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martedì 7 dicembre 2010

In The Woods... - "Heart Of The Ages"

Misanthropy Records, 1995
All'inizio c'erano i Green Carnation, band norvegese dedita ad un interessante progressive metal. Da una divisione interna del gruppo nacque il progetto In The Woods..., gruppo che rimase sempre nell'underground, si sciolse dopo la pubblicazione di tre album e poi proseguì in parte la propria carriera, poiché alcuni membri rientrarono negli stessi Green Carnation. La parentesi che questa band norvegese ha saputo creare è tuttavia indiscutibilmente eccezionale, nonostante l'effimero successo commerciale e la generale incomprensione da parte del pubblico, incomprensione che definirei quasi criminale, vista la notorietà che certi cialtroni hanno guadagnato lasciando in ombra gruppi infinitamente più validi.

Gli In The Woods... poggiano su una base black metal, ma talmente raffinata e contaminata da influenze diverse (in particolare il rock progressivo e la psichedelia di stampo Pink Floyd, ma non solo) da rendere quest'appartenenza una mera esigenza di classificazione. "Heart Of The Ages" è il primo album di questa dimenticata band, che mostra un gruppo talentuoso e ispirato, non fermo solamente ad alcuni stilemi ma aperto ad ogni genere di sperimentazione e commistione di suoni e generi musicali. La copertina illustra molto bene il carattere musicale del disco: magnificenza e bellezza dei paesaggi e della natura, epicità e poesia, ma nello stesso tempo grezzume e ferocia, in una perfetta rappresentazione di Madre Natura, capace delle espressioni più sublimi come delle crudeltà più atroci. La musica del gruppo non può non ricordare i maestosi paesaggi norvegesi, tra fiordi, montagne e aurore boreali. Il lunghissimo brano posto in apertura dell'album è alquanto emblematico: dopo tre minuti di un'introduzione ripetitiva, delicatissima e sognante (psichedelia pura), si apre un brano di una bellezza sconvolgente, solennemente drammatico, dominato da una voce profonda e malinconica che incanta immediatamente. Un inizio del genere presagisce di sicuro ad un capolavoro, ma i nostri non si accontentano di ammaliarci, vogliono anche stordirci: dopo diversi minuti il brano cambia completamente direzione, si incattivisce diventando veloce e tagliente, e il cantato celestiale diventa quasi un grido di terrore: uno screaming acutissimo e tremendamente stridente, tra i più esasperati che si ricordino nel panorama black metal. Qualcuno potrebbe rimanere scandalizzato da questo repentino cambio di forma, così come sono rimasto basito io, la prima volta che l'ho sentita: ma dopo ripetuti ascolti (nel mio caso ci sono voluti alcuni anni) queste disumane urla acquistano un notevole fascino, e riescono infine ad infrangere il muro di diffidenza che facilmente formano. Il brano si chiude con una ripresa del tema portante iniziale, e il disco continua su binari via via sempre diversi, abbracciando anche sonorità gothic - doom, e non dimenticandosi mai di mantenere il suono monolitico e lievemente zanzaroso delle chitarre, che tanto ha dato al black metal. Si va da brani più facilmente assimilabili come "Heart Of The Ages", pregevole nelle sue cadenzate ritmiche di chitarra e nelle sue ottime melodie, ad episodi particolarmente aggressivi come l'aspra "In The Woods" e soprattutto l'interminabile "Wotan's Return", quindici minuti di gelo nordico che solo raramente lascia un pò di respiro con qualche break di tranquillità, scandito dal suono di uno scacciapensieri e dai rumori di una foresta densa di creature mitiche. Emozionanti anche le orchestrazioni, appena accennate ma meravigliose, che regalano momenti di estasi sia da sole, sia affiancate al pesante incedere della chitarra ritmica.

Nell'album c'è spazio anche per un paio di sorprendenti pezzi strumentali, "Mourning The Death Of Aase" e "Pigeon", entrambi espressione di uno stato sognante, grazie all'uso di  vocalizzi femminili (impossibile non fare paragoni con la sempreverde "The Great Gig In The Sky" dei Pink Floyd) nonché di melodie e armonie sospese ed evanescenti, quasi impalpabili. Ma a mio parere è con la conclusiva "The Divinity Of Wisdom" che il disco raggiunge il suo apice, ponendo tutti gli elementi che lo costituiscono in un'unica summa compositiva: nove minuti di grezza epicità, tra la possenza delle chitarre e le magnifiche orchestrazioni di fondo, la voce pulita maschile e femminile che si alterna con lo screaming tagliente e gelido, fantastiche accelerazioni seguite da brusche frenate, e come conclusione un assolo di chitarra indimenticabile, che gronda sangue e dolore.

Sicuramente "Heart Of The Ages" è un album di black metal, ma si tratta di un black metal trascendente, che non rinnega le proprie radici ma si rende talmente poliedrico da meritarsi l'appellativo di geniale. Il disco non è certamente facile da assimilare: è probabile che ad un primo ascolto possa lasciare perplessi e poco motivati ad approfondirlo, e questo può proseguire anche per gli ascolti successivi, finché finalmente la musica non riuscirà ad abbattere la barriera e arriverà dritta al cuore, e allora non ci sarà più niente da fare. Chi arriverà a quel punto è destinato ad innamorarsi perdutamente degli In The Woods... e della loro originalità, genuinità e passione, che purtroppo non ha avuto molto riscontro di pubblico (ma forse è meglio così, sono rimasti un gruppo d'elite). Un album grezzo eppur raffinato, emozionante eppure difficoltoso e aspro: questo è "Heart Of The Ages", prendere o lasciare.

01 - Yearning The Seed Of A New Dimension (12:27)
02 - Heart Of The Ages (8:26)
03 - In The Woods (7:54)
04 - Mourning The Death Of Aase (3:37)
05 - Wotan's Return (14:58)
06 - Pigeon (3:02)
07 - The Divinity Of Wisdom (9:07)

lunedì 6 dicembre 2010

Dimmu Borgir - "Spiritual Black Dimensions"

Nuclear Blast, 1999
Da sempre punta di diamante del black sinfonico (per quel che riguarda la parte meno oltranzista e più "fruibile", sebbene questa definizione sia dura da appioppare al black metal), i Dimmu Borgir sono una di quelle band che cambia forma ad ogni nuovo album pubblicato, suscitando adorazione o critiche feroci. Non c'è via di mezzo: c'è chi li accusa di essere troppo commerciali (cosa che a me appare francamente assurda) e chi li incensa per la loro bravura compositiva e la loro grandiosa emozionalità oscura. "Spiritual Black Dimensions" è un nuovo mattone nella loro eccellente discografia, una pietra d'angolo in quanto funge da ponte di collegamento tra due importanti filoni interni alla band.

Dopo la consacrazione della band nell'ambito estremo, avvenuta con l'acclamato "Enthrone Darkness Triumphant", i nostri decidono di spostare maggiormente il sound verso la componente sinfonica, in modo da non partorire un album fotocopia del suo predecessore. E a mio parere hanno fatto proprio bene: la forza dei Dimmu sta proprio nel riuscire a ricreare atmosfere oscure e demoniache tramite un massiccio uso di orchestrazioni, che tuttavia non vanno a sostituirsi alle chitarre e alla batteria, lasciando bene in vista il carattere black metal di fondo. Lo dimostra il fatto che anche in questo album troviamo il solito growl potente e cavernoso, i soliti blast - beat e le solite chitarre pesantemente distorte, ma troviamo anche interessantissimi tappeti di tastiere che sono presenti in dosi molto più massicce, accompagnando costantemente gli strumenti principali. Sicuramente questo rende il sound più "leggero", ma di questo si accorgeranno solo i fan storici: per tutti gli altri "Spiritual Black Dimensions" è una mazzata di violenza, ben ragionata e calibrata, mai cieca o insensata. L'iniziale "Reptile" lo conferma, partendo subito alla massima velocità con Shagrath che dilania il microfono, salvo poi lasciare posto a Vortex che canta in pulito (una voce meravigliosa, evocativa come poche). Non mancano i cambi di tempo, i brevi stacchi unicamente orchestrali, gli stop and go, accelerazioni e decelerazioni, in una canzone assolutamente esaltante e giustamente posta all'inizio dell'album, come biglietto da visita per le succulente maestosità che verranno dopo.

Ogni brano è una storia a sè e la varietà all'interno dei medesimi è notevole: descriverli tutti sarebbe troppo lungo e noioso. Mi limito perciò a citare la splendida "The Insight And The Catharsis", brano che passa costantemente dall'estrema velocità e aggressività ad intermezzi atmosferici, malinconici e quasi poetici, uniti ad una prova vocale di Vortex davvero magistrale ed intensa, specialmente nel commovente e magniloquente finale. Del resto, più volte i Dimmu Borgir sono stati definiti maestri nella poesia oscura, come dimostrano anche i loro testi, sempre visionari e onirici. Altro brano memorabile è "The Promised Future Aeons", dotato di un'introduzione orchestrale da brivido che sfocia in una cavalcata chitarristica veloce e trascinante, accompagnata da insistenti giri di tastiera in sottofondo che creano un'atmosfera di fantastica urgenza paranoica. Non c'è nessuna caduta di tono all'interno dell'album e il livello qualitativo si mantiene sempre alto, tra brani aggressivi come "Grotesquery Conceiled" ed episodi più soffusi e lenti come "Arcane Lifeforce Mysteria" (un vero capolavoro di oscurità sulfurea), così come si mantiene costante l'alone macabro ma sotto sotto perfino dolce, che da sempre caratterizza la musica del gruppo. Provate per esempio ad ascoltare l'assolo finale di "Dreamside Dominions" e vi convincerete che questo non è semplicemente black metal sinfonico, ma un'opera d'arte. Con questo disco i Dimmu Borgir inaugurano un filone fortunato, che li vedrà partorire altri dischi di caratura superiore: ma questa è un'altra storia.

Consigliato a chi nella musica ricerca emozioni forti!

