemi, la loro discografia è ancora lunga e ricca di soddisfazioni. Cominciate a dare una possibilità a quest'album, e vedrete che tutto il resto verrà da sé.

Curiosità:
* Originariamente uscito in formato tape, limitato a 1000 copie.
* Il disco si chiude con una superba cover di Apocalypse degli Hypocrisy, brano di apertura del loro album The Fourth Dimension (1994). Nonostante il brano originale sia cantato, la cover dei Kroda è strumentale.

01 – Крода (Kroda) (01:38)
02 - Приданий Бесконечный Путь (Endless Path Of Legends) (07:27)
03 - Где Увековечен был Мир и Покой (Where The Peace And Calm Were Immortalized) (07:33)
04 - Иней Крови (Hoarfrost Of Blood) (05:01)
05 - Рідний Край (Native Land) (08:45)
06 - Грому Палиці Коряві (Gnarled Cudgels Of Thunder) (05:45)
07 - Поплач Мені, Річко... (Зрада Князя Володимира) (Cry To Me, River... (Betrayal Of Knjaz Volodymir)) (05:52)
08 - Apocalypse (Hypocrisy cover) (05:59)

mercoledì 20 giugno 2012

Primordial - "Storm Before Calm"

Hammerheart Records, 2002
Un riff turbinoso e gigantesco come una cascata, accompagnato da una batteria parossisticamente veloce e mitragliante; è questo lo storico incipit di questo stupendo album targato Primordial, vera icona della commistione tra epic, folk e black metal. Un disco che ormai ha compiuto dieci anni ma non soffre minimamente il passare del tempo, poiché la freschezza e la genuinità che racchiude non passano mai di moda, specialmente se sono supportate da ottime idee e da un songwriting longevo e interessante. Inutile dire che è esattamente il caso dei Primordial, i quali finora non mi hanno mai deluso.

Gli irlandesi sono progressivamente migliorati di disco in disco, e giunti alla quarta fatica discografica hanno secondo me prodotto quello che è il loro disco migliore, l'icona della loro consacrazione nel genere. "Storm Before Calm" unisce, con sapiente maestria, la grezza irruenta di "Imrama", le atmosfere oscure e decadenti di "A Journey's End" e le splendide linee melodiche di "Spirit The Earth Aflame", esaltando inoltre all'ennesima potenza l'alone epico e drammatico che fa sempre sembrare di essere nel corso di un'infuocata battaglia di lame e scudi. Non si tratta però unicamente di un'epicità assimilabile alle battaglie o al folklore in sè; la definirei più un'epicità "sofferta", nella quale vive un dramma cocente (il quale spesso si identifica con la caduta di valori dell'età moderna, tema della grandiosa e monumentale opener "The Heretics Age"). Il collante perfetto dell'album, nonché elemento indispensabile e caratterizzante, è la doppia voce di Alan Nemtheanga, vocalist dalla timbrica inconfondibile e dall'espressività imbarazzante, che sa perfettamente quando passare dal cantato pomposo e accorato allo screaming / growl feroce, e al contempo sa anche ammaliarci con dei sussurri quasi demoniaci; potrei dire che la sua è la più perfetta delle voci possibili per cantare in un disco epic (senza dimenticare la sua versatilità: quattro anni dopo lo sentiremo cantare addirittura negli apocalittici doomsters Void Of Silence, con risultati altrettanto fenomenali). Alan sono i Primordial, i Primordial sono Alan (senza nulla togliere ai bravissimi musicisti che lo accompagnano, ma è giusto dire che senza la sua voce i Primordial non sarebbero più gli stessi, un po' come se il cantante degli Opeth non fosse più Mikael Akerfeldt!).

Il disco non ha paura di esplorare strade differenti: i brani non ricalcano necessariamente lo stile di quelli che l'hanno preceduto, mostrando una buona varietà che tuttavia non va mai a sconfinare fuori da quella che è la proposta musicale della band. Coerenza invidiabile unita alla volontà di non suonare sempre uguali, questo è uno dei punti di forza della band irlandese. Grazie ad un'ottima produzione, alla pienezza delle partiture chitarristiche e soprattutto alle potentissime percussioni, l'effetto "dramma" è stato centrato in pieno: ecco quindi materializzarsi delle composizioni davvero interessanti come "Fallen To Ruin", tragica e ottimamente bilanciata tra la misteriosa introduzione acustica e la potenza dei riff e dei muri di chitarre che seguono marziali; "Cast To The Pyre", con il suo riff mellifluo e suadente; oppure "Sons Of The Morrigan", che con le sue melodie un po' contorte e la sua batteria sincopata pare sempre indecisa se voler esplodere o volersi trattenere, come lacerata da un dilemma interiore. Degne di nota anche l'aggressiva "Sun First Rays", che ci riporta un po' alle selvagge interpretazioni del debutto "Imrama" (con tanto di parolaccia al seguito di uno stop and go!!), e come controparte l'acustica e strumentale "What Sleeps Within", dove la band esplora la propria vena folkloristica, concedendole molto più spazio di quanto usualmente fa. Particolarissima è inoltre la conclusiva "Hosting Of The Sidhe", con le sue atmosfere quasi orientaleggianti, mistiche e ipnotiche; una voce sussurrata e un tappeto strumentale tremolante ci danno i brividi dall'inizio alla fine, specialmente nel finale che va lentamente a sfumare. Quando il CD smette di scorrere nel lettore, la sensazione è quella di aver compiuto un viaggio storico e appassionante nella civiltà umana, con tutte le sue vicende e le sue miserie; se questo era l'obiettivo dei Primordial, direi che l'hanno azzeccato in pieno. Non a caso, citano la Storia (quella con la S maiuscola) nel loro booklet, spiegando che l'album è nato proprio per permettere a ciascuno di reinterpretare liberamente il corso degli eventi, diventandone partecipe al cento per cento.

"Storm Before Calm" è in definitiva un album maturo, ben costruito e carico di significati. Evocativo, potente e ispirato, può tranquillamente essere considerato come un caposaldo dell'epic black, così come i Primordial possono essere considerati un gruppo ormai storico, una di quelle band presso le quali bisogna passare obbligatoriamente se ci si vuole avvicinare alle affascinanti sonorità di questo genere. Con questo album non si sbaglia, ve lo garantisco!

01 - The Heretics Age (6:18)
02 - Fallen To Ruin (9:31)
03 - Cast To The Pyre (7:08)
04 - Sun First Rays (5:05)
05 - What Sleeps Within (3:14)
06 - Sons Of The Morrigan (8:17)
07 - Hosting Of The Sidhe (7:10)

giovedì 7 giugno 2012

Drudkh - "Eternal Turn Of The Wheel"

Season Of Mist, 2012
Qualcuno pensava che con il precedente "Handful Of Stars", i Drudkh avessero esaurito tutto ciò che avevano da dire, contaminando irrimediabilmente la loro musica con sonorità più leggere e orecchiabili, e venendo quindi meno alle loro origini, saldamente impiantate in un black metal di stampo atmosferico e squisitamente a metà tra il grezzo e il melodico. I motivi per pensarlo c'erano tutti, dato che di solito una band, quando intraprende la strada del declino, tende a percorrerla andando sempre più verso il basso; e nonostante "Handful Of Stars" non fosse un brutto disco (almeno nell'opinione di chi scrive), dopo l'eccellente "Microcosmos" è diventata evidente un'involuzione del sound e del songwriting, specialmente se come termini di paragone si prendono i primi e obbligatori album del combo ucraino.

I Drudkh invece, dopo due anni dall'uscita di quel contestato album, ci sorprendono ancora una volta con questo "Eternal Turn Of The Wheel", che ha il compito di riportarci indietro ai tempi del primo, glorioso e mai troppo lodato "Forgotten Legends". Sì, avete capito bene: si ritorna alle origini, e per davvero. Il sound è tornato ad essere ruvido, come una pietra irregolare e solcata da torrenti impetuosi; le chitarre sono tornate ad essere delle taglienti lame di ghiaccio e le distorsioni occupano la quasi totalità del disco lasciando poco spazio agli interventi "tranquilli" (che comunque ci sono, centellinati ma ben contestualizzati); le atmosfere hanno lasciato completamente da parte la vena riflessiva post - rock e sono invece tornate ad essere malinconiche e depressive, di stampo prettamente autunnale e decadente. Un brano come "Breath Of Cold Black Soil" è un vero toccasana per chi considerava i Drudkh come un gruppo ormai spacciato, dato che contiene praticamente tutti gli elementi che hanno reso questa band così celebre nel suo ambiente. Chitarre sempre ronzanti e dal piglio triste si affiancano con decisione ad un tappeto tastieristico appena accennato, ma di grandissimo effetto, e perfino ai suoni di alcune lugubri campane che aumentano a dismisura la drammaticità del pezzo. E i pezzi successivi non fanno che migliorare ancora di più, raggiungendo momenti davvero epici (come nella cavalcata spaccacuore di "Farewell To Autumn's Sorrowful Birds"). Per quanto le linee melodico / armoniche siano diventate ancora più semplici e dirette (qui rasentiamo davvero un livello elementare), sono le atmosfere ad averci guadagnato immensamente, avendo riconquistato quel piglio "primordiale" e non rifinito che fece la fortuna dei grandi capolavori del gruppo. Dunque, poco importa se alla propria undicesima produzione discografica la band non riesce a produrre niente di particolarmente innovativo, niente che essa stessa non abbia già scritto in precedenza; ma abbiamo avuto la conferma che non si sono rammolliti, che sono ancora capaci di farci emozionare con un fraseggio di chitarra impetuoso, con una terrificante accelerazione in blast beat che lascia senza fiato, e soprattutto con una voce sofferente, animicamente distrutta, che declama il proprio dolore e lo fa piovere sulle nostre anime, come sale sparso sui campi. Tutti elementi che, mischiati assieme con una maestria ormai acquisita, trasformano poche note in un'esperienza valevole.

