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domenica 13 maggio 2012

Wodensthrone - "Curse"

Candlelight, 2012
Ci avevano già esaltato con l'eccellente debutto "Loss", un concentrato di black metal di stampo epico e roboante che non temeva confronti, pur essendo piuttosto derivativo; li ritroviamo adesso con "Curse", scoprendo che non solo non hanno perso un millesimo della loro bravura, ma sono addirittura un pochino migliorati.

I britannici Wodensthrone non saranno forse la band più originale del pianeta, e nemmeno la più innovativa; le loro sonorità sono state già ampiamente esplorate dai gruppi mainstream, e ciò che ci propongono non è niente di trascendentale. Anche all'interno della loro finora giovane discografia, non si può dire che il gruppo sia mai cambiato di molto; "Curse", infatti, non si discosta quasi per nulla dalle sonorità del precedente "Loss". Ma non è questo il punto. Il punto è che i Wodensthrone sono bravi, eccome se sono bravi, e pur non presentando nulla di nuovo, confezionano la loro musica così bene che non si può non rimanere di stucco e dire "diamine, questa è una band che ci sa fare davvero". Il segreto è tutto qui. Un minimo di personalità necessaria per non sembrare dei completi cloni dei Wolves In The Throne Room o dei Primordial, e per il resto tanta violenza sonora, tante melodie epocali e commoventi, tanti arrangiamenti che ci fanno sentire nel mezzo di un campo di battaglia sterminato, in cui il vento ci investe con ferocia; insomma, tanta passione e tanto sentimento "mitologico" e combattivo. Sembrano frasi fatte, lo so: ma per quanto possano essere trite e ritrite, non mi viene in mente nulla di diverso per descrivere la musica del quintetto. Non voglio annoiarvi descrivendo nei particolari ogni traccia, anche perchè sarebbe piuttosto inutile: così come accadeva in "Loss", i brani tendono a formare una continuità indissolubile e sono piuttosto simili gli uni agli altri. Anzi, sono più simili ancora, perchè stavolta manca l'intermezzo acustico (che fu "Pillar Of The Sun") a spezzare un po' la travolgente carica dei brani. Via libera dunque a brani in cui il pedale dell'acceleratore è spinto a fondo corsa, mantenendo quasi sempre ritmi veloci e potenti, mentre un muro di chitarre e una voce lacerante ci investono con fraseggi affascinanti e momenti schiacciasassi. Per rendervi conto della potenza che il gruppo è in grado di sprigionare, ascoltate la violentissima opener "Jormungandr": il tremendo riff iniziale non può che rappresentare le spasmodiche contorsioni del vermone mitologico che ormai è cresciuto così tanto da circondare l'intera Terra, e che adesso sta agitando la sua orribile testa fuori dall'acqua, facendola ribollire e spumeggiare. L'associazione tra musica e immagini è praticamente perfetta.

Stilisticamente, "Curse" è un disco che prosegue con coerenza il discorso musicale già iniziato in precedenza, fin dalla pubblicazione dei primi split: ma esso non si limita a vivere di rendita, bensì ci regala dei nuovi pezzi veramente formidabili e spettacolari. Prendete una "First Light", drammatica e sontuosa epopea costruita su riff che si fanno ricordare a lungo; oppure una "Battlelines", cavalcata poderosa e ricchissima di atmosfera plumbea, che si contrappone a splendide e solari orchestrazioni; o una "The Name Of The Wind", eccezionale e magnifica chiusura di 13 minuti, che tocca livelli di epicità mai sentiti prima grazie soprattutto ad una prestazione vocale memorabile e ad un testo che più poetico non potrebbe essere. Su quest'ultimo brano mi sento di dover spendere ancora qualche parola: è dannatamente perfetto, cominciando dall'introduzione in sordina che piano piano prende forma e si trasforma in una cavalcata epica, che poi lascia il posto ad un'accelerazione formidabile, ad un riff strappalacrime e ad un finale estremamente drammatico, dove i brividi lungo la schiena sono pressochè automatici. Brani come questo rendono il disco di per sè meritevole di essere acquistato, specialmente da parte di chi ha apprezzato i precedenti lavori del gruppo. Essi non troveranno nulla di nuovo: la musica è sempre quella, il disco anche in questo caso ha una durata notevole, perfino la disposizione dei pezzi e i singoli minutaggi ricalcano la precedente tracklist: insomma, quasi un disco fotocopia. Che però contiene una carrellata di nuove canzoni una più bella e intensa dell'altra, che quasi mettono in ombra le precedenti composizioni (che già erano splendide). E inoltre i testi sono quanto di più poetico mi sia capitato di leggere ultimamente. C'è bisogno di dire altro?

...and the Gods scream my name...
Scream....my....name....

01 - The Remaining Few (0:39)
02 - Jormungandr (7:00)
03 - First Light (10:58)
04 - The Great Darkness (7:57)
05 - Battlelines (11:23)
06 - Wyrgpu (9:28)
07 - The Storm (5:58)
08 - The Name Of The Wind (13:28)

sabato 12 maggio 2012

Green Carnation - "Journey To The End Of The Night"

Prophecy Productions, 2000
Provate a immaginare: dopo una lunga ed estenuante attesa, avete trovato la donna (o l'uomo) della vostra vita. Sembra tutto perfetto, siete innamoratissimi e state per dare alla luce il vostro primo figlio, il frutto di tutto ciò che avete conquistato insieme alla vostra dolce metà: ma un giorno scoprite, bruscamente e impietosamente, che il vostro bimbo non nascerà mai, perchè la sua vita si è prematuramente interrotta. A questo punto, il mondo vi crolla addosso: tutto assume un colore nero, la depressione dilaga, non sapete più perchè siete al mondo, nè se valga la pena di continuare. E se siete un musicista, forse potreste trarre ispirazione da una simile tragedia per comporre un disco come questo "Journey To The End Of The Night", un epico e memorabile viaggio verso la fine della notte, impenetrabilmente maligna e nera come la pece.

I Green Carnation si formano nei primissimi anni 90, ma a parte una demo in cui suonano un black / grind piuttosto canonico e nemmeno troppo interessante, non producono nient'altro per dieci lunghi anni. Il mastermind Tchort si stacca per andare a suonare in altre band (tutti lo ricordano per essere stato il bassista degli Emperor, ma non solo), mentre i rimanenti membri vanno a formare la band progressive - avantgarde black In The Woods..., che ci regalerà capolavori ineguagliati. Ci vorranno per l'appunto una decina d'anni e lo scioglimento degli In The Woods... per riportare Tchort a suonare con i suoi vecchi amici, riformando i Green Carnation. Allo stesso tempo arriva la tragedia, la morte del figlio neonato, che fornisce a questo disco una potente ragione di esistere: Tchort infatti riversa in questi settanta minuti tutta la nera depressione e la cupezza della sua vita in quel periodo, dando alla luce un disco estremamente complesso, tanto difficile quanto intrigante e sentito.

Mi risulta quasi impossibile definire in poche parole cosa si trovi, a livello musicale, in questo lungo e straziante album. A dispetto di ciò che si potrebbe pensare, non è la pesantezza dei suoni a fare da padrona: parlerei piuttosto di pesantezza delle atmosfere. Non sono le possenti voci growl ad esprimere l'angoscia verso la vita e la morte, ma questo ruolo è affidato ad una voce maschile pulita, molto teatrale e melodrammatica, che si affianca ad altre numerose voci "ospiti", quasi tutte femminili e di stampo lirico - operistico. I brani non sono crudi e diretti, bensì estremamente elaborati e raffinati, squisitamente progressive nelle loro intricate evoluzioni, ma abbastanza cupi da poter rientrare tranquillamente nel doom, intelligentemente venato dal gothic. Ecco, se dovessi etichettare questo disco, direi proprio che si tratta di un "progressive gothic / doom" estremamente personale, caratterizzato da scelte che appaiono indigeribili solo ad un ascoltatore distratto. Non tutti infatti potranno comprendere subito il senso di questi arpeggi insistenti, di queste distorsioni ronzanti e spiccatamente dissonanti, di questo incedere lamentoso e allucinogeno, di questi ritmi inquieti e perennemente nervosi, o di questo leggiadro ma contemporaneamente angoscioso canto femminile, presente in dosi veramente massicce. Ogni brano risucchia l'ascoltatore in un vortice di sentimenti, completamente negativi, e lo imprigiona in una gabbia mentale che non gli lascia pace, nemmeno nei momenti in cui la musica sembra aprirsi a scenari più miti. Sono tutti inganni, qui di positività non ce n'è nemmeno un barlume: quando una tragedia ci colpisce, tutto prende il colore di quella tragedia, anche se possiamo avere dei momenti in cui fingiamo che non sia mai accaduto nulla.

La musica è talmente eterogenea e varia da rischiare di confondere seriamente l'ascoltatore. Essa può passare da momenti quasi thrashy a inquietanti sezioni lente, dalla sfuggente psichedelia pinkfloydiana (il lavoro di tasitere è sempre presente e di eccezionale spessore) alle atmosfere plumbee dei Candlemass e dei Cathedral, dalla grandiosa pomposità della lirica e della musica classica fino ad accelerazioni vertiginose che spingono al massimo la drammaticità, già evidente, dell'opera. Perchè è di opera che si tratta, una vera opera metal come ai tempi fu l'immenso "Tommy" degli Who; un'opera che nel suo sviluppo tocca e incorpora influenze di ogni tipo, per presentarci infine un prodotto estremamente maturo e consapevole dei suoi mezzi espressivi. Brani interminabili e spettacolari come "My Dark Reflections Of Life And Death" e "Under Eternal Stars", vere e proprie sonorizzazioni dei più reconditi e veraci sentimenti umani, sono più di semplici composizioni musicali. Essi raccontano vere e proprie storie di vita, soprattutto attraverso dei testi introspettivi e squisitamente filosofici, lontani anni luce dalla banalità che impera nel mondo moderno. Potrei stare qui per ore a descrivere nei dettagli ogni brano, ma sarebbe un'opera lunga e faticosa, e sicuramente inutile: metterei troppa carne al fuoco e rischierei di confondere chi mi legge: il disco può essere compreso solo ascoltandolo per intero, ma la premessa indispensabile è calarsi nel contesto nel quale il disco è stato concepito; in caso contrario, sarà facile avere l'impressione di ascoltare un lavoro che non ha nè capo nè coda.

Ci vuole passione e impegno per assimilare un lavoro come "Journey To The End Of The Night". Non è un disco concepito per rilassare, o per sollazzare l'ascoltatore: il suo intento è quello di renderci partecipi di una condizione dolorosa, e di farcela vivere il più possibile fedelmente. La musica è, come il cinema, un ottimo mezzo per vivere delle emozioni senza doverle per forza sperimentare in prima persona: e quando dei musicisti riescono in questo intento, qualsiasi tipo di classificazione in generi e sottogeneri perde di senso: rimane solo la consapevolezza che quei musicisti hanno prodotto qualcosa di speciale e irripetibile. In poche parole, questo album bisogna ascoltarlo. Anzi no, non bisogna solo ascoltarlo: bisogna viverlo.

Complimenti, Green Carnation.

