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mercoledì 17 novembre 2010

Elysian Blaze - "Levitating The Carnal"

Asphyxiate Recordings, 2006
"Levitating The Carnal" è il secondo album in studio del progetto Elysian Blaze, capitanato e interamente diretto da Mutatiis, artista oscuro australiano che si era già fatto una buona pubblicità con il demo "Beneath Silent Faces" e successivamente con il più maturo ed acclamato full length "Cold Walls And Apparitions". Per chi non conosce la band, già prendere in mano il disco e osservarne la copertina può svelare molto: Mutatiis ha optato per un'immagine di una navata di una cattedrale, calcando i toni scuri che molto ricordano le oscure profondità della Città dei Nani di Tolkien. Sfogliando il booklet, immagini di oscure cattedrali rischiarate da una luce diafana e spettrale, loghi inquietanti e richiamanti le malvage entità spirituali, simboli esoterici, poche frasi inquietanti estrapolate da testi mai resi noti al pubblico.

Musicalmente parlando, la proposta dell'australiano è rivolta ad un pubblico circoscritto, trattandosi di un prodotto particolarmente di nicchia e difficile da ascoltare e da comprendere. "Levitating The Carnal" è un raffinato ed elaborato viaggio nell'oscurità che si muove con abilità tra coordinate Depressive Black e Funeral Doom, incorporando notevoli influenze ambient e grandi quantità di atmosfera ferale e inquietante. Rispetto ai suoi predecessori, questo nuovo lavoro sposta le coordinate verso le atmosfere dilatate, l'esoterismo, la sacralità e l'introspezione, dando meno spazio alle gelide accelerazioni ritmiche e all'incisività delle chitarre, le quali tuttavia non sono certamente scomparse. Elemento cardine è la produzione: impastata, rimbombante, confusa e dal volume molto basso, inizialmente può apparire come un grave difetto che inficia la fruibilità del disco. Si tratta ovviamente di un abbaglio, poiché presto ci si rende conto che una simile produzione è quanto di meglio si poteva cercare per un disco come questo. L'effetto sonoro che deriva da questa scarsa qualità di registrazione è infatti quello di trovarsi in un'immensa cattedrale oscura popolata da statue immense e dalle forme orribili, oppure in una città sacra sotterranea con spazi enormi e infiniti colonnati di pietra. Esattamente ciò che Mutatiis vuole ottenere con la sua musica, a giudicare dalle immagini con le quali ha costellato il booklet, scarno ma molto significativo.

La breve introduzione "Body And Blood" è significativa per comprendere il carattere della musica della band: qualche distante nota di un demoniaco pianoforte, parvenze di cori gregoriani distorti in sottofondo, un timido organo che suona in sordina, una voce lamentosa e straziante che ci dà il benvenuto in questo abisso sonoro dal quale non si riesce più a uscire, una volta entrati. Dopo averci turbato con questi pochi minuti, "Macabre Be Thy Blood" sconvolge i nostri sensi con un alone mistico palpabile, tale da far sospettare che Mutatiis abbia realmente stretto un patto col Diavolo per arrivare a comporre questo disco. Una malinconica base pianistica sottende riff di chitarra lenti e riverberanti, mentre il pezzo alterna potenti accelerazioni a momenti "sospesi", nei quali solo poche note tengono vivo il disco, impedendogli di cadere nel vuoto degli abissi. Lo screaming di Mutatiis è un lamento tombale, perfettamente calzato nel suo contesto e capace di discrete modulazioni, senza risultare mai troppo tirato nè troppo monotono. Una voce che trasuda disperazione e turbamento interiore, sia nelle parti più veloci che in quelle più apparentemente posate (che non sono mai rilassanti, ma sempre e costantemente disturbanti). Dopo un finale meravigliosamente allucinato, la mattanza animica prosegue con "Sigh Of Night", anch'essa potente e maestosa con i suoi muri sonori coadiuvati da cori inquietanti, finchè il brano non annega in un lungo finale ambient, dove note liquide e malinconiche si perdono nel nulla, lasciando una fortissima sensazione di straniamento e ipnosi.

"Eclipse" si distingue per un andamento più veloce e per un maggiore spazio ritagliato a favore della melodia, con alcuni scambi di armonie particolarmente emozionali e azzeccati: ma ciò non deve indurre in inganno, si tratta solo di qualche sporadico momento, poiché successivamente il vortice nero torna a coprire tutto e ci lascia immaginare la cupola di questa ipotetica cattedrale oscura, in cima alla quale torreggia una gigantesca statua di un drago malefico, dagli occhi rossi e venefici. Uguale discorso si può imbastire per "Beyond The Shape Of Mortality", highlight del disco: nei suoi quindici minuti di durata troviamo la dimostrazione delle capacità evocative di Mutatiis, cominciando con un introduzione ancora una volta liquida ed eterea, continuando con un riffing imponente e dal sapore quasi epico, fermandosi su uno stacco di solo pianoforte che finalmente ci regala un po' di beatitudine e finendo ancora una volta su ritmi parossistici e atmosfere nere come la notte polare.

"Levitating The Carnal" prosegue nei suoi meandri sinistri per altri tredici minuti, fino alla conclusiva e terrorizzante strumentale "Spirit And Night". Il disco dura sessantotto minuti, ed è un'impresa riuscire ad ascoltarlo tutto di fila: non perchè sia noioso, ma perchè può essere emotivamente difficile reggere una musica così nera, se non si riesce a comprenderla efficacemente. In questo disco albergano sentimenti negativi, occultismo, paura, creature notturne, antichi rituali: proverete più volte quell'atmosfera di smarrimento che si sperimenta nel trovarsi soli in mezzo a una cattedrale, o in una catacomba, sentendo ogni singolo passo echeggiare a lungo fino a perdersi nel nulla. In definitiva, "Levitating The Carnal" è un disco dalla capacità evocativa eccezionale: personalmente non ho mai sentito nulla del genere, nulla che riesca davvero a creare l'impressione di trovarsi in un luogo buio, oscuro e freddo, un mucchio di pietra spettrale e demoniaco. Mutatiis ha superato se stesso, con questa release: se non avete paura di immergervi in queste sensazioni, "Levitating The Carnal" rappresenta un acquisto obbligato, che vi ripagherà mille volte dei pochi soldi necessari per comprarlo.

01 - Body And Blood (3:20)
02 - Macabre Be Thy Blood (10:45)
03 - Sigh Of Night (10:30)
04 - Eclipse (10:55)
05 - Beyond The Shape Of Mortality (14:35)
06 - Levitating The Carnal (13:00)
07 - Spirit And Night (5:00)

martedì 16 novembre 2010

Ea - "Ea Taesse"

Solitude Productions, 2006
Provate a immaginare. Acquistate un album che si presenta con una copertina dai toni scuri, recante immagini misteriose. Aprite il booklet e non trovate alcuna informazione, non trovate i nomi dei componenti della band, non trovate i testi, non trovate nulla. L'unica cosa che potete leggere è la seguente frase: "Gli Ea sono basati sui sacri testi delle civiltà antiche. Il loro linguaggio è stato ricreato sulla base di ricerche archeologiche. Gli Ea sono la voce degli antichi che ci ha raggiunto attraverso i secoli". Probabilmente, un disco del genere vi incuriosirebbe non poco. Quindi potreste iniziare a cercare su Internet qualche informazione in più sul gruppo, ma non trovereste nulla. Non ci sono informazioni per capire chi siano gli Ea, nè da dove vengano. Potrebbero essere russi, data la presenza di una scritta in russo sul retro del CD, recante l'informativa sui diritti d'autore, ma non è certo nemmeno questo. L'unica cosa sicura è che pubblicano i loro dischi tramite la Solitude Productions, label dedita al doom metal più underground. Si capisce che il gruppo ama circondarsi di mistero, e infatti questo ha contribuito a renderli abbastanza noti nel panorama estremo. Sarà tutto fumo e niente arrosto? Vediamolo subito. Mettiamo il cd nel lettore e schiacciamo play. Non avendo alcun genere di informazione sulla band, l'unica cosa che possiamo fare per conoscerli è ascoltare la loro musica.

Ciò che suonano gli Ea è difficile da definire con poche parole. Il gruppo prende esempio dalla migliore scuola Funeral Doom (in particolare dagli Shape Of Despair, ma non solo) creando un suono assolutamente personale e ricercatissimo, nonostante ogni tanto si legga in giro che si tratta di un gruppo "derivativo". Nulla di più falso. In tre lunghissime tracce, che fanno parte di un tutt'uno inscindibile, gli Ea danno vita ad una lunga epopea attraverso il mondo delle antiche civiltà, grazie ad un carattere musicale assolutamente "ancestrale" e ai testi scritti interamente in una lingua morta. Essi non sono scritti da nessuna parte, e dal profondissimo cantato growl non si riesce a capire una sola sillaba: paiono tutti suoni inarticolati, senza senso. Del resto, la quasi totalità dell'album è strumentale, e la voce ha un ruolo molto gregario, il che la rende molto poco rilevante nell'economia generale del disco, quasi un elemento trascurabile. Qualcuno potrebbe considerare ciò come un difetto, ma secondo me la scelta di rendere l'album quasi interamente strumentale è azzeccatissima, poichè la musica riesce a parlare da sola, creando atmosfere davvero uniche e meravigliose.

A livello di sonorità, siamo di fronte ad un album monolitico, decisamente pesante e oppressivo, giostrato tra riff di chitarra oscuri, prolungati e di proporzioni ciclopiche, accordi ribassati, assoli di chitarra quasi inesistenti, tempi sempre lentissimi ma impreziositi da parti di batteria insospettabilmente tecniche e fantasiose, abbondante uso di cori sintetizzati, un pianoforte marziale e severo, eteree parti di tastiera, rintocchi di campane, suoni di carillon, perfino l'organo ecclesiale che fa capolino di rado ma in modo molto riuscito. Il denominatore comune rimane sempre un senso di sacralità e oscura solennità, che solo raramente diventa vera e propria tristezza o angoscia. Si ha proprio l'impressione di ascoltare qualcosa di antico, primordiale, non contaminato dalla cultura moderna. I brani, pur nella loro lunghezza e pesantezza, non annoiano mai: la progressione all'interno dei medesimi è notevole, i lunghi fiumi strumentali catturano i sensi e l'attenzione con estrema facilità, i cambi di ritmo e di stile sono frequenti, e la quasi totale assenza di parti cantate permette di concentrarsi meglio sulle numerosissime sfumature strumentali e la palpabile atmosfera che si respira durante gli stacchi, nei quali le devastanti chitarre tacciono e lasciano il posto a suoni lievi e vagamente inquietanti. 