Quattro pezzi (più la brevissima introduzione acustica) che tecnicamente non valgono quasi nulla, che si basano su pochissimi elementi come da perfetta tradizione burzumiana, quattro pezzi musicalmente forse insignificanti; eppure, quattro pezzi che smuovono qualcosa dentro, che sanno toccare corde primitive e recondite, e sanno emozionare. Sembra una frase fatta da quattro soldi, ma è proprio così: l'acida tristezza che alberga in questi solchi è un qualcosa che volenti o nolenti ci cattura, durante l'ascolto. Tutto si può dire dei Drudkh, meno che siano freddi e macchinosi; e questo nuovo album è semplicemente arrivato come una conferma di tale fatto. E adesso aspettiamo il nuovo album...conoscendoli, arriverà molto presto!

01 - Eternal Circle (1:15)
02 - Breath Of Cold Black Soil (9:45)
03 - When Gods Leave Their Emerald Halls (9:21)
04 - Farewell To Autumn's Sorrowful Birds (7:48)
05 - Night Woven Of Snow, Winds And Grey - Haired Stars (8:00)

mercoledì 6 giugno 2012

If These Trees Could Talk - "Red Forest"

Mylene Sheath, 2012
Chiamatelo post - rock, chiamatelo rock atmosferico / strumentale, chiamatela musica sperimentale / progressiva: chiamate questo progetto come volete, sta di fatto che gli americani If These Trees Could Talk ci sanno davvero fare nel ricreare atmosfere soffuse e suggestive, che richiamano la natura e le sue mille sfaccettature, senza disdegnare nemmeno di svegliarsi ogni tanto e regalarci qualche cavalcata metallica che ci spedisce al tappeto con la sua potenza sonora. Ci eravamo gustati un superbo esempio di tale musica con il precedente disco "Above The Earth, Below The Sky"; ora i nostri sono tornati con un nuovo album per permetterci di assaggiare nuovamente quelle pregevoli sensazioni. Poco importa se seguono una strada già ampiamente battuta da altri: anche la musica classica, ai tempi, prese spunto dalla musica popolare già esistente. Per cui limitiamoci a parlare della qualità della musica qui presente.

Va subito detto che non c'è assolutamente nulla di nuovo rispetto a ciò che abbiamo già sentito nel precedente full length. Ancora una volta, atmosfere liquide e melodie sempre sfuggenti, raramente ben definite, si intersecano continuamente dando vita ad un interessante fusione di sonorità psichedeliche, melodiche e trasognate, grazie ad un superbo lavoro compiuto dai tre chitarristi (tre!) e da una sezione ritmica di tutto rispetto, con un basso ottimamente presente e una batteria in grado di accompagnare la musica con gusto e la necessaria discrezione. Il disco è ancora una volta interamente strumentale, scelta che mi sento di lodare: non hanno ceduto alla tentazione di aggiungere le linee vocali ad una musica che già di per sè è capace di dire tutto, grazie alla sua intensissima elaborazione stilistica e ai suoi continui sviluppi melodici. Per chi già conosce il gruppo, "Red Forest" non è altro che la naturale prosecuzione di ciò che era stato "Above The Earth...", quasi come se quel disco fosse uscito in doppio CD e questa ne fosse la seconda parte. Via libera quindi alla solita carrellata di effetti sognanti ed eterei, via libera a brani cangianti e variopinti che esplorano stati d'animo anche molto diversi tra loro, via libera ad una generale attitudine verso la meditazione e la contemplazione, più che verso l'aggressione sonora (che tuttavia, ripeto, in certi tratti non manca). Un suggestivo e magico viaggio nella natura, un disco che si potrebbe ascoltare camminando in un bosco, senza preoccuparsi del dove e del quando: la natura "progressiva" della musica fa sì che i riferimenti spazio - temporali diventino superflui, trasportandoci in un mondo dove dobbiamo semplicemente lasciarci andare alle sensazioni provocate dalla musica stessa. Non c'è inizio e non c'è fine, se non quelli intrinsecamente obbligatori che il CD racchiude; una musica simile potrebbe essere iniziata secoli fa e andare avanti all'infinito, come l'eterno fiume della vita. Noiosa, dite? Mai come in questo caso il giudizio di un ascoltatore è cosa soggettiva, a ciascuno spetta la propria musica. Va da sè che un disco come questo difficilmente può essere tacciato di banalità, e anche chi non riuscirà ad apprezzarlo non potrà dire che si tratta di musica che si ascolta tutti i giorni.

Per quanto riguarda la somiglianza con il precedente album, mi viene da dire: sì, è vero. Praticamente è tutto uguale. Uguale nei ritmi, nelle atmosfere, nei suoni, perfino nella durata. Ma mi viene anche da dire che non mi interessa. Quando la musica è di qualità, ascoltarla non stanca mai, e un disco del genere è in grado di darmi troppe belle sensazioni per poter stare a pensare ai dettagli. Del resto, gli AC/DC e i Motorhead pubblicano lo stesso disco da trent'anni, e nessuno ha mai niente da dire in proposito...perchè non possono farlo anche gli If These Trees Could Talk? Promossi dunque a pieni voti, acquisto caldamente consigliato agli amanti del genere, ma specialmente ai neofiti: per loro potrebbe davvero essere un colpo di fulmine.

01 - Breath Of Life (1:48)
02 - The First Fire (6:30)
03 - Barren Lands Of The Modern Dinosaur (5:57)
04 - They Speak With Knives (5:40)
05 - The Gift Of Two Rivers (1:11)
06 - Red Forest (8:25)
07 - The Aleutian Clouds (3:03)
08 - Left To Rust And Rot (5:24)
09 - When The Big Hand Buries The Twelve (9:38)

venerdì 1 giugno 2012

Wormhole - "The String Theory"

Ladymusicdistro, 2011
I lucani Wormhole nascono nel 2003 e si dedicano ad una musica che tenta di mescolare la durezza e la graniticità del metal con tematiche e sonorità tendenzialmente oscure, decisamente affini al gothic. Non sono gli ultimi arrivati, dato che hanno alle spalle già un discreto numero di produzioni tutte rigorosamente in proprio; questo disco è infatti nato grazie ai fondi raccolti con numerosi show dal vivo, in collaborazione con diverse band. Anche la line up ha avuto il tempo di mutare, fino ad arrivare alla formazione definitiva (Valentina Marvulli alla voce, Francesco Faniello e Andrea Canitano alle chitarre, Giuseppe Recchia al basso e Paolo Bitonto dietro le pelli e alle prese col sequencer). "The String Theory" è il loro primo album ufficiale, un concept diviso in due parti distinte, e che ora andiamo a scoprire.