"Oh, dreadful angel of mine
Enrich me with the vastness of being
Rigid father, teach me how to comprehend
I'll commit myself to understand
For I am the accomplice..."

01 - Reptile (5:19)
02 - Behind The Curtains Of Night - Phantasmagoria (3:23)
03 - Dreamside Dominions (5:16)
04 - United In Unhallowed Grace (4:24)
05 - The Promised Future Aeons (6:54)
06 - The Blazing Monoliths Of Defiance (4:40)
07 - The Insight And The Catharsis (7:19)
08 - Grotesquery Conceiled (5:10)
09 - Arcane Lifeforce Mysteria (7:02)

domenica 5 dicembre 2010

Immortal - "At The Heart Of Winter"

Osmose Productions, 1999
Nel cuore dell'Inverno. Non avrebbero potuto scegliere un titolo più appropriato i norvegesi Immortal, band che è sempre stata un fondamentale pilastro della scena black metal, e che con questo album confeziona quella che a mio parere è la loro migliore uscita discografica di sempre: la più intensa, la più atmosferica, la più oscura e intrigante nel suo riuscitissimo tentativo di ricreare la più fredda delle stagioni utilizzando solamente una manciata di strumenti musicali e una voce indemoniata.

Dopo la dipartita dello storico chitarrista Demonaz (che rimane solo come paroliere, non più come strumentista), gli Immortal si trovano ad un punto di svolta: questo album infatti introduce molte novità nel sound del gruppo, allontanandosi dal puro e crudo black metal nichilista degli esordi e approdando in territorio nuovo, fatto di composizioni più lunghe ed elaborate, che raccontano storie e leggende, più che basarsi sulla possente ferocia capace di frantumare un iceberg. Non mancano di certo la potenza sonora e l'incredibile capacità di trasmettere una sensazione fisica di freddo e gelo, ma se i seminali "Battles In The North" e "Pure Holocaust" erano all'insegna del black metal più veloce e cattivo, questo "At The Heart Of Winter" assume in confronto un carattere quasi riflessivo e meditativo, sicuramente molto più ricco di atmosfera e di drammaticità. Il disco contiene sei brani di lunghezza piuttosto omogenea (quasi tutti attorno agli otto minuti di durata), molto vari al loro interno e soprattutto dotati di buone dosi di melodia (!) che secondo la visione tradizionalista del black metal è un qualcosa di impuro, che contamina il carattere primordiale del genere. Tale visione è ovviamente limitativa, poichè un conto è inserire melodie facili e totalmente slegate dal contesto, un conto è utilizzare la melodia come strumento per esprimere le stesse sensazioni che si esprimevano con le sonorità più classiche e oltranziste. Per quanto questo disco non sia un ascolto prettamente semplice ed immediato, è innegabile che è molto più "orecchiabile" rispetto ai precedenti: il riffing di Abbath, che qui si trova a dover sostituire Demonaz, ricorda a tratti perfino lo stile New Wave Of British Heavy Metal, tanto che qualcuno ha paragonato questo album ad un disco degli Iron Maiden cantato in screaming e suonato con chitarre un po' più distorte e sporche. Forse è un paragone esagerato, ma in fondo non è troppo lontano dalla verità: le ritmiche tendono all'heavy - thrash metal, abbandonando i furiosi e continui blast - beat; le successioni di riff ricordano moltissimo le funamboliche evoluzioni dei primi Maiden (ascoltate per esempio "Solarfall", e ditemi se non vi fa tornare alla mente l'immortale classico "Where Eagles Dare"). Rimane solo l'inconfondibile scream di Abbath a ricordarci che a suonare sono sempre loro, i vecchi Immortal.

 Perfino la produzione, che nel genere "deve" essere sporca e confusa, qui risulta abbastanza pulita e ben curata (Tagtgren alla console fa sempre miracoli). Ma soprattutto, il punto di forza del disco è quello che ha reso famosi gli Immortal: la capacità di ricreare scenari di tempeste di neve, muraglie di ghiaccio, iceberg, fiumi gelati, semplicemente usando chitarra e voce. Niente tastiere se non in rarissimi momenti, niente orchestrazioni sovrabbondanti: solo puri riff di una chitarra gelida e tagliente, uniti ad una voce arcigna e malevola, che trasportano in un'atmosfera incredibile. Difficile spiegarlo a parole, bisogna ascoltare. Non ha senso elencare i brani uno per uno descrivendoli, poichè l'album è molto omogeneo e i brani sono tutti di alto livello, senza cadute di tono nè pezzi che spiccano maggiormente sul contesto generale. Tuttavia, un brano lievemente differente e più rappresentativo è la title track "At The Heart Of Winter": impossibile non sentirsi in mezzo ad una bufera antartica ascoltando la sinistra introduzione arpeggiata, aiutata per qualche minuto dalle uniche tastiere che troviamo in tutto il disco. E quando partono i primi riff, è meglio procurarsi qualche vestito caldo, o si rischia di sentire freddo per davvero. Un ultimo plauso va alla copertina, davvero spettacolare, e ai titoli dei brani, molto evocativi e perfettamente calzanti con lo spirito del disco. "At The Heart Of Winter" è in definitiva un capolavoro del genere, che consiglio vivamente a chiunque ami il freddo, poichè quest'album ve lo farà sentire sulla pelle dall'inizio alla fine. Lasciatevi dunque imprigionare in questa grotta di ghiaccio, ci troverete dentro molte sorprese...

01 - Withstand The Fall Of Time (8:31)
02 - Solarfall (6:04)
03 - Tragedies Blown At Horizon (8:57)
04 - Where Dark And Light Don't Differ (6:47)
05 - At The Heart Of Winter (8:02)
06 - Years Of Silent Sorrow (7:55)

sabato 4 dicembre 2010

Pantheist - "The Pains Of Sleep"

Serpent's Lair Productions, 2005
Anche i Pantheist hanno deciso di rilasciare i loro vecchi demo tramite un EP, cosa piuttosto comune quando si raggiunge una certa stabilità all'interno del panorama musicale e si vuole rendere disponibile quello che tempo addietro si dubitava perfino potesse essere pubblicato. Per essere un EP, questo "The Pains Of Sleep" è atipico: dura infatti un'ora abbondante, e nello specifico contiene due brani inediti, una cover e tutti i pezzi del demo "1000 Years", alcuni dei quali non sono mai finiti su un album ufficiale e quindi sono disponibili solo da adesso. Una mera operazione commerciale per rimpolpare un pò la discografia?

 Assolutamente no. Andiamo con ordine e dividiamo questa release in più parti, parlando per prima cosa dei due brani inediti. L'opener track, che porta il nome dell'album stesso, è a mio parere la migliore traccia Funeral Doom che sia mai stata scritta da quando i Thergothon e gli Skepticism inventarono questo sottogenere nei primi anni '90. Potrebbe essere usata come colonna sonora per un funerale, ma sarebbe rischioso: il morto potrebbe decidere di risvegliarsi e alzarsi dalla bara, tanto è malefica e demoniaca questa composizione. Undici minuti abbondanti costruiti su una struttura e su una melodia estremamente elementare, eppure efficacissima (come del resto è stato per il magistrale riff iniziale di "Black Sabbath", ad oggi dopo 40 anni considerato il primo riff doom metal della storia, e si parla sempre di 3 note!). Un tempo pachidermico, lentissimo, soffocante nella sua spietata ridondanza; un accompagnamento di organo ecclesiale che insiste ostinatamente su note singole prolungate all'infinito; tremendi rintocchi di campana in corrispondenza con le pennate di chitarra, semplicemente enormi; una voce da officiante nero che mette i brividi. Il break centrale, ricchissimo di pathos e di drammaticità, ci porta ad una breve sezione cantata in growl, abissale e demoniaca come non mai, per poi ritornare sul tema centrale, che per certi versi ricorda non poco il tema di "Dies Irae". Un brano che fin dalle prime battute cattura irrimediabilmente e porta in un mondo parallelo. Non è da meno la successiva "Pavor Nocturnus", brano più ritmato e vario nonché ancora più oscuro, che ricorda moltissimo le cupe sonorità degli Evoken. Fino all'ottavo minuto pare non esserci speranza, quando parte un meraviglioso assolo di chitarra (dalla durata di ben 2 minuti e mezzo!) che, a rischio di ripetermi, personalmente considero come il migliore assolo di chitarra mai partorito da un gruppo Doom metal. I due brani valgono da soli l'acquisto dell'album, ma non è ancora finita: passiamo a quello che rimane, che non è poco.

La cover di "For Funerals To Come" dei Katatonia rende ottimamente giustizia all'originale tramite un perfetto riadattamento nello stile Pantheist, che sempre di più si sta affermando come personale e ben riconoscibile tra mille. Per il resto troviamo i brani del loro primo ed unico demo, antecedente alla pubblicazione del debutto "O Solitude". Troviamo le precedenti versioni di "Time", "Lust" (quest'ultima pubblicata successivamente sul loro secondo album "Amartia") ed "Envy Us", che reca al suo interno omaggi a niente meno che il Preludio in Do minore di Chopin e al Secondo Movimento della Settima Sinfonia di Beethoven, a memoria di come i Pantheist abbiano attinto dalla musica classica nelle loro composizioni, di fortissimo carattere "sacrale" e solenne, seppur non strettamente religioso. Quello che non avevamo ancora sentito su album è l'Intro, brano per organo che sfoggia perfino alcuni interessanti virtuosismi ed accelerazioni, "Liefde Voor Niemand", splendido e malinconico duetto tra pianoforte ed organo, e "1000 Years", brano lento e opprimente come da perfetta tradizione del gruppo, anch'esso accompagnato da pesanti e insistenti note d'organo e pianoforte, che lo rendono ugualmente adatto come colonna sonora di un funerale. Del resto, se il genere si chiama Funeral Doom Metal, un motivo ci sarà. Per i fan del gruppo questa è un'uscita significativa, da non perdere, specialmente per i due brani inediti che sono assolutamente di ottimo valore: per gli altri, questo EP può essere utile per iniziare a conoscere il gruppo, ma visto che dura praticamente come un'album, forse è meglio partire con i dischi ufficiali, prima di dedicarsi anche all'esplorazione di questo interessantissimo mini - album. La prima traccia potrebbe essere un vero shock...