La produzione è semplicemente perfetta: il suono delle chitarre è pulitissimo, la batteria è ottimamente bilanciata e inoltre crea delle parti talmente intricate da far dubitare di trovarsi di fronte ad un album Funeral Doom. Le parti di tastiera sono sempre perfettamente ricononoscibili anche nei punti dove le chitarre si fanno davvero enormi, e l'uso di strumenti non convenzionali per il metal dona al disco un grande valore, rendendolo complesso ed elaborato. Può essere difficile digerire questo album tutto in una volta, per via delle emozioni "nere" che trasmette, per la lunghezza di ogni traccia e per l'effettiva pesantezza del suono, ma si tratta comunque di un album curatissimo, che non sbaglia una nota, immenso nelle sue atmosfere sepolcrali e oscure, magnificamente prodotto, composto con grande fantasia e maestria. Una perfetta trasposizione in musica di un mondo che ormai si è perso, ma che come dicono gli Ea stessi "ci ha raggiunto attraverso i secoli" e ha ancora molto da raccontare. Un album da avere assolutamente.

Una postilla: l'album è interamente scritto in Do minore. Riuscire a tenere alta l'attenzione senza mai nemmeno un cambiamento di tonalità, non è cosa da tutti. La classe, si sa, non è acqua.

01 - Laeleia (18:42)
02 - Mea Ta Souluola (12:48)
03 - Ea Taesse (22:54)

Scald - "Vermiculatus"

Code666, 2006
Una prestazione davvero inusuale quella degli irlandesi Scald, formazione doom - sludge metal formatasi nel lontano 1991. Quello che partoriscono con questo "Vermiculatus" esula dai canoni di qualsiasi genere e si fa notare immediatamente per la sua originalità: si tratta infatti di un'unica traccia, dalla ragguardevole durata di 47 minuti e 30 secondi, interamente strumentale ed intricatissima, senza che mai un singolo passaggio si ripeta all'interno della canzone (o sarebbe più giusto chiamarla composizione, dato che non si può assolutamente parlare di "forma canzone"). Apparente insensatezza, ma in realtà precisione assoluta nel descrivere i propri intenti, ovvero quelli di non avere confini musicali e di spaziare dove la pura creatività vuole andare.

Per via della sua eterogeneità, non ha senso tentare di descrivere ogni minuto della composizione, anche perchè è talmente mutaforma e poliedrica da sfuggire da qualsiasi facile classificazione. Posso però identificare il sound degli Scald come un interessante misto tra le sonorità sinistre dei Dolorian, le atmosfere grigie degli Isis, l'attitudine ambient - drone dei Sunn 0))) e perfino un certo gusto progressive metal, seppur da prendere molto alla lontana. La tecnica gioca un ruolo importante, non essendoci alcuna voce ad impreziosire il tutto: scelta a mio avviso azzeccata, perchè sposta l'attenzione unicamente sull'intreccio strumentale, che è davvero pregevole e vario. Sono frequenti stop and go, passaggi molto distorti alternati ad arpeggi inquietanti, muri di chitarre che si ergono improvvisamente, ritmi cadenzati che accelerano  furiosamente e poi si fermano di nuovo. Possiamo sentire echi death metal, passaggi pesantissimi e allucinati, scenari a dir poco apocalittici. Il tutto però non in maniera completamente slegata, ma mantenendo sempre un certo ordine nella musica, cosa che non è facile da ottenere quando ci si dedica al sincretismo musicale. Non si tratta di mere divagazioni strumentali fini a sè stesse come quelle che possiamo trovare in alcuni album dei Dream Theater, dove la tecnica ha spesso (purtroppo) il ruolo di stupire gli ascoltatori con sterili masturbazioni agli strumenti, che dopo un ascolto hanno già stancato. Gli Scald invece scelgono una strada diversa, piuttosto ostica, ma in ultima analisi sicuramente sincera e interessante nella sua cripticità.

Finora ho descritto solo la prima parte del brano: ma non mancano le sorprese improvvise, dato che verso metà il suono cambia e diventa puro ambient, dominato da rumori e campionature distorte, davvero inquietanti nel loro minimalismo e nella capacità di creare un'atmosfera post - disastro nucleare. E così si procede fino alla fine. Denominatore comune presente in tutto l'album, sia nella parte metal che nella parte ambient, è un certo senso di malattia, di schizofrenia, di malessere generale che non si spegne mai: ascoltarlo tutto di fila è una prova di resistenza, per via della sua forte carica psichedelica che potrebbe disturbare le menti più sensibili, ma l'ascolto è contemporaneamente molto interessante per chi è alla ricerca di sonorità "diverse" e di sperimentazione nella musica. Gli Scald la incarnano perfettamente, senza scadere mai nella sperimentazione fine a sè stessa, quella che non porta a nulla di memorabile. Attenzione solo a conservare la vostra sanità mentale!

01 - Vermiculatus (47:30)

lunedì 15 novembre 2010

Fungoid Stream - "Celaenus Fragments"

Furias Records, 2004
Doom Metal dall'Argentina? Questa sì che è una novità. Un popolo tradizionalmente caldo e festoso come gli argentini, o più in generale i latino - americani, può partorire anche dischi introspettivi e rarefatti come questo "Celaenus Fragments"? Certo! E a discapito della loro "strana" nazionalità, lo fanno pure molto bene. I Fungoid Stream, gruppo nato nel 2003 a Buenos Aires, sono formati da soli due membri, uno dei quali si occupa di cantare, l'altro di suonare tutti gli strumenti. Quasi una one - man band, e sicuramente non è il tipo di musica che si può suonare dal vivo. I Fungoid Stream suonano infatti uno stranissimo genere di Funeral Doom estremamente rarefatto, che usa le chitarre come semplice accompagnamento. Priorità assoluta sono le tastiere, i lunghi stacchi atmosferici, i cori femminili, arpeggi sinistri e inquietanti ripetuti per minuti e minuti ma senza quasi mai arrivare a una linea melodica che sia facilmente riconoscibile. Il suono ha sempre un che di "sospeso", impalpabile, una tensione silente che permea l'album senza mai esplodere davvero. Molto raramente la musica diventa pesante e aggressiva, e quando lo fa è sempre per brevissimi tratti. Non ci sono intrecci strumentali complessi: i suoni tendono a prendere la parola quasi uno alla volta, come per non perdere quell'atmosfera fluttuante ed eterea. Simon scandisce lentamente i brani con un profondo growl, contribuendo a creare un'atmosfera di straniamento, pur non confezionando una prestazione vocale particolarmente degna di nota.

I brani, come ci si può aspettare, non sono particolarmente differenziati l'uno dall'altro, e come spesso accade nel genere, l'album va ascoltato per intero per essere capito, senza fare troppi confronti tra un pezzo e l'altro. Le sorprese comunque non mancano: all'interno delle cinque tracce (tutte sugli otto minuti di durata: un album relativamente breve) si possono trovare soluzioni stilistiche assai differenti tra loro, l'uso di una vasta gamma di strumenti e timbri delle tastiere, dissonanze, effetti sonori geniali (l'organo riverberante all'inizio di "The Howler", ad esempio, semplicemente magistrale nel suo creare l'effetto "sospeso").  La batteria è programmata, ma è un difettuccio che si può tranquillamente perdonare, essendo le parti di batteria molto gregarie, raramente degne di nota. Merita menzione la title track "Celaenus Fragments", brano strumentale interamente privo di distorsioni, nel quale i cori si intrecciano tra loro su una base di sintetizzatori ora delicati ora impetuosi, che fanno quasi sembrare di essere in viaggio senza meta attraverso lo spazio profondo. Questo è un pò il mood di tutto l'album: un viaggio astrale, altamente psichedelico, nelle profondità del cosmo. Sicuramente il più lampante esempio di come si possa, su una base tipicamente Funeral Doom, ossia lenta e oppressiva, creare un album davvero originale e personale. Molto difficile trovare in circolazione qualcosa di simile, perciò lo consiglio vivamente a chiunque voglia provare un'esperienza musicale nuova.

01 - The Book (8:59)
02 - The Key (8:15)
03 - The Howler (8:34)
04 - Celaenus Fragments (8:14)
05 - The Window (8:34)

domenica 14 novembre 2010

Mournful Congregation - "The June Frost"

Weird Truth Productions, 2009
Un album Funeral Doom Metal dalla copertina quasi completamente bianca? Stranissimo. Questo è il primo pensiero che viene in mente quando si ha tra le mani il terzo lavoro discografico dei Mournful Congregation, gruppo australiano attivo da molto tempo ma che non ha la fama di essere particolarmente produttivo: dal 1994 ad oggi, la band ha prodotto solo tre album in studio nel senso stretto della parola, più una grossa quantità di demo ed EP, successivamente raccolti nel doppio album "The Dawning Of Mournful Hymns". Nel 2009 i nostri si rifanno vivi con la pubblicazione di questo "The June Frost", album atipico sotto tutti i punti di vista. Non solo per la copertina bianca, ma anche per le soluzioni stilistiche decisamente differenti da quelle della maggior parte delle band Funeral Doom. Il suono del gruppo è conosciuto per le sue caratteristiche: oltre alla proverbiale lentezza, i brani sono molto articolati, ricchissimi di melodie di chitarra (a quasi totale discapito delle tastiere, quasi mai presenti nella musica del gruppo), più "ariosi" rispetto a monoliti schiaccianti come gli album dei Tyranny o degli Esoteric. C'è molto spazio per la melodia, poco per l'oppressività esasperata, i muri di chitarre sono quasi inesistenti. Funeral Doom minimale, emozionale.