Già dal titolo del disco si può capire che i ragazzi hanno una certa propensione verso le tematiche complesse e misteriose, come del resto viene spiegato nella biografia a proposito del loro nome: "Un wormhole rappresenta la metafora del collegamento tra idee, suoni, parole, contrasti solo in apparenza distanti tra loro, e che vengono messi in comunicazione alla stregua di dimensioni parallele. Il discorso testuale è anch’esso in linea con le scelte musicali: i testi della band trattano di contrasti tra le più disparate realtà, come Eros e Thanatos, natura ed evoluzione, candore ed erotismo". Tematiche da sempre care al gothic metal, che qui ben si sposano con un impianto musicale a tratti sconfinante in altri generi, come il doom e, per quanto riguarda i suoni, anche un po' di power e post - punk. Nella generale somiglianza con gruppi come i Lacuna Coil, i Nightwish o i Within Temptation, i Wormhole cercano di ritagliarsi uno spazio personale puntando molto sulla cantante Valentina, che irrompe prepotentemente sulla scena diventando la protagonista assoluta dei brani. Difficile, infatti, reperire lungo il CD una sezione puramente strumentale che duri più di venti secondi; la nostra vocalist canta praticamente sempre, con un timbro e un'interpretazione vocale a cavallo tra il teatrale, il misterioso e il grintoso. Nel complesso la sua prestazione è buona, mentre gli strumenti hanno un ruolo solamente marginale, dato che devono costantemente accompagnare la cantante. Non è che manchino le melodie, ma esse sono messe in secondo piano dalla preponderanza delle parti vocali (complice anche un mixaggio da rivedere). La rocciosità delle sezioni chitarristiche è comunque degna di nota e risulta essere uno degli elementi più caratteristici del cd, quello che distacca i Wormhole dalle gothic band che a volte tendono ad essere un po' troppo leggerine.

Forse è proprio questo scarso spazio dato alla sezione strumentale, insieme al mancato sviluppo dell'idea di suonare più aggressivi rispetto alla media, a rappresentare il punto debole del cd, che tende ad appiattirsi su una base abbastanza ripetitiva e punta tutto sul cantato per risultare convincente. Nonostante l'esecuzione sia di ottima fattura e alcuni riff sortiscano il sicuro effetto di incattivire gli animi con la loro potenza, avrebbe giovato un maggiore bilanciamento delle parti così da evitare quell'effetto "monocorde" che rende i pezzi piuttosto simili l'uno all'altro, senza grosse variazioni. Solo nel finale, con la lenta e melodica "Burning My Soul" la situazione cambia un po' e la band esplora nuovi lidi, ma consiglierei comunque al gruppo di rivedere il songwriting e di tirar fuori al 100% il proprio potenziale compositivo.  Concludendo, non posso certamente dire che "The String Theory" sia un brutto album; semplicemente mostra dei punti ancora da sgrezzare e da migliorare, ma si lascia ascoltare. Niente di nuovo sotto il sole, ma nemmeno una ciofeca; come debutto ci può stare, ora aspettiamo di vedere come si evolvono le cose in futuro.


01 - Your Mortal Remains (4:57)
02 - Autumn Leaves (4:23)
03 - Black Crows In Me (4:39)
04 - My Darkest Side (5:27)
05 - Storyteller (4:53)
06 - Poupeé de Porcelaine (4:01)
07 - Simon (5:16)
08 - Time Tilt (3:50)
09 - Burning My Soul (5:58)

mercoledì 30 maggio 2012

Drudkh - "Handful Of Stars"

Season Of Mist, 2010
Dopo la pubblicazione dell'intenso ed esaltante "Microcosmos", una vera ventata di aria fresca per chi dava i Drudkh spacciati dopo i contestati "Anti - Urban" ed "Estrangement", ecco che arriva il nono album in studio, puntuale come un orologio e prodotto sempre dalla Season Of Mist, a rimescolare ancora una volta le carte in tavola e a mostrare un volto differente della band ucraina, un terreno che ancora non era stato battuto. Ciò non ha ovviamente mancato di procurare al gruppo diverse critiche, ma come al solito i fan si sono divisi in due gruppi: chi apprezza il nuovo corso della band nonostante tutto, e chi invece lo ripudia andando a rimpiangere i primi, stupendi lavori degli ucraini. Da che parte stare, vi chiederete voi?

C'è da dire che, una volta terminata la breve introduzione pianistica, un brano come "Downfall Of The Epoch" lascia perlomeno perplesso chi era abituato ad ascoltare i Drudkh di "Forgotten Legends". Il suono si è abbondantemente ripulito, la produzione è diventata cristallina e quasi patinata, le sonorità hanno abbandonato quasi del tutto i terreni atmospheric - pagan black e si sono orientate decisamente più verso il post - rock, e perfino verso un certo tipo di doom, quello che per intenderci ha reso famosi i Katatonia. Impossibile non trovare similitudini con dischi come "Dance Of December Souls" e "Brave Murder Day", partendo dall'uso delle chitarre per arrivare alle ritmiche altamente ripetitive e quasi ipnotiche, nè veloci nè lente, senza tralasciare ovviamente l'uso di atmosfere un po' depresse e sicuramente più tranquille rispetto alle oniriche e burrascose composizioni degli esordi. Perfino la voce, che prima era un aspro scream che si incastrava tra gli strumenti in modo grezzo e approssimativo (e per questo tremendamente efficace), ora è diventata più preponderante e protagonista della scena, quasi come se volesse scavalcare gli strumenti, e ha perso un po' della sua carica selvaggia, acquisendo maggiore controllo e impostazione (per quanto sempre di scream si tratti). Le composizioni sono molto più lineari e quadrate, il riffing si è ulteriormente semplificato ed è difficile che rimanga qualcosa impresso nella mente, data l'omogeneità del tutto; potremmo quasi dire che il sound si è banalizzato, ma ciò è vero solo in parte.

"Handful Of Stars", infatti, nonostante la sua estrema semplicità e il suo abbandono verso le sonorità più ruvide ed evocative, non è per niente un brutto disco. Non mi faccio remore a dire che sicuramente è il prodotto meno interessante della discografia della band, escludendo ovviamente lo scialbo EP "Anti - Urban"; eppure, le capacità del gruppo ormai consolidate fanno sì che anche un disco non particolarmente ispirato come questo risulti piacevole e ben costruito. Sicuramente i brani sono un po' troppo uguali a sè stessi e anche tra di loro, nonostante nella seconda metà del disco vi sia un parziale ritorno alle origini (nel senso che compaiono sonorità leggermente più aggressive sia dal punto di vista vocale sia strumentale); è vero anche che qui il gruppo pesca abbondantemente dai Katatonia e da molte altre band venute almeno un decennio prima; ed è vero che non si sente più molto il legame con la natura e con le forze nascoste del cosmo, insomma quello spirito panteistico che ha sempre caratterizzato la musica della band. Ma qualcosa rimane sempre, un qualcosa che sotto sotto emoziona e coinvolge: una sottile malinconia, una pacata rassegnazione che tuttavia cela una venatura di rabbia, una gentile rivisitazione dei propri stati d'animo che si esprime attraverso cavalcate strumentali di pregevole fattura (prendete per esempio "Towards The Light", con i suoi interessanti chiaroscuri). Forse il tentativo di variare il sound è stato sfruttato male, nel senso che si poteva fare di più per rendere il disco maggiormente dinamico e variato; ma ripeto, non riesco a considerarlo un brutto album. Forse è semplicemente un'occasione mancata, un disco che avrebbe potuto essere molto di più e invece si ritrova ad essere solo un discreto esperimento, piacevole ma non memorabile.

"Handful Of Stars" è un disco che formalmente non ha nulla di sbagliato: in certi momenti riesce ad essere emozionante e a far viaggiare l'immaginazione, anche se ormai i tempi d'oro della band sono lontani e i primi dischi sono storia. Risente forse di un'eccessiva artificiosità della produzione, di strutture un po' trite e ritrite e di una certa staticità compositiva, ma tutto sommato si lascia ascoltare. Un piacevole accompagnamento per un viaggio in macchina, o per un momento di tranquilla meditazione sdraiati sul letto; non aspettatevi che immagini poderose vengano alla vostra mente, ma aspettatevi comunque quaranta minuti di onesta musica. Per i fan del gruppo, non mi sento di esprimere alcun parere: decideranno loro se considerare "Handful Of Stars" come una piacevole variazione sul tema oppure come una sbandata evitabile. Per quanto mi riguarda, scelgo la prima ipotesi.

01 - Cold Landscapes (1:14)
02 - Downfall Of The Epoch (12:10)
03 - Towards The Light (9:18)
04 - Twilight Aureola (9:00)
05 - The Day Will Come (9:06)
06 - Listening To The Silence (1:04)

Agalloch - "Whitedivisiongrey"

Dammerung Arts, 2011
Per la gioia degli Agalloch- fan che si sono persi le edizioni notoriamente limitate dei due EP "The Grey" e "The White", ci pensa questa nuova compilation ad aumentare il numero di release originali che contengono la musica tratta da quei due dischetti ormai così introvabili, il cui prezzo continua inesorabilmente ad aumentare a causa dell'elevato valore collezionistico che possiedono all'interno della scena metal.