01 - Falling Into Darkness (2:33)
02 - In The Realm Of The Midnight Sun (13:42)
03 - My Dark Reflections Of Life And Death (17:50)
04 - Under Eternal Stars (15:31)
05 - Journey To The End Of Night (Part I) (11:28)
06 - Echoes Of Despair (Part II) (2:30)
07 - End Of Journey (Part III) (5:08)
08 - Shattered (Part IV) (1:34)

venerdì 11 maggio 2012

Ukuku - "Esplosione Di Organi Interni"

Autoprodotto, 2012
Esplosione di organi interni: SPLASH!, tutti spiaccicati sul muro, una bella intonacata rosso vermiglio, preludio a quello che si potrebbe credere essere uno scimmiottamento all’italiana del Brutal Death Metal statunitense. Ma non è questo il caso. Gli Ukuku, gruppo di Verona alle prese col suo primo full-length, si presentano infatti con una curiosissima intro caratterizzata da una batteria battagliera e una chitarra che per contro appare rilassata, quasi in stile Southern Rock, quanto basta per far subito rizzare le antenne. Cosa ci aspetta dopo questi trentasei secondi? Cosa diavolo ci è capitato tra le mani?

Risposta: una roba composita e primordiale, inclassificabile nonostante la sua semplicità di fondo. Questa roba di questi veronesi sta a metà tra il Metal estremo e il Metal più classico, senza rientrare in realtà in nessuno dei due. Le sonorità della chitarra sono basse e plumbee, decisamente troppo tetre per poter parlare di Metal classico, eppure così smussate da essere completamente prive della carica esplosiva di generi taglienti come Thrash e Death, escluso qualche brano della seconda metà del disco. E del resto i piacevoli ritmi mid-tempo, sempre molto vari e curati, non fanno nulla per invertire questa tendenza. Scendendo più nel dettaglio, ciò che colpisce subito è la curiosa dualità tra il grezzume paleolitico delle sonorità di voce e strumenti da un lato, e la varietà nei riff, nei ritmi e nello stile canoro dall’altro. Anche l’alternanza tra cantato in inglese ed italiano fa la sua parte. Un’altra caratteristica tanto interessante quanto - purtroppo - rara nel mondo del Metal è poi il fatto di usare una sola chitarra: ciò rende la musica ancora meno aggressiva, sebbene essa non rinunci a suonare sporca e primitiva, e l’effetto svuotamento durante gli assoli è davvero ipnotico, con solo basso e batteria che restano a tesserne la base.

Essenzialmente è questo che ci si trova davanti mentre la musica degli Ukuku scorre, una roba indefinibile ricca di strane particolarità, quasi arcaica. Ma in realtà questa roba è tanta roba! Non so come rendere l’idea di quanto piacevole sia per me ascoltare questo disco, che riesce a sembrare uno scarto del Thrash primitivo anni ’80 e al tempo stesso un rivoluzionario approccio musicale, variopinto e ricco di idee - ditemi voi se questa non è tanta roba! Inoltre i lampi di genio sono numerosi, anche se purtroppo - oppure, vista la particolarità, per fortuna? - effimeri: si guardino ad esempio il breve inserto elettronico di Dimentica Il Mio Nome, la breve Deviating Hate che è interessante dal primo all’ultimo secondo, l’atmosfera desolante e malaticcia di The World We Created, i suoni particolari nel finale di Neri Presagi, la criptica Remembering The Past, più i vari arpeggi e assoli che sono uno più bello dell’altro - non ne troverete nemmeno uno che non sia quantomeno ottimo.

Gli Ukuku sono la dimostrazione di come si possa ancora suonare qualcosa di personale ed ispirato, e soprattutto fresco e vario, senza necessariamente dover impiegare strumenti di ogni genere e scrivere brani complessi, per quanto anche quest’ultima soluzione produca sovente ottimi risultati. Non posso quindi che parlare molto bene di questo disco, nonostante all’apparenza potrebbe inizialmente sembrare più uno sfogo da punkettari mancati che non un lavoro serio. Ma l’abito non fa il monaco, e gli Ukuku hanno dimostrato di avere in testa tante idee valide e, last but non least, di suonare per genuina passione. Tanta roba!

Quando anche l’ultimo fiume si sarà seccato ci accorgeremo che il denaro non si può bere, né mangiare.

Ha ha ha ha ha!


01 - Intro (00:36)
02 - Grey Old Bar (02:38)
03 - Dimentica Il Mio Nome (03:25)
04 - Bloody Gold (04:09)
05 - Hit The Kobold (03:08)
06 - Berserk (05:12)
07 - Deviating Hate (03:03)
08 - Malaria (02:16)
09 - The World We Created (03:50)
10 - Secrets (05:19)
11 - For Those They Die (03:50)
12 - Parabellum (02:30)
13 - Neri Presagi (04:00)
14 - Remembering The Past (03:50)
15 - Black Snow (02:20)
16 - Clowns (03:50)

lunedì 7 maggio 2012

Kathaarsys - "Rara Vez"

Silent Tree Productions, 2012
Un pianoforte ed una chitarra elettrica. Soli. A rompere il ghiaccio è lei, che con le sue danzanti corde seduce lui, il quale non può resistere a lungo a questo infatuante richiamo. E così inizia un emozionante fraseggio fatto di malinconici arpeggi e delicate note, di delicate note e malinconici arpeggi, un drammatico flamenco leggero e suadente che si dimena per i successivi trentatré minuti: questo è Rara Vez, un disco influenzato dal flamenco, suonato solo con pianoforte e chitarra elettrica.

Raramente capita di assistere ad una simile opera musicale, raramente capita una band così vulcanica ed orientata alla sperimentazione come i Kathaarsys, e anche una band simile raramente può concepire un disco del genere. Molte band che amano sperimentare si concedono prima o poi nella loro carriera ad un album in cui abbandonano le pesanti distorsioni caratteristiche del Metal, basti pensare ai classici Damnation degli Opeth, The White degli Agalloch, Origin dei Borknagar. Rara Vez non fa eccezione: Marta Barcia accantona per una volta le quattro corde per sedersi al pianoforte, diventando ancora più sensuale di quanto già non sia, mentre J.L. Montáns indossa la sua fida chitarra e fa danzare alla grande le proprie dita. Poesia in movimento. A tal proposito mi permetto di rivolgere dei complimenti speciali a Montáns e ai Kathaarsys per non aver ceduto alla tentazione di usare la chitarra acustica: ogni singola nota di chitarra è suonata con la chitarra elettrica, col risultato che gli arpeggi sono molto più corposi ed espressivi. Scelta felicissima, e me ne compiaccio dato che in un modo o nell’altro la chitarra acustica sembra finire sempre per contagiare chiunque. In un simile scenario in cui pianoforte e chitarra elettrica si scambiano sublimi effusioni, alla batteria di Adrián Hernández toccherebbe lo scomodo ruolo di reggere il moccolo, ragion per cui in questa occasione ha preferito defilarsi completamente. Ma non è tutto, giacché come al solito i Kathaarsys dedicano grande attenzione ad ogni singolo aspetto delle loro opere: "Lyrics with a journalistic point of view, music rooted in the Spanish classical way including piano as a new main instrument and using the Galician language for the first time. The look of the new release will be different from the usual typical plastic box and will offer a great content in a big format". Si tratta in realtà di un formato gigante 21 x 30 cm che emula un quotidiano, nero su bianco, due spesse pagine in cartone che si aprono a libro, dentro le quali si trova il disco. Insomma, a tutto ciò che riguarda Rara Vez è stata prestata una maniacale attenzione, e tutte queste stranezze caratterizzano quello che probabilmente rimarrà un capitolo isolato nella discografia della band - come del resto sembrerebbe suggerire il titolo stesso.

A questo punto qualcuno avrà notato che all’inizio ho parlato dei trentatré minuti di Rara Vez, quando invece il disco dura in realtà quaranta minuti. Infatti purtroppo negli ultimi sette minuti salta fuori la magagna: il grande rammarico di questo disco quasi perfetto è proprio il finale, ossia l’ultimo dei cinque brani: A Involución Das Masas. Esso significa sette minuti e dico sette di narrazione in gallego, la lingua parlata in Galizia, terra di origine della band. Sette interminabili minuti tutti uguali, senza che il tono di voce abbia grande espressività, senza che subisca la minima variazione, e soprattutto senza atmosfera. Dopo il primo minuto ci si sente irritati, dopo il secondo il bonus sopportazione è più che esaurito, e dopo il terzo si vorrebbe tirare una botta in testa al narratore per farlo star zitto. Ma non si può, perché davanti a noi c’è un disco e non una persona...così non resta altro da fare che fermarlo anzitempo. Tante, anzi tantissime band sono cadute sulle narrazioni, e i Kathaarsys non sono né i primi né gli ultimi: una voce troppo preponderante, troppo monotona, ma soprattutto troppo, troppo, troppo prolungata. Non so cosa volessero ottenere i Kathaarsys con questo brano, che con ogni probabilità è coerente con il concept che sta dietro il disco, ma musicalmente parlando si tratta di un pugno in un occhio, è un vero peccato chiudere un disco della raffinatezza di Rara Vez in questo modo impacciato e grossolano. A Involución Das Masas è più che altro A Involución Da Música, e lascia quella sensazione di impotenza che consiste nell’essere stati defraudati di un grande capolavoro che fino a pochi minuti prima ci era cresciuto sotto gli occhi prendendo forma poco a poco, accompagnato da quell’emozione unica che si vive quando si ascolta un nuovo disco per la prima volta e lo si scopre pezzetto dopo pezzetto. Questa conclusione è una mancanza imperdonabile.

E allora forse è proprio questa la vera degna conclusione di Rara Vez: raramente capita di assistere ad una simile opera musicale, e ancor più raramente capita che essa cada così malamente proprio nel finale, dopo trentatré minuti praticamente perfetti. Ma una volta digerita la delusione rimane comunque la coscienza degli altri, superbi, ineguagliabili trentatré minuti, i quali costituiscono una parentesi musicale più unica che rara.

01 - Manipulación (08:33)
02 - Traxedia Española (09:47)
03 - Crítica Da Estupidez Pura (04:29)
04 - Retorno á Idade Media (10:06)
05 - A Involución Das Masas (07:09)

domenica 6 maggio 2012

Kroda - "Fimbulvinter"

Hammermark Art, 2007
Nella mitologia nordica, che io da sempre ritengo una culla di meraviglie tutta da scoprire, il Fimbulvinter è un terrificante inverno che dura tre anni ininterrotti e che presagisce alla fine del mondo, il Ragnarok. Gli ucraini Kroda, ormai giunti alla loro terza release discografica ufficiale, compiono un lavoro magistrale nel trasporre in musica la potenza evocativa e mitica di quella tremenda esplosione di gelo e apocalisse, partorendo un disco che definire convincente ed ispirato è dire poco. Immagini e scenari scorrono vividi durante l'ascolto, rendendo l'esperienza di questo "Fimbulvinter" davvero ricca e intensa.