01 - The Pains Of Sleep (11:24)
02 - Pavor Nocturnus (14:05)
03 - For Funerals To Come (Katatonia Cover) (3:38)
04 - Intro (2:37)
05 - Time (7:24)
06 - Lust (4:55)
07 - Envy Us (7:55)
08 - Liefde Voor Niemand (4:03)
09 - 1000 Years (6:05)

venerdì 3 dicembre 2010

Opeth - "Blackwater Park"

Music For Nations, 2002
Come non annoverare gli Opeth tra i grandi, anzi tra i grandissimi dell'intera scena metal mondiale? Non è un'esagerazione: il combo svedese ha saputo, pubblicando album magistrali uno dopo l'altro, costruirsi un proprio sound assolutamente inconfondibile, attraverso l'impiego di molteplici influenze e un'enorme dose di fantasia e creatività. Questo li ha portati ad essere ormai tra i mostri sacri del metal "colto", raffinato, seppur potentissimo e granitico come ci si aspetta da una band death metal. Perchè alla fine gli Opeth suonano death metal, massicciamente contaminato da una vena progressive e da un grande utilizzo delle chitarre acustiche. La definizione che è sempre parsa più consona per incasellarli è infatti sempre stata "Progressive Death Metal". Innegabile è il fatto che ormai si siano costruiti una propria identità personale fortissima, che li porta a non somigliare praticamente a nessun'altra band metal in circolazione. Questo album, risalente al 2002, è l'ennesima conferma dell'evoluzione che il gruppo prosegue fin dagli albori della sua carriera, passando dalle atmosfere grezze dei primi album, successivamente per l'irruenza del bellissimo e sottovalutato "My Arms, Your Hears", poi per i suoni caldi e avvolgenti di "Still Life", per arrivare infine ad un disco particolarmente duro, severo, possente e intransigente come questo "Blackwater Park". 

Gli elementi del suono Opeth sono particolarmente facili da distinguere durante l'ascolto, ma non così semplici da definire. Mikael Akerfeldt, Peter Lindgren e soci fanno un massiccio uso di distorsioni massacranti, sezione ritmica sempre in evoluzione e mai statica, incredibili quantità di riff diversi all'interno di ogni composizione, un growling semplicemente eccezionale, pregevoli e frequenti stacchi acustici cantati in voce pulita, ricercatissime melodie ed un quasi totale rifiuto della "forma canzone", attuato tramite la creazione di brani spesso lunghissimi e dalla struttura non convenzionale. Assorbono una forte influenza dal rock progressivo anni 70, dai Porcupine Tree (di cui sono grandi amici, infatti lo stesso Steven Wilson ha curato la produzione di quest'album e ne ha suonato / cantato alcune piccole parti), talvolta perfino dalla musica folk. Non lasciatevi ingannare però da questa descrizione sommaria: c'è molto di più da ascoltare nei dischi degli Opeth, e gli aspetti più importanti non sono mai esplicabili tramite le parole. Incasellarli in qualche canone non renderebbe giustizia all'estro compositivo della band, che risalta sia nella complessità che nella semplicità. Si inizia con The Leper Affinity", brano vorticoso e trascinante, aggressivo al punto da ricordare la potentissima "April Ethereal". Un vero e proprio ciclone di riff e intrecci chitarristici, ora irruenti ora melodici, non ci lascia nemmeno un momento per respirare, se non quando qualche piccolo break acustico riesce a spezzare il muro sonoro, ma senza per questo risolvere la tensione. Lo splendido growl di Mikael, mai fastidioso e sempre ottimamente modulato, ci dà il colpo di grazia per quanto riguarda i sensi, prima che il brano si chiuda con un un desolato e confuso pianoforte, quasi perso nello spazio profondo. La maligna "Bleak" è un pezzo oscuro e schiacciasassi come pochi nella storia del gruppo, estremamente affascinante con le sue melodie decadenti e la sua potenza inarrestabile, spezzata a metà da un break dal sapore settantiano. E quando il brano riprende quota, non ce n'è per nessuno, si salvi chi può. Sicuramente uno dei migliori mai partoriti dal gruppo. "Harvest" invece è un brano totalmente acustico e malinconico, che mostra la seconda faccia degli Opeth, quella più intimista e introspettiva. Sei minuti di tranquillità e semplicità, ma assolutamente non piattezza. "The Drapery Falls" ci ammalia inizialmente con una lunga parte cantata in pulito, per poi esplodere in una strofa centrale particolarmente dura, veloce e dissonante, interpretata da un Mikael ringhioso e spietato. Sta a voi scoprire come va a finire. "Dirge For November" è una nenia funebre di una tristezza disarmante, forse il brano più emotivamente devastante mai inciso dagli Opeth: si apre con una dolcissima chitarra acustica sostenuta da una voce sconsolata, che farebbe pensare ad un intermezzo d'atmosfera, ma ecco che le chitarre iniziano a fare sul serio, con enormi riff sostenuti dalla doppia cassa, che condensano in poche note la tristezza inconsolabile di un funerale, della perdita di qualcuno di amato. Il growl di Mikael si ingrossa ancor di più, schiacciando completamente qualsiasi sentimento positivo e risucchiando la voglia di vivere, finchè la tempesta non si calma ed un lungo finale acustico ci accompagna per mano, desolati e inerti di fronte ad una tale espressività di sentimenti. Meravigliosa. Si prosegue con "The Funeral Portrait", ritmata e veloce, popolata da riff assolutamente esaltanti e altri intarsi memorabili tra le due chitarre. E poi qualcuno dice che non si può fare ottima musica usando esclusivamente chitarra, basso, batteria e voce. Gli Opeth sono la perfetta dimostrazione che non è così. La breve ma intensa strumentale "Patterns In The Ivy", eterea e sognante, ci conduce al gran finale con "Blackwater Park": brano estremamente vario e permeato da una tensione esplosiva, talmente densa e pregnante da poterla tagliare a fette. Un inizio cadenzato sfocia in un inquietante break atmosferico di qualche minuto, che è solo l'inizio della fine...poichè la cavalcata finale è uno spettacolare ed angosciante crescendo, che aumenta minuto dopo minuto, inscenando una vera e propria Apocalisse. Anche in questo caso il finale è veramente una sorpresa.

Non ci sono "se", non ci sono "ma": un gruppo come gli Opeth è quanto di meglio possiamo trovare nel panorama musicale moderno (metal e non). E questo "Blackwater Park" è probabilmente il loro miglior lavoro, il più oscuro, il più intenso, il più maledettamente emozionante. Da avere assolutamente, specialmente per gli scettici che pensano che la musica estrema non abbia nulla di buono da dire.

01 - The Leper Affinity (10:25)
02 - Bleak (9:18)
03 - Harvest (6:03)
04 - The Drapery Falls (10:55)
05 - Dirge For November (7:55)
06 - The Funeral Portrait (8:46)
07 - Patterns In The Ivy (1:54)
08 - Blackwater Park (12:08)

giovedì 2 dicembre 2010

Agalloch - "Ashes Against The Grain"

The End Records, 2006
Dopo la pubblicazione dell'acclamato "The Mantle", che rappresentava un vero e proprio inno alle atmosfere bucoliche e alla bellezza della Madre Terra, c'era un pò di fermento in attesa che uscisse il nuovo album degli Agalloch. Fino all'arrivo di questo "Ashes Against The Grain", il gruppo si era fatto vivo solo con i due controversi mini album "The Grey" e "Tomorrow Will Never Come", che nella loro apparentemente insensata brevità rappresentavano una fuga sperimentale, circoscritta ad un momento particolare nel quale la band sentiva l'esigenza di sondare il terreno con nuove sonorità e nuove soluzioni stilistiche. Qualcuno, sentendo gli improbabili risultati di un disco come "The Grey", aveva paventato l'arrivo della caduta di stile, l'incidente di percorso che avrebbe rovinato la discografia sinora impeccabile della band: ma fortunatamente non è stato così, poichè le particolari sperimentazioni proposte negli extended play sono rimaste limitate a sè stesse, mentre l'album vero e proprio ha condensato nuovamente tutta la maestria degli Agalloch in un prodotto che non si può definire in altro modo che un capolavoro, una dimostrazione di quanto questa band sia fuoriclasse.

Come si può facilmente intuire, con "Ashes Against The Grain" è cambiato molto rispetto a prima. Ora sono le chitarre elettriche, e non più quelle acustiche, a dominare la scena, ma il nuovo e fondamentale mattone costitutivo è la psichedelia, l'influenza del post rock e le sonorità ambient, che entrano massicciamente a far parte delle composizioni conferendo loro un alone più misterioso ed enigmatico, molto più difficile da assimilare ai primi ascolti. Abbandonate le atmosfere rilassate e pacifiche di "The Mantle", così come la magica schiettezza del debutto "Pale Folklore", il suono diventa pesante, massiccio e severo, con muri di chitarre impenetrabili e sulfuree, chitarre che avvolgono in spire gelide, invece di pennellare scenari di sole e beatitudine. Ce ne accorgiamo subito ascoltando la nebulosa opener "Limbs": raramente avevamo sentito una pesantezza simile in una canzone degli Agalloch, e soprattutto un carattere così ipnotico e ossessivo, con quella costante sensazione di tensione che non riesce mai a trovare un compimento, continuando ad accumularsi. Dopo un'introduzione fischiante, gli strumenti si associano in un muro compatto che sostiene un cantato anch'esso diverso: il particolarissimo scream di John Haughm ha inasprito il proprio timbro, facendosi rabbiosa, disperata e per certi versi quasi allucinata ... ma cosa succede? Di colpo tutto tace e fa capolino una tristissima melodia di chitarra acustica, che commuove all'istante con la sua disarmante semplicità. Ma è solo un oasi di pace in mezzo alla tempesta: in un finale ancora una volta carico di pathos, il brano recupera quota e ci annichilisce nuovamente, lasciandoci senza fiato. Alla fine dei dieci minuti di questa intensa opera capiamo già che l'album sarà un macigno emotivo piuttosto difficile da digerire, ma ci viene in soccorso la veloce e ritmata "Falling Snow", una up - tempo rabbiosa e melodica nello stesso momento, che si apre con un riff di chitarra semplicemente entusiasmante per poi proseguire in un turbine di ritmi veloci e fughe chitarristiche pregevoli, ripetute mille volte senza per questo essere noiose.