In questa doppia release, anch'essa in edizione limitata e disponibile sia in vinile sia in CD (nel qual caso si presenta con una copertina diversa), gli Agalloch ci ripropongono tale e quale il materiale dei due dischi sopracitati, aggiungendoci anche alcune bonus track pensate per riempire gli spazi vuoti e arricchire la compilation con del materiale inedito. Nello specifico, il disco che ospita "The White" vede come traccia conclusiva un prolungato e originale remix della canzone "Haunting Birds", ma non sono gli Agalloch a riproporla, bensì i Nest (gruppo che ha collaborato con gli Agalloch per la realizzazione di un carinissimo e anch'esso introvabile split album su vinile). Nel disco che ospita "The Grey", invece, le bonus track sono tre remix molto atipici e ricchi di elettronica, giusto per alimentare un po' la vena creativo - sperimentale che ai tempi aveva guidato il songwriting dei due EP (non a caso, erano stati proposti in edizione limitata proprio perchè dovevano rimanere degli esperimenti circoscritti, e non un nuovo modus operandi del gruppo). Tra le bonus track, a dire il vero, non c'è niente di particolarmente interessante o memorabile, esse rappresentano solo un piccolo valore aggiunto che potrà essere accolto unicamente come curiosità, ma che ha solo la funzione di allungare un po' il brodo. Quasi quasi avrei preferito una riedizione dei due dischi in versione immodificata, o perlomeno che il disco con "The White" fosse costituito unicamente dai pezzi di "The White"; ma si sa, la perfezione non è di questo mondo.

Dedicato unicamente ai più strenui fan del gruppo, "Whitedivisiongrey" rappresenta un'ancora di salvezza per chi credeva ormai impossibile entrare in possesso delle delicate sonorità acustiche di "The White" e delle ipnotiche suggestioni di "The Grey" senza sborsare cifre assurde. C'è da dire però che non ci sono nemmeno molte copie di "Whitedivisiongrey" in giro, per cui già ora potrebbe essere troppo tardi...chi è interessato si affretti!

01 - The Isle of Summer (03:58)
02 - Birch Black (02:40)
03 - Hollow Stone    (04:15)    
04 - Pantheist (07:17)    
05 - Birch White (03:44)    
06 - Sowilo Rune (05:40)     
07 - Summerisle - Reprise (04:55)      
08 - Haunted Birds (cover-song by Nest) (10:06)    
09 - The Lodge (Dismantled) (13:12)    
10 - Odal (Nothing Remix) (07:47)      
11 - Nur.Noch.Asche (Allerseelen Shadow Remix) (04:24)
12 - Dunkelgrauestille (Allerseelen Pale Companion Remix)     (04:43)    
13 - A Desolation Song (TWC Aleutian Mix) (12:41)

martedì 29 maggio 2012

Drudkh - "Slavonic Chronicles"

Season Of Mist, 2010
Quando sono andato a curiosare nella discografia dei Drudkh, consultando i siti specializzati come la bibbia Metal Archives, oltre agli album ufficiali mi è capitato che mi cascasse l'occhio anche su questo EP, rilasciato su vinile e anche su CD come parte dell'edizione limitata dell'album "Handful Of Stars", uscito poco prima. Dopo aver valutato velocemente il contenuto, mi sono detto: "Mah, un disco con soli due brani, e per giunta due cover...niente di interessante". Niente di più sbagliato: dopo averlo ascoltato ho cambiato completamente idea.

Non conosco le band che hanno concepito questi brani, così come non conosco le versioni originali dei medesimi: conosco solo la stupenda reinterpretazione che ne hanno fatto i Drudkh, e conosco bene il brivido dell'emozione che si sente sulla pelle quando si ascolta una canzone suonata col cuore, e non solo con gli strumenti musicali. L'iniziale e lunga "Tam Gdzie Gaśnie Dzień...", cover dei Sacrilegium, potrebbe essere uno dei più bei brani di black metal che io abbia mai ascoltato: non gli manca assolutamente nulla per essere considerato un classico. Potenza, velocità, ritmiche convincenti e trascinanti, sprazzi melodici puliti e sognanti dove compare anche un flauto tradizionale, superbi fraseggi di chitarra che insistono nel dilaniarci l'anima, solenni cori in pulito, disperazione e sconforto trasmessi egregiamente dallo screaming di un cantante che conosce il fatto suo e ha ormai acquisito una padronanza eccellente dei propri mezzi. Ottima anche la capacità del gruppo di riadattare nel proprio stile ciò che appartiene ad altri musicisti; se non avessi saputo che questa è una cover, molto probabilmente l'avrei considerata un brano dei Drudkh a tutti gli effetti. Inconfondibli sono infatti le chitarre "a fiume continuo", le stratificazioni sonore ronzanti e sporche (ma paradossalmente valorizzate da una produzione eccellente e pulita), così come è inconfondibile quell'aura malinconico / depressa e perfino vagamente sciamanica, che tutti i loro fan conoscono bene. Ma le sorprese non finiscono al primo brano: la successiva "Indiánská Píseň Hrůzy", cover dei Master's Hammer, ci sorprende ancora di più con sonorità rallentate, dal piglio incattivito e carico di tensione, pronto ad esplodere ad opera di una voce ancora una volta spettacolare nella sua intensa drammaticità. Solo nel finale la tensione si stemperà un po', grazie ad un assolo celebrativo e al tempo stesso carico di dolore e sofferenza, un vero epitaffio che chiude questo breve ma intenso dischetto nel migliore dei modi.

Dura solo sedici minuti, non contiene nemmeno un brano inedito e potrebbe tranquillamente essere tacciato di inutilità: eppure mi tiene lì, con l'orecchio incollato alle casse o all'auricolare. Sarà un caso?

01 - Tam Gdzie Gaśnie Dzień... (Sacrilegium cover) (10:48)
02 - Indiánská Píseň Hrůzy (Master's Hammer cover) (5:17)

Häive - "Mieli Maassa"

Northern Silence Productions, 2007
Ho acquistato questo album dal sito della Solitude Productions, poichè incuriosito dalla descrizione che ne veniva proposta: sembrava fosse un disco di puro folk finlandese, un po' sulla falsariga di quello stupendo "Kauan" dei Tenhi, un disco capace di farti sognare ad occhi aperti. E così l'ho aggiunto al carrello delle spesa, incoraggiato anche dalla splendida copertina che raffigura una barca in secca sulla riva di un lago finlandese, completamente circondato dalle conifere che in quelle terre regnano sovrane. L'attesa era gioiosa: ero sicuro che mi sarebbe arrivato un disco speciale. E così è stato, anche se non esattamente nella maniera che credevo io.

Quando il disco mi è arrivato a casa e ho fatto partire la prima traccia, mi sono detto: che bei suoni, che bell'atmosfera! Anche se si tratta di tre note in croce, il kantele finlandese è sufficiente a ricreare una magia, di quelle che ti si stampano in testa e soprattutto ti si stampano nel cuore. Ma è stata ancora più grande la sorpresa ascoltando la seconda traccia "Virvatuli": accidenti, questo non è affatto un disco di solo folk! Compaiono invece chitarre ruvide e spesse, uno screaming ispido e carico di espressività, melodie struggenti ed evocative...insomma tutto ciò che si chiederebbe ad un buon disco di black metal atmosferico, che incorpora in sè le ormai diffuse influenze folkloristiche. Che ne dite, tutto ciò sa di già sentito? Può darsi, ma non è assolutamente importante. Quel che conta è che "Mieli Maassa" è un disco che non si fa pregare per mostrare le sue potenzialità e la sua forza espressiva, preferendo sbattercele in faccia fin da subito, con pochi preamboli e pochi fronzoli. L'unico componente e polistrumentista Varjoselu si destreggia perfettamente tra gli strumenti tradizionalmente metal e gli strumenti legati alla sua terra, incastrandoli in modo che nessuno dei due possa nettamente predominare sull'altro, e rendendo così onore al concetto di "contaminazione", che ultimamente sta spopolando nel mondo black metal. Melodie passionali e sempre melanconiche ci avvolgono dall'inizio alla fine del disco senza mai lasciare momenti morti, complice anche la relativa brevità del disco stesso; la musica presenta un'ottima omogeneità e le sue evoluzioni sono spontanee, mai forzose, sempre eleganti e raffinate. Raramente i ritmi sono veloci, più spesso si viaggia sui mid tempo: in certi tratti pare quasi di ascoltare doom metal, con la differenza che non c'è quell'alone spiccatamente depressivo e decadente che alberga in quel genere. Immergersi nel fiume di "Mieli Maassa" è invece un'esperienza piacevole, un viaggio che ci avvicina all'essenza della natura, quell'essenza che ogni musicista black ricerca nelle sue note e nelle sue atmosfere, perchè suonare questa musica non vuol dire altro che mettere a nudo la nostra faccia più primordiale, intima, istintiva. In questo disco troviamo infatti musica istintiva, melodie discretamente elaborate ma contemporaneamente molto spontanee e mai artificiose, attimi di beatitudine acustica che vengono spazzati via da sezioni più potenti e rocciose, venute a ricordarci che la natura non è solo bellezza e tranquillità, ma è anche e soprattutto severità e indomita irrequietezza. Ecco che dunque, ascoltando i possenti riff e le malinconiche cavalcate di chitarra e arpa riusciamo a vedere di tanto in tanto le canne che oscillano al vento sulla riva di un lago; o sentiamo il vento che si insinua nel bosco e produce il suo ammaliante suono; o ancora percepiamo il gelido abbraccio della neve, che ricopre il paesaggio con la sua candida coltre anestetizzante. Come ogni gruppo atmospheric black che si rispetti, gli Häive non hanno alcun problema nel tradurre in immagini la loro musica, ed è sufficiente che l'ascoltatore abbia un minimo di sensibilità per far sì che "Mieli Maassa" diventi quasi un'esperienza catartica, spiccatamente intimista.