Non si tratta tuttavia di musica facile da ascoltare e da assimilare, per via della sua intrinseca pesantezza ed aggressività. Fin dalla prima traccia, la lunga "The Beginning Of Winter Night Of Oskorei", si capisce infatti che la band non vuole risparmiare le orecchie di nessuno, così come il lungo inverno morde tutti con ferocia e senza pietà alcuna. Rispetto ai due dischi precedenti, "Fimbulvinter" è senz'altro più spietato e mordace; ma non è solo durezza che i Kroda ci propongono. Sulla base black molto rocciosa e potente, dai suoni notevolmente ingrossati e dalle ritmiche spesso mitraglianti (le linee di basso sono eccezionalmente pompate e poderose), si stagliano anche delle stupende suggestioni folkloristiche e momenti di pura emozione melodica, esaltati al massimo dall'uso di strumenti tipici come i flauti (veri, non sintetizzati: e la differenza si sente) e il quasi onnipresente scacciapensieri siciliano. Non si è assolutamente persa la vena romantica del gruppo, la quale però stavolta, unita ad un suono più potente e schiacciante, acquista paradossalmente ancora più fascino.

I brani si sviluppano con un continuo alternarsi di sezioni spaccaossa e momenti di inquieta riflessione, spezzati da aperture melodiche da brivido che portano un po' di luce in questo mondo raggelato da questo inverno innaturalmente lungo e tagliente. Ne è un perfetto esempio la successiva "Glacial Riders Of Fimbulvinter", giocata su un sinistro e battagliero riffing di chitarra che si alterna a sezioni pulite e ad un flauto dal sapore addirittura orientale, il cui timbro viene esaltato da una produzione semplicemente magnifica. I frequentissimi blast beat, presenti praticamente in ogni brano e in dosi massicce, fanno coppia con un'aggressiva e preponderante voce in screaming per ricreare le atmosfere "nevose" e tempestose del glaciale Fimbulvinter, simboleggiando perfettamente il turbinare dei fiocchi di neve e le valanghe che procedono inarrestabili, radendo al suolo intere foreste e villaggi; tuttavia, la controparte melodica strumentale è sempre presente e rende l'ascolto estremamente suggestivo, slegandolo da un impatto unicamente basato sulla potenza sonora sprigionata. Non si può infatti basarsi sulle linee vocali per cercare una melodia: lo screaming è talmente tirato e marcio che ha obiettivamente poco di musicale, assomigliando di più ad una lunga e velenosa recitazione.

I brani sono legati gli uni agli altri in modo abbastanza evidente, poichè il finale di ciascuno ricorda molto ciò che poi troveremo nell'inizio del brano successivo. Tale soluzione è stata sfruttata davvero bene, donando al disco una perfetta continuità ed eliminando i momenti morti. Ogni episodio è possente, aggressivo ma finemente ricamato, ricco di sfumature e momenti paradisiaci; ne sono un esempio le due stupende "...Where Brave Warriors Shall Meet Again" e soprattutto la celestiale "Funeral Of The Sun". Già la prima delizia le nostre orecchie con furibondi assalti sonori che improvvisamente lasciano il posto ad arpeggi e melodie lancinanti, dalla bellezza sconvolgente; ma quando parte lo spettacolare funerale del nostro astro, oscurato permanentemente dall'innaturale inverno, c'è solamente da prostrarsi dinanzi alla delicata magia del flauto e delle maracas, alla primordiale violenza degli elementi naturali, all'asprezza indomabile delle sezioni vocali e ad una parte conclusiva sognante ed elegiaca, che spazza via l'immane quantità di violenza attraverso cui siamo appena passati. Credo che il suddetto brano sia uno dei più begli esempi di brano folk - black che possiamo trovare in circolazione, una vera perla di composizione e accostamento di emozioni differenti. 

Chiude il cerchio una riuscitissima cover dei Branikald, che i Kroda riescono a rendere propria in maniera magistrale, e che potrebbe benissimo essere scambiata per un brano originale del gruppo. Per nulla fuori contesto, essa aggiunge un tocco di classe all'album, nonostante io generalmente non apprezzi le cover quando si inframmezzano a brani originali. Questa volta però, visto l'eccellente risultato, non posso che approvare la scelta dei Kroda, che con questo "Fimbulvinter" hanno confezionato un prodotto davvero riuscito: non gli manca infatti nulla per essere considerato non dico un classico, ma quasi. Potenza schiacciasassi, velocità, melodia, tecnica, ottimo songwriting, senso della progressione, buona varietà e coerenza interna: devo spendere altre parole per convincervi che questo disco è una cannonata?

Lasciatevi rapire dalle fauci dell'Inverno, esso saprà cosa fare delle vostre insignificanti e tremule membra...

01 - The Beginning Of Winter Night Of Oskorei (11:43)
02 - Glacial Riders Of Fimbulvinter (12:08)
03 - ...Where Brave Warriors Shall Meet Again (8:56)
04 - Funeral Of The Sun (10:57)
05 - A Stormrider (Branikald cover) (11:23)

giovedì 3 maggio 2012

Wolves In The Throne Room - "Celestial Lineage"

Southern Lord, 2011
Il nuovo lavoro dei Lupi Nella Stanza Del Trono era atteso con molto interesse e fervore da parte dei fan, e non a torto. Ormai affermati come una delle più interessanti e originali realtà del black metal americano, i due fratelli Weaver sono riusciti a costruire attorno a sè un vero e proprio mondo: il ritiro in una fattoria autarchica, l'agricoltura biodinamica, le tematiche filosofiche e antroposofiche, le pesanti camicie di flanella al posto del face painting e dei vestiti borchiati, e soprattutto la personale e riuscita rielaborazione dei canoni del black metal "classico", sapientemente trasmutato in una miscela di grezzume "gentile" e di suggestioni sperimentali - psichedeliche dal sapore post rock. Con simili premesse alle spalle, è ovvio che la band dispone di un buon numero di seguaci, uno "zoccolo duro" che attende con ansia ogni nuova uscita dei propri mentori. Ma mai come in questo caso l'aspettativa era alta, nei confronti dei Lupi.

Il precedente "Black Cascade" aveva mostrato al mondo una band ormai matura e capace di rinnovarsi disco dopo disco, dando spazio alla sperimentazione stilistica (il debutto "Diadem Of 12 Stars"), alla solennità elegiaca ("Two Hunters"), alla cupezza impenetrabile ("Malevolent Grain") e infine, con il disco sopracitato, alle sonorità dirette e impulsive, ma non per questo prive di quell'alone di fascino che da sempre i due fratelli infondono nella loro musica. Questo ultimo "Celestial Lineage" può essere considerato come la perfetta summa di tutte le capacità del gruppo, il compendio di tutto ciò che i nostri hanno suonato finora, migliorato ancora un po' e presentato in una veste elegante e raffinata. Basta dare un'occhiata al superbo artwork, curato da veri professionisti del settore, per rendersi conto che questo album ha avuto una cura davvero maniacale, sia dal punto di vista estetico sia musicale. Lo dimostra la splendida e maestosa opener "Thuja Magus Imperium", da subito impegnata nel farci precipitare nuovamente in quello spettacolare abisso di suoni penetranti e misteriosi con i quali i Wolves amano circondarci. Le distorsioni sono dilatate ed eteree, i ritmi passano dal veloce al velocissimo per poi perdersi in sezioni dalla lentezza suggestiva e in liquidi intermezzi ambientali, le inafferrabili linee melodiche continuano la loro consueta opera ammaliante, le sovraincisioni conferiscono al sound una pienezza ed un'evocatività invidiabile. La mistica potenza della natura è ancora una volta l'elemento cardine del sound dei Lupi, che tentano di trasporre in musica i superbi paesaggi dell'area in cui vivono; con suggestioni pagane e grandi dosi di riflessione e introspezione, le ruvide sonorità black metal riescono così a diventare perfino rilassanti, pacate, sulfuree e per nulla urtanti. Come di consueto, i Wolves non vogliono suonare musica distruttiva o nichilista: è così che anche un brano tirato come "Subterranean Initiation" non dà mai l'impressione di essere cattivo, bensì suggerisce facilmente immagini oniriche ed estatiche, come quelle evocate da un rituale pagano attorno a un falò notturno. La greve e primordiale voce in screaming è una lama tagliente che scava a fondo nella nostra anima, come un pensiero che si insinua a fondo nell'inconscio; i sottili tappeti di sintetizzatori in sottofondo creano un substrato onirico che aumenta ancora di più il carattere "immaginativo" della musica. E tutto è amalgamato con una classe e una maestria che fa paura.

Inframmezzati da alcuni interludi di pura atmosfera, i brani scorrono come il lento espandersi di un gas, che piano piano si dilata e ingloba tutto ciò che incontra, compenetrandolo gentilmente con il proprio essere. Evidente è lo sforzo compiuto dal gruppo per rendere la propria musica ancora più evocativa e magniloquente del solito, sforzo che traspare specialmente da un brano come "Woodland Cathedral", superbo interludio di pura atmosfera che vede come protagonista una celestiale voce femminile, l'organo ecclesiale e delle distorsioni liquide, impalpabili, che si uniscono ai sintetizzatori creando un'atmosfera magica e visionaria. Ma il meglio viene con le ultime due tracce, "Astral Blood" e soprattutto "Prayer Of Transformation"; la prima, una bilanciata catarsi di violenza e ragione; la seconda, una cosmica elegia che con le sue sonorità sovrapposte e dilatatissime ci stacca definitivamente dal mondo terreno e ci proietta verso le nascoste immensità del mondo spirituale.

"Celestial Lineage" non si spinge molto oltre i conosciuti confini del sound del gruppo, a parte un'aumentata propensione per la vena psichedelica. Esso comunque è probabilmente il miglior lavoro che i nostri abbiano mai partorito: contiene tutto ciò che i Lupi sono stati e sono capaci di fare, e lo dà alla luce con una padronanza e una maturità ormai invidiabile. Semplicemente una conferma della bravura di questi ragazzi, che proseguono il proprio discorso musicale / esistenziale con coerenza e fierezza, rendendoci partecipi delle meraviglie del Creato con la loro musica intensa, concettuale e variopinta. Un disco che fa volare con il pensiero, e se lo vogliamo anche col fisico: non sarà difficile provare una sorta di distacco dalla fisicità, se ci si immerge completamente nelle sue sonorità. Da scoprire poco per volta, e da vivere.

01 - Thuja Magus Imperium (11:42)
02 - Permanent Changes In Consciousness (1:54)
03 - Subterranean Initiation (7:09)
04 - Rainbow Illness (1:28)
05 - Woodland Cathedral (5:26)
06 - Astral Blood (10:16)
07 - Prayer Of Transformation (10:57)

domenica 29 aprile 2012

Nocte Obducta - "Verderbnis (Der Schnitter Kratzt An Jeder Tür)"

MDD Records, 2011
Oggi siamo qui riuniti per celebrare l’insperato ritorno di quella che è stata una delle più grandi band in assoluto in ambito Black Metal e dintorni: i tedeschi Nocte Obducta.

I Nocte Obducta sono un raro esempio di band che pur essendo iperproduttiva a livelli assurdi - si parla di un album netto all’anno - è sempre riuscita a produrre musica ispirata di altissimo livello, senza eccezioni. Dopo un inizio fortemente Black Metal la band si era volta verso nuovi orizzonti più progressivi, melodici, poetici, per certi versi persino dolci, per poi concedersi una passeggiata di tre quarti d’ora per i meandri del Post Metal, capolavoro di creatività e ispirazione che però purtroppo portò la band allo scioglimento. Così, nonostante questa passeggiata fu percorsa già nel 2006, venne pubblicata come lavoro postumo soltanto nel 2008. Nel frattempo gli ormai ex-Nocte Obducta decisero di approfondire la loro vena Post con un progetto chiamato Dinner auf Uranos - non capirò mai perché diamine non continuarono sotto il monicker di Nocte Obducta - progetto che vide la pubblicazione del suo primo full-length nel 2010. Ma evidentemente il richiamo dei grandi successi raggiunti sotto tale monicker era troppo ipnotico per potervi resistere a lungo, ed ecco allora che i Nocte Obducta tornarono alla luce: il risultato è Verderbnis (Der Schnitter Kratzt An Jeder Tür).