Nonostante l'artwork, il disco si presenta comunque con una buona dose di tristezza e male di vivere, come traspare già perfettamente dalla breve intro strumentale "Solemn Strike The Funeral Chime", intro tra le più emozionanti che abbia mai sentito. Il suono delle campane a morto e un organo ecclesiale introducono a una mesta melodia di chitarra, sotto la quale i sintetizzatori (stavolta usati, e usati bene) creano un tappeto sonoro lieve ma vibrante, che trasmette un senso di desolazione assoluta. Pochi minuti, ma di grandissima classe. La successiva "White Cold Wrath Burnt Frozen Blood", dal titolo programmatico, è l'apice compositivo del disco e anche il brano migliore per descrivere sommariamente tutto quello che possiamo trovare all'interno dell'album: lentezza pachidermica, grande varietà nell'uso delle chitarre, qualche sezione completamente acustica che fa capolino (soluzione rara in un gruppo Funeral Doom, ma che gli australiani usano spesso), una generale sensazione che il sound sia "staccato", poco compatto, molto diluito. Il growl, profondamente aspirato e basso di tonalità, si trasforma talvolta in un semplice sussurro e perfino in una stanca recitazione parlata, che lo rende un accompagnamento ideale nelle parti più riflessive e calme. Non mancano soluzioni melodiche davvero riuscite, anche se spesso di breve durata: il tema portante cambia molto spesso e i nostri non ripetono facilmente quello che hanno già suonato. Verso gli 8 minuti si sentono perfino echi Pinkfloydiani, che ricordano molto anche "Orion" dei Metallica, grazie all'uso di note sognanti ed esasperatamente prolungate. C'è anche un gran finale: verso i 12 minuti si sente che il brano si sta preparando ad una conclusione degna di nota, ed infatti negli ultimi minuti i nostri confezionano un paio di melodie molto evocative, sostenute da un drumming leggermente più tecnico e da lievissime note di chitarra acustica appena percettibili,. Sfumando e cambiando di timbro, lentamente gli assoli di chitarra chiudono questo capolavoro del Funeral Doom, uno dei brani migliori di tutto il genere. Confezionare un pezzo così variegato ed emozionante, che dura ben 17 minuti, non è certo cosa da tutti.

Il resto dell'album scorre sulle stesse coordinate: brevi sezioni strumentali e oniriche ("The Februar Winds" e "The Wreath") si alternano ad episodi più metallici e aggressivi ("Descent Of The Flames", "A Slow March To The Burial"), che proseguono degnamente la strada tracciata dal primo mastodontico brano, pur senza raggiungerlo. Da segnalare però la title track, che curiosamente è una traccia strumentale, costituita da un intreccio di chitarre acustiche ed assoli di chitarra elettrica che lentamente si sviluppano e crescono in un'atmosfera di malinconia pressochè assoluta. Forse il brano che, pur non presentando distorsioni massacranti e voci gutturali, riesce ad esprimere meglio il carattere di questo "The June Frost", ossia "la brina di giugno": una condizione di tristezza persistente, che nemmeno il caldo sole estivo riesce a sciogliere. In definitiva un album atipico, che pesca dai canoni dal genere ma li impreziosisce in maniera molto personale. Per questo motivo la musica potrà far storcere il naso a qualcuno, specialmente ai puristi del genere che non possono concepire un album Funeral Doom senza distorsioni massacranti e onnipresente organo ecclesiale, ma l'assoluta qualità di questo lavoro è indiscutibile e li pone senza dubbio nell'Olimpo del genere.

01 - Solemn Strikes The Funeral Chime (3:52)
02 - White Cold Wrath Burnt Frozen Blood (17:02)
03 - Descent Of The Flames (9:01)
04 - The June Frost (4:25)
05 - A Slow March To The Burial (6:49)
06 - The Februar Winds (2:54)
07 - Suicide Choir (12:58)
08 - The Wreath (3:16)

sabato 13 novembre 2010

Tyranny - "Tides Of Awakening"

Firedoom Music, 2005
Il funeral doom metal è un genere che non smette mai di stupire. Anche quando si pensa di aver conosciuto la band più mortifera, oscura ed opprimente possibile, c'è sempre qualcuno che è pronto a farti cambiare idea. Nello specifico, mi è successo con i Tyranny: avevo creduto che il gruppo più "distruttivo" del filone fossero gli Esoteric, con le loro atmosfere impenetrabilmente ferali e nere, ma questo "Tides Of Awakening" mi ha fatto immediatamente ricredere, e ora sono i Tyranny a portare la palma di gruppo più tremendo di tutto il filone funeral. Tuttora insuperati, poichè è difficile immaginare qualcosa di più incredibile di questo album, dal punto di vista dell'estremizzazione di ogni concetto musicale caro a questo sottogenere. Nonostante sia discretamente debitore proprio del sound Esoteric, "Tides Of Awakening" porta infatti la musica estrema ad un livello ancora superiore, anche se per coerenza sarebbe meglio parlare di livello inferiore, visto che parliamo di una vera e propria discesa negli abissi dell'inferno.

A livello strettamente musicale, il duo finlandese ci propone un lungo calvario di 66 minuti di durata, debitore di ogni singolo stilema del Funeral Doom, dunque scarsamente originale in senso stretto: troviamo sempre le solite chitarre ribassate di diversi toni, il solito growl tombale, i soliti tempi di batteria e di basso mortalmente lenti e pesanti, l'attitudine orrorifica e mostruosa. Eppure, i Tyranny hanno qualcosa che li distingue da tutti gli altri. Nessuno, a parte loro, è mai riuscito a creare un muro sonoro così compatto e devastante; nessuno è mai riuscito a tirare fuori dei ringhi così cupi e demoniaci; nessuno ha saputo usare le tastiere in maniera così discreta, e contemporaneamente così efficace per pennellare scenari di assoluto orrore. I Tyranny hanno scelto di prendere tutte le caratteristiche basilari del funeral doom e di estremizzarle all'estremo, in un paradosso che spesso porta alla pacchianeria e al cattivo gusto, ma che in questo caso è riuscito al cento per cento. Non mancano nemmeno le contaminazioni di origine drone - doom, come per esempio nell'uso del basso, o anche solo per l'estrema graniticità della chitarra ritmica, un tappeto continuo che non mostra mai cedimenti, se non nei rari stacchi di sole tastiere. Mettete insieme tutto quanto, e viene fuori un disco di quelli realmente terrificanti, un pugno nello stomaco sferrato con estrema lentezza ma destinato ad affondare in profondità nelle viscere.

A livello tematico, l'album è di chiara ispirazione lovecraftiana: l'enorme occhio che ci sovrasta malefico in copertina non può essere altrimenti che l'occhio di Chthulu, mostruosa creatura arcana che rappresenta il diavolo. A livello musicale il disco si compone di cinque tracce di lunghezza biblica, che scorrono con una lentezza a tratti esasperante, programmatica e pesantissima. Non c'è alcun barlume di umanità in questi solchi, e ce ne accorgiamo in fretta ascoltando la terribile opener "Coalescent Of Inhumane Awareness", brano dalla ragguardevole lunghezza di quattordici minuti e mezzo, che considero l'episodio meglio riuscito dell'album. L'inquietante introduzione prende forma lentamente, scandita dai rintocchi della batteria e da tastiere orrendamente inquiete, tastiere che ci preparano all'esplosione di malvagità imminente. Sfido chiunque a non spaventarsi nel momento in cui la voce fa la sua comparsa: non sembra forse di ascoltare il diavolo in persona, che ruggisce dagli abissi degli Inferi? Sicuramente l'elettronica qui ci mette lo zampino, poiché dubito molto che un essere umano possa tirar fuori una vocalità simile usando solo il diaframma e le corde vocali. E che dire della spaventosa potenza delle chitarre, che si ergono come un muro di pietra alto chilometri e chilometri, nonchè della stupenda malvagità della linea melodica principale, così stridente e allo stesso tempo così raffinata, da far venire i brividi? Questo è ciò che ci aspetta dall'inizio alla fine di questo album: attraverso brani ancora più lunghi e opprimenti, e solo in apparenza monotoni in quanto in realtà sono assai ricercati, ci attende un lento ed asfissiante viaggio nelle profondità oscure del cosmo, passando per i fondali di un oceano dimenticato e sotto il quale dimorano creature arcane e innominabili, nel buio più totale. Se c'è una band che è riuscita a riportare perfettamente in musica l'allucinato mondo descritto da Lovecraft, questi sono i Tyranny. In definitiva, "Tides Of Awakening" è un album spaventoso, da ascoltare sulla cima di una montagna durante una notte serena, lasciandosi rapire dall'estasi orrorifica e dal gusto del macabro.

Garantisce incubi notturni. Siete avvisati.

01 - Coalescent of the Inhumane Awareness (14:29)
02 - Sonorous Howl from Beyond the Stars (11:42)
03 - Upon the War-Torn Shape of Cold Earth (17:15)
04 - In the Arcane Clasp of Unwritten Hours (15:27)   
05 - Entreaties to the Primaeval Chaos (07:43)

Shape Of Despair - "Shades Of..."

Spikefarm Records, 2000
I finlandesi Shape Of Despair sono riusciti in un'opera che normalmente non è semplice: con una manciata di album, ai quali è seguito un lungo periodo di silenzio che dura ancora oggi, si sono ritagliati un posto d'onore nell'Olimpo del  funeral  doom, tant'è che oggi quando si consiglia una band per cominciare l'ascolto di questo sottogenere, il primo nome che viene in mente è quasi sempre quello degli Shape Of Despair. Tutto ciò non è certamente un caso: il gruppo capitanato da Jarno Salomaa ha saputo costruire un sound molto particolare e ricercato, attingendo dalla lezione dei pionieri (Esoteric, Thergothon, Unholy) e rielaborando il tutto in maniera assolutamente personale, che li rende riconoscibili tra mille band. Introspezione oscura, malessere esistenziale, orchestrazioni a metà tra il diabolico e l'angelico, profonda malinconia e rassegnazione animica: questi sono gli elementi che hanno reso celebre il quintetto finlandese.

Questo "Shades Of..." è il primo capitolo discografico della loro carriera, un disco che colpisce subito per la sua profondità e capacità evocativa. All'epoca dell'uscita dell'album, il funeral doom era nato da poco: i nostri si inseriscono alla perfezione nel filone nascente, suonando una musica molto crepuscolare e ricca di atmosfera, povera di variazioni ritmiche ma ricca di elementi che impreziosiscono il sound, in particolare le orchestrazioni. I tempi sono rallentati (curiosità: tutto l'album è in tempo 6/8), le composizioni molto lunghe, l'insistenza dei passaggi è enorme, le armonie sono spesso poco convenzionali e dissonanti. Il flauto, elemento anomalo per un gruppo funeral doom, dona quel tocco di classe in più che distingue l'album dalla massa e gli fa guadagnare un alone particolarissimo: si può dire che il flauto è il leitmotiv dell'album, l'elemento cardine. L'incedere dei brani ricorda molto la corrente di un fiume, che scorre sempre costante, inesorabile, senza mai una battuta d'arresto o un'improvvisa accelerazione. Insieme a questa estrema semplicità ritmica abbiamo un lavoro chitarristico certamente non complicato, formato da riff insistenti e ossessivi che "pulsano" costantemente. Un ottimo lavoro è svolto dagli arrangiamenti di tastiera, sempre presenti in sottofondo e richiamanti un atmosfera oppressiva e sepolcrale, e dal duetto tra la profondissima voce cavernosa maschile e gli angelici vocalizzi femminili, che rimangono sempre tali in quanto la voce femminile non pronuncia una sola parola di senso compiuto. Una contrapposizione tra un demone e un angelo, per l'appunto, che si protrae per tutta la lunghezza dell'album, senza vincitori nè vinti.