Può darsi che non siano particolarmente originali, e nemmeno troppo ricercati a livello tecnico; può darsi che i brani non siano mostri di complessità; può darsi che "Mieli Maassa" non sia un disco imprescindibile. Ma come ho detto prima, chissenefrega. Ascoltare questa musica è come essere rapiti da uno spiritello del bosco, che ci conduce a scoprire i segreti del mondo in cui vive, quel bosco apparentemente immobile ma che in realtà brulica di vita. Un disco che esige di essere ascoltato in perfetto silenzio, con uno stato d'animo che tende alla contemplazione: non adatto per chi nella musica ricerca l'immediatezza e la potenza diretta. In ogni caso un ottimo lavoro, vibrante e ottimamente costruito: non posso fare altro che consigliarne l'acquisto. A volte, i fraintendimenti possono portare a delle gran belle sorprese...

01 - I Raina (1:07)
02 - II Raina: Virvatuli (Metsänpeittoon) (6:30)
03 - III Raina: Metsäläinen (6:38)
04 - IV Raina: Yömyrsky (6:37)
05 - V Raina: Takaisin Koskemattomaan Metsään (8:23)
06 - VI Raina: Kurjat Kurjet (10:46)

Drudkh - "Anti-Urban"

Supernaul Music, 2007
Dopo la pubblicazione dell'atipico esperimento "Songs Of Grief And Solitude", che abbandonava il black metal ruvido e atmosferico degli esordi per dedicarsi unicamente al folk acustico (e che per questo motivo si attirava diverse critiche, a mio giudizio ingiuste), gli ucraini Drudkh ritornano alle loro consuete sonorità pubblicando questo mini - vinile in edizione limitata a 999 copie, contenente solo una traccia per lato, per una durata complessiva di tredici minuti e mezzo. Scopo ufficiale di questa release è preparare il terreno per l'uscita del successivo full length "Estrangement" (disco che riceverà altre critiche ingiuste, sempre secondo la mia visione delle cose), ma c'è da dire che obiettivamente il materiale qui proposto non è molto interessante, facendo sì che questo dischetto si configuri unicamente come pezzo per collezionisti e fan sfegatati del combo ucraino. Non che sia un disco particolarmente brutto, ma semplicemente siamo abituati a sentire i Drudkh suonare qualcosa di molto più ispirato e corposo delle due tracce che ci vengono qui proposte. Potrei quasi dire che si tratta di una release inutile, se non fosse che stimo troppo i Drudkh per usare un termine così perentorio nei loro confronti. Mettendo però da parte la componente personale, obiettivamente sì, si tratta di un dischetto piuttosto inutile, nonostante il tentativo sperimentale di contaminare la vena atmospheric black con qualche elemento doomeggiante. Idea buona, ma realizzazione piuttosto carente, come raffazzonata: sembra quasi che la band si sia lasciata prendere dalla fretta.

L'opener strumentale "Fallen Into Oblivion" sposa perfettamente il suo titolo con la musica, trattandosi di una lenta cantilena di sette minuti assolutamente deprimente, che si trascina stancamente in un'atmosfera sconsolata e priva di sbocchi. Il riffing è insistente e lamentoso, il ritmo sembra sempre sul punto di crollare, e ben poche variazioni ci aspettano lungo il corso del brano, fino a quando esso improvvisamente sfuma nel nulla, lasciandoci una netta sensazione di amaro in bocca. Girando il disco ci pensa però "Ashes" a risollevare parzialmente le sorti di "Anti-Urban", grazie ad un ritmo più veloce e alla presenza di parti cantate, non molto convincenti a dire il vero, ma perlomeno qui si respira un'aria più dinamica e meno mortifera rispetto a prima. Rimane il fatto che la musica è sempre piuttosto ripetitiva e, alla lunga non comunica granché, se non la solita malinconia depressiva e ombrosa made in Drudkh, caratteristica che comunque traspare e si fa sentire anche nei loro brani meno ispirati, come questi.

Non mi sento di valutare "Anti-Urban" in modo completamente negativo, ma di certo esso rimarrà una semplice curiosità nella discografia dei Drudkh, che è troppo vasta e troppo ricca di begli album per lasciare spazio ad un isolato esperimento come questo. Se vi sforzate, potreste trovarlo vagamente interessante, forse proprio in virtù del suo voler tentare qualche strada nuova, o perlomeno non troppo simile alle precedenti. Alla pari di ciò che fu "The Grey" per gli Agalloch, la tiratura limitata e la velleità sperimentale possono essere gli unici elementi che impediscono ad "Anti-Urban" di essere considerato un fallimento totale. Prendetelo per quello che è, in ogni caso, e se per caso è il primo disco dei Drudkh che ascoltate, sappiate che non avete ancora sentito niente delle meraviglie che questa band è in grado di creare.

01 - Fallen Into Oblivion (6:55)
02 - Ashes (6:20)

domenica 27 maggio 2012

Drudkh - "Microcosmos"

Season Of Mist, 2009
Conoscete già i Drudkh? Allora probabilmente sarete a conoscenza del fatto che questa band ha pubblicato dischi a ritmi molto sostenuti, e soprattutto ha pubblicato dischi sempre degni e sempre dotati di quella carica d'ispirazione che li rendeva intensi e mai banali (anche nel caso di esperimenti come il contestato eppure splendido "Songs Of Grief And Solitude"). Qualcuno, tuttavia, nel 2007 si chiese cos'avesse combinato la band con la pubblicazione dell'altrettanto contestato "Estrangement", disco che a mio parere non aveva e non ha tuttora alcuna pecca, se non forse il fatto di essere uscito dopo album spettacolari come "Forgotten Legends" o "Blood In Our Wells". Sta di fatto che quel disco non venne molto apprezzato: e quando all'alba del 2009 uscì questo "Microcosmos", il pubblico si divise tra accaniti sostenitori e detrattori, convinti che ormai il gruppo ucraino avesse imboccato la strada del declino inesorabile. Ma in questo caso "Microcosmos" fu un vero e proprio album di svolta, una prova del nove che spazzò via ogni dubbio: i grandi Drudkh erano tornati alla ribalta con un disco che non ha nulla da invidiare ai suoi illustri predecessori, e si impone come caposaldo della loro nutrita discografia.

Compatto e potente come una valanga inarrestabile, "Microcosmos" assalta i sensi e gli animi degli ascoltatori con brani che avvolgono in un turbinio di suoni rotondi e corposi, riccamente stratificati e resi magnificamente da una produzione eccelsa per quelli che sono i canoni del genere. Il consueto black metal atmosferico di stampo pagano si è evoluto verso una concezione unitaria, totalizzante, con quella stessa monoliticità che fu propria del fulminante esordio "Forgotten Legends"; i brani sono strettamente legati gli uni agli altri e scorrono con una coerenza invidiabile, nonchè con una potenza sonora e una crudezza spietata, perfettamente atta a simboleggiare la ferocia della natura. Ci sono riusciti tante volte, a ricreare scenari naturali e forze arcane nei loro dischi: ma "Microcosmos" non è una mera riproposizione di quanto già detto, seppur lo stile sia sempre e inequivocabilmente quello dei Drudkh. Perchè dico questo? Semplicemente perchè i riff, se vogliamo, sono ancora più intensi e ficcanti, quasi come se parlassero direttamente al cuore; le atmosfere sono gelide e tumultuose più che mai, sostenute da ritmiche che sanno sempre come valorizzare al massimo i brani; la malinconia del vivere raggiunge vette eccellenti di espressione; la sensazione di desolata rassegnazione che si prova ascoltando ogni loro album si presenta con ancora più forza del solito. Le chitarre sono roboanti (tranne quando intervengono i consueti e delicatissimi assoli), il basso è uno schiacciasassi, la batteria è sfruttata magnificamente, la voce è come al solito un lamento pieno di dolore e rammarico inconsolabile. Eccellenza allo stato puro.