La copertina con cui si presenta Verderbnis, un’immagine posterizzata dal grande gusto grafico e dall’ottima impaginazione, costituisce fin da subito un primo campanello d’allarme: non sembra proprio trattarsi di un seguito di ciò che la band aveva intrapreso coi suoi ultimi lavori, né tantomeno una ricongiunzione alle loro tanto osannate origini. Troppo oscura per potersi ricollegare al loro soave nettare del nuovo millennio, ma del resto questo tipo di bianco e nero che elimina tutta la scala intermedia di grigi sembra andare oltre anche rispetto alle origini Black Metal. Vi ricordate l’incredibile capolavoro Sequenzen Einer Wanderung con le sue soavi melodie Post-Rock? Continuate pure a ricordarlo, perché non è questo il caso. E vi ricordate quanto erano sublimi le melodie, i riff e le atmosfere di Nektar Teil 2? Ecco, dimenticatevele perché con Verderbnis non c’entrano proprio niente. Se c’è qualcosa di Verderbnis che ricorda Nektar Teil 2 si tratta solo della rude effimera Es Fließe Blut, mentre parlando di Sequenzen Einer Wanderung i due album non hanno in comune che l’influenza elettronica. Con Verderbnis i Nocte Obducta aprono un nuovo capitolo nella propria storia, un capitolo che nulla ha a che vedere con la sognante poesia che li aveva accompagnati dallo splendido Stille fino alla magistrale chiusura di carriera. Si tratta piuttosto di una musica tenebrosa, un Black Metal rozzo e scalcagnato con al tempo stesso tanta elettronica, sebbene non sia quel tipo di elettronica tale da poter parlare di Industrial. Verderbnis si direbbe quindi una creatura torva e meschina. Eppure, incredibile a dirsi, suona comunque grandioso.

Non so trovare parole di elogio per descrivervi questo disco, perché è un tipo di musica “schiva” che tende a passare inosservata. E’ una musica strana, ma strana forte, che pur traboccando di riff sgangherati e claudicanti degni delle più lontane radici del Black Metal, si concede in contemporanea vasti, lenti respiri d’atmosfera in cui sono dei criptici effetti elettronici a traghettare l’ascoltatore. Verderbnis è un album che, tanto per fare un esempio, sa passare dal finale lento e opprimente di Schweißnebel ad un’effimera sfuriata punk-oriented come Niemals Gelebt, per poi riprendere poco dopo coi cori inqualificabili di El Chukks Taverne. Che dire di simili passaggi musicali? Non lo so, non mi viene da dire alcunché, se non che qualcosa che gli è intrinseco spinge continuamente a riascoltarli. Anche la produzione è di difficile inquadramento: sembra una produzione limpida che però cerca a tutti i costi di ricreare in modo fittizio l’effetto marcio del Black Metal. Verderbnis è quindi un oggetto misterioso che ci si gira e ci si rigira tra le mani cercando invano di comprenderlo, cercando di guardarlo da diverse angolature erroneamente convinti che ve ne sia una in grado di gettare qualche scampolo di chiarezza. E il suo fascino consiste proprio nell’essere così inafferrabile, e nell’esserlo in modo tale da rapire completamente la curiosità.

I Nocte Obducta mi hanno dunque spiazzato due volte: prima annunciando la reunion, e poi producendo un disco che non mi sarei mai aspettato, e che ancora non riesco a comprendere appieno. Ma si tratta di una sorpresa positiva, un album dal fascino malsano, quasi morboso, che sa far tornare la voglia di farsi ascoltare ogni volta che lo desidera. Questo nuovo esperimento dei Nocte Obducta non fa che accrescere la convinzione che tutto quello che esce dalle loro mani è sempre e comunque di ineguagliabile valore.

01 - Tiefrote Rufe (04:45)
02 - Schlachtenflieder (03:34)
03 - Schweißnebel (05:50)
04 - Niemals Gelebt (02:08)
05 - El Chukks Taverne (04:13)
06 - Obsidian Zu Pechstein (08:51)
07 - Wenn Ihr Die Sterne Seht (05:34)
08 - Verderbnis (05:16)

giovedì 26 aprile 2012

Kerbenok - "O"

Northern Silence Productions, 2008
Alcuni dischi sembrano concepiti apposta per spiazzare l'ascoltatore, per catturarlo poco alla volta in un crescendo irresistibile di emozioni e sensazioni, che inizialmente erano soltanto timidi accenni in un mare di nulla; emozioni e sensazioni che si provano nel momento in cui si scoprono le infinite sfaccettature di una musica che inizialmente non aveva trasmesso alcunchè, ma che con il passare degli ascolti è diventata sempre più delineata fino a scoprirsi in tutta la propria recondita bellezza, diventando così una parte importante del proprio vissuto. Posso sicuramente includere in questa categoria il debutto su full - length dei tedeschi Kerbenok, già attivi dal 2000 e reduci dalla pubblicazione dell'interessante extended play "Der Erde Entwachsen", uscito un anno prima di questa release. Il disco che mi trovo tra le mani, in un pregevole formato A5 limitato a mille copie, colpisce subito con l'impatto visivo: l'artwork è infatti eccezionalmente ricco e variopinto, enigmatico, carico di natura e dell'infinita varietà della sua magnificenza. La musica, al contrario, non colpisce subito: e questo è un punto molto importante, che come ho già accennato, costituisce la principale caratteristica di "O".

I Kerbenok si cimentano in un black metal di stampo progressivo e raffinato, carico di riferimenti naturalistici ed estremamente vario, sia come range di influenze black (si va dai Satyricon ai Wolves In The Throne Room) sia come struttura dei brani, che si avvicinano molto alle poliedriche evoluzioni degli In The Woods, specialmente per quanto riguarda la quasi totale assenza di ritornelli, bridge, strofe e di tutto ciò che riguarda la forma canzone come la conoscono tutti. Per una band che è ancora praticamente esordiente, questo è senza dubbio un progetto ambizioso, che sceglie di essere tale non solo per via della sua intinseca natura sfumata e variegata, ma anche per la notevole durata, superiore a settanta minuti. Inizialmente, il disco lascia perplessi: troviamo cascate di riff ruvidi e taglienti che paiono non condurre in nessun luogo in particolare, alternanze notevoli tra sezioni spinte e momenti di quiete atmosferica che paiono messi lì a casaccio, un'apparente destrutturazione e prolissità dei brani che ad un primo ascolto potrebbero essere tacciati di inconcludenza e manierismo tecnico. Tutti elementi che fanno pensare: ma dove vogliono andare a parare i Kerbenok? Sanno almeno che genere di musica vogliono suonare, o si stanno solamente dedicando ad un esercizio di assemblaggio tra generi e sottogeneri, dimenticandosi però di aggiungerci la scintilla di ispirazione? La tentazione di mettere via il disco dopo il primo ascolto, pentendosi dei soldi spesi, è abbastanza forte.

Tuttavia, con il passare degli ascolti (e credetemi, ce ne vogliono davvero tanti) tutto comincia ad andare al suo posto. Come un puzzle che inizia a risolversi per conto suo, nel momento in cui si rinuncia al tentativo di comporlo razionalmente e ci si abbandona al puro istinto risolutore, i brani iniziano progressivamente a sfoggiare delle atmosfere e delle soluzioni davvero notevoli, molto differenziate tra loro e capaci di spaziare tra colori differenti con grandi dosi di fantasia e creatività. Ecco che le apparentemente insensate cavalcate strumentali prendono forma e diventano dei lunghi viaggi psichedelici che ci conducono attraverso una nebbia fitta e persistente, squarciata da veli di beatitudine che giungono del tutto inaspettati e salvifici; ecco che la vulcanicità dei riff di chitarra non è più solamente un esercizio di maniera, ma un ordinato e preciso caleidoscopio emozionale che esalta ad ogni nuovo sviluppo. La spiccata personalità di questa band emerge così dalle acque profonde come un isolotto vulcanico appena nato, ancora incandescente e ricolmo di ribollente vitalità. Sonorità misteriose, cangianti, sopraffine: posata aggressività che si mescola con l'introspezione, suggestioni poetiche unite a suoni grezzi e rugginosi, volutamente soffocati da una produzione sicuramente non pulitissima, ma come al solito adatta allo scopo che vuole raggiungere. Insomma, niente che possa essere compreso dopo pochi ascolti, specialmente per via dei continui cambiamenti che sopraggiungono non solo tra un brano e l'altro, ma anche all'interno dei brani stessi. Ecco quindi alternarsi voci maschili che spaziano dallo screaming acido al possente cantato di un tenore, voci femminili che accompagnano il fluire strumentale con leggiadria e classe, ritmiche talvolta pompate e talvolta dimesse, tastiere soffici e sognanti, sapienti inserti folk, chitarre che sanno tramutarsi in spietate lame di ghiaccio e un attimo dopo diventano giocose e sbarazzine, per poi cambiare di nuovo in delicate e toccanti. Difficile trovare un brano particolarmente memorabile, o al contrario un pezzo inferiore a un altro: e questo è strano, perchè in un disco così eterogeneo è molto insolito che non ci siano pezzi che spiccano sugli altri. Non citerò dunque alcun brano, perchè questo disco ha senso solo se viene ascoltato tutto assieme, come un'unica lunga canzone che esplora ogni possibile lato della vita. Da questo punto di vista "O" è comunque un disco sorprendente, poichè nel suo continuo vagare e sperimentare riesce sempre a mantenere un'invidiabile coerenza interna e una freschezza compositiva che, una volta compresa a fondo, decreterà la longevità e  l'assoluto spessore artistico del disco.

Lasciatevi dunque cullare dalle intriganti sonorità di "O", come se foste degli esseri inermi che vengono trasportati dal vento per centinaia di chilometri. Nel vostro turbinoso viaggio vi passeranno davanti infiniti scenari, che dovrete semplicemente avere la volontà di cogliere, sforzandovi di metterli a fuoco con i vostri occhi disabituati. All'inizio sarete sballottati qua e là senza capire niente, in preda alla nausea e al disorientamento: ma quando vi sarete abituati a tale marasma, aprirete gli occhi e scoprirete che state semplicemente vivendo un'esperienza nuova, interessante e verace; un volo pindarico in un mondo fatto di colori che non esistono nello spettro del visibile, un viaggio psichedelico ed esaltante nella complessità della vita.

"O" è il classico disco che ha bisogno di molto tempo per rivelare la sua essenza, ma che come tutti i grandi classici, una volta scoperto non appassisce mai e non ha mai finito di dire quello che ha da dire. Il mio unico rimpianto è che questo disco probabilmente non verrà mai conosciuto come dovrebbe; queste mie poche righe hanno il solo scopo di tentare di rendergli giustizia, almeno un briciolo di ciò che merita, ma nella piena consapevolezza che pochi sapranno cogliere un frutto succoso e delizioso come questo formidabile debutto.