La musica scorre come l'acqua di un fiume spettrale e oscuro, costante nella sua ragionata lentezza. I brani presentano poche variazioni l'uno dall'altro, ed è più logico pensare all'album come ad un unica, lunga composizione. Se si ascolta quest'album distrattamente, in cuffia e al buio, la musica può portare facilmente ad addormentarsi, per via della sua natura ipnotica e onirica. Chi si aspetta virtuosismi tecnici, melodie che puntano dritto al cuore, cavalcate chitarristiche e contaminazione tra più generi rimarrà deluso: il primo lavoro degli Shape Of Despair è dedicato ad un pubblico di nicchia, che ama immergersi in un "fiume" musicale fatto di emozioni nere, nel quale è l'atmosfera a fare da padrona. Un'atmosfera funerea e lugubre, come del resto recita proprio il nome stesso del sottogenere che gli Shape hanno contribuito a creare. Consigliato a tutti coloro che tramite la musica cercano di venire in contatto con il proprio lato oscuro.

01 - In The Mist (13:45)
02 - Woundheir (10:46)
03 - Down Into The Stream (8:22)
04 - Shadowed Dreams (11:14)
05 - Sylvan Night (13:00)

venerdì 12 novembre 2010

Ikuinen Kaamos - "The Forlorn"

Descent Productions, 2006
Capita a volte di trovare dei musicisti che non si limitano solo a suonare i propri strumenti, ma che riescono a infondergli totalmente le proprie emozioni e i propri sentimenti, trasformando gli strumenti stessi in esseri viventi. Questi musicisti poi pubblicano dischi che possiedono una propria anima intrinseca, che può piacere alla follia oppure urtare, ma che rappresenta una reale impronta di quello che è lo stato d'animo di chi suona, come se il musicista avesse trasferito la sua anima nei solchi del CD. Quando mi sono imbattuto in questo album, ho capito immediatamente che avevo a che fare con uno di quei rarissimi esempi di infusione totale di sentimento all'opera.

Normalmente i dischi d'esordio sono piuttosto grezzi, migliorabili, peccano di inesperienza, ma esistono le eccezioni: questo primo lavoro degli Ikuinen Kaamos (il cui nome significa "notte polare eterna") sembra partorito da musicisti già navigati ed esperti, abituati a studiare a lungo sui loro strumenti e a tirarne fuori il meglio, non solo in senso tecnico. Il gruppo ha iniziato la propria carriera suonando un black metal piuttosto canonico, ma che già spiccava per una notevole intensità emotiva: successivamente si è evoluto, inserendo nel proprio filone sonoro molti elementi diversi, mischiando un pò di death, un pò di progressive e una buona propensione verso le parti acustiche. Abbastanza importante è l'influenza degli Opeth, che fanno capolino più  volte nelle cinque lunghissime tracce che compongono questo album.

In "The Forlorn" troviamo, stupendamente amalgamati, tanti elementi pregevoli: ritmiche potenti ed in costante evoluzione, chitarre graffianti ma contemporaneamente ricche di sfumature melodiche, enorme ricchezza di riff e continua crescita dei brani, fantastici contrappunti, alternanza tra parti elettriche e parti acustiche, tecnica e ricercatezza strumentale sopraffina. Non si tratta però di un gruppo clone degli Opeth: sono numerose le differenze rispetto ai loro colleghi svedesi. Per cominciare, gli Ikuinen Kaamos optano per una voce molto più tendente allo stile black metal (quindi urlata e molto spinta), ad una più netta predilezione per le parti elettriche, all'assenza di voce pulita (che comparirà solo nei successivi lavori del gruppo). "The Forlorn" è un disco che non lascia spazio che ad un unico sentimento: la tristezza più nera. La comunica egregiamente sia nei delicati arpeggi di chitarra acustica sia nelle sfuriate più veloci e dominate dai blast beat della batteria. Non c'è spazio per un filo di positività, e la storia che sta dietro a questo album si sposa alla perfezione col carattere musicale del disco. Il cantante racconta, con grande espressività e prestazione vocale, la storia di un uomo che da ubriaco ha perso la testa e ha ucciso moglie e figlia, sparando loro con un fucile da caccia. Dopo il misfatto, la sua vita è stata tormentata dal rimorso e dalla solitudine. Ora quell'uomo è diventato vecchio, è arrivato al capolinea della sua vita, e deve fare i conti con il suo passato prima di diventare cibo per vermi. Ciò lo porterà definitivamente alla pazzia, ed egli sceglierà il suicidio per terminare la sua esistenza. Non certo una storia allegra.

La lunga "Frailty" inizia con i suggestivi rumori del vento, per poi ammaliarci con una chitarra acustica dolce e sofferta che lascia presto il posto a un assalto strumentale furioso, il quale poi si calma nuovamente facendo tornare in primo piano la chitarra acustica. L'uso del tremolo picking è frequente, come a simboleggiare una corsa inevitabile verso la fine, l'inarrestabile incedere del tempo che consuma tutto. A mano a mano che il brano prosegue, le chitarre si intrecciano in alcuni fraseggi melodici superbi, finchè finalmente dopo oltre sei minuti la voce del singer ci introduce in questa drammatica storia. Tutto in tonalità minore, il suono è crudo eppure mesto, sembra non riuscire mai a liberarsi da un velo di tristezza persistente. Ce ne si accorge meglio nella successiva "Grace", pezzo forte dell'album: una valanga di accordi di chitarra stoppati e sincopati, un altro break acustico molto intenso (meraviglioso il tappeto d'archi appena accennato in sottofondo, come nell'inizio di "Frailty"), poi un crescendo strumentale  intricatissimo, come un quadro impressionista pennellato da chitarre. Il brano esplode in un tremendo blast - beat finale (sempre con la chitarra in tremolo), nel quale il batterista picchia insistentemente sul charleston come se volesse in qualche modo scacciare i fantasmi del passato. Un suono arido e meccanico come quello di un piatto da batteria può diventare espressivo, in mani esperte. Il brano sfuma lasciando una sensazione di sconforto e ci introduce a "Delusion": qui il protagonista riporta alla mente ciò che ha fatto quella sera con il fucile. La musica diventa infatti più aggressiva, rabbiosa, gli strumenti fanno a gara l'uno contro l'altro, la voce diventa ruvida e aspra. Verso la metà del brano la tensione aumenta, fino ad arrivare a un altro parossismo di furia cieca, nel quale si descrive proprio il momento dello sparo. Poi, l'apparente quiete dopo la tempesta, creata dalle chitarre acustiche che duettano mirabilmente con quelle elettriche. L'immagine del rimorso, che si presenta nel primo momento di lucidità. Siamo arrivati ad "Ascent", pezzo dalle tinte quasi epiche. Il nostro uomo si fa coraggio e prende la strada verso l'ascesa, la purificazione. Il brano è un crescendo d'intensità, quasi un viaggio, spinto sempre più all'eccesso, finchè si arriva in cima alla montagna, dove avverrà la catarsi. Il capitolo conclusivo è "Fall", che è anche l'episodio più duro dell'album, il brano dove affiorano maggiormente le influenze black metal. "Fall" è l'epilogo di una vita, vissuta nella scelleratezza, che ora decide di porre fine a sè stessa e si getta nell'abisso, cadendo sempre più veloce fino a scomparire nel nero oblio. E quando l'ultimo blast - beat sfuma e lascia gradualmente il posto ad un arpeggio inquietante, capiamo che è proprio tutto finito, anche se forse non è finito come vorremmo. Ma non si può ritardare eternamente ciò che è inevitabile.

Suonato magnificamente, ben prodotto e dotato di una carica emotiva incomparabile, "The Forlorn" è probabilmente il miglior album metal uscito nel 2006. Consigliatissimo a chiunque non abbia paura di lasciarsi travolgere dalla tristezza, non posso fare altro che etichettarlo come capolavoro. E per chi li giudica troppo simili agli Opeth, consiglierei di non ragionare per preconcetti ma lasciarsi semplicemente invadere dalla musica, così da capire che l'arte non ha bisogno di etichette nè di comparazioni.

01 - Frailty (13:28)
02 - Grace (12:55)
03 - Delusion (9:32)
04 - Ascent (9:31)
05 - Fall (7:31)

giovedì 11 novembre 2010

Whispering Gallery - "Poems Of A Forgotten Dream"

Killerwhale Records, 1999
Primo EP di questo poco conosciuto ma interessante gruppo olandese, che fa del suono pastoso e melodico il suo principale cavallo di battaglia. A metà tra la corrente meno oltranzista del doom metal e la "vecchia scuola" death melodica nordeuropea, i Whispering Gallery cominciano con questo dischetto una carriera purtroppo destinata a durare poco, il tempo di pubblicare appena tre album in studio. Non si tratta, tuttavia, della solita band che ha cavalcato il successo commerciale per un paio di album e poi è sparita nel nulla: è evidente la passione che il gruppo mette nelle proprie note, ed è un peccato che il gruppo sia rimasto molto nell'underground senza mai emergere davvero.