Il primo e l'ultimo brano fanno parte della tradizione musicale ucraina (così come i testi, che come al solito sono tratti dalle opere dei maggiori poeti nazionali), mentre i quattro brani centrali si danno battaglia spietatamente per chi riesce a risultare più emozionante e vibrante, con un probabile vincitore che risponde al nome di "Ars Poetica", eccezionale esempio della potenza devastante che può raggiungere il black metal quando è suonato con passione, sia in fatto di sonorità sia in fatto di espressività. Impossibile, tuttavia, scindere il disco in aspetti propriamente distinti: come ho già accennato prima, si tratta di una valanga che procede con innaturale lentezza e ci ingloba altrettanto lentamente in una morsa di gelo e malinconia, senza lasciarci più uscire se non nel momento in cui il disco termina. Ma non sarà difficile provare queste sensazioni sulla pelle anche dopo che il disco è terminato. 

Per concludere, siamo davanti ad un disco squisitamente Drudkh, che forse non è particolarmente innovativo rispetto a quello che la band ha già suonato, ma è semplicemente un altro, stupendo album che questi musicisti ci regalano. "Microcosmos" rappresenta una conferma definitiva per i fan storici, i quali probabilmente lo adoreranno senza vie di mezzo; per chi invece non si è ancora avvicinato alle affascinanti sonorità di questa band (ed è ora di cominciare), potrà rappresentare una degna summa di tutto ciò che la band è capace di fare, confezionata in quello che probabilmente è uno dei loro migliori lavori di sempre. Non avvicinatevi a questo disco pensando di trovare musica facile: "Microcosmos" è uno di quei dischi che scavano dentro, portando alla luce tutte le nostre sensazioni più primordiali e nascoste. Da parte mia, è proprio per questo che amo particolarmente questa stupenda band. E voi?

01 - Days That Passed (1:07)
02 - Distant Cries Of Cranes (9:37)
03 - Decadence (10:33)
04 - Ars Poetica (9:48)
05 - Everything Unsaid Before (9:33)
06 - Widow's Grief (1:08)

venerdì 25 maggio 2012

Sidhe - "She Is A Witch"

Autoprodotto, 2012
Citando direttamente dalla biografia della band: "I Sidhe nascono per volontà di Rob (chitarrista Longobardeath ed ex Vexed, AleaJacta, My last keen), e della sua compagna Tytanja alla voce. Sidhe, in gaelico, significa “popolo delle colline” o “popolo fatato”, un nome scelto per presentare la band nel contesto appropriato, un mondo fatto di fate, folletti, creature della mitologia nordica e celtica, ma soprattutto un mondo di streghe. Da diversi anni, Rob e Tytanja abbracciano la fede Wicca e le pratiche Neo-Pagane, decidono quindi di unire il loro credo alla passione per la musica."

Una band di esaltati che mettono l'immagine davanti a tutto? Non proprio: "She Is A Witch" è un gradevole album di esordio, autoprodotto e quindi libero di esprimere la propria essenza senza condizionamenti esterni. Mischiando il gothic rock e le atmosfere doom di mostri sacri come i Candlemass, il risultato è una carrellata di otto brani che hanno come principale attrice la semilirica voce di Tytanja, a dire il vero piuttosto particolare: una di quelle voci che si apprezzano o si detestano, per via della sua spiccata teatralità e per l'andamento un po' cantilenante, sicuramente molto personale. Gli strumenti spesso si limitano ad accompagnare l'interpretazione vocale, tramite l'uso di un sound abbastanza secco e acido, piacevolmente granitico anche se talvolta un po' troppo spostato verso i toni acuti, sacrificando i bassi (ma questo sicuramente è dovuto all'autoproduzione amatoriale, non alla volontà della band). Come ho già detto prima, i Candlemass emergono come potente influenza lungo tutte le otto tracce del disco, ma i Sidhe riescono in qualche modo a mantenere una loro personalità, tramite appunto queste scelte vocali che a tratti ricordano perfino la celebre Sister dei White Skull: una voce femminile un po' roca, dalla timbrica vagamente maschile, possente, versatile ed espressiva. Il resto lo fanno le atmosfere costantemente decadenti, i ritmi cadenzati e le potenti pennate di chitarra, a tratti capace di rendersi squisitamente melodica e perfino ariosa, come nella catchy opener "The Wheel Of The Year", ottima summa del sound del gruppo (in certi punti, specialmente nel refrain, mi ha ricordato i maestri Evergrey!). Tutto ciò è al servizio di pezzi che sanno anche spingersi abbastanza in là con i minutaggi, senza per questo diventare noiosi. Non c'è bisogno di ricordare l'estrema importanza che hanno in questo caso le tematiche, i testi e l'attitudine generale della band; per chi si interessa di esoterismo e paganesimo, questo album non mancherà di suggerire immagini di rituali magici e sacrileghe riunioni di streghe. Notevoli le due tracce cantate in italiano, vale a dire "L'Incantesimo" e "Il Vangelo Di Aradia": l'uso della nostra lingua madre conferisce un ulteriore tocco di espressività e di classe ad un lavoro che già da questo punto di vista se la cava piuttosto bene.

Insomma, un buon lavoro: non è certamente un mostro di originalità, ma si lascia ascoltare più che volentieri. Piacerà sicuramente a chi mastica il gothic dalla mattina alla sera, specialmente se a quel gothic aggiunge anche una spruzzata di buon vecchio doom classico.

01 - The Wheel Of The Year (7:24)
02 - Goddess Song (5:26)
03 - L'Incantesimo (5:52)
04 - She Is A Witch (6:09)
05 - Il Vangelo Di Aradia (7:21)
06 - In The Twilight (6:00)
07 - Witchcraft Way (5:44)
08 - Superstition (5:37)

giovedì 24 maggio 2012

Oranssi Pazuzu - "Kosmonument"

Spinefarm Records, 2011
Fin dalla prima volta che ho ascoltato ed apprezzato Kosmonument ho avuto un vago sentore che ci fosse qualcosa che non funzionava del tutto; ma andiamo per ordine. Kosmonument è il tanto atteso secondo album degli Oranssi Pazuzu, band finlandese che aveva esordito con un botto gigantesco nel 2009 grazie al capolavoro Muukalainen Puhuu. La forte tendenza psichedelica e la passione per tematiche cosmonautiche: entrambi questi aspetti sembrano essere il rinnovato filo conduttore dell’opera di questi rivoluzionari musicisti che dopo appena due dischi sono già riusciti a costruirsi un’immagine precisa e venerabile. Gli Oranssi Pazuzu hanno preso il Black Metal, l'hanno scuoiato e ne hanno utilizzato le pelli per racchiudervi la psichedelia degli anni '70 - e, per la verità, di Black non è rimasto nulla se non lo scream e qualche raro blastbeat. Il risultato è una musica intensa ma mediamente placida, abbastanza semplice da ascoltare nonostante la sua estrema ricercatezza, immediatamente riconoscibile: in altre parole, un risultato geniale.

Questa genialità gli Oranssi Pazuzu non l'hanno certo persa per strada: tanti sono gli highlights in questa loro nuova fatica, a partire dalle dinamiche Komeetta e Uusi Olento Nousee per arrivare a quelli che ritengo i brani migliori: l'ipnotica Andromeda, quasi rilassante con le sue melodie lente e ruvide, e Loputon Tuntematon, coi suoi riff travolgenti. Tutto in questo disco è curatissimo: lo stupendo sound primo su tutto, unico nel suo genere, sound che mi suggerisce un ipotetico Blackened Sludge/Stoner. Ma questa cura strepitosa, questa grande attenzione per i dettagli, non si palesa solo a livello musicale, e ne è un esempio il bellissimo artwork. Sembra che gli Oranssi Pazuzu abbiano pensato proprio a tutto.

Ma se Kosmonument è così bello, curato e geniale, cos'era quel sentore del quale blateravo quando ho esordito con queste righe? Ci ho messo un po' a capire di cosa si trattava, ma alla fine ne sono venuto a capo: quasi tutti i brani dell'album sono, al loro interno, estremamente ripetitivi. Il che non vuol dire che il disco in sé sia ripetitivo, anche perché semmai è l'esatto opposto: i brani sono diversissimi tra loro, ognuno brilla di luce propria ed è immediatamente riconoscibile. Ma, se preso singolarmente, il brano tipo di Kosmonument si snoda sul paio di riff in croce su cui è costruito, i quali vengono riproposti ad infinitum fino - e talvolta oltre - la nausea. Questo piccolo baco, che in condizioni normali sarebbe un enorme insanabile difetto, in realtà in queste circostanze passa abbastanza inosservato grazie al grande lavoro di noise ed "effetti speciali" che va ad intessere una fitta trama di pregevole fattura. In effetti la musica degli Oranssi Pazuzu fa grande leva sulle atmosfere, e forse è proprio per accentuarle ulteriormente che la band ha optato per innestarle su basi semplici e ripetitive. Il disco suona così come un crogiolo di ottime idee e di trame geniali, intrappolate però in una piattezza troppo statica. In sintesi, Kosmonument presenta una generale regressione dell'abilità compositiva in confronto a Muukalainen Puhuu.