Un breve intermezzo ambient, che coerentemente con il titolo riporta alla mente l'immagine di un'immensa montagna innevata sulla quale avventurarsi in attesa della morte liberatrice, ci porta dunque a "Fire Above, Ice Below", dove ritroviamo finalmente la pace dell'uomo che si trova al cospetto della bellezza della natura, in un brano che cresce lentamente tra dolci sezioni acustiche e improvvise cavalcate elettriche. Armonie meravigliose, motivi chitarristici gementi e il classico growl sussurrato, quasi impalpabile, nel complesso rendono il pezzo uno dei più evocativi ed emozionanti mai scritti dagli Agalloch, un brano da rivivere millle e mille volte, trovandoci sempre qualcosa di nuovo ad ogni nuovo ascolto. La successiva "Not Unlike The Waves" è un altro pezzo stupefacente, probabilmente il vero capolavoro degli Agalloch ad oggi: un riff polveroso e instabile, ritmica cadenzata e marziale, alternanza tra sezioni ruvide e parti melodiche di ottima fattura, urla lancinanti (è ormai entrato nella storia della band il memorabile e disperato grido "Solstafir!", parola islandese che sta ad indicare i raggi solari al crepuscolo), il cantato pulito che qui diventa protagonista quasi assoluto e raggiunge vette di melodiosità degne dei migliori Ulver ... in sostanza, un brano perfetto, la consacrazione definitiva dell'estro della band, che assembla tutto ciò che sa fare meglio in un unico, indimenticabile e possente capolavoro.

Emotivamente quasi esausti, giungiamo infine alla trilogia finale composta dalle tre "Our Fortress Is Burning...", una sorta di ripresa della mitica "She Painted Fire Across The Skyline", che era anch'essa divisa in tre parti. Nel complesso è un pezzo quasi totalmente strumentale, nel quale si sentono maggiormente gli influssi post rock, finalmente liberi di sfogarsi come avrebbero voluto fare fin dall'inizio del disco, ma sapientemente trattenuti per lasciare all'ascoltatore la sorpresa finale. I tre pezzi potrebbero addirittura ricordare gli indimenticabili Isis di "Oceanic": lunghe sezioni strumentali che si sviluppano lentamente, in un fiume continuo che porta via con sè senza lasciare possibilità di uscirne, trascinati dalla corrente che non si ferma mai. La storia che vi sta dietro è drammatica, seppur recitata con pochi versi: la nostra fortezza (cioè il mondo intero) sta crollando, i cieli sono tinti di rosso, non c'è speranza per l'uomo, il suo Dio è stato un fallimento totale. I primi cinque rarefatti minuti ci trasportano nel vivo della scena con la drammatica "Bloodbirds", nella quale la depressione esistenziale raggiunge il culmine: essa è una cavalcata che potrebbe ricordare una battaglia, sostenuta da sofferti assoli di chitarra, una cavalcata che travolge tutto e tutti fino ad arrivare all'epilogo "The Grain": oltre sette minuti di minimalismo elettronico e sperimentazioni rumoriste, una perfetta conclusione per simboleggiare un mondo devastato nel quale non è rimasto nulla, solo distruzione e morte.

Per chi fosse tanto fortunato da avere la versione limitata su vinile, ci sarà anche una lunghissima bonus track strumentale: "Scars Of The Shattered Sky", un brano estremamente dilatato e rarefatto, onirico e perfino rilassante, dopo un'odissea così carica di emozioni. In conclusione, "Ashes Against The Grain" non è un album immediato e semplice da digerire: oltre ad essere molto variegato e ricco di influenze diverse, ha un carattere molto "chiuso", freddo, distaccato. Estremamente depressivo e sottotono, è un disco che ho ascoltato spesso nei momenti più tristi e vuoti della mia esistenza, per esempio la domenica pomeriggio, quando fuori piove o nevica, e la quieta immobilità del mondo suggerisce pensieri infelici e deprimenti. Non ho mai trovato una colonna sonora più adatta per accompagnare tali frammenti di vita: "Ashes Against The Grain" è sofferenza, è dolore sublimato, è l'irrimediabile solitudine dell'uomo. Bisogna entrare nel suo mondo poco alla volta, ma vale la pena fare questo piccolo sforzo, perchè quando le sue gelide note vi avranno avvolto il collo in una morsa, e avrete accettato con rassegnazione il suo freddo abbraccio, scoprirete che gli Agalloch hanno concepito un insuperabile capolavoro che merita di essere iscritto negli annali della musica di tutti i tempi.

Molto probabilmente, il loro miglior disco di sempre.

01 - Limbs (9:51)
02 - Falling Snow (9:38)
03 - This White Mountain On Which You Will Die (1:39)
04 - Fire Above, Ice Below (10:29)
05 - Not Unlike The Waves (9:16)
06 - Our Fortress Is Burning...I (5:25)
07 - Our Fortress Is Burning...II (Bloodbirds) (6:21)
08 - Our Fortress Is Burning...III (The Grain) (7:10)

mercoledì 1 dicembre 2010

Pantheist - "Journey Through Lands Unknown"

Firedoom Records, 2008
I belgi Pantheist possono essere considerati come la mosca bianca della scena Doom metal. Questa poliedrica band ha stupito non poco i fan del genere nel corso degli anni, pubblicando lavori sempre innovativi e caratterizzati da un'inesauribile vena creativa e sperimentale, che li ha portati ad immettere nei propri album le influenze più disparate. Suoni caleidoscopici e dal gusto talvolta retrò, atmosfere cangianti e sulfuree, melodie di una bellezza indescrivibile, brani lunghi e dall'evoluzione imprevedibile: i Pantheist sono famosi per questo, e possono annoverare ben pochi rivali capaci di seguirli su tali territori.

"Journey Through Lands Unknown" è a mio parere la summa compositiva del gruppo, che consacra definitivamente l'abilità di questa band e la fa emergere con prepotenza dal substrato underground nel quale è rimasta intessuta per anni. Nonostante i Pantheist siano spesso classificati come gruppo Funeral Doom, è bene dire che ciò è vero soltanto per quello che riguarda la base sonora e l'attitudine generale: per il resto, i nostri spaziano tra sonorità di vario tipo. Appricci death, ritmiche che a tratti ricordano addirittura il rock anni 70, l'uso di decine di strumenti diversi (campionati dalla tastiera), la comparsa di improvvise accelerazioni che appaiono spiazzanti eppure mai fuori luogo: insomma, creatività senza limiti. Il tutto senza mai perdere l'alone "religioso" e spirituale che da sempre caratterizza la musica del gruppo: pur non essendo associati ad alcuna religione, come del resto s'intende dal loro nome, i Pantheist hanno sempre puntato molto sulle atmosfere sacrali, a metà tra una messa cristiana e una rituale oscuro. Atmosfere blasfeme e profondamente ispirate nello stesso tempo, capaci di scavare nell'anima e mettere i brividi. Questo si era visto in particolare nel loro ottimo full - length "Amartia", un intenso concept album sui sette vizi capitali; un pò meno nel loro album di debutto "O Solitude", che mostrava un doom metal molto cupo e vicino ai canoni del genere, seppur già molto creativo e variegato. Dopo la pubblicazione dell'eccellente EP "The Pains Of Sleep", che con sole due tracce inedite meritava tuttavia l'acquisto, ecco che questo ultimo album ha il compito di spiazzare nuovamente, di far smarrire l'ascoltatore in un mondo sconosciuto e nuovo, come per l'appunto recita il titolo dell'album. "Journey Through Lands Unknown" è un vero viaggio, che tratta mille stati d'animo diversi e lo fa con l'uso di mille soluzioni sonore diverse.

Risulta piuttosto difficile giudicare in modo univoco un lavoro di tale portata, data per l'appunto la sua estrema varietà. Già l'opener "Deliverance" lascia stupiti: un inizio sussurrato e arpeggiato, che cresce lentamente immerso in un'atmosfera rilassante, si trasforma in una cavalcata metallica martellante, che aumenta sempre più la velocità fino a che un sorprendente organo Hammond interviene a spezzare la tensione. Nella seconda parte ecco di nuovo ritmiche tecniche e frenetiche, sostenute da un growl possente e aggressivo, e di nuovo il brano si calma in un'eterea rassegnazione, mentre la voce ritorna pulita e solenne, come se stesse partecipando ad un magico rituale. Ed è solo l'inizio. Memorabile è anche l'inizio di "Unknown Land", con i suoi passaggi di pianoforte cromatici e insistenti e gli arrangiamenti di tastiera che ricordano moltissimo la musica araba...ma cosa troviamo a metà brano? Una ritmica tipicamente thrash metal, con una voce che ricorda quasi Phil Anselmo! E ancora una volta i nostri ci hanno lasciato parecchio incuriositi. La successiva "Dum Spiro Despero" è un brano più cadenzato, ancora una volta impreziosito da un organo Hammond che svirgola a destra e a manca in modo quasi beffardo. I cori in pulito che troviamo a metà canzone hanno anch'essi un carattere quasi goliardico, e se non ci fossero le chitarre potentemente distorte in sottofondo potremmo pensare quasi ad un brano giocoso e trascinante. Ora è il momento di un breve ma toccante brano acustico, "Haven": suoni di chitarra pulitissimi e armoniosi si intrecciano in maniera molto semplice, ripetendo accordi e arpeggi meravigliosi che vengono affiancati successivamente da un'armonica, uno tra i tanti strumenti che il gruppo usa per arricchire le proprie composizioni. Tre minuti di assoluta beatitudine che conducono a "Oblivion", brano soffuso e malinconico, che si regge su un giro di chitarra e tastiera iniziale da brivido, probabilmente il momento migliore dell'intero album. La meravigliosa melodia però non viene sfruttata ulteriormente, preferendo spaziare su altri lidi, e il brano prosegue marziale verso la lunga "The Loss Of Innocence", vera epopea all'interno della morale umana. Si tratta di un brano epico e solenne , giostrato tra un profondo growl e cori spirituali, caratterizzato da una progressione lenta e sfiancante e da splendide aperture melodiche di solo pianoforte. Un meraviglioso finale ci conduce all'ancor più lunga "Eternal Sorrow", brano oscuro e potente, dove i riff di chitarra acquistano notevole importanza, le ritmiche si fanno nuovamente trascinanti e gli assoli di chitarra finalmente danno un contributo significativo. Chiude l'album la particolarissima "Mourning The Passing Of Certainty", basata unicamente su cori di varia natura, accompagnati da un tappeto di violini e da un tamburello che batte un ritmo dal sapore tribale e ritualistico.