Questo primo "Poems Of A Forgotten Dreams" contiene quattro canzoni, per una durata totale di poco superiore ai venti minuti. Se è vero che conta la qualità e non la quantità, questo è proprio un bel dischetto.  L'album è chiaramente influenzato dalla matrice death svedese (sono evidenti i richiami ai Ceremonial Oath e ai primi Dark Tranquillity, specialmente per quanto riguarda il suono delle chitarre), ma è caratterizzato tuttavia da interessanti arrangiamenti di tastiera e l'uso piuttosto frequente della voce pulita, alternata ad un buon growl. Forse la parte vocale è proprio il punto debole dei Whispering Gallery: specialmente nelle parti cantate in pulito, a volte le linee vocali non convincono, risultando un po' forzate. Piacevoli, in ogni caso. In ogni canzone c'è sempre un massiccio apporto di melodia, che non disdegna tuttavia di lasciare il posto a passaggi in cui le chitarre fanno sul serio, macinando riff granitici e potenti. C'è da dire però che sentimenti come cattiveria e rabbia non compaiono praticamente mai nella musica del gruppo, nonostante distorsioni e voce cavernosa. Si potrebbe definire come death metal "leggero". I brani non sono mai troppo veloci, tendono a svilupparsi in modo progressivo e spesso lasciano spazio a divagazioni strumentali di buon livello, che donano alla musica del gruppo quel minimo di complessità necessaria per renderla longeva. Mosca bianca dell'album è la terza traccia "Tragedies Of A Darkened Soul" : una riuscita melodia d'organo a fare da leitmotiv, voce pulita che alterna tonalità gravi e acute, break acustici crepuscolari e malinconici e un meraviglioso assolo di chitarra. Sicuramente l'episodio meglio riuscito di questo piccolo ma meritevole extended - play. Certo, i Whispering Gallery non fanno dell'originalità il loro punto di forza, ma l'impegno e la qualità dei musicisti è innegabile, e ciò basta per renderli meritevoli almeno di un ascolto

1. The Lord of the Enchanted Forest (06:29)
2. My Final Hour on Earth (06:00)
3. Tragedies of a Darkened Soul (03:28)
4. Into the Valley of Loneliness (06:01)

mercoledì 10 novembre 2010

Wormphlegm - "Tomb Of The Ancient King"

Painiac Records, 2006
Già dal nome, dall'aspetto dei componenti e dalla copertina dell'album, si può intuire che razza di malati mentali siano i Wormphlegm. Questi tre dubbi individui altro non sono che i finlandesi Tyranny, che hanno deciso di darsi al funeral doom metal più oscuro e malato, dedicandosi ad un side - project. ed includendo anche un terzo membro nella formazione (come se la musica originale dei Tyranny non fosse già abissale, malata e sepolcrale di per sè...)

Per quanto possa sembrare strano, con questa nuova band i Tyranny tirano fuori una vena ancora più terrificante, partorendo una composizione assolutamente ferale e diabolica. Non ha senso descrivere dettagliatamente le tre lunghissime tracce che compongono l'album, poichè si differenziano obiettivamente poco l'una dall'altra; almeno l'opener track dal nome impronunciabile, tuttavia, merita una descrizione. Si tratta di un brano dalla ragguardevole lunghezza di 30 minuti e 15 secondi, e arrivare in fondo è una vera impresa: non perchè sia noiosa, nonostante l'abbondante ridondanza dei passaggi, ma perchè è davvero spaventevole. L'odissea è introdotta da singole note di un pianoforte distorto, che rimbombano minacciosamente con una cadenza sempre uguale. Il bello di questo gruppo è che riesce a esprimere malvagità anche con una singola nota:  sono queste piccole cose a denotare la classe di un musicista. Dopo circa un minuto, finalmente il brano esplode in un riff di chitarra allucinato, distortissimo, malevolo fino all'osso, intervallato da note di chitarra solista lancinanti e cattivissime: e così si prosegue per tutto il brano. Lentissimo, pachidermico, dominato da urla disumane e da distorsioni vocali che spaziano in tutte le tonalità, dallo squittio più acuto al grugnito più profondo. Le parole sono totalmente incomprensibili, anche perchè si tratta di termini scritti in chissà quale lingua; inoltre, non è difficile ravvisare degli inserti di musica orientaleggiante, quasi persiana, che assieme al suono frusciante e imperfetto creano un'atmosfera "antica", che richiama alla mente le perdute tombe dei Faraoni o le antiche necropoli. Il risultato è un pastone sonoro dalla ferocia inaudita, lenta ma non per questo meno violenta. E quando si arriva alla fine, quasi si desidera che il brano non finisca, che continui quel tremendo marasma sonoro: ecco che arrivano gli altri due brani per soddisfare quest'insaziabile desiderio di malvagità che i Wormphlegm ci hanno insanamente procurato

Indubbiamente si tratta di funeral doom metal: i canoni del genere ci sono tutti. I dannati Wormphlegm ci aggiungono però una consistente dose di gusto dell'orrido, voci da tortura cinese che si sovrappongono e si rincorrono in un'orgia satanica, atmosfera da film horror e uno smodato amore per la perversione, sia fisica sia mentale. Questo è uno di quei dischi che possono seriamente cambiare la vita a qualcuno. Per stomaci molto forti.

01 - Epejumalat Monet Tesse Muinen Palveltin Caucan Ja Lesse (30:15)
02 - Tomb of the Ancient King (13:18)
03 - Return of the Ice Age and the Tortyrant (17:32)

martedì 9 novembre 2010

Estatic Fear - "A Sombre Dance"

CCP Records, 1999
Può il metal incontrarsi con la musica classica, fondersi con essa senza stridere e diventare un qualcosa di unico? Dopo aver assimilato la seconda fatica discografica degli Estatic Fear, gruppo austriaco scioltosi dopo la pubblicazione del medesimo album e che quindi ha all'attivo una carriera molto breve, non posso fare altro che rispondere di sì. Questo sfortunato gruppo non ha mai ricevuto molti consensi, rimanendo più che altro sepolto nell'underground, ma questo sito esiste anche per far conoscere un pò queste perle dimenticate, no? E penso che questo "A Sombre Dance" si meriti lo spazio per una recensione approfondita che, chissà, potrebbe farlo diventare un classico. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto, di che cosa si tratta? Rispondere in maniera univoca non è semplice, in quanto il gruppo propone una raffinatissima miscela di doom metal e musica classica, massicciamente presente con l'uso di archi, organo, pianoforte, liuti e persino flauti (strumento ampiamente sottovalutato nell'heavy metal, ma a torto!). Il contrasto può apparire netto, ma i nostri sanno come amalgamare i due generi, sbilanciando lievemente il suono verso il classicismo, più che verso la parte prettamente "metal".  Così accadeva anche nel loro primo album "Somnium Obmutum", anch'esso di ottimo livello, ma ancora lievemente grezzo e bisognoso di qualche rifinitura. Le composizioni degli Estatic Fear non possono ovviamente reggere il confronto con la complessità della musica classica, ma il carattere intrinseco della loro musica ne è comunque ampiamente influenzato. Abbondano le parti acustiche, dolci melodie di liuto e chitarra classica, sprazzi di rabbia espressa dallo screaming maschile (in alcuni tratti forse un pò fuori luogo con la generale melodicità del contesto). Ma a mitigare la graffiante voce del singer ci pensa la voce femminile, delicata e armoniosa, molto articolata e capace di intessere trame melodiche davvero convincenti. L'incipit del disco ne è una buona dimostrazione: si parte con una breve introduzione strumentale in liuto per arrivare al primo dei nove capitoli (le canzoni non hanno titolo specifico), che incanta immediatamente con una melodia orecchiabile e piacevole, ma non per questo banale e scontata. I nostri sanno però pestare duro, quando serve: nella terza traccia sembra che le fughe di pianoforte debbano prevalere su tutto, ma ecco che spuntano le chitarre, sorprendentemente ingrossate, accompagnate da una voce rabbiosa e potente. Lo screaming acido talvolta passa anche in tonalità molto basse, con l'uso frequente di doppie voci, come accade proprio in questo brano. Splendida la suite "Chapter IV", nella quale l'intreccio strumentale si fa complesso e si possono notare anche alcune interessanti accelerazioni, nonché un finale nel quale la cantante raggiunge il massimo del sentimento, accompagnata da un organo e da un pianoforte quasi giocosi e sereni. In questo album c'è davvero di tutto. Un continuo intarsio di emozioni e passioni differenti, che non annoia mai per via della sua grande varietà melodica e strumentale. Si passa dalla cupezza alla serena armonia, fino alla malinconia più sottile, sempre con grande classe. Anche il capitolo conclusivo, numero IX, è un pezzo semplicemente magistrale. Sembrerebbe solo una dolce "outro" suonata dal pianoforte, se non fosse che dopo l'apparente pausa il brano riprende quota, conducendo per mano verso la fine con una riuscita cavalcata strumentale spesso interrotta da solitari riff di chitarra. Il finale duettato, che riprende il tema del capitolo IV, da solo vale l'intero album.

Che dire in conclusione? Non è facile descrivere traccia per traccia l'album senza risultare un filo noiosi. "A Sombre Dance" è un viaggio che va intrapreso dall'inizio alla fine, un tutt'uno inscindibile, che rappresenta forse il più perfetto esempio di come due generi tanto distanti tra loro abbiano in realtà qualche punto in comune.  E di come la musica contemporanea non sia affatto morta come si vuol far credere. A mio personale giudizio, disco imperdibile. Se riuscite a trovarlo, fatelo vostro!

01 - Intro (Unisono Lute Instrumental) (01:22)
02 - Chapter I (05:03)
03 - Chapter II (04:51)
04 - Chapter III (03:33)
05 - Chapter IV (10:31)
06 - Chapter V (04:51)
07 - Chapter VI (04:50)
08 - Chapter VII (04:52)   
09 - Chapter VIII (03:16)
10 - Chapter IX (06:22)

lunedì 8 novembre 2010

Agalloch - "The White"

Vendlus Records, 2008
Gli Agalloch sono un gruppo che non sbaglia mai un colpo, arrivando diritti al centro del bersaglio. O al massimo lo colpiscono con un'angolazione diversa, ma non lo mancano mai. Come posso affermare questo senza dimostrare ciò che dico, penserete voi? A questo proposito, è opportuno ricordare un po' di storia di questa band, e ogni tassello del puzzle andrà magicamente al suo posto.

Prima della pubblicazione di questo ultimo "The White", il quartetto proveniente dall'Oregon ha prodotto tre album in studio ormai entrati negli annali del metal, album che hanno creato quasi un genere a sè stante, uno stile personale e inimitabile (ma spesso imitato). Lo stile degli Agalloch ha pochi paragoni con altre band, sebbene essi traggano molta ispirazione da gruppi come Ulver, Katatonia e anche un po' dai Godspeed You! Black Emperor, gruppi che la band ha sempre affermato di avere molto a cuore. Ma per quanto elaborato, sovente acustico e riccamente contaminato fosse il loro stile, si trattava pur sempre di musica metal. Ecco che però con quest'ennesimo extended play in edizione limitata (duemila copie, mai più ristampate successivamente, se non con il caritatevole doppio album "Whitedivisiongrey") gli Agalloch cambiano decisamente coordinate, confezionando un dischetto interamente acustico e quasi interamente strumentale. Una bella novità, ma si sentiva che qualcosa era nell'aria. Le libere sperimentazioni di "Tomorrow Will Never Come" e "The Grey", dischi che come accennavo prima hanno colpito il bersaglio da angolazioni molto oblique e per certi versi difficili da comprendere, non potevano che portare a qualcosa di inaspettatamente diverso. La cosa più interessante è che "The White" è molto più corposo e ricco di contenuti rispetto ai due precedenti mini album, raggiungendo la ragguardevole durata di 34 minuti, al limite tra un lungo extended play e un breve full - length. Il filone sperimentale, così pare, sta diventando sempre più interessante e articolato.