A conti fatti Kosmonument è un gran bel disco, ma a mia detta inferiore al suo predecessore Muukalainen Puhuu, il quale è molto più frizzante e geniale, praticamente privo di pecche. Gli Oranssi Pazuzu confermano di avere delle idee chiare e continuano per la loro strada, quella strada che li ha portati in breve tempo ad un gran successo di critica e pubblico. Il piccolo peccato è che stavolta lo hanno fatto con composizioni alle quali manca un po' di pepe, troppo statiche per riuscire a valorizzare al meglio tutto l'universo musicale che racchiudono.

01 - Sienipilvi (05:57)
02 - Komeetta (06:34)
03 - Uusi Olento Nousee (05:21)
04 - Luhistuva aikahäkki (06:23)
05 - Maavaltimo (05:42)
06 - Siirtorata 100 10100 (04:08)
07 - Andromeda (08:57)
08 - Loputon Tuntematon (05:50)
09 - Kaaos Hallitsee (08:24)
10 - ∞ (08:57)

domenica 13 maggio 2012

Wodensthrone - "Curse"

Candlelight, 2012
Ci avevano già esaltato con l'eccellente debutto "Loss", un concentrato di black metal di stampo epico e roboante che non temeva confronti, pur essendo piuttosto derivativo; li ritroviamo adesso con "Curse", scoprendo che non solo non hanno perso un millesimo della loro bravura, ma sono addirittura un pochino migliorati.

I britannici Wodensthrone non saranno forse la band più originale del pianeta, e nemmeno la più innovativa; le loro sonorità sono state già ampiamente esplorate dai gruppi mainstream, e ciò che ci propongono non è niente di trascendentale. Anche all'interno della loro finora giovane discografia, non si può dire che il gruppo sia mai cambiato di molto; "Curse", infatti, non si discosta quasi per nulla dalle sonorità del precedente "Loss". Ma non è questo il punto. Il punto è che i Wodensthrone sono bravi, eccome se sono bravi, e pur non presentando nulla di nuovo, confezionano la loro musica così bene che non si può non rimanere di stucco e dire "diamine, questa è una band che ci sa fare davvero". Il segreto è tutto qui. Un minimo di personalità necessaria per non sembrare dei completi cloni dei Wolves In The Throne Room o dei Primordial, e per il resto tanta violenza sonora, tante melodie epocali e commoventi, tanti arrangiamenti che ci fanno sentire nel mezzo di un campo di battaglia sterminato, in cui il vento ci investe con ferocia; insomma, tanta passione e tanto sentimento "mitologico" e combattivo. Sembrano frasi fatte, lo so: ma per quanto possano essere trite e ritrite, non mi viene in mente nulla di diverso per descrivere la musica del quintetto. Non voglio annoiarvi descrivendo nei particolari ogni traccia, anche perchè sarebbe piuttosto inutile: così come accadeva in "Loss", i brani tendono a formare una continuità indissolubile e sono piuttosto simili gli uni agli altri. Anzi, sono più simili ancora, perchè stavolta manca l'intermezzo acustico (che fu "Pillar Of The Sun") a spezzare un po' la travolgente carica dei brani. Via libera dunque a brani in cui il pedale dell'acceleratore è spinto a fondo corsa, mantenendo quasi sempre ritmi veloci e potenti, mentre un muro di chitarre e una voce lacerante ci investono con fraseggi affascinanti e momenti schiacciasassi. Per rendervi conto della potenza che il gruppo è in grado di sprigionare, ascoltate la violentissima opener "Jormungandr": il tremendo riff iniziale non può che rappresentare le spasmodiche contorsioni del vermone mitologico che ormai è cresciuto così tanto da circondare l'intera Terra, e che adesso sta agitando la sua orribile testa fuori dall'acqua, facendola ribollire e spumeggiare. L'associazione tra musica e immagini è praticamente perfetta.

Stilisticamente, "Curse" è un disco che prosegue con coerenza il discorso musicale già iniziato in precedenza, fin dalla pubblicazione dei primi split: ma esso non si limita a vivere di rendita, bensì ci regala dei nuovi pezzi veramente formidabili e spettacolari. Prendete una "First Light", drammatica e sontuosa epopea costruita su riff che si fanno ricordare a lungo; oppure una "Battlelines", cavalcata poderosa e ricchissima di atmosfera plumbea, che si contrappone a splendide e solari orchestrazioni; o una "The Name Of The Wind", eccezionale e magnifica chiusura di 13 minuti, che tocca livelli di epicità mai sentiti prima grazie soprattutto ad una prestazione vocale memorabile e ad un testo che più poetico non potrebbe essere. Su quest'ultimo brano mi sento di dover spendere ancora qualche parola: è dannatamente perfetto, cominciando dall'introduzione in sordina che piano piano prende forma e si trasforma in una cavalcata epica, che poi lascia il posto ad un'accelerazione formidabile, ad un riff strappalacrime e ad un finale estremamente drammatico, dove i brividi lungo la schiena sono pressochè automatici. Brani come questo rendono il disco di per sè meritevole di essere acquistato, specialmente da parte di chi ha apprezzato i precedenti lavori del gruppo. Essi non troveranno nulla di nuovo: la musica è sempre quella, il disco anche in questo caso ha una durata notevole, perfino la disposizione dei pezzi e i singoli minutaggi ricalcano la precedente tracklist: insomma, quasi un disco fotocopia. Che però contiene una carrellata di nuove canzoni una più bella e intensa dell'altra, che quasi mettono in ombra le precedenti composizioni (che già erano splendide). E inoltre i testi sono quanto di più poetico mi sia capitato di leggere ultimamente. C'è bisogno di dire altro?

...and the Gods scream my name...
Scream....my....name....

01 - The Remaining Few (0:39)
02 - Jormungandr (7:00)
03 - First Light (10:58)
04 - The Great Darkness (7:57)
05 - Battlelines (11:23)
06 - Wyrgpu (9:28)
07 - The Storm (5:58)
08 - The Name Of The Wind (13:28)

sabato 12 maggio 2012

Green Carnation - "Journey To The End Of The Night"

Prophecy Productions, 2000
Provate a immaginare: dopo una lunga ed estenuante attesa, avete trovato la donna (o l'uomo) della vostra vita. Sembra tutto perfetto, siete innamoratissimi e state per dare alla luce il vostro primo figlio, il frutto di tutto ciò che avete conquistato insieme alla vostra dolce metà: ma un giorno scoprite, bruscamente e impietosamente, che il vostro bimbo non nascerà mai, perchè la sua vita si è prematuramente interrotta. A questo punto, il mondo vi crolla addosso: tutto assume un colore nero, la depressione dilaga, non sapete più perchè siete al mondo, nè se valga la pena di continuare. E se siete un musicista, forse potreste trarre ispirazione da una simile tragedia per comporre un disco come questo "Journey To The End Of The Night", un epico e memorabile viaggio verso la fine della notte, impenetrabilmente maligna e nera come la pece.

I Green Carnation si formano nei primissimi anni 90, ma a parte una demo in cui suonano un black / grind piuttosto canonico e nemmeno troppo interessante, non producono nient'altro per dieci lunghi anni. Il mastermind Tchort si stacca per andare a suonare in altre band (tutti lo ricordano per essere stato il bassista degli Emperor, ma non solo), mentre i rimanenti membri vanno a formare la band progressive - avantgarde black In The Woods..., che ci regalerà capolavori ineguagliati. Ci vorranno per l'appunto una decina d'anni e lo scioglimento degli In The Woods... per riportare Tchort a suonare con i suoi vecchi amici, riformando i Green Carnation. Allo stesso tempo arriva la tragedia, la morte del figlio neonato, che fornisce a questo disco una potente ragione di esistere: Tchort infatti riversa in questi settanta minuti tutta la nera depressione e la cupezza della sua vita in quel periodo, dando alla luce un disco estremamente complesso, tanto difficile quanto intrigante e sentito.