L'album è molto complesso e richiede molto più di pochi ascolti per essere compreso: e anche allora non sono sicuro che possa essere capito del tutto. La grande eterogeneità può risultare fuorviante e dispersiva, ma di sicuro i Pantheist hanno messo in questo lavoro tutta la loro passione, un'estrema attenzione ai dettagli e alle sfumature, e soprattutto la volontà di creare qualcosa di originale e personale. Direi che ci sono riusciti, e per questo motivo li promuovo a pieni voti, raccomandandoli a tutti gli amanti della buona musica (e non solo del buon metal). La classe non è acqua, diceva qualche saggio...

01 - Deliverance (9:00)
02 - Unknown Land (7:42)
03 - Dum Spiro Despero (8:38)
04 - Haven (3:02)
05 - Oblivion (5:43)
06 - The Loss Of Innocence (11:14)
07 - Eternal Sorrow (12:01)
08 - Mourning The Passing Of Certainty (5:23)

martedì 30 novembre 2010

Meshuggah - "Nothing"

Nuclear Blast, 2002
La parola "Meshuggah", in lingua ebraica, significa "pazzo". Di sicuro il nome non è casuale: questo "Nothing" è un album che non può essere partorito altrimenti che da menti pazze e sconclusionate, assolutamente malate.

Proseguendo un'evoluzione musicale che ha avuto inizio con "Destroy, Erase, Improve" e punto medio con "Chaosphere", arriva ora questo "Nothing" a spostare ancora più all'estremo le coordinate sonore della band. In questo album non troviamo più "musica" nel senso stretto della parola: la melodia è completamente vaporizzata, assente. Le armonie sono acide, fredde e meccaniche; i ritmi talmente destrutturati e mutevoli da far perdere l'orientamento. Una sorta di sperimentazione estrema nel portare la musica verso la non - musica, verso l'assenza voluta di emozioni, verso il totale appiattimento del fattore "umano". Chitarre a otto corde, appositamente costruite per la band, creano suoni mai sentiti prima; la voce è raschiata e costantemente immobile di tono, non si può mai parlare di canto in senso stretto, ma nemmeno di rap, non si può parlare di niente. Tutto l'album è un inno all'atonalità, alla destrutturazione e alla mancanza di regole, al caos primordiale trasposto nell'era della tecnologia. Il risultato è ambiguo: i pezzi sono tutti piuttosto lenti, ma pesantemente artefatti e raggelanti, ostili e privi di senso, se non quello di creare shock in chi ascolta. Il titolo dell'album recita bene: "Niente". Non c'è proprio nulla di musicale in quest'album, solo un'accozzaglia informe di riff privi di qualsiasi senso melodico e di inquietanti effetti elettronici che però fanno capolino solo di rado e rimanendo in secondo piano, come nella soffocante traccia conclusiva "Obsidian", mortalmente ripetitiva e schiacciante. A completare il tutto ci si mettono i testi, completamente alienati e schizoidi, da manicomio. Quasi del tutto inutile descrivere i brani, dato che bene o male si assomigliano tutti; perfettamente inutile cercare un senso alle canzoni (o meglio dire composizioni), e ancora più inutile cercare di rintracciare sentimenti o emozioni. Che dire in conclusione di "Nothing"? Un capolavoro o una mostruosa ciofeca? Spetta ai posteri dirlo, ma sicuramente consiglio di  non fidarsi di nessun entusiasta e di ascoltarlo prima di comprarlo. La delusione potrebbe essere davvero cocente.

Album disumano.

01 - Stengah (5:38)
02 - Rational Gaze (5:04)
03 - Perpetual Black Second (4:39)
04 - Closed Eye Visual (7:25)
05 - Glints Collide (4:55)
06 - Organic Shadows (5:08)
07 - Straws Pulled At Random (5:10)
08 - Spasm (4:14)
09 - Nebulous (6:33)
10 - Obsidian (4:20)

In The Woods... - "Omnio"

Misanthropy Records, 1997
Ci sono gruppi a cui la storia non rende giustizia. Spesso hanno queste caratteristiche: nascono, pubblicano pochi album e poi si sciolgono, e il pubblico semplicemente li ignora. Forse è proprio per questo che si sciolgono, in quanto non tutti riescono a vivere di musica e senza un buon responso di pubblico non si può tirare avanti a lungo, a meno di avere buone disponibilità economiche. Questo iter ha visto protagonisti anche i norvegesi In The Woods..., una delle band più sottovalutate ed inspiegabilmente ignorate dell'intero panorama metal. Sarà perchè troppo innovativi, o troppo coraggiosi, o semplicemente impossibili da incasellare in un unico sottogenere definito; oppure semplice sfortuna, che a volte ci mette lo zampino.

Fortunatamente, almeno in questo caso la carriera del gruppo ha potuto proseguire grazie ai Green Carnation, gruppo avantgarde - progressive metal dalla line - up molto instabile che ha visto entrare nelle sue fila moltissimi dei passati membri degli In The Woods..., garantendo così una sorta di continuità alla loro evoluzione musicale, seppur in forma trasfigurata. Sarebbe stato davvero un peccato limitare la carriera di questo interessantissimo gruppo ai tre studio - album che ha pubblicato nella sua breve carriera. Questo "Omnio" rappresenta il punto centrale, cioè il secondo album: già distanziato dalla matrice black metal del poliedrico debutto "Heart Of The Ages", ma ancora molto elaborato e lontano dal minimalismo che avrebbe successivamente contraddistinto "Strange In Stereo". Che musica si trova in questo disco? Dirlo è davvero difficile. Per chi ama etichettare i generi musicali, potrei definire la musica degli In The Woods... come un inusitato mix tra progressive metal, echi black, psichedelia settantiana di matrice pinkfloydiana, post - rock e qualche sprazzo di musica classica. Penso sia sufficiente per capire che si tratta di un gruppo davvero inclassificabile. L'album è molto eterogeneo e ricercato, non esiste la struttura facilmente memorizzabile che è già entrata in testa dopo due o tre ascolti, il mood passa continuamente dal malinconico all'epico, con qualche breve parentesi di aggressività che però non può lontanamente competere con quella che trovavamo sul loro album di debutto. Qui, infatti, lo screaming sparisce completamente e la voce è unicamente in pulito, e spesso troviamo duetti con una voce femminile, che talvolta si guadagna perfino il ruolo di protagonista.

L'opener "299.796 km/s" (che rappresenta, per i profani della fisica, la velocità della luce nel vuoto) è un mastodontico brano di quasi quindici minuti nel quale troviamo veramente di tutto: meravigliose sezione d'archi unite ad arpeggi dolci e sognanti, chitarre mai troppo distorte, improvvise accelerazioni dove riaffiora tenuemente il  carattere black metal, un'evocativa voce maschile che talvolta si perde in duetti da brivido con il soprano, cavalcate elettriche stupendamente arrangiate, un gran finale che chiude quasi un'odissea teatrale, nella quale non c'è un singolo passaggio ripetuto una volta di troppo. Per costruire un brano simile, tralaltro dal testo meraviglioso, servono le idee, e chiaramente a questa band non mancavano: anzi, direi che ne avevano anche troppe. Ci districhiamo poi tra un episodio aggressivo e spinto, "I Am Your Flesh", diviso tra velocità e stacchi ricchi di atmosfera, tesi e in perenne attesa di una risoluzione. Il breve intermezzo "Kairos!" ci porta alla struggente "Weeping Willow", dominata dalle chitarre, che danno il meglio di sè costruendo lunghe sezioni soliste di grande espressività e dolcezza. Infine giunge il momento della suite finale, la monumentale "Omnio" divisa in tre tracce, nella quale fanno capolino gli echi settantiani, molto cari ai Pink Floyd di "Ummagumma" e "Wish You Were Here" (evidentissimi nella strumentale centrale, "Bardo"), uniti a lunghe cavalcate tipicamente metal impreziosite da mille elementi diversi, che denotano una creatività e una profondità compositiva non comune, che purtroppo è stata fraintesa dal pubblico, condannando gli In The Woods... a rimanere nell'underground senza mai ricevere un vero consenso. Un vero peccato.

Sicuramente "Omnio" è un album di difficile comprensione, da ascoltare più volte e con attenzione, da accantonare e riprendere in mano dopo anni, per scoprire che non ha ancora finito di dire tutto quello che aveva da dire. La tipica descrizione di un classico, che continua a raccontare la sua storia nel corso degli anni, senza poter mai dire di averla realmente terminata. "Omnio" è caldamente consigliato a chi nella musica ricerca la sperimentazione e la libera espressione artistica, più che compartimenti stagni di categorie predefinite.