Un disco acustico per dare sfogo al lato più poetico e intimista della band? Sì, ma non solo. Qui non si tratta solo di cascate di note di chitarra classica: gli strumenti usati sono molteplici, si va dal pianoforte ai sintetizzatori, fino all'armonica a bocca e perfino a qualche saltuaria pennata di chitarra distorta, giunta come l'eccezione che conferma la regola. La prima traccia, "The Isle Of Summer", è introdotta dal vociare di bambini, che lascia spazio poi ad alcune note di chitarra acustica, delicate e malinconiche, accompagnate successivamente da un insistente riff di chitarra elettrica. Mano a mano che il pezzo cresce aumenta l'intreccio tra gli strumenti, così come cresce la timbrica degli strumenti usati, tuttavia non si fa tempo a pensare a molto che già il brano è finito e siamo arrivati a "Birch Black". Un brano che è quasi una litania, nonostante la sua velocità. Alcuni rari colpi di rullante accompagnano un intreccio chitarristico che aumenta sempre più di intensità fino a diventare un trillo continuo, con la batteria che martella con crescente decisione. E ancora non si è sentita la voce di Haughm pronunciare una sola parola.

Con "Hollow Stone" siamo di fronte a un pezzo decisamente sperimentale: un incantevole tappeto di cori e tastiere, assolutamente psichedelico nella sua ripetitività, un brano adatto ad essere ascoltato nel dormiveglia, quando la mente viaggia per conto suo senza più curarsi di quello che accade realmente. L'atmosfera ricorda molto il mare, le onde, il fluttuare nel cosmo senza una direzione precisa, lasciandosi trasportare dalle vibrazioni dell'aria. Decisamente un capitolo riuscito. La successiva "Pantheist" è a mio avviso la traccia meglio riuscita dell'album: introdotta dal suono di una sirena e dallo scorrere di un torrente, il brano è un crescendo chitarristico che duetta mirabilmente tra acustico e distorto, e nel quale si sente fortissimamente il senso di comunione con la natura, da sempre l'elemento cardine della musica degli Agalloch. La batteria è stanca, pesante, le chitarre appaiono malinconiche come non mai, e finalmente fa capolino anche la voce pulita di Haughm, che regala una prova toccante con eterei ma possenti vocalizzi che sembrano provenire direttamente dalle sfere celesti. Di tutt'altra natura è la seguente "Birch White", un brano folk allegro e spigliato, dove le numerose chitarre classiche sono accompagnate da una solare melodia di armonica. Questa è anche l'unica traccia cantata dell'album, anche se in realtà Haughm si limita a recitare un poema di A.S.J. Tessimond, che racconta delle vicende di una betulla narcisista. "Sowilo Rune" riporta su lidi rilassanti, ripetendo sempre gli stessi accordi di chitarra per minuti e minuti mentre un dolce pianoforte compone a mano a mano melodie sempre più elaborate, con alcune parole sussurrate in sottofondo che riescono a creare un'atmosfera mistica e primordiale. Nell'ultima sezione, introdotta da un singolo ed emozionante rintocco di campana, fanno capolino anche i sintetizzatori, che piano piano sfumano lasciando posto ad una citazione del film "The Wicker Man", che troviamo anche nella settima ed ultima traccia. "Summerisle Reprise" è un brano per solo pianoforte, lento, malinconico e sofferto. Le note sono a tratti così dilatate e rarefatte da dare proprio il senso della stanchezza, che non sia il caso di continuare, che costi troppa fatica vivere. Eppure, una volta che il disco è finito, è difficile provare questo sentimento nella realtà. Un dischetto come questo è infatti uno di quelli capaci di depurare lo spirito e far passare qualsiasi sensazione negativa e opprimente.

Gli Agalloch hanno dimostrato ancora una volta di essere una band unica, che riesce ad aprirsi e a sperimentare sempre nuove soluzioni, e che non ha paura di cambiare, elevando la musica a reale espressione artistica e non al mero esercizio compositivo. Evidente è il richiamo alla psichedelia settantiana, rielaborata però in maniera del tutto personale e intrigante. Risultato eccellente, non c'è che dire: avete ancora dei dubbi sulla capacità degli Agalloch di mirare sempre al centro e di colpire con precisione chirurgica?

01 -  The Isle of Summer (03:58)  
02 -  Birch Black (02:40)   
03 -  Hollow Stone (04:15)   
04 -  Pantheist (07:17)   
05 -  Birch White (03:44)   
06 -  Sowilo Rune (05:40)   
07 -  Summerisle Reprise (04:55)

domenica 7 novembre 2010

Doom:Vs - "Dead Words Speak"

Firedoom Records, 2008
I Draconian non bastavano più, così Johan Ericsson, chitarrista della band svedese, ha deciso di fondare un proprio progetto parallelo, nel quale è lui a cantare e suonare tutti gli strumenti. Se il carattere dei Draconian è tendente al melodico, con l'utilizzo del classico schema "la bella e la bestia", cioè voce femminile eterea e incantevole contrapposta al growl maschile, questo nuovo progetto solista sposta notevolmente le coordinate, al punto che le influenze dei Draconian diventano poco riconoscibili.  "Dead Words Speak", secondo lavoro della one man band dopo il debutto "Aeternum Vale", è infatti un album quadrato, contundente, difficile da scalfire e privo del respiro gotico e barocco dei migliori Draconian. Qui ha il sopravvento il dolore, la solitudine, la rabbia, il nero getto d'inchiostro che macchia indelebilmente una vita condannandola all'infelicità: sentimenti che raramente affiorano con vigore nella musica tendenzialmente malinconica e delicata della band madre. Potrebbe essere interessante ascoltare una versione negativizzata e incattivita dei Draconian: purtroppo però questo "Dead Words Speak", nonostante un impatto iniziale molto forte e una produzione sonora eccellente, non colpisce come dovrebbe e non riesce a lasciare un segno duraturo nella mente dei suoi ascoltatori. Affascina, intriga, ma scivola via come l'acqua sul vetro, fallendo nel fondamentale compito di risultare interessante e longevo, ed esaurendo il suo potenziale quasi subito.

Per capire il motivo di questa mia apparentemente impietosa critica, analizziamo il disco a mente fredda. Ci troviamo di fronte ad un doom death dei più classici, lento, pachidermico e straziante. Non c'è tecnica strumentale, non c'è complessità, non ci sono chitarre che suonino più di qualche accordo prolungato e di qualche nota singola isolata qua e là. Non c'è un songwriting elaborato, non ci sono intrecci armonici nè melodici degni di nota, le ritmiche sono così basiche da rendere probabile l'utilizzo di una drum machine programmata in quattro e quattr'otto. Le composizioni sono tutte piuttosto lunghe, con una media di otto minuti ciascuna, e la struttura di ognuna è estremamente semplice e scarna; il suono è pesantemente effettato, le chitarre sfoderano un muro di suono compatto e potente, il cantato growl è perennemente armonizzato dall'elettronica, ma il nostro Johan non disdegna di cantare anche in pulito, controbilanciando la durezza del cantato gutturale e facendo così un po' le veci della "draconiana" cantante Lisa Johansson, che qui non compare. Melodie decadenti e maledette, come nella conclusiva e ruggente "Threnode", o nell'apocalittica "Dead Words Speak", o nella malinconica "The Lachrymal Sleep", inizialmente lasciano basiti dallo stupore: sembra quasi che Johan abbia fatto un centro clamoroso nel suo bersaglio fatto di ascoltatori, creando un capolavoro. Non è mia intenzione mettere in dubbio le genuine emozioni che traspaiono da questo disco, perchè da questo punto di vista i Doom:Vs non difettano.

Purtroppo, la cosa si ferma ai primi ascolti, non progredisce, anzi scema velocemente fino alla presa di coscienza che tutte le emozioni provate erano ad un livello molto epidermico. La motivazione principale è imputabile al songwriting, davvero troppo povero per salvare un disco che vive solo di impatto, ma non ha la minima capacità di crescere ascolto dopo ascolto, in quanto dopo pochissimo tempo si è già in grado di ricordare ogni brano a memoria, e non si trova più niente, anche sforzandosi di leggere tra le note. Non aiuta, in questo senso, il fatto che praticamente tutti i brani potrebbero tranquillamente durare la metà, senza che si eliminasse nulla; il classico schema delle canzoni è infatti quello di arrivare all'incirca attorno ai quattro minuti, rendersi conto di non sapere come continuare, dunque ripetere tutto da capo andando così a totalizzare otto minuti, ma senza aver aggiunto niente a ciò che era stato detto nei primi quattro minuti. Quasi come se ogni traccia avesse un intrinseco "repeat" che si attiva ogni volta che la si ascolta. Un chiaro segnale di carenza di idee, perchè se una cosa del genere si può accettare a piccole dosi, non è lecito costruirci un disco intero, che supera i cinquanta minuti di durata. Non stupitevi se vi troverete a sognare sul devastante refrain della title track, o se tremerete sul cantato pulito di "Half Light"; lì per lì potreste anche pensare che la mia recensione è completamente cannata. Ma non stupitevi nemmeno quando vi troverete a lasciare il disco sullo scaffale, dopo averlo vissuto per qualche tempo, senza più riprenderlo in mano. Quelle sensazioni che parevano così forti e convincenti, probabilmente non torneranno più a farvi visita.

I Draconian non sono forse un gruppo eccezionale, hanno i loro difetti e non ne hanno nemmeno pochi, ma perlomeno hanno un senso di esistere: i Doom:Vs invece un po' meno. Il problema fondamentale è che nessuno ha bisogno di loro, essendoci in giro di molto meglio: sono quindi considerabili come una curiosità, un esperimento nato dall'esigenza artistica di un musicista, ma niente che vi pentirete di non avere nella vostra collezione. Solo per strenui appassionati che non possono perdersi nemmeno un'uscita di doom death metal.