01 - Aus Der Stille... (2:53)
02 - Heimstatt In Trummern (12:45)
03 - Die Schwere Unserer Glieder (7:11)
04 - Im Kreise Ziehen Wir Unsere Runden (12:18)
05 - Waldfrieden (2:27)
06 - Frihet Er Vaares (9:57)
07 - Verstandes Klinge (5:58)
08 - Lys (1:54)
09 - Hardangervidda (8:56)
10 - ...In Das Was Noch Kommen Mag (7:07)

mercoledì 25 aprile 2012

Catamenia - "Halls Of Frozen North"

Massacre Records, 1998
Appena un anno dopo che i Children Of Bodom rivoluzionarono il modo di intendere il Metal estremo melodico ecco comparire un'altra band finlandese, i Catamenia, provenienti da Oulu. Quando parlo di Metal estremo melodico non sono in preda ad un attacco isterico contraddittorio, ma semplicemente mi riferisco alla versione “Gothenburg”, per così dire, di quei generi quali Death e Black. I Children Of Bodom vengono annoverati tra le fila del Melodic Death, anche se a me sembrerebbe più giusto parlare di Extreme Power; sta di fatto che i Catamenia si collocano invece in pieno Melodic Black.

In questo Halls Of Frozen North, tale il titolo del loro album d’esordio, gli allora neofiti Catamenia furono in grado fin da subito di trovare il bandolo della matassa: i loro brevi brani sono carichi di melodie molto catchy ma al tempo stesso accattivanti, e nonostante le sonorità tipiche del cosiddetto Gothenburg Metal - passatemi il termine, anche se esso viene solitamente usato in un contesto un po’ diverso - vengano usate diffusamente all’interno del disco, con tanto di rigogliose tastiere che inondano piacevolmente ogni brano, Halls Of Frozen North ha il grande pregio che i ritmi e le sonorità propri del Black Metal lasciano sempre almeno qualche piccola traccia di sé. Cosa, questa, che non è affatto scontata, dato che quando si parla di Gothenburg, sia esso di stampo Black o Death, le band finiscono sovente per diventare così ruffianamente melodiche e sempliciotte che di Black e Death non rimane più nulla, e il più delle volte ci si ritrova d’innanzi ad una musica apatica che finisce per non sapere più di nulla. Ma per fortuna, come detto, niente di tutto ciò affligge i Catamenia: tra le linee melodiche che disegnano le loro canzoni spuntano ora il tremolo picking, ora uno scream per nulla ingentilito dalle circostanze, ora delle ritmiche molto sostenute che se non sono blastbeat poco ci manca. E nonostante la band cerchi di far viaggiare il pensiero dell’ascoltatore di pari passo col gelido vento che soffia nelle ghiacciate sale del nord, sensazione acuita dalle sonorità delle tastiere che costituiscono forse il vero strumento portante dell’album, la sua musica appare calda e viva, del tutto priva di quella deludente freddezza di altre band affini come ad esempio gli ultimi Lord Belial.

Per quanto ho avuto modo di constatare, il Melodic Black è un genere molto meno diffuso del Melodic Death, il quale invece si diffonde come un’erba infestante, e se quest’ultimo ebbe le sue origini già nei primi anni ’90 non so se lo stesso possa dirsi per il primo. Non sono un’enciclopedia del genere, ma a pelle non mi viene in mente nessun gruppo che avesse cominciato a suonare Melodic Black prima dei Catamenia, perlomeno non in modo così fortemente Gothenburg. In ogni caso, primo o no, Halls Of Frozen North è davvero un bel disco che difficilmente annoia, a dispetto della sua immediatezza. Merita di essere ascoltato con vivo interesse, quantomeno da tutti gli appassionati del Gothenburg e dintorni.

01 - Dreams Of Winterland (03:30)
02 - Into Infernal (03:37)
03 - Freezing Winds Of North (03:36)
04 - Enchanting Woods (03:38)
05 - Halls Of Frozen North (03:06)
06 - Forest Enthroned (03:49)
07 - Awake In Dark (02:51)
08 - Song Of The Nightbird (03:40)
09 - Icy Tears Of Eternity (03:04)
10 - Burning Aura (03:36)
11 - Child Of Sunset (02:36)
12 - Land Of The Autumn Winds (03:50)
13 - Pimeä Yö (04:19)
14 - Outro (01:21)

giovedì 19 aprile 2012

Brodequin - "Festival Of Death"

Unmatched Brutality Records, 2001
Festival Of Death più che un gioviale festival sembra un violento meeting tra una mitragliatrice e uno sciacquone, meeting che, a dispetto dell’effimera durata, ora della fine avrà consumato ettolitri d’acqua e migliaia di pallottole. Ma è sufficiente scoprire che si parla dei brutallari americani Brodequin, giunti qui al loro secondo full-length, per cambiare la metafora e sostituire alla mitragliatrice e allo sciacquone gli antichi strumenti di tortura: Festival Of Death è dunque l’urlo di dolore che emette il condannato disperato, è lo scricchiolio delle sue ossa, è il rumore della carne che poco a poco si dilania. Tra i pionieri del Brutal Death Metal americano alla Disgorge, i Brodequin sono infatti noti per la loro passione per gli strumenti di tortura usati nel passato, passione che il loro growler e bassista Jamie Bailey trasforma in testi ricchi di particolari grazie anche alla sua laurea in storia:

Hung alive in chains,
lack of food and water enhancing the weakened state,
forced to stand by a neck shackle or suffocate,
blistered and burnt from the sun,
infected weeping wound insects have found
and feed upon the unprotected body.
Disease has filled, too weak to stand,
slowly suffocates, body remains displayed
while birds begin removing the flesh.


Questo è il festival della morte, materia quotidiana specialmente nei secoli bui del medioevo ai quali lo splendido artwork sembra fare riferimento. Non potrebbe esserci scelta musicale più consona di un Brutal Death Metal nell’accezione più stretta del termine per accompagnare una simile mattanza, un Brutal Death completamente privo di compromessi: chitarra segaossa pesantissima, batteria con un range sonoro limitatissimo e con doppio pedale spianato e costante, growl incomprensibile in stile latrina ingorgata, e quasi tutti i brani che si tengono ben al di sotto dei tre minuti di durata andando così a comporre la classica mezzora di brutale devastazione propria della maggior parte dei dischi di questo genere. Il risultato è una genuina cascata di riff e blastbeat a getto continuo, ripetute sfuriate che investono l’ascoltatore impreparato creando in lui un senso di repulsione, ma che deliziano l’appassionato del genere.

Alla luce di tutto ciò si potrebbe dire che Festival Of Death è un disco completamente privo di originalità, inventiva, creatività, e che a causa della sua assenza di variazioni nel tema musicale risulta sfiancante per chiunque non sia abituato a questo genere di musica. Un appassionato di Funeral Doom, o, che so, di Viking, abituato a concentrarsi sulla melodia e sulle sensazioni che questa evoca, probabilmente lo considererebbe come un prolungato rutto in uno sgabuzzino buio, sgabuzzino che poi chiuderebbe a chiave per non riaprirlo mai più. Sono tutte critiche che possono starci; tuttavia io credo che non colgano nel segno. Infatti quello che i Brodequin fanno e vogliono fare non è altro che produrre una musica brutale fatta di riff e ritmi serrati, dimostrando che si può produrre qualcosa di buono anche astraendo dalla melodia. Del resto sarebbe avventato pretendere che le ossa di un torturato che vengono spolpate dalla loro sede naturale producano un qualsivoglia tipo di melodia. L’unica melodia plausibile qui è il cornacchiare concitato degli uccelli che si avventano sulle membra del condannato per strapparne dei brandelli preziosi per la loro sopravvivenza.

In definitiva se uno non sa apprezzare la musica brutale scevra di ogni melodia è del tutto inutile che si metta a criticare questo disco, perché esso vuole essere un disco brutale dalla testa ai piedi, e come tale va considerato. A me questo tipo di Brutal Death della vecchia scuola, classico e intransigente, non dispiace affatto, specialmente nel caso dei Brodequin che lo suonano con quelle sonorità grezze un po’ antiquate e con dei buoni riff. Infatti Festival Of Death di buoni riff ne contiene parecchi, e sebbene i Brodequin proseguano ad innovazione e creatività zero ciò non gli impedisce di produrre della buona musica per tutti coloro a cui piace sguazzare in una pozza melmosa di riff e blastbeat. E se poi tutti gli altri non vogliono metterci piede per non sporcarsi...affari loro.

01 - Mazzatello (02:30)
02 - Judas Cradle (02:12)
03 - Trial By Ordeal (02:48)
04 - Torches Of Nero (01:54)
05 - Vivum Excoriari (02:56)
06 - Lake Of The Dead (03:26)
07 - Blood Of The Martyr (02:03)
08 - Gilles De Rais (02:38)
09 - Flow Of Maggots (02:58)
10 - Bronze Bowl (02:51)
11 - Auto De Fe/Raped In The Back Of A Van (Last Days Of Humanity Cover) (04:37)

venerdì 13 aprile 2012

Leech - "Against Leviathan!"

Woodsmoke, 2007
Immaginatevi di entrare in un negozio di dischi Metal e guardatevi attorno: scaffali pieni di CD dei generi più diversi con le loro copertine ben in vista, ognuna coi suoi colori e col logo della rispettiva band, e poi numerose t-shirt appese al muro. Avete mai pensato cosa c’è dietro tutta questa varietà di immagini e colori? Ci sono gli sforzi di centinaia di band, ognuna delle quali dedica una certa attenzione al proprio logo, all’artwork, all’immagine da stampare in copertina che in qualche modo dovrebbe ispirare ed invogliare la gente a comprare il loro album, dovrebbe rappresentare il tipo di proposta musicale, al fine di far presa sugli appassionati di quel genere.

Su tutt’altro piano si muovono i Leech, band americana che finora si è segnalata solo per alcuni demo e split tra cui figura Against Leviathan!, una demo composta da appena due brani che però si spinge oltre i venti minuti di durata. I Leech si presentano come una band del tutto elitaria, volutamente riservata ad un pubblico poco più vasto della cerchia di amici e familiari, e lo testimonia anche il formato con cui è uscita questa demo: limitata ad appena cento copie, il CD è racchiuso in un libricino di dodici pagine in cui la band spiega la propria ideologia anarco-primitivista. Pare che l’anarco-primitivismo - come mi suggerisce sottobanco l’Anarchopedia - sia una corrente dell’anarchismo verde che deplora l’inquinamento e l’alienazione portati dalla società industrializzata, e proclama un ritorno a condizioni di vita antecedenti. Ed in effetti gli interminabili titoli - che complessivamente sono più lunghi del CD - sembrano suggerire proprio questo disprezzo nei confronti dell’industrializzazione: "Subito la nostra casa fu sormontata da un ruggito che lacerò i nostri cuori, zittendo il vento e le quiete canzoni degli uccelli; realizzammo ciò che avevamo perduto [la natura], e cominciammo ad invocarla. Incatenati al fantasma di una bugia, inciampiamo ciecamente verso la nostra morte, fermandoci di tanto in tanto per calciare (ma senza mai dubitare) la carcassa marcescente ai nostri piedi che rallenta la nostra avanzata". Il ruggito metallico delle fabbriche, il soverchiamento della natura, le carcasse degli animali morti per l’inquinamento, sono questi i temi caldi, sempre attuali, che animano i Leech. Come se non bastasse, allegato a tutto ciò vi è anche un poster. Altre cinquanta copie della demo sono state pubblicate su cassetta - ma chi è che ascolta più le cassette? Insomma, stiamo sguazzando nell’underground dell’underground, nulla a che vedere coi gremiti scaffali del negozio di dischi Metal di prima.