01 - 299.796 KM/S (14:48)
02 - I Am Your Flesh (7:09)
03 - Kairos! (3:36)
04 - Weeping Willow (11:41)
05 - Omnio (Pre) (12:00)
06 - Omnio (Bardo) (5:54)
07 - Omnio (Post) (8:09)

lunedì 29 novembre 2010

Necrodeath - "Black As Pitch"

Scarlet Records, 2001
Un album devastante questo "Black As Pitch", una di quelle mazzate che afferrano dritto alla giugulare e lasciano storditi per la violenza sonora che sprigionano nell'arco di meno di quaranta minuti.

Dopo l'ultimo album pubblicato nel 1999 intitolato "Fragments Of Sanity", la band è stata per ben dieci anni ferma, ritornando però improvvisamente sulle scene con "Mater Of All Evil", e successivamente con questo "Black As Pitch", probabilmente il lavoro più spinto ed estremo della carriera del gruppo. La cosa più interessante, se mi è permesso un piccolo moto di orgoglio, è che i Necrodeath sono italiani, e soprattutto che ormai sono stati presi come punto di riferimento da molte band del settore estremo in giro per il mondo, per loro stessa ammissione (ad esempio dagli At The Gates, padri costituenti del death scandinavo). In effetti, i nostri ci sanno fare quando si tratta di pestare duro, e negli anni hanno saputo ritagliarsi un'importante fetta nel panorama metal estremo. Quello che il gruppo propone in questo breve album è un assalto sonoro fatto di black - thrash metal, dalle forti tinte macabre e oscure e caratterizzato da tonnellate di violenza ragionata ed efficacissima. La parte thrash è per quanto riguarda le ritmiche e il riffing, la parte black per quanto riguarda le linee vocali: il risultato è una sfilza di brani logicamente brevi, che non dimenticano tecnica strumentale e perfino qualche sporadico accenno melodico, vaghi rallentamenti e stop and go, per poi tornare a picchiare senza remissione. Una sorta di "Reign In Blood" ancora più arrabbiato, estremo e nichilista: imperdibile per chi ama immergersi in un bagno sonoro rabbioso e devastante, da evitare per chi nella musica ricerca armonia e melodia più che ritmo martellante e feroce cattiveria.

Chi si lascerà esaltare dall'iniziare pugno nello stomaco di "Red As Blood", demoniaca e morbosa (la "Angel Of Death" del disco), arriverà alla fine dell'album assolutamente soddisfatto e desideroso di ricominciare da capo, in un'orgia di violenza spettacolare ed esaltante. Per gli altri, meglio esplorare altri territori, qui c'è spazio solo per i die hard della musica.

01 - Red As Blood (3:57)
02 - Riot Of Stars (2:46)
03 - Burn And Deny (2:55)
04 - Mortal Consequence (2:56)
05 - Sacrifice 2K1 (3:34)
06 - Process Of Violation (3:20)
07 - Anagaton (2:44)
08 - Killing Time (2:20)
09 - Saviours Of Hate (3:24)
10 - Join The Pain (2:49)
11 - Church's Black Book (8:08)

Apocalyptica - "Apocalyptica"

Universal, 2005
Si può suonare Metal usando esclusivamente tre violoncelli e una batteria? Per quanto assurda possa sembrare la domanda, la risposta è sì. Gli Apocalyptica, trio finlandese composto per l'appunto da tre violoncellisti, ne sono la prova vivente. Essi sono nati come cover - band, dedita a riproporre i brani dei Metallica in chiave metal grazie all'uso di violoncelli elettrici e distorti, uniti a normalissimi violoncelli acustici. Essendo però tre musicisti diplomati con 110 e lode all'Accademia musicale di Helsinki, non potevano non sentire l'impulso di dedicarsi ad una produzione propria, e così hanno fatto, iniziando con quest'album omonimo.

Per chi l'ascoltasse senza sapere nulla di loro, nè aver visto la splendida copertina, sarebbe abbastanza difficile rendersi conto che quei suoni potenti e distorti sprigionati altro non sono che i suoni dei violoncelli, distorti e amplificati a mille fino a diventare quasi indistinguibili dalle chitarre elettriche. Gli Apocalyptica spaziano infatti, con un album quasi totalmente strumentale, tra canzoni dolcissime e malinconiche come la meravigliosa "Farewell" e la mestissima "Ruska", sfuriate devastanti come "Betrayal/Forgiveness" (nella quale fa capolino un certo Dave Lombardo...), ballate in pieno stile love - metal come "Bittersweet" (con Ville Valo degli HIM come ospite d'onore), cavalcate acustico - elettriche di gusto talvolta classico, talvolta estremamente moderno. I violoncelli si intrecciano tra loro in un connubio magistrale, con ottime dosi di melodia mai scontata,  velocità e irruenza quando serve, e soprattutto senza che mai una sola chitarra faccia capolino, per quanto ciò possa sembrare incredibile. La tecnica strumentale sopraffina si unisce ad una produzione semplicemente perfetta, regalando un disco che è quanto di più vicino possa esistere alla perfetta fusione tra Metal e musica classica, sbilanciandosi costantemente ora in un senso ora nell'altro. Unico neo è, curiosamente, la traccia di apertura "Life Burns!": un brano così banale e scontato, seppur piacevolmente orecchiabile, potrebbe fuorviare gli ascoltatori e convincerli che si tratta dell'ennesima release di un gruppo clone della scena punk rock. Ma basta arrivare alla seconda traccia "Quutamo" per rendersi conto che i nostri non mancano di idee proprie e originali: una cavalcata in doppia cassa tra suoni distorti e trascinanti uniti alle calde sonorità del violoncello acustico, che si perde in virtuosismi eccellenti. E con il passare delle tracce, la situazione non fa che migliorare, con brani spesso brevi, incisivi e coinvolgenti, alternati ad episodi lenti davvero memorabili come la sopracitata "Farewell", vero inno alla malinconia più profonda, ma con un fondo di speranza nascente che non può che commuovere.

"Apocalyptica" è un disco eccellente, fresco e piacevolissimo, sempreverde: un disco da ascoltare per rendersi conto che anche dopo 50 anni di storia del rock c'è ancora qualcuno che ha qualcosa da dire. Un album in grado di mettere d'accordo praticamente tutti su cosa sia la musica fatta bene. Consiglio: quando la musica finisce, non spegnete il lettore...

01 - Life Burns! (3:06)
02 - Quutamo (3:28)
03 - Distraction (3:56)
04 - Bittersweet (4:26)
05 - Missconstruction (3:56)
06 - Fisheye (4:09)
07 - Farewell (5:33)
08 - Fatal Error (3:00)
09 - Betrayal/Forgiveness (5:13)
10 - Ruska (4:39)
11 - Deathzone (10:15)

domenica 28 novembre 2010

Ea - "Au Ellai"

Solitude Productions, 2010
Con questo album si chiude la trilogia "ancestrale" inaugurata nel 2006 dagli Ea, misterioso gruppo russo dalle caratteristiche totalmente sconosciute. Di loro conosciamo la provenienza, ma non i nomi dei componenti, nè il loro numero, nè altre informazioni. Sappiamo solo che pubblicano per l'etichetta Solitude Productions, la quale ha avuto un fiuto davvero magistrale nell'individuarli (ammesso che il gruppo non rappresenti lo sfogo artistico di qualche membro della label...). Non abbiamo i loro testi, poichè sono scritti in quella che a detta loro è un'antica lingua morta riscoperta dopo ricerche archeologiche.

Con la pubblicazione di "Ea Taesse" e di "Ea II", rispettivamente nel 2006 e nel 2009, gli Ea sono riusciti a ritagliarsi  per sè un'importante fetta della scena Funeral Doom Metal underground, costruendo un sound estremamente elaborato e ricchissimo di atmosfere sepolcrali e antiche. Ecco che ora, con questo terzo album in studio, si conclude finalmente il trittico, tematizzato sulle civiltà antiche. Se i primi due album seguivano una linea comune, fatta di inusitata e monolitica pesantezza sonora unita ad orchestrazioni ferali e oscure dotate di una forza evocativa spaventosa, "Au Ellai" rappresenta un netto cambio di stile: già dalla prima traccia, la lunghissima "Aullu Eina", possiamo sentire come l'atmosfera si sia fatta meno pesante e meno opprimente, le chitarre soliste abbiano guadagnato un posto di rilievo e il suono appaia più luminoso e melodico, pur mantenendo sempre un carattere solenne e severo. Un'evoluzione musicale interessante, che rende il disco sicuramente più fruibile e meno ostico, senza che per questo si snaturi il carattere musicale degli Ea: a parte alcune eccezioni (come nella seconda parte di Taela Mu) i ritmi sono comunque molto lenti e l'alone "sacrale" che da sempre contraddistingue la band non è affatto stato abbandonato.

Le parti di chitarra sono diventate pregevolissime e in molti tratti protagoniste: lunghi e melodici assoli, ovviamente rallentati all'estremo, occupano buona parte delle canzoni. Se nel precedente "Ea II" le chitarre avevano il compito di creare muri sonori quasi impenetrabili tramite accordi prolungati quasi all'infinito e saturati di riverbero, qui invece le medesime si occupano di tessere melodie tristi e malinconiche, non dimenticando però un ottimo sottofondo orchestrale e tastieristico, alleggerito anch'esso e dal carattere più celestiale che infernale. Il mood malinconico è un qualcosa che gli Ea non avevano ancora esplorato, e rappresenta una piacevolissima variazione all'austerità del suono che contraddistingueva specialmente il roccioso "Ea Taesse". Un'altra novità è la presenza sempre più massiccia di parti cantate, anche se, come al solito, non si può capire assolutamente nulla dei testi, e il growling non è certo molto articolato a livello tonale, rimanendo sempre un sussurro rauco di sottofondo che accompagna la musica, più che guidarla. Meno importanza hanno i cori femminili, l'organo ecclesiale che non appare quasi più, il pianoforte che torna ad essere un fioco accompagnamento (ma dalla bellezza sconvolgente), la parte spiccatamente atmosferica ed eterea sulla quale il precedente full - length si era basato. Un pezzo come "Taela Mu", basato su un riffing di chitarra quasi "convenzionale" (in termini relativi!), non sarebbe mai potuto stare su nessuno degli album precedenti. A qualcuno questo album potrà far storcere il naso, e probabilmente i fan storici stenteranno a riconoscere la band che fino a qualche anno prima annichiliva le orecchie con chitarre mostruosamente potenti e atmosfere da messa nera, ma ciò non toglie che "Au Ellai" sia un album godibilissimo ed elaborato, melodico ma nello stesso tempo profondo e sentito. Difficile non riconoscere la qualità di questo lavoro, curato nei minimi dettagli e perfettamente bilanciato in ogni sua componente, con originalità e personalità da vendere.