01 - Half Light (07:48)
02 - Dead Words Speak (08:01)
03 - The Lachrymal Sleep (08:00)
04 - Upon The Cataract    (07:59)
05 - Leaden Winged Burden (06:43)
06 - Threnode (12:10)

martedì 2 novembre 2010

Swallow The Sun - "New Moon"

Spinefarm Records, 2009
Con questo "New Moon", gli intramontabili Swallow The Sun arrivano alla quarta fatica discografica, se si esclude lo splendido extended play intitolato "Plague of Butterflies". Le coordinate del gruppo non cambiano in modo significativo con questo nuovo album: si tratta sempre di doom - death melodico, che però porta le consuete piccole, interessanti novità che lo rendono un platter estremamente gustoso, nonché un ottimo motivo per continuare a seguire la lenta evoluzione affrontata dalla band finlandese.

"New Moon" riesce a unire superbamente le atmosfere oscure e decadenti di "Ghosts of Loss" con le splendide melodie di "Hope" e la lacerante drammaticità di "Plague Of Butterflies", creando un album che per la maggior parte del tempo viaggia su coordinate di altissimo livello. Basta ascoltare l'opener "These Woods Breathe Evil" per accorgersene: una varietà impressionante di soluzioni melodiche una dietro l'altra, un ritmo veramente trascinante come non è facile sentire nella musica del gruppo, una voce acida e abrasiva che azzanna subito alla giugulare, arpeggi meravigliosi che lasciano giusto il tempo di illudersi, prima di ripiombare in un turbine di riff che lascia senza fiato. Le distorsioni sono come sempre potentissime e creano un muro sonoro di tutto rispetto. Un inizio davvero notevole, per quello che probabilmente è uno dei migliori brani mai partoriti dal gruppo. La seguente "Falling World" lascia invece piuttosto perplessi: sta all'ascoltatore decidere se in positivo o in negativo. La canzone è infatti paragonabile a una ballad, con il suo andamento lento e triste, il ritornello in voce pulita e malinconica, la struttura semplice che fa subito presa anche su orecchie non abituate ad ascoltare doom metal. Questo brano ha fatto gridare allo scandalo più di un fan, ma c'è da dire che dietro la vena melodica e se vogliamo anche "commerciale" c'è un brano potente e roccioso, capace di sfoderare anche la potenza quando serve. Probabilmente il pezzo più controverso dell'album. Si ritorna su buoni livelli con "Sleepless Swans", ipnotica nei suoi fraseggi di chitarra alternati a inquietanti break acustici, e si arriva quindi ad un altro pezzo forte, "...And Heavens Cried Blood". Anche qui, splendide e ricercatissime melodie confezionano un brano magistrale, che mantiene un equilibrio fantastico tra aggressione e dolcezza, fino ad arrivare ad un finale quasi strappalacrime. Un plauso va all'eccezionale growl di Mikko Kotamaki, sempre capace di passare alle tonalità più svariate fino al pulito, senza mai scadere di qualità.

La seconda parte dell'album è invece differente. Nella lunga e aggressiva "Lights On The Lake (Horror pt.1)" compaiono addirittura dei blast - beat, che non avevamo mai sentito nella musica del gruppo. La title track si riaggancia alla prima metà del disco grazie a una melodia riuscita e un ritornello in clean che ricorda molto "Falling  World", mentre le ultime due tracce costituiscono gli episodi più oscuri e ostici, specialmente "Weight Of The Dead", che tocca terreni quasi funeral doom. Considerando la varietà delle canzoni al suo interno nonché l'eccellente qualità di ognuna, "New Moon" è un disco che si colloca su livelli alti e che non può mancare nella discografia di ogni doomster che si rispetti, per quanto una tale affermazione possa risultare banale e scontata. A volte infatti mi sembra quasi di esagerare, dipingendo tutti questi album - capolavoro uno dietro l'altro, ma se effettivamente si tratta di dischi di caratura superiore, che altro dovrei dire? Aggiungete anche "New Moon" alla lunga lista e godetevi la sua bellezza sfolgorante, non c'è altro che io vi possa consigliare.

01 - These Woods Breathe Evil (6:43)
02 - Falling World (5:08)
03 - Sleepless Swans (7:23)
04 - ...And Heavens Cried Blood (6:17)
05 - Lights On The Lake (Horror pt.1) (7:45)
06 - New Moon (5:00)
07 - Servant Of Sorrow (6:25)
08 - Weight Of The Dead (9:04)

lunedì 1 novembre 2010

Lethian Dreams - "Bleak Silver Stream"

Orcynia Records, 2009
I Lethian Dreams in realtà non sono altro che un progetto parallelo dei più conosciuti doomsters Remembrance. Entrambi i gruppi, provenienti dalla Francia, suonano un onesto doom metal melodico e ricco di atmosfera; ma mentre i Remembrance spesso e volentieri ingrossano notevolmente i suoni di chitarre e voce, estremizzando la propria proposta (con risultati a dire il vero poco entusiasmanti), i Lethian Dreams rappresentano la vena più "pacata" del gruppo, esplorando sonorità differenti: più introspettive, malinconiche, dimesse, come foglie d'autunno che cadono stancamente. Nemmeno a farlo apposta, il risultato è decisamente migliore, confermando le impressioni che avevo avuto ascoltando i Remembrance, vale a dire che la loro velleità di estremismo (in massima parte dal punto di vista del growl) fosse un po' fuori luogo e in contrasto con la natura melodica della loro proposta.

Nello specifico, il trio capitanato dall'eclettica Carline Van Roos ci propone un album piuttosto omogeneo, ben suonato (la batteria è programmata, ma non ce ne si rende quasi conto) e piuttosto ispirato, anche se i brani tendono ad assomigliarsi più o meno tutti, con poche variazioni significative. Il sound è fortemente debitore a gruppi come My Dying Bride, November's Doom e Mourning Beloveth, ma a differenza di questi ultimi i Lethian Dreams usano tempi più dilatati, ritmi quasi mai aggressivi, chitarre meno abrasive. Le poche parti veloci vengono soffocate da una produzione che non riesce a valorizzarle appieno, ma essendo una ristretta minoranza dell'album, l'effetto è trascurabile. Predominano infatti le parti lente, ariose e dilatate, perennemente interpretate dal duo vocale. La voce di Carline è dolce, eterea e ipnotica, mentre il buon Mathieu Sachs si occupa delle parti in growl (mai troppo profondo e mai troppo spinto, come invece accade nei Remembrance), alternando anche qualche riuscito passaggio in pulito e qualche spezzone "recitato". Il duo svolge bene il proprio lavoro, anche se una critica che si può muovere alle parti vocali è quella della loro staticità: il timbro di Carline è sicuramente molto piacevole, ma alla lunga può stancare, in quanto il cantato non è mai agile e spigliato, ma sempre piuttosto cantilenante. Anche Mathieu, che pur qui mostra di impegnarsi molto di più rispetto a quanto fa con i Remembrance (nei quali il growl è perennemente identico a se stesso), talvolta stona nella composizione generale, risultando troppo pesante e monotematico. Ciò non toglie che il gruppo riesca a creare delle atmosfere molto malinconiche e suggestive, avvalendosi spesso di tastiere e orchestrazioni di buon gusto che impreziosiscono i brani e regalano momenti molto intensi.  L'opener "Elusive" è un'ottima summa del suono del gruppo: melodie semplici ma coinvolgenti, commistione di voci che prendono a turno la parola a mano a mano che il brano cresce, stacchi atmosferici dominati da vocalizzi prolungati e sognanti, pochi cambi di ritmo. Qualche accenno di velocità lo possiamo trovare nelle tracce conclusive, le due "Severance" e "For A Brighter Death", che rappresentano un pò il risollevamento del gruppo e il loro riscatto per quanto riguarda la velocità e l'aggressività, seppur in termini relativi. A qualcuno il suono potrà apparire eccessivamente mieloso, ma va riconosciuta ai Lethian Dreams un'ottima capacità di trasporre i loro sentimenti in musica, e questa non è una cosa da sottovalutare.

Di sicuro l'album non brilla per originalità, in quanto riprende bene o male tutti i clichè del genere, e ha qualche pecca specialmente per quanto riguarda il songwriting, ma dimostra comunque quel minimo di personalità ed ispirazione da renderlo non un classico, ma un album perfettamente godibile e adatto a riempire qualche pomeriggio in cui il sole non ne vuole sapere di farsi vedere. Non un capolavoro, ma sicuramente un album dignitoso.

01 - Elusive (9:09)
02 - In Seclusion (8:12)
03 - Under Her Wings (9:17)
04 - Requiem (8:03)
05 - Severance (9:15)
06 - For A Brighter Death (9:55)

domenica 31 ottobre 2010

Comatose Vigil - "Narcosis"

Solitude Productions, 2006
Piccolo ma significativo EP da parte di questo interessante gruppo russo, dedito ad un Funeral Doom Metal del filone più oscuro e pachidermico. Con il primo album "Not A Gleam Of Hope", il gruppo si era fatto notare per una spiccata attitudine alle sonorità cupe e oniriche, che come recita il loro stesso nome suggeriscono stati di coscienza alterati ed esperienze pre - morte. La trasposizione in musica del loro monicker avviene quasi alla perfezione: strutture dilatate, break atmosferici minimali, chitarre pesanti e oppressive, mostruosa lentezza dei brani. Il risultato è un impasto piuttosto difficile da digerire, rarefatto ma brutale. La voce da oltretomba, classico elemento del genere, non manca di inquietare nemmeno qui. Tuttavia, in questo "Narcosis" il suono si evolve, anche se non abbiamo grandi occasioni di approfondirlo: il dischetto consta infatti di una sola traccia, incisa due volte con l'unica differenza della lingua in cui è cantata (inglese e russo, ma non si distingue poi tanto, vista la quasi totale inintellegibilità del cantato growl), più una cover dei Crematory, carina ma un pò fuori luogo.

Veniamo ora ad analizzare l'unica traccia presente. "Narcosis" è un brano di oltre quindici minuti di durata, ben strutturato, caratterizzato da un riffing roccioso e da parti di tastiera stridenti e dissonanti, che evocano una sensazione di malessere quasi palpabile. Le tastiere acquistano maggiore importanza rispetto al loro album di debutto: a tratti diventano le protagoniste, specie nella parte finale, dove il carattere del brano si sposta addirittura verso la malinconia, non più verso la decadenza abissale. Segno che i ragazzi sanno bene come calibrare la loro musica, senza renderla mai troppo statica, pecca che si poteva contestare al loro debut album, molto ricco di atmosfera ma piuttosto povero di soluzioni stilistiche di rilievo. I Comatose Vigil non sono un gruppo molto produttivo, avendo all'attivo solo un album e un EP in un periodo di attività di sette anni, ma è la qualità che conta più che la quantità. Questo piccolo pezzo da collezionismo lascia presagire un buon futuro per questa promettente band. Restiamo in attesa del loro prossimo lavoro.