Mi risulta quasi impossibile definire in poche parole cosa si trovi, a livello musicale, in questo lungo e straziante album. A dispetto di ciò che si potrebbe pensare, non è la pesantezza dei suoni a fare da padrona: parlerei piuttosto di pesantezza delle atmosfere. Non sono le possenti voci growl ad esprimere l'angoscia verso la vita e la morte, ma questo ruolo è affidato ad una voce maschile pulita, molto teatrale e melodrammatica, che si affianca ad altre numerose voci "ospiti", quasi tutte femminili e di stampo lirico - operistico. I brani non sono crudi e diretti, bensì estremamente elaborati e raffinati, squisitamente progressive nelle loro intricate evoluzioni, ma abbastanza cupi da poter rientrare tranquillamente nel doom, intelligentemente venato dal gothic. Ecco, se dovessi etichettare questo disco, direi proprio che si tratta di un "progressive gothic / doom" estremamente personale, caratterizzato da scelte che appaiono indigeribili solo ad un ascoltatore distratto. Non tutti infatti potranno comprendere subito il senso di questi arpeggi insistenti, di queste distorsioni ronzanti e spiccatamente dissonanti, di questo incedere lamentoso e allucinogeno, di questi ritmi inquieti e perennemente nervosi, o di questo leggiadro ma contemporaneamente angoscioso canto femminile, presente in dosi veramente massicce. Ogni brano risucchia l'ascoltatore in un vortice di sentimenti, completamente negativi, e lo imprigiona in una gabbia mentale che non gli lascia pace, nemmeno nei momenti in cui la musica sembra aprirsi a scenari più miti. Sono tutti inganni, qui di positività non ce n'è nemmeno un barlume: quando una tragedia ci colpisce, tutto prende il colore di quella tragedia, anche se possiamo avere dei momenti in cui fingiamo che non sia mai accaduto nulla.

La musica è talmente eterogenea e varia da rischiare di confondere seriamente l'ascoltatore. Essa può passare da momenti quasi thrashy a inquietanti sezioni lente, dalla sfuggente psichedelia pinkfloydiana (il lavoro di tasitere è sempre presente e di eccezionale spessore) alle atmosfere plumbee dei Candlemass e dei Cathedral, dalla grandiosa pomposità della lirica e della musica classica fino ad accelerazioni vertiginose che spingono al massimo la drammaticità, già evidente, dell'opera. Perchè è di opera che si tratta, una vera opera metal come ai tempi fu l'immenso "Tommy" degli Who; un'opera che nel suo sviluppo tocca e incorpora influenze di ogni tipo, per presentarci infine un prodotto estremamente maturo e consapevole dei suoi mezzi espressivi. Brani interminabili e spettacolari come "My Dark Reflections Of Life And Death" e "Under Eternal Stars", vere e proprie sonorizzazioni dei più reconditi e veraci sentimenti umani, sono più di semplici composizioni musicali. Essi raccontano vere e proprie storie di vita, soprattutto attraverso dei testi introspettivi e squisitamente filosofici, lontani anni luce dalla banalità che impera nel mondo moderno. Potrei stare qui per ore a descrivere nei dettagli ogni brano, ma sarebbe un'opera lunga e faticosa, e sicuramente inutile: metterei troppa carne al fuoco e rischierei di confondere chi mi legge: il disco può essere compreso solo ascoltandolo per intero, ma la premessa indispensabile è calarsi nel contesto nel quale il disco è stato concepito; in caso contrario, sarà facile avere l'impressione di ascoltare un lavoro che non ha nè capo nè coda.

Ci vuole passione e impegno per assimilare un lavoro come "Journey To The End Of The Night". Non è un disco concepito per rilassare, o per sollazzare l'ascoltatore: il suo intento è quello di renderci partecipi di una condizione dolorosa, e di farcela vivere il più possibile fedelmente. La musica è, come il cinema, un ottimo mezzo per vivere delle emozioni senza doverle per forza sperimentare in prima persona: e quando dei musicisti riescono in questo intento, qualsiasi tipo di classificazione in generi e sottogeneri perde di senso: rimane solo la consapevolezza che quei musicisti hanno prodotto qualcosa di speciale e irripetibile. In poche parole, questo album bisogna ascoltarlo. Anzi no, non bisogna solo ascoltarlo: bisogna viverlo.

Complimenti, Green Carnation.

01 - Falling Into Darkness (2:33)
02 - In The Realm Of The Midnight Sun (13:42)
03 - My Dark Reflections Of Life And Death (17:50)
04 - Under Eternal Stars (15:31)
05 - Journey To The End Of Night (Part I) (11:28)
06 - Echoes Of Despair (Part II) (2:30)
07 - End Of Journey (Part III) (5:08)
08 - Shattered (Part IV) (1:34)

venerdì 11 maggio 2012

Ukuku - "Esplosione Di Organi Interni"

Autoprodotto, 2012
Esplosione di organi interni: SPLASH!, tutti spiaccicati sul muro, una bella intonacata rosso vermiglio, preludio a quello che si potrebbe credere essere uno scimmiottamento all’italiana del Brutal Death Metal statunitense. Ma non è questo il caso. Gli Ukuku, gruppo di Verona alle prese col suo primo full-length, si presentano infatti con una curiosissima intro caratterizzata da una batteria battagliera e una chitarra che per contro appare rilassata, quasi in stile Southern Rock, quanto basta per far subito rizzare le antenne. Cosa ci aspetta dopo questi trentasei secondi? Cosa diavolo ci è capitato tra le mani?

Risposta: una roba composita e primordiale, inclassificabile nonostante la sua semplicità di fondo. Questa roba di questi veronesi sta a metà tra il Metal estremo e il Metal più classico, senza rientrare in realtà in nessuno dei due. Le sonorità della chitarra sono basse e plumbee, decisamente troppo tetre per poter parlare di Metal classico, eppure così smussate da essere completamente prive della carica esplosiva di generi taglienti come Thrash e Death, escluso qualche brano della seconda metà del disco. E del resto i piacevoli ritmi mid-tempo, sempre molto vari e curati, non fanno nulla per invertire questa tendenza. Scendendo più nel dettaglio, ciò che colpisce subito è la curiosa dualità tra il grezzume paleolitico delle sonorità di voce e strumenti da un lato, e la varietà nei riff, nei ritmi e nello stile canoro dall’altro. Anche l’alternanza tra cantato in inglese ed italiano fa la sua parte. Un’altra caratteristica tanto interessante quanto - purtroppo - rara nel mondo del Metal è poi il fatto di usare una sola chitarra: ciò rende la musica ancora meno aggressiva, sebbene essa non rinunci a suonare sporca e primitiva, e l’effetto svuotamento durante gli assoli è davvero ipnotico, con solo basso e batteria che restano a tesserne la base.

Essenzialmente è questo che ci si trova davanti mentre la musica degli Ukuku scorre, una roba indefinibile ricca di strane particolarità, quasi arcaica. Ma in realtà questa roba è tanta roba! Non so come rendere l’idea di quanto piacevole sia per me ascoltare questo disco, che riesce a sembrare uno scarto del Thrash primitivo anni ’80 e al tempo stesso un rivoluzionario approccio musicale, variopinto e ricco di idee - ditemi voi se questa non è tanta roba! Inoltre i lampi di genio sono numerosi, anche se purtroppo - oppure, vista la particolarità, per fortuna? - effimeri: si guardino ad esempio il breve inserto elettronico di Dimentica Il Mio Nome, la breve Deviating Hate che è interessante dal primo all’ultimo secondo, l’atmosfera desolante e malaticcia di The World We Created, i suoni particolari nel finale di Neri Presagi, la criptica Remembering The Past, più i vari arpeggi e assoli che sono uno più bello dell’altro - non ne troverete nemmeno uno che non sia quantomeno ottimo.

Gli Ukuku sono la dimostrazione di come si possa ancora suonare qualcosa di personale ed ispirato, e soprattutto fresco e vario, senza necessariamente dover impiegare strumenti di ogni genere e scrivere brani complessi, per quanto anche quest’ultima soluzione produca sovente ottimi risultati. Non posso quindi che parlare molto bene di questo disco, nonostante all’apparenza potrebbe inizialmente sembrare più uno sfogo da punkettari mancati che non un lavoro serio. Ma l’abito non fa il monaco, e gli Ukuku hanno dimostrato di avere in testa tante idee valide e, last but non least, di suonare per genuina passione. Tanta roba!

Quando anche l’ultimo fiume si sarà seccato ci accorgeremo che il denaro non si può bere, né mangiare.

Ha ha ha ha ha!


01 - Intro (00:36)
02 - Grey Old Bar (02:38)
03 - Dimentica Il Mio Nome (03:25)
04 - Bloody Gold (04:09)
05 - Hit The Kobold (03:08)
06 - Berserk (05:12)
07 - Deviating Hate (03:03)
08 - Malaria (02:16)
09 - The World We Created (03:50)
10 - Secrets (05:19)
11 - For Those They Die (03:50)
12 - Parabellum (02:30)
13 - Neri Presagi (04:00)
14 - Remembering The Past (03:50)
15 - Black Snow (02:20)
16 - Clowns (03:50)