Dopo essere stati investiti da tutta questa cura della propria immagine, viene spontaneo chiedersi: ma la musica proposta almeno è degna? Sono lieto di poter dire: assolutamente sì. La musica che la band ha scelto per accompagnare la propria visione primitivistica della società è un Black Metal di quello primordiale per davvero, prodotto che peggio non si può, in cui la chitarra pare arrugginita e le bacchette della batteria sembrano picchiettare contro una scatola di plastica; insomma le proverbiali registrazioni in una cabina telefonica - anche se forse nel caso dei Leech sarebbe meglio dire in un albero cavo, perché la cabina telefonica è già troppo industrializzata. Ma Against Leviathan! non è soltanto una massa informe di riff mal prodotti e blastbeat: tra le aggrovigliate increspature delle chitarre si cela una melodia onnipresente che fluisce in modo continuo, come se fosse un’anima pulsante che dona alla musica una vita propria. Per intenderci si tratta di un Black Metal alla Sventevith dei Behemoth, quel Black Metal un po’ Pagan inframezzato da vari arpeggi le cui melodie quasi nostalgiche trasportano immediatamente nel bel mezzo di un bosco. Non una proposta originale né particolarmente brillante, ma sicuramente molto efficace sotto il profilo emozionale, perlomeno per tutti coloro che sanno apprezzare questo tipo rozzissimo di Black Metal. Io non possiedo questa demo, ma l’ho sentita più e più volte su YouTube e posso dirvi che la sua euforia piacevolmente ingenua e scoraggiata non mi stanca mai. Vale davvero la pena di dedicargli un po’ di attenzione.

01 - At Once, Our Home Was Overcome By A Roar Which Tore Through Our Hearts, Silencing The Wind And The Quiet Songs Of The Birds; We Realised What We Had Lost, And Began To Call To Her. (11:40)
02 - Chained To The Ghost Of A Lie, We Blindly Stumble Toward Our Death, Stopping Occasionally To Kick (But Never Question) The Rotted Carcass At Our Feet Which Slows Our Pace. (09:29)

Dolorian - "Dolorian"

Wounded Love Records, 2001
Non c’è niente di così particolare come la primordiale paura che si prova quando si è soli al buio. Basta un fremito, uno scricchiolio inaspettato, ed immediatamente la nostra mente viene sommersa dai più disparati sentori di malaugurio e ci inchioda immediatamente con una paralisi della ragione. Siamo sicuri di aver sentito dei passi alle nostre spalle, e anche se non vediamo nessuno sappiamo che qualcuno ci osserva. E a breve si comincia ad avvertire quel bisogno nevrotico della luce. Questo ce lo raccontarono in maniera magistrale già gli Iron Maiden nel 1992 con quello che è poi divenuto forse il loro brano più memorabile, ma se dovessi indicare una colonna sonora per accompagnare un simile momento di terrore angosciante non potrei fare scelta più azzeccata di Dolorian, album dell’omonimo trio finlandese.

Non si tratta di un Black Metal che con urla e ritmi infernali descrive questo terrore istintivo; si tratta piuttosto di una musica, per così dire, “buia” dall’incedere lento ma inesorabile, perfettamente adatto ad una situazione coercitiva come quella della paura del buio in cui la nostra mente è paralizzata dalla frenesia, frenesia che si fa ancor più impotente frustrata dalla mancanza di appigli che la lentezza e la passività di questa musica le riserva. Pochissimi sono i costituenti di questo album, giusto una chitarra, un basso, una batteria e tanti sussurri che paiono le voci immaginarie che crediamo di udire quando siamo soli nell’oscurità della notte, mentre i corposi arpeggi continuano fatalmente ad alimentare la musica che prosegue incessante nonostante sembri sempre che sia sul punto di spegnersi come la tenue fiammella di una candela.

I Dolorian avevano già bisbigliato la loro presenza nelle tenebre con When All The Laughter Has Gone, disco ottimo dal titolo emblematico che verteva su una rallentata e personalissima rivisitazione del Black Metal. Ora questa rivisitazione si fa ancora più personale, divenendo davvero unica: abolito lo scream per lasciar spazio a sussurri continui, quasi completamente abolite anche le tastiere, di Black non resta praticamente nulla se non un’eco lontana. E nonostante la gente tenda a parlare di questa band come di una band Black/Doom, io non ravviso tracce nemmeno di Doom, dato che la pesantezza di quest’ultimo è assente sia nelle ritmiche che nelle chitarre. Volendo classificare a tutti i costi questa seconda opera dei Dolorian credo che l’appellativo migliore sia quello di Dark Post-Black. Ma questa etichetta non fa altro che dare un’idea vaga ed incompleta di cosa sia realmente questo disco: lo inquadra, ma in alcun modo può contribuire a cogliere l’originalità di quello che ha fatto questo trio finlandese; in alcun modo può contribuire a cogliere la memorabilità di ogni singolo riff e la pienezza dei loro macabri arpeggi. A volte la musica è troppo personale per poter essere contenuta dietro un’etichetta, e questo è sicuramente il caso di Dolorian, che nella sua semplicità, nel suo minimalismo, riesce a proporre qualcosa di poco inquadrabile, unico ed affascinante.

Se lo spettrale When All The Laughter Has Gone era un grande disco, Dolorian è un capolavoro: grande ispirazione, idee fresche e snelle, riff memorabili, tutti, dal primo all’ultimo. I Dolorian dimostrano di avere in testa delle idee ben chiare e di saperle tradurre con sapienza in un tutto pulsante, organico, vivo, nonostante in un certo senso attorno alla loro musica sembri tirare aria di morte. Non ci resta che raccoglierci in un angolino di camera nostra e respirarla con loro.

01 - Grey Rain (02:44)
02 - Blue Unknown (07:37)
03 - Hidden/Rising (08:40)
04 - Cold/Colourless (09:09)
05 - Nails (02:26)
06 - Numb Lava (07:36)
07 - Ambiguous Ambivalence (01:54)
08 - Seclusion (09:11)
09 - Faces (00:56)

martedì 10 aprile 2012

Ea - "Ea"

Solitude Productions, 2012
Vediamo di ricapitolare un po' la storia di questa band, che ormai è attiva da sei anni, ma ha la particolarità (credo più unica che rara) di essere ancora totalmente avvolta nel mistero. Sei anni di attività e quattro album pubblicati non sono stati sufficienti per svelare l'identità di questi musicisti, ancora avvolti nell'anonimato più assoluto. Ho perfino scritto alla Solitude Productions per elemosinare qualche informazione, e la risposta che mi è stata data è: "Per questioni contrattuali, non possiamo rivelare nulla". Non c'è più neanche da discutere.

Ormai è passato diverso tempo dalla pubblicazione del primo, stupefacente "Ea Taesse", ma questa enigmatica band non ha ancora smesso di infiammare i nostri timpani con musica di altissimo spessore, che pesca a piene mani dalla migliore scena Funeral Doom (Shape Of Despair, Colosseum, The Howling Void) e rielabora il tutto in maniera personale, ispirata, curatissima e incredibilmente convincente. Ogni disco che gli Ea hanno concepito si è rivelato essere un capolavoro, e ogni disco è stato diverso dal precedente: come potevamo aspettarci, anche questo nuovo lavoro è un po' diverso dai mastodonti che l'hanno preceduto. Tanto per cominciare, nel booklet non troviamo più nemmeno la frase che aveva reso famosa la band, in quanto era l'unica frase che dava informazioni su di loro: non c'è più scritto che gli Ea cantano in una lingua morta, ricreata sulla base di ricerche archeologiche, e che essi stessi sono la voce degli antichi che ci ha raggiunto attraverso i secoli. Ora siamo di fronte ad un libretto perfettamente vuoto, con immagini scure e confuse, enigmatiche come la band. Come espresso anche da un comunicato sul sito della Solitude Productions, infatti, questo disco non ha più connessioni con la trilogia "ancestrale", nonostante conservi il consueto cantato growl completamente inintellegibile e gutturale, che declama fonemi sconosciuti. Un'altra cosa interessante è che il disco non ha titolo, e si compone di una sola traccia di 47 minuti e 38 secondi, anch'essa senza titolo. Se nei dischi precedenti i brani erano sempre un tutt'uno ma almeno erano spezzati, qui invece abbiamo a che fare con un lunghissimo, interminabile monolite sonoro, che bisogna ascoltare per forza tutto intero, se vogliamo scoprire come finisce il disco. Come dite, è un tempo troppo lungo? Non sono d'accordo per niente...tutte le notti perdiamo otto ore dormendo, e ogni giorno ne passiamo altrettante lavorando...che saranno mai tre quarti d'ora per concentrarsi su un album?

Il nuovo lavoro degli Ea ci avvolge fin da subito con lugubri e gravi note suonate da un pianoforte demoniaco, che esprime tutta la sua malvagità con suoni pulitissimi e sinistri, pronti per lasciare il posto ad una lenta cavalcata all'interno di tutte le possibili emozioni umane. Solennità, desolazione, potenza, durezza, asprezza, gravità, dolcezza: qui dentro c'è di tutto, amalgamato in un caleidoscopio stupefacente. A livello sonoro, nella discografia della band il disco che più si avvicina a questo lavoro è "Ea II": moltissima atmosfera, abbondante utilizzo di cori, organo ecclesiale, sovraincisioni ed effetti di ogni genere, muri di chitarre quasi onnipresenti, melodie ariose e dagli sviluppi lentissimi, ottima varietà di strumenti e timbriche utilizzate, con stratificazioni di tastiere sempre impeccabili e magnificamente corpose. Ma "Ea" pesca molto anche dagli altri album: prende da "Ea Taesse" l'alone sacrale e tremendamente oscuro, mentre "Au Ellai" è perfettamente riconoscibile nelle melodicissime parti di chitarra solista e negli ariosi stacchi atmosferici ad opera degli archi. Le linee melodiche sono ancora una volta elaborate e mai banali, gli arpeggi in pulito sono sempre dilatati e sognanti, la voce è sempre catacombale ed efficace nel creare atmosfera nonostante la sua presenza rara e discreta, la produzione è stellare e perfetta (meno granitica rispetto ai primi lavori, ma sempre pulitissima). Insomma, in questo disco c'è più o meno quello che già conoscevamo. Ma non si tratta solo di un collage riciclato dalle B-side dei precedenti dischi: come spiegare altrimenti l'improvvisa accelerazione in doppia cassa, con tanto di indiavolata voce black metal (!) intorno al ventiquattresimo minuto (ma non è l'unico punto dove gli Ea si rivelano insospettabilmente veloci)? O ancora, il meraviglioso sottofondo di archi pizzicati poco dopo il diciottesimo minuto, punto di arrivo di una sovrapposizione di almeno sei linee melodico - armoniche che si aggiungono progressivamente al calderone? E come non stupirsi ascoltando l'accorato e lacrimevole assolo di chitarra intorno al trentaduesimo minuto? Niente di tutto questo era finora comparso in un album degli Ea, e colpisce al cuore con immediata efficacia, dimostrando che la band è anche capace di superare i propri limiti. Se da una parte il disco non si discosta moltissimo dagli standard del gruppo, la sua particolarità sta in questi frequenti momenti innovativi, che fanno "avanzare di grado" la musica del gruppo e tolgono questo nuovo album dallo status di "disco fotocopia". Questo fa la differenza tra un buon disco ed un capolavoro: mi chiedo come facciano questi musicisti a scrivere sempre un disco più bello dell'altro.