Un ultimo plauso va all'artwork, semplicemente meraviglioso: al di là della solita frase che troviamo all'interno dei loro vuoti booklet, e che qui è peraltro quasi illeggibile, le splendide immagini di colate laviche sormontate da stormi di uccelli in volo non possono fare altro che confermare il carattere inusuale di questo album, una degnissima conclusione di una trilogia di capolavori. Per chi volesse farsi un'idea di come suonano gli Ea, consiglio di ascoltare l'ultima traccia "Nia Saeli A Taitalae", la più legata al passato della band, ideale ponte di collegamento tra i vari albumi. Non a caso rimane per ultima, come a simboleggiare la più perfetta conclusione che poteva esserci per questa storia, che merita davvero di essere raccontata. Anche questo è un album da avere, senza mezzi termini.

01 - Aullu Eina (23:47)
02 - Taela Mu (10:00)
03 - Nia Saeli A Taitalae (18:07)

sabato 27 novembre 2010

Agalloch - "The Mantle"

The End Records, 2002
Colline verdi e greggi di pecore, montagne innevate e profondi canyon, un pastore che cammina in solitaria reggendo il suo vecchio bastone. La potenza della natura che erode la roccia con forza spaventosa, facendo crollare su di essa tonnellate d'acqua ogni secondo. Sole, Luna, alberi e foreste, il tutto popolato da gnomi che lavorano alacremente per mantenere il delicato equilibrio della natura. Queste sono solo alcune delle immagini che possono venire in mente ascoltando il secondo full - lenght degli statunitensi Agalloch, che dall'Oregon ci regalano da anni dischi superlativi e profondamente ispirati dalla bellezza e dalla forza della natura. Dopo l'ottimo esordio di "Pale Folklore", che definiva il loro sound come un'interessante commistione di influenze gothic - doom, post - folk e qualche lieve spruzzata di black metal, il tutto amalgamato in maniera molto personale, questi quattro ragazzi si evolvono e vanno a produrre quello che è sicuramente l'album più bucolico e rilassato della loro carriera, il più vicino al concetto di "natura" in senso stretto, il più atmosferico ed evocativo.

Contrariamente alla linea "dura" che sarebbe seguita con la pubblicazione del roccioso "Ashes Against The Grain" e dell'ultimo nebuloso "Marrow Of The Spirit", in questo album gli Agalloch esplorano lidi di tranquillità e pace, grazie ad un massiccio uso delle chitarre acustiche e di sonorità calde e avvolgenti, sempre estremamente armoniche e mai dissonanti o stridenti. Brani lunghi, complessi, ricchi di sfumature dolcissime ma anche di parti ruvide e veloci, in costante incrocio tra una spiccata matrice folk e un gusto canoro black metal, espresso dal particolarissimo screaming sussurrato di John Haughm. Lungo l'intero album si respira una dolcezza soffusa, un senso di commistione con la natura nel suo significato più profondo, quello che si potrebbe provare ascoltando il ticchettio della pioggia che si infrange sul tetto di un rifugio montano. Ne è un ottimo esempio la lunghissima "In The Shadows Of Our Pale Companion": 14 minuti e 45 secondi di melodie malinconiche, lenti assoli di chitarra costantemente accompagnati dalla chitarra acustica, voce che passa dal sussurro rauco degli spiritelli del bosco fino alla voce pulita, limpida e solenne come l'acqua che sgorga da una cascata. Un tributo al muschio che cresce sugli alberi, alle foglie che cadono d'autunno, a qualsiasi cosa possiate immaginare riguardante la natura e la sua bellezza, poichè attraverso gli strumenti pare quasi di sentire il vero fruscio delle foglie, specialmente negli stacchi dove le due chitarre, acustica ed elettrica, suonano entrambe senza distorsioni e ammaliano irrimediabilmente. Ascoltare questo brano in cuffia, camminando per un bosco (come io ho fatto) è un'esperienza purificatrice, che porta quasi a voler abbracciare alberi e piante per dimostrargli il rispetto che meritano. Memorabile anche il testo, dove troviamo versi toccanti e poetici come "If this grand panorama before me is what you call God, then God is not dead". Pura introspezione, intrisa di una delicatezza illimitata e struggente.

I brani strumentali sono numerosi, ma non hanno una funzione riempitiva o preparatoria, bensì sono episodi a sé, perfettamente calati nel loro contesto. La psichedelica e sognante "Odal" è chiusa da un pianoforte malinconico e ammaliante; l'ipnotico interludio acustico "The Lodge", nella quale si sente una percussione che è prodotta da un vero cranio di cervo, è capace di far viaggiare con la mente grazie alla sua programmatica ripetitività; la ben ritmata e variegata "The Hawthorne Passage" potrebbe invece simboleggiare una corsa in un bosco popolato da alberi secolari. Chiudono il disco due semi - ballad quasi interamente acustiche: "And The Great Cold Death Of The Earth" è quasi un inno, da cantare attorno a un falò scoppiettante mentre la notte cala sulle montagne vicine, mentre "A Desolation Song", accompagnata da una dolce fisarmonica, ci saluta con le lacrime agli occhi, declamando una tristissima nenia di sfiducia verso l'uomo, incapace di amare come dovrebbe. "For love is the poison of life".

Più che un album, "The Mantle" è un vero e proprio inno alle potenze creatrici, al panteismo e all'adorazione verso la Terra, intesa come essere vivente e non solo come luogo dove la specie umana ha trovato riparo. La filosofia degli Agalloch è racchiusa perfettamente nella frase stampigliata sopra il CD, ed è la chiave di lettura per comprendere un disco tanto raffinato e poetico come questo:

"The happiest man is he who learns from nature the lesson of worship".

Da scoprire.

01 - A Celebration For The Death Of Man... (2:24)
02 - In The Shadows Of Our Pale Companion (14:45)
03 - Odal (7:39)
04 - I Am The Wooden Doors (6:11)
05 - The Lodge (4:40)
06 - You Were But A Ghost In My Arms (9:14)
07 - The Hawthorne Passage (11:18)
08 - ...And The Great Cold Death Of The Earth (7:14)
09 - A Desolation Song (5:07)

Ea - "Ea II"

Solitude Productions, 2009
Ci sono album che riescono veramente a trasportare chi li ascolta in un mondo diverso, nel quale le vicende terrene non hanno più alcuna importanza. Qualsiasi genere di musica può produrre questo effetto, ma certamente non ci riescono tutti i musicisti, consapevoli del fatto che la musica è un'arte troppo superiore per essere compresa dall'uomo, e che a volte non si può fare nulla se l'ispirazione non arriva. Nel momento in cui mi è arrivato tra le mani questo album, tuttavia, ho capito velocemente che questo è uno di quei dischi. La cosa strana è che della band in questione non si sa praticamente nulla: gli Ea dovrebbero essere russi e stando a quello che riporta il sito ufficiale dovrebbero essere in quattro, ma non si sa nient'altro. Non si conoscono i nomi dei componenti, non si conosce una localizzazione geografica precisa, non si conoscono i testi degli album. C'è perfino la possibilità che dietro questa band si nasconda una sola persona, dato che non c'è alcun genere di informazione certa. Quello che possiamo sapere degli Ea dobbiamo dedurlo dall'album stesso: così come era stato per il debutto "Ea Taesse", pubblicato nel 2006 dalla label russa Solitude Productions, c'è solamente una frase a spiegare chi siano questi misteriosi Ea. La frase recita, in maniera indubbiamente enigmatica, che i testi dell'album sono stati scritti e cantati in un'antica lingua morta, ricostruita sulla base di ricerche archeologiche. Ma non si sa quale lingua, e i testi non sono reperibili da nessuna parte. Aggiungono, poi, che gli Ea sono "la voce degli antichi", che ci ha raggiunto attraverso i secoli. Fine: questo è tutto quello che troviamo nei booklet dei loro album, dunque anche in questo anonimo "Ea II", che non reca nemmeno il logo della band sulla copertina, ma solo un'inquietante immagine radiografica. Anche il booklet riporta altre immagini simili, senza una parola di commento.