01 - Narcosis (English Version) (15:07)
02 - Narcosis (Russian Version) (15:07)
03 - Tears Of Time (Crematory cover) (6:38)

sabato 30 ottobre 2010

Raventale - "Long Passed Days"

BadMoodMan Music, 2008
Le one - man band stanno prendendo sempre più piede, forse perchè in questo mondo odierno è sempre più difficile andare d'accordo. Nello specifico, si tratta di gruppi musicali che in realtà non sono un vero e proprio gruppo, poichè è una sola persona ad occuparsi di tutto: l'unico componente suona tutti gli strumenti, cura la produzione e il mixaggio, e quando crea un disco ben fatto riesce sempre a suscitare notevole stima. Tutto il merito, infatti, va ad una persona sola, e se questa persona riesce a dare una continuità alla propria musica nel corso degli anni, pubblicando sempre ottimi dischi, allora la stima cresce ancora.


I Raventale sono un ottimo esponente di questo concetto, essendosi ormai creati un apprezzabile seguito di fan. Essi sono formati dalla mente e dal braccio di Astaroth, musicista ucraino che ci regala un particolare black - doom metal lento e posato, dalle chitarre molto distorte e dal timbro sporco, ma mai realmente aggressivo, anzi piuttosto meditativo e pensieroso. Musicalmente parlando, non si tratta di un album molto vario: i brani sono tutti dei mid - tempo, le strutture sono estremamente semplici, i ritmi mai troppo veloci, il disco intero scorre con una certa linearità. Quello che si avverte chiaramente lungo tutto l'album è un senso di rassegnazione progressiva, dettato dagli stanchi ritmi delle chitarre che proseguono caparbiamente la loro triste litania, che non per questo risulta necessariamente noiosa. L'uso del choir pad (gli eterei cori prodotti da un sintetizzatore) dona il tocco di classe in più che rende questo "Long Passed Days" molto evocativo e perfino rilassante, come se fosse un viaggio all'interno di un cielo grigio e spento.

"Of Days Long Past" è un ottimo esempio del suono Raventale, con il suo riffing insistente e decadente coadiuvato da un'atmosfera di sottofondo che quasi annulla i pensieri e fa viaggiare con la fantasia. Rispetto all'ottimo debutto "On A Crystal Swing", si nota che questo album è ancora più lento, rassegnato e ricco d'atmosfera, mentre il precedente disco possedeva atmosfere lievemente più epiche e melodie di più facile presa. In compenso la voce di Astaroth, perennemente in screaming acido, è ancora una volta quasi impalpabile, distante, in sordina, perennemente nascosta dietro i muri di chitarre. Tra brani freddi e distaccati, quasi ipnotici, spiccano alcune perle davvero emozionanti come la breve strumentale "Up And Beyond The Horizon (Both Like Birds)", tremendamente sognante nel suo incipit corale accompagnato dal suono di alcuni superbi corni francesi, e tristemente rassegnata nei suoi pochi accordi di chitarra che conducono per mano fino ad una dissolvenza sofferta, accompagnata da solenni note d'organo. Stranamente, questo piccolo gioiello strumentale funge da preludio alla mosca bianca dell'album, la cover di "Sunset Of Age" degli Anathema. Decisamente strana la scelta di posizionare la cover a metà del disco, ma il risultato è quanto mai buono: il suono ruvido e grezzo delle chitarre eguaglia magistralmente l'originale, senza togliergli nemmeno un pizzico del pathos che contraddistingue la canzone del gruppo inglese. Si cambia registro con "From The Black Wells Of Time", che rompe il muro di malinconia dell'album e regala l'unico momento vivace e solare registrabile nell'album, grazie ad un riff carico di speranza.

Ciò non toglie che "Long Passed Days" sia un disco triste, tendenzialmente ombroso e depressivo, molto enigmatico, scritto da un artista dotato di talento e classe, anche se alcuni aspetti del songwriting sarebbero migliorabili (cosa che tra l'altro succederà con le successive pubblicazioni). Un viaggio breve ma intenso nella malinconia, da gustare nota dopo nota durante le giornate più fredde e grigie della vostra esistenza.

01. By Gritting Of Pain (Nostalgia) (9:13)
02. Of Days Long Past (10:51)
03. Up And Beyond The Horizon (Both Like Birds) (3:27)
04. Sunset Of Age (Anathema cover) (8:25)
05. From The Black Wells Of Time (7:11)
06. My Silhouette Leaving Far Away (5:21)

Forest Stream - "The Crown Of Winter"

Candlelight Records, 2009
La Russia non è terra tradizionalmente legata alla musica Metal, ma anche nella nazione più grande del mondo è possibile trovare delle chicche davvero notevoli. I Forest Stream, gruppo proveniente dai dintorni di Mosca, non sono una band molto conosciuta: il loro primo album "Tears Of Mortal Solitude" ha goduto di una notorietà solo discreta, ma ha comunque impressionato gli amanti del genere per la qualità sopraffina delle composizioni e per la capacità di unire aggressività e melodia in modo sempre calibrato e sapiente, pescando a piene mani dalla tradizione doom e facendola propria in modo sopraffino. Una qualità difficile da trovare in un album d'esordio, anche se non sono poi così rari i casi in cui l'album di esordio può essere considerato il migliore della carriera di un gruppo. Pubblicato nel 2003, il loro primo lavoro è stato seguito da lunghi anni di silenzio, che avevano quasi fatto perdere le tracce del gruppo, ma ecco che nel 2009 i nostri si rifanno vivi con questo "The Crown Of Winter". Una gestazione così lunga impone sempre una certa trepidazione nell'ascolto: tutti questi anni di lavoro saranno stati spesi bene e avranno prodotto un album all'altezza del suo ottimo predecessore?

La risposta è indubbiamente sì. "The Crown Of Winter" è un album maturo, estremamente vario, che mescola con abilità generi quali il doom (debitore della prima scena inglese degli anni '90), black (ascoltate per esempio la furiosa "Bless You To Die", un vero pugno nello stomaco) e molta, molta atmosfera e melodia. Rispetto all'album di debutto si nota una maggiore cura dei dettagli e delle sfumature, un uso incrementato della voce pulita a discapito del growl e dello scream, una maggiore epicità di ogni composizione, che spesso richiama la durezza degli inverni russi, la magia, le atmosfere fantastiche e ultraterrene, le fiabe. L'ottima produzione mette in risalto le  suggestive armonie chitarristiche, unite all'onnipresente tappeto di tastiere, che donano a ogni composizione un'atmosfera onirica ed evocativa, ma nello stesso tempo mai pacchiana. Quando il metal si dota di tastiere, non è infrequente risultare fin troppo pomposi, ma non è il caso dei Forest Stream, che pure usando continuamente arrangiamenti orchestrali riescono a non scadere mai nel cattivo gusto. Non mancano i momenti irruenti e aggressivi, le sfuriate violente condite da una batteria sparata a mille, seguite poi da ottime parti solistiche di chitarra e accattivanti intermezzi dove domina la pura malinconia. Il robusto cantante passa agevolmente dal cantato growl alla voce pulita, riuscendo ottimamente in entrambi gli stili: la naturalezza vocale che sfodera è davvero pregevole e per certi versi il suo stile di canto ricorda molto la potenza immaginativa delle migliori musiche da film.

Il brano migliore del disco è sicuramente la title track, uno dei miei pezzi preferiti in assoluto, e che è anche il brano più lungo dell'album con i suoi 12 minuti di durata: mai come in questo pezzo i Forest Stream sono riusciti a creare un'ode all'inverno, alla neve, alle tempeste di ghiaccio e alla magia intrinseca delle stagioni fredde, grazie all'uso di note di pianoforte spostate sui toni sopracuti e alle meravigliose melodie di chitarra, che sfoderano una potenza sovrumana specialmente quando sono affiancate dalle sezioni di archi. Spettacolari sono qui le esplosioni chitarristiche alternate ai momenti più delicati e fiabeschi, nonché la prova vocale del cantante Sonm che canta quasi esclusivamente in voce pulita, lasciando il growl solo in alcuni, azzeccatissimi momenti. E dopo questo splendido inizio, il disco non accenna a calare: tutte le lunghissime composizioni sono pervase da un'anima propria e hanno sempre come denominatore comune un feeling epico e solenne, anche nei momenti più duri e veloci. Non c'è mai aggressività fine a se stessa, non c'è mai un passaggio ridondante, non c'è un brano che stoni nonostante la grande eterogeneità del disco. Per citarne uno, non posso rimanere indifferente ad "Autumn Dancers", composizione aggressiva e contemporaneamente avvolgente, dalle armonie vocali di assoluta bellezza. Ma non si può ignorare nemmeno la sorprendente "The Beautiful Nature", dalla struttura non convenzionale, sospesa tra passaggi maestosi e tristi parti recitate, che declamano l'insensatezza di un mondo di morti viventi, indifferenti alle meraviglie della natura e della vita. Risulta difficile includere i Forest Stream in un'etichetta predefinita. Segno che la loro musica riesce ad abbattere molti confini precostituiti. "The Crown Of Winter" è in definitiva un disco di caratura superiore, suonato con passione e abilità, ricco di colori e atmosfere invernali, che comunica sempre qualcosa di nuovo ad ogni ascolto e non stanca mai. Non posso fare altro che raccomandarlo vivamente!

White ships of mist are moored in the morning
The final taste of the sweet night wine
Tonight we've got to know the sorrow
And cold ghostly wind will take us all away at dawn
It'll carry the ashes
Back through the grieving night
Away from the brightening horizon
And on the wings of a doleful sigh
It will release them
Into the dazzling winter day...


01 - Intro (Feral Magic) (2:19)
02 - The Crown Of Winter (11:44)
03 - Mired (9:27)
04 - Bless You To Die (7:38)
05 - Autumn Dancers (8:40)
06 - The Seventh Symphony Of ...(9:05)
07 - The Beautiful Nature (9:24)
08 - Outro (My Awakening Dreamland) (1:38)