Se ascoltato nella giusta ottica, senza fretta e senza aspettative, "Ea" è capace di trasportare in un altro mondo grazie alle sue sonorità enormemente evocative e alla sua encomiabile potenza espressiva. Non bisogna aspettarsi proprio nulla, bisogna solo lasciarsi prendere da questo lento fiume di lava che continua a scorrere, e scorrere, e scorrere, senza mai fermarsi se non per pochi illusori attimi, dei quali subito si perde la memoria. L'estasi è assicurata per i fan storici della band, che potranno godere di altri tre quarti d'ora di musica intensa, maestosa e magniloquente, ma qualsiasi appassionato del genere che ancora non conosce gli Ea potrà essere fulminato da questo lavoro e innamorarsi perdutamente della sua grandiosità. "Ea" è molto più di una semplice conferma, molto più di un semplice buon lavoro: è ancora una volta l'espressione di un qualcosa di sovrumano, impossibile da comprendere con la sola intelligenza umana, e che va semplicemente vissuto con l'anima. Del resto, la musica è così. Qualcuno diceva: "Siamo circondati dalla musica e ne ricaviamo grande conforto, ma non abbiamo neppure la più pallida idea di cosa sia". Di fronte ad un lavoro così immane come questo, che si siede tranquillamente a fianco dei suoi predecessori e di qualsiasi altro disco Funeral Doom di valore, anch'io alzo le mani e dico solo: procuratevelo, ascoltatelo, amatelo, fatelo vostro. La vita è breve, bisogna fare in fretta.

01 - Ea (47:38)

venerdì 6 aprile 2012

Arckanum - "ÞÞÞÞÞÞÞÞÞÞÞ"

Debemur Morti Productions, 2009
Shamatee, la gnostica mente pensante che si cela dietro la one-man band Arckanum così come anche ad un inquietante look pagano sciamanico, produce una musica che potrebbe essere definita come l’arte di fare molto con poco, di comporre buona musica usando pochi riff, pochissime soluzioni stilistiche e nessun tipo di sperimentazione. Ed è sempre stato così. E’ vero che da quando Shamatee ha ripreso pubblicare full-length nel 2008 con Antikosmos ha modificato il suo vecchio Black Metal di stampo Pagan inserendo evidenti elementi Melodic Black, ma l’attitudine di fondo è rimasta la stessa: fare molto con poco. Questo vale anche per il nuovo full-length dal curioso titolo ÞÞÞÞÞÞÞÞÞÞÞ. Esso è così elementare, primordiale e scarno nei suoi elementi musicali che se fosse il prodotto di una grande multinazionale alimentare probabilmente assisteremmo a spot del tipo: “Compra la genuina musica di Arckanum. Essa è ottenuta usando solo riff di prima scelta attentamente selezionati dai nostri esperti, concepiti in ambienti naturali e senza OGM”.

E allora scendiamo nei dettagli di questo disco, cominciando con l’andare oltre la copertina che nelle sue linee da bozzetto dimostra un gusto grafico davvero notevole. Onestamente non so cosa significhi il titolo, ma il simbolo Þ è una lettera usata nell’antica lingua scandinava e deriva da una runa. Nel titolo esso compare undici volte, tante quanti i brani del platter i cui titoli iniziano proprio con tale lettera. Ne ignoro il significato, quindi muovo un altro passo e giungo alla musica. Troviamo subito molti brani diretti e semplici, ma proseguendo con l’ascolto fanno la loro comparsa opportuni inserti d’atmosfera come Þyrstr, Þjazagaldr e l’outro Þyteitr che a mio avviso sono come manna dal cielo ed evitano di annoiare - perché quando si ascolta il Metal estremo melodico il rischio è sempre dietro l’angolo. Ma per fortuna Shamatee ha saputo fare meglio ancora: ad una prima metà veloce e melodica, assolutamente catchy e culminante con la bellissima Þjóbaugvittr, segue una seconda metà più lenta, macchinosa, avvolgente, che in qualche tratto ricorda di più i vecchi lavori dello svedese. Questa scelta intelligente rende il disco equilibrato, evitando da un lato una compilation di stancanti canzoncine easy-listening, e dall’altro una mazzata machiavellica priva di highlights. E non solo: la coesistenza di questi due approcci antitetici permette loro di esaltarsi a vicenda: il disco parte in quarta colpendo subito nel segno, ma giusto appena prima di risultare noioso cambia registro incanalando altrove l’attenzione dell’ascoltatore - lezione questa che molte altre band che sciorinano ingenuamente il loro Metal estremo melodico non hanno ancora imparato. Questi accorgimenti, che magari potrebbero passare inosservati, hanno invece il grande merito di rendere interessante e sempreverde un disco che per lo stile musicale proposto rischiava fortemente di essere un flop. Così ancora una volta Shamatee dimostra di essere un mago nel creare tanto servendosi di pochi strumenti, e ancora una volta riesce a proporre un disco piacevole che merita di essere ascoltato. Non un capolavoro, né un disco indimenticabile, ma sicuramente molto buono e potenzialmente in grado di soddisfare sia gli amanti del Melodic Black che i blackster più intransigenti.

01 - Þórhati (03:59)
02 - Þann Svartís (04:06)
03 - Þyrpas Ulfar (05:36)
04 - Þursvitnir (05:49)
05 - Þyrstr (01:33)
06 - Þjóbaugvittr (04:45)
07 - Þjazagaldr (04:54)
08 - Þá Kómu Niflstormum (07:47)
09 - Þrúðkyn (04:29)
10 - Þríandi (04:16)
11 - Þyteitr (02:47)

martedì 3 aprile 2012

Esoteric - "The Maniacal Vale"

Season Of Mist, 2008
Dopo undici lunghi anni, tanto è il tempo trascorso da The Pernicious Enigma, gli Esoteric escono di nuovo con un doppio disco, uno dei loro lunghi, interminabili, massacranti doppi dischi. Dopo quattro anni dalla loro ultima effige tornano a colpire, tornano a stupire. I titanici maestri di Birmingham sono di nuovo al top.

Siete amanti del Doom, o il Doom non vi piace per niente?
Siete amanti del Metal estremo, oppure preferite il Metal più classico?
Siete amanti della musica sofisticata e ricercata, oppure preferite il catchy?
Tutto ciò in questa sede è di importanza assai secondaria, perché secondo la mia opinione ogni tanto escono dei dischi così sopraffini che andrebbero saputi apprezzare a prescindere dalle personali preferenze musicali. Uno di questi dischi è The Maniacal Vale degli Esoteric.

E’ difficile descrivere a parole quanto speciale sia questo disco, ma forse ci sono tre concetti chiave che possono darne un’idea fedele: ricercatezza sfrenata, progressività cadenzata, apparente inaccessibilità. Sono queste le parole d’ordine che sembrano aver guidato Greg Chandler e soci nella realizzazione di The Maniacal Vale e che si riflettono nelle plurime direzioni melodiche, progressive e atmosferiche che ogni singolo brano assume. E’ forse inutile dire che il bello di questo disco e di questa band non sta certo nella possibilità di fare headbanging...si tratta piuttosto di un cammino tortuoso da intraprendere con curiosità e pazienza. Il modo forse migliore per immedesimarsi in questa nuova avventura musicale propostaci dagli Esoteric è quello di inabissarsi in sé stessi, quello di lasciare che il vostro inconscio dia forma e plasticità alla musica che vi investirà. Immaginatevi di immergere le vostre mani nell’umida creta e di plasmare a poco a poco la musica che scorrerà sui vostri timpani, pezzettino dopo pezzettino, con spontaneità e abnegazione. Allora dallo scorrere gentile e incerto delle vostre dita sul blocco terroso si ergeranno pian piano le pareti invisibili di un’angusta grotta, con le sue imponenti stalattiti gocciolanti e strani inquietanti graffiti.

Questa perlomeno è l’immagine distinta che giunge a me ogni volta che mi abbandono a The Maniacal Vale. L’intro di Circle - un’intro davvero pazzesca! - mette fin da subito in chiaro cosa intendo dire: un lungo arpeggio echeggiante quasi rimbombasse contro delle pareti rocciose, come se la band avesse effettuato le registrazioni proprio all’interno di una grotta. E’ esattamente questo il curioso effetto sonoro al quale la creta dà forma, la sensazione di essere in una grotta sconosciuta ma familiare, sensazione che si ripresenterà spesso durante questo viaggio di oltre cento minuti in cui si perde la cognizione di sé e della realtà. Avanzare lentamente tastando le gelide pareti per poi smarrirsi nei momenti quieti ed enigmatici in cui l’atmosfera si fa così spessa che si taglia con un coltello: stratificazioni su stratificazioni di arpeggi, noise, tastiere e chitarre melodiche creano diversi substrati che inizialmente è impossibile seguire tutti assieme; il tutto sempre con quel caratteristico sound echeggiante che fa l’effetto-grotta. Ascoltare la superba Quickening per credere. Lo smarrimento iniziale è totale. Smarrimento che poi viene incastonato dalle granitiche chitarrone che improvvisamente si levano possenti producendosi in lunghi machiavellici riff i quali, una volta caduti nelle loro spire, non lasciano possibilità di fuga. In mezzo a questo gigantesco mulinello interiore che trascina giù, sempre più giù, verso le aride acque dell’abisso, una menzione speciale se la meritano Circle e Ignotum Per Ignotius: l’apertura e la chiusura di questo secolare viaggio, forse i brani migliori per songwriting e ispirazione, una sorta di Bronzi di Riace che vegliano sul contenuto del resto del disco, contenuto che si mette particolarmente in luce anche durante la violenta esplosione di Caucus of Mind e i curiosi toni ariosi di The Order Of Destiny, contrastanti con la terrificante disperazione vocale.

All’inizio è molto difficile relazionarsi con la musica di questo disco; non è facile destreggiarsi in più di cento minuti di una tale complessità, in cui la musica si evolve lentamente e procede su tanti strati diversi. Ma se dopo aver memorizzato un po’ i brani si riesce ad immedesimarsi completamente in questo tipo di musica, vi assicuro che quello che ti lascia dentro The Maniacal Vale è semplicemente devastante. E’ un lungo viaggio che fa riflettere su sé stessi e che produce un cataclisma interiore. Bisogna essere degli avventurieri senza timore per esplorare le buie, umide profondità di questa grotta, che forse in fin dei conti più che una grotta naturale rappresenta un po’ quelle che sono le profondità arcaiche e simboliche del nostro inconscio più recondito, da tanto che lo stile musicale misterioso e angosciante si presta bene a dipingere una simile immagine. Qui nessuna bussola può aiutare. Ma forse sono proprio gli avventurieri più impavidi che, forti delle loro esperienze estreme, riescono a gustarsi fino in fondo ogni situazione che vivono sulla propria pelle, ogni piccola cosa quotidiana che istintivamente ci sembra così scontata ma che invece racchiude tutto un mondo dietro sé stessa. E sebbene The Maniacal Vale sia un disco estremo che poche persone avventuriere riusciranno ad assimilare completamente e quindi ad apprezzare, queste poche persone avventuriere avranno la fortuna ed il merito di poter vivere intensamente un viaggio che nessun biglietto aereo o interrail può eguagliare.

Disco 1
01 - Circle (20:45)
02 - Beneath This Face (11:22)
03 - Quickening (12:19)
04 - Caucus of Mind (07:22)

Disco 2
01 - Silence (15:45)
02 - The Order Of Destiny (11:33)
03 - Ignotum Per Ignotius (22:43)

Vomitory - "Blood Rapture"

Metal Blade Records, 2002
Chi ascolta i Vomitory sa bene quanto siano unici nel loro reinterpretare l’Old School Death Metal con ritmiche serrate e tremende chitarre segaossa, un mix di riff gloriosi e aggressività lacerante che non ha uguale. Io sono un fan di questa band, e tra tutti i loro lavori esplosivi il mio preferito è Blood Rapture. Perché? E’ difficile scegliere un album dei Vomitory in quanto bene o male si somigliano tutti, eppure io credo che Blood Rapture per la sua continuità e la sua densità di ispirazione abbia qualcosa in più degli altri.

In questo vecchio lavoro della band, il suo quarto full-length per l’esattezza, troverete tutto ciò che è tipico dei Vomitory: ritmi martellanti, taglienti sciabolate di chitarra, e tanta sostanza Brutal dall’anima Old School. Per giunta in questo album più degli altri non è solo la musica ad avere chiari lineamenti Old School, ma anche tutto ciò che la accompagna, dai titoli delle canzoni all’artwork, dal font splatter usato nel booklet alla foto della band. Ma come sempre l’aspetto migliore dei Vomitory è proprio la musica: essi hanno partorito molti dei riff più belli che io conosca, riff che col loro modo brutale, accattivante e un po’ antiquato di suonare acquistano ancora più fascino. Blood Rapture in particolare ne è un ricco crogiuolo, una miniera inesauribile in grado di soddisfare il fabbisogno dei minatori più esigenti. Ogni brano è un’esplosione di riff, colanti e fragranti riff che fanno venire l’acquolina in bocca - ce n’è abbastanza per una scorpacciata da fare indigestione! Potete scegliere un brano qualsiasi dei nove che compongono la tracklist, e vedrete che andrete comunque a botta sicura. Numerosi sono poi gli highlights che costellano questo album: il riff semplicemente memorabile di Madness Prevails, oppure l’esplosione con assolo di Redeemed In Flames, brano che incorpora parti alla velocità della luce come anche parti più lente degne dell’Old School della migliore qualità. E che dire dell’incalzante Eternity Appears? Ma uno degli episodi migliori è sicuramente il brano di chiusura che dà anche il titolo all’album stesso: dapprima lento e schiacciante, per poi esplodere in tutta la solita furia della band e in un grande assolo; un brano che pone termine alla mattanza nel migliore dei modi.

Chi ha il Death Metal nel sangue non può affatto prescindere dai Vomitory, e soprattutto non può prescindere dal loro truculento Blood Rapture: un disco da museo della musica, un must-have a qualsiasi costo.

01 - Chaos Fury (03:09)
02 - Hollow Retribution (02:13)
03 - Blessed And Forsaken (03:45)
04 - Madness Prevails (03:51)
05 - Redeemed In Flames (04:24)
06 - Nailed, Quartered, Consumed (02:21)
07 - Eternity Appears (04:12)
08 - Rotting Hill (03:36)
09 - Blood Rapture (05:10)

domenica 1 aprile 2012

Orrenda Acciaieria - "Orrenda Acciaieria"

Cosmic Swamp Records, 2011
Quante sorprese dalle band italiane! Ultimamente ne stiamo scoprendo parecchie di interessanti, anche perchè sempre più spesso riceviamo proposte di recensioni, e qualche volta ci capita di trovare elementi davvero anomali come questi Orrenda Acciaieria, band proveniente dai dintorni di Como (a due passi da casa mia, tralaltro). Dietro l'interessantissimo monicker si nascondono tre folli musicisti, Simon Ferrante, Stefano Marangoni e Juri Rossi, i quali assemblano una musica davvero difficile da etichettare e soprattutto da capire: l'unica cosa di cui possiamo stare certi è che il nome della band non è stato scelto a caso, poichè la musica stessa evoca potenti immagini "metalliche", frastornanti, alienanti e frenetiche come può essere il lavoro in un'acciaieria. Clangore incessante dei macchinari, odori peculiari e acri, sbuffi di vapore bollente, atmosfera malsana e tesa: questo si trova sia nell'acciaieria vera che nel disco in questione, che musicalmente si colloca nel filone stoner - hardcore - post metal, ispirato a gruppi come i Pelican, i The Ocean, i Neurosis e altri grandi nomi del genere. Evito però di etichettare in maniera univoca l'originale proposta musicale dei comaschi, in quanto credo che all'origine essi vogliano evitare di essere incasellati in un unico genere.

Il disco si compone di tre brani, a loro volta suddivisi in più parti, cosicchè il totale dei pezzi diventa di otto. Sonorità dure, compatte, dal sapore malaticcio e paranoide, fanno la parte del leone in un disco che non concede nulla alla melodia e si propone come obiettivo quello di frantumare i timpani di chi ascolta, disorientandolo al massimo. Suggestioni noise e momenti di puro caos elementale, chitarre distortissime e ricche di effetti "rumoristici" come per simboleggiare i tremendi e continui fragori delle industrie dell'acciaio, una voce raschiata e quasi completamente sepolta sotto il marasma strumentale, una sezione ritmica pesantemente calcata e onnipresente che spesso e volentieri si perde in binari paralleli, ritmi che continuano a cambiare senza apparente motivo; quasi una sorta di versione modificata dei Meshuggah di "Chaosphere" o di "Nothing". Non c'è spazio per la sanità mentale, in questo blob sonoro che afferra alla gola e trascina inesorabilmente nella follia: bisogna essere preparati per ascoltarlo tutto di fila senza uscire di senno. Dietro titoli visionari come "Il Morbo", "Octopus Vulgaris" e "Lento Per Sigaretta" si nascondono brani assolutamente contorti e convulsi, che cercano il proprio senso nel non - senso e nella continua destrutturazione di sè stessi, così da assicurare al massimo l'effetto straniante del lavoro moderno nelle fabbriche.

Ascoltando questo disco vi sembrerà davvero di essere in tuta da lavoro dentro un'acciaieria, mentre cercate di capire cosa ci fate lì dentro tra tutto quel frastuono e quelle grida continue dei vostri colleghi. E magari mentre vi accorgete che l'attrezzo che avete in mano potrebbe essere usato in maniera impropria, dentro quest'acciaieria pazza, insana, schizofrenica... Una tale atmosfera, mai piacevole da vivere, ora si può ascoltare anche in versione musicale. Decisamente è un'esperienza che vi consiglio di fare, perchè non conosco molte altre band che siano riuscite a partorire dischi così particolari. Un lavoro che lascia il segno, in un modo o nell'altro.

01 - Il Morbo I (2:18)
02 - Il Morbo II (3:11)
03 - Il Morbo III (3:55)
04 - Il Morbo IV (2:48)
05 - Octopus Vulgaris I (6:01)
06 - Octopus Vulgaris II (2:00)
07 - Lento Per Sigaretta I (3:25)
08 - Lento Per Sigaretta II (4:08)

Evershine - "Renewal"

Autoprodotto, 2011
Lo ammetto: non sono un grande fan del power metal, anzi in realtà non lo sono per niente. Dopo un iniziale periodo di infatuazione per band come gli Stratovarius, o addirittura i Rhapsody, sono passato ad altri generi, dimenticandomi quasi totalmente del filone power e tendendo a considerarlo come un genere "minore", abbastanza trascurabile. Questa mia evoluzione musicale mi ha portato ad accogliere con una certa diffidenza i riff di chitarra veloci e graffianti, i suoni di tastiera virtuosi e trascinanti, la batteria a mille e le ugole acute dei cantanti power, costantemente impegnati a raggiungere note sempre più elevate con sempre maggiore tecnica. Non so da dove derivi tutto ciò, probabilmente è un pregiudizio bello e buono, come li abbiamo tutti. Tuttavia, dopo l'iniziale sconcerto (chiamiamolo così), quando mi capita di ascoltare un disco power alla fine mi piace, non me lo riascolterei magari cento volte, ma la sua figura la fa sempre e riesce ad appassionarmi degnamente. 

Anche per il debutto discografico degli italiani Evershine è stato così. Ho ricevuto una proposta di recensione da questa band, senza sapere esattamente il genere che suonassero; ho fatto partire la prima traccia con un piacevole misto di lieve ansia e curiosità, e ho immediatamente riconosciuto che "Renewal" è un disco Power al 100%, quel power che tende un po' a ricalcare se stesso ma che se è suonato bene garantisce sempre notevoli dosi di adrenalina e di divertimento. Nello specifico, la musica degli Evershine non è certamente di qualità scadente, essendo la band ormai attiva da diversi anni nell'underground: la padronanza tecnica è eccellente, le linee vocali sono ricche di effettistica ma in ogni caso sempre convincenti, gli inserti orchestrali di gusto neoclassico sono ben dosati e azzeccati nel loro contesto, le melodie sono di ottima presa (a tratti splendide) e hanno quell'interessante retrogusto epico che fece la fortuna dell'acclamato "Visions", datato 1995 e ancora oggi un punto di riferimento per tutte le band che anche solo pensino di voler iniziare a suonare power. Consapevoli di non suonare nulla di nuovo, ma al contempo consapevoli di suonare con passione, gli Evershine confezionano un debutto molto piacevole, al quale davvero non manca nulla per essere considerato un album rispettabile, grazie anche ad alcune buone influenze hard rock e glam che gli donano un certo alone casereccio e tolgono la band da eventuali e fastidiosi paragoni con gruppi un po' troppo plastificati come i DragonForce. L'ottima produzione, pulita e potente, rende giustizia ad un disco che fa dell'immediatezza il suo principale punto forte, e che fin da subito trascinerà i fan del genere in una piacevole odissea di velocità, melodia e potenza inarrestabile, quella potenza che rende impossibile rimanere fermi mentre si ascolta la musica. Non troverete brani di scarso livello, cadute di tono o perdite di energia: il fiume di "Renewal" vi investirà in pieno dall'inizio alla fine, travolgendovi piacevolmente.

Cos'altro chiedere da un gruppo esordiente, che si produce i dischi in proprio? Ripeto: il power non è certamente la mia passione, ma quando trovo un disco power suonato come si deve, sono sempre felice di poterne parlare bene. Per quel che mi riguarda, quindi, promossi!

Sito ufficiale
Pagina Myspace

01 - Evershine (3:41)
02 - Angel Killer (5:12)
03 - The Storm (6:35)
04 - Demons Ride (4:14)
05 - A Chance To Be Free (7:12)
06 - Here We Come (4:10)
07 - Faith And Dreams (4:50)
08 - Run (3:57)
09 - Where Heroes Lie (7:50)