Una band che si presenta in un modo così insolito è indubbiamente interessante da approfondire. Non rimane dunque che lasciar parlare la musica, che è l'unica cosa su cui i misteriosi Ea hanno voluto concentrarsi. Chi li ha conosciuti grazie al debutto "Ea Taesse" sa già di che pasta è fatto il gruppo: esso propone infatti un'originale misto di Funeral Doom Metal e di musica d'atmosfera, dalle tinte fortemente sacrali ed epiche, quasi mai propriamente tristi e melanconiche come siamo abituati a sentire nel genere. "Ea Taesse" era un vero e proprio macigno sonoro, un monolite dalla potenza sonora devastante che esplorava con lentezza lidi oscuri e sepolcrali, con interessantissime soluzioni tecniche e l'uso di una vastissima gamma di effetti sonori. Ora, dopo tre anni di attesa, i nostri sono tornati con questo "Ea II", composto di due sole tracce senza titolo, dalla durata di ben ventidue e venticinque minuti. Va detto che la separazione delle tracce è di scarsa importanza, ascoltandolo tutto di fila non si riesce a capire il momento dello stacco, quindi possiamo dire che è un unico brano di 47 minuti. Anch'esso si muove sulle stesse coordinate del suo predecessore, ma con una nuova vena sperimentale che lo rende ancora più particolare. Definire in poche parole cosa sia questa musica è un'impresa assai difficile: ci troviamo di fronte ad un album particolarissimo, che unisce la lentezza e la pesantezza sonora tipiche del Funeral Doom con una venatura atmosferica da far paura, inserendo parti di tastiera, sezioni orchestrali e corali, sapiente e azzeccatissimo uso dell'organo ecclesiale (che acquista molto più valore rispetto all'album di debutto), e superbi inserti di pianoforte dalla timbrica spaventosamente oscura ed evocativa. La base del disco è un metal poderoso, ma essenzialmente molto scarno: le chitarre si fanno sempre più "muro" sonoro e non producono quasi mai dei veri e propri riff, limitandosi a lunghi e poderosi accordi più che accompagnano i rimanenti suoni e la voce. Quest'ultima, a parte i cori sintetizzati con il choir pad, non è altro che un profondissimo growl utilizzato come uno strumento musicale, in quanto produce suoni praticamente inarticolati: non aspettatevi di capire una sola parola, ammesso che le parole di questa lingua morta risultino comprensibili. Inoltre, la voce svolge un ruolo davvero gregario, in quanto le parti cantate sono davvero poche e il disco è quindi in gran parte strumentale. Mischiamo questi elementi tutti assieme, ed ecco che ne esce un capolavoro: le due composizioni, che in realtà sono fuse assieme a formare un unico lunghissimo brano, sono in continua evoluzione e avulse da qualsiasi struttura precostituita. Si alternano parti estremamente dure con momenti di quiete quasi assoluta, con il pianoforte e l'organo che sbucano quando meno li si aspetta, con i cori che donano una profondità eccezionale al suono, con le chitarre che raramente ho sentito suonare con tale potenza. Le parti orchestrali sono semplicemente meravigliose: basta ascoltare l'introduzione del primo brano, nella quale pianoforte e tappeti di violoncelli si uniscono per creare un'atmosfera cosmica e grandiosa, che è un po' quella che si riscontra in tutto l'album. Un lungo viaggio nelle profondità dello spazio, tra splendide e coloratissime nebulose, luce di stelle gigantesche e immense bolle di vuoto buissimo. Minuto dopo minuto, l'album trascina in un caleidoscopio di suoni e atmosfere diverse, pur rimanendo sempre molto semplice a livello strettamente compositivo - armonico, anche se abbastanza variegato a livello ritmico (la batteria compie molte interessanti evoluzioni, anche se molto meno rispetto ad "Ea Taesse", dove era intricatissima). E non c'è un momento che annoi: se si riesce ad entrare in sintonia con questo tipo di musica, che è obiettivamente molto difficile da assimilare, ogni minuto farà scoprire qualcosa di nuovo, in una progressione continua di epicità che porta ad uno spettacolare e tremendo finale d'organo, uno dei momenti più emozionanti di tutta la mia discografia.

Questo è ben più di un semplice album: lo considero come un regalo arrivato dall'alto, che grazie agli Ea ha potuto esprimersi ed essere immortalato nei solchi di un CD. Forse è per questo che gli Ea non rivelano la loro reale identità: forse non sono umani, ma divini. In definitiva, un capolavoro assoluto.

01 - Untitled (22:05)
02 - Untitled (25:22)

venerdì 26 novembre 2010

Fading Waves & Starchitect (Split Album)

Slow Burn Records, 2010
Debutto discografico sia per le due band Fading Waves e Starchitect sia per la casa discografica Slow Burn Records, nuovo interessante arrivo dalla Russia. Questo split album, insolitamente lungo per questa tipologia di uscita discografica, vede riunite due band che inaugurano la linea tenuta dalla label, ossia il cosiddetto post - metal, etichetta che a dire il vero non significa molto ma che tutti ormai più o meno sanno cosa sia. Per chi non lo sapesse, si tratta di sonorità sperimentali applicate al metal, con l'uso di atmosfere spesso oniriche e psichedeliche, lunghi "fiumi" strumentali apparentemente infiniti, ampio uso di dissonanze ed effetti. Un mix molto interessante, iniziato da band del calibro di Neurosis, Isis e Cult Of Luna, mostri sacri del genere che non tardano a fare capolino come influenze tra le note delle due band. Cominciamo subito con i Fading Waves: in realtà si tratta di una one man band, proveniente anch'essa dalla Russia. L'EP che qui propongono (le prime sette tracce) cattura subito l'attenzione con un sound pulito, dominato in eguale parte da tutti gli strumenti (in particolare da un basso onnipresente e molto protagonista), che progredisce in lunghissime sezioni strumentali di buon gusto e che solo raramente lascia spazio ad una voce, dal volume talmente basso da renderla quasi indistinguibile in mezzo agli strumenti. Non so se sia una scelta voluta o un errore di mixaggio, ma a mio parere la voce qui è anche inutile: per immergersi nell'universo sonoro dei Fading Waves sarebbero sufficienti solo gli strumenti, che tessono trame ricercate e sempre in evoluzione. Dunque, ottima scelta, se scelta è stata. A parte l'intro e l'outro, più la breve strumentale "Forever Closed", i brani sono tutti molto omogenei tra loro, ogni tanto impreziositi da qualche riuscitissima soluzione melodica che rompe il muro di pesantezza creato dai muri di chitarre (ad esempio la seconda parte di "Lights On Water). Episodio migliore a mio parere è la superba "Flows", meravigliosamente potente ed espressiva, dolce e ruvida nello stesso tempo. Per quanto riguarda i Fading Waves, direi che sono assolutamente promossi: il loro sound non sarà il più originale del mondo, ma è ben suonato e riesce a tenere incollati alle casse dello stereo per mezz'ora, e ciò è già un pregio non indifferente.

Passiamo agli ucraini Starchitect, che sono solo in due. Quando arriviamo all'ottava traccia capiamo subito che il sound è cambiato: maggiore aggressività, una voce finalmente in primo piano, lamentosa e rauca.  Le influenze dei grandi nomi del post - metal qui sono ancora più marcate (in certi momenti sembra proprio di sentire suonare i Cult Of Luna in persona). Soluzioni ritmiche più esasperate, una certa attitudine hardcore che però, a differenza del primo gruppo, non riesce a colpire particolarmente, rivelando un sound un pò immaturo. Ciò non toglie che ci siano dei buoni momenti, come "No It", il brano più lungo e atmosferico anche se in fondo è il più derivativo, e "Beauty Of Sin", che pur acerba riesce perlomeno a risultare aggressiva e potente, specialmente nella parte finale. Il gruppo ha alcune soluzioni interessanti, ma deve ancora lavorare parecchio ed eliminare certe imperfezioni e ingenuità che lo penalizzano. Ad esempio, è piuttosto irritante la voce femminile all'inizio di Triumph (The Right Way): sembra di sentire i Pink Floyd di "The Great Gig In The Sky", ma in una versione assolutamente non paragonabile all'originale. Anche la voce principale a volte mostra delle debacle, scadendo nel banale. Non all'altezza di chi li precede in questo disco, ma non del tutto da buttare via. Di certo, però, consiglierei di procurarsi questo album principalmente per ascoltare l'ottimo lavoro dei Fading Waves, gruppo davvero promettente che si spera potrà entrare presto a far parte dei grandi del cosiddetto post - metal. 

Fading Waves
01 - Rush Hour (1:28)
02 - Megapolis Depression (5:12)
03 - Lights On Water (7:01)
04 - Forever Closed (1:22)
05 - No Way Home (7:43)
06 - Flows (6:03)
07 - Waiting For End (2:08)

Starchitect
08 - Beauty Of Sin (5:39)
09 - No It (8:05)
10 - Home (1:41)
11 - Triumph (The Right Way) (4:07)
12 - Things, Happenings, People, Sadness (5:41)

giovedì 25 novembre 2010

Anathema - "The Silent Enigma"

Peaceville Records, 1995
Siamo nel 1995, la scena gothic - doom è nascente e inizia ad essere presa in considerazione. Quattro giovanissimi ragazzi britannici, dopo aver rilasciato alcuni album promettenti (in particolare l'ottimo Pentecost III), arrivano al compimento di quello che probabilmente è il capitolo migliore della loro discografia, e contemporaneamente un'icona del gothic - doom metal inglese, quella che li vedrà entrare come mostri sacri alla pari di gruppi come Paradise Lost e My Dying Bride.

"The Silent Enigma" è un album malato, oscuro, aggressivo e rabbioso in ogni nota, che trascina inesorabilmente in un vortice di nero pessimismo. Non si può definire altrimenti la musica degli Anathema (almeno quella che suonavano in quel periodo, avendo poi cambiato totalmente genere). La musica del gruppo è piena di dolore, sia fisico sia esistenziale, spoglia e cruda come poche. Ce ne accorgiamo subito dall'opener "Restless Oblivion", un'icona del doom metal nonchè uno dei migliori pezzi mai partoriti dal gruppo. Chitarre potentissime e un basso prepotente si fanno strada lentamente ma inesorabilmente macinando riff dalla pesantezza e cattiveria inaudite, mentre la voce dell'ottimo Vincent Cavanagh urla tutta la sua sofferenza animica con un timbro a metà tra il pulito e il growl. Timbri pesanti, dissonanti, incapaci di mediazione. "A bleak garden to cry, when my inamorato die". Questa frase potrebbe ben riassumere quello che si trova in questo "The Silent Enigma": un giardino spoglio nel quale disperarsi e dal quale assistere alla rovina del mondo e delle aspirazioni mortali, destinate allo sfacelo più totale. Un inquietante stacco, che vede protagonista un basso davvero malefico, non fa che aumentare la tensione, già palpabile, finchè uno straziante grido ci riporta in un marasma sonoro terrificante, che prosegue per la sua strada imperterrito e non lascia scampo. La disperata rabbia esistenziale è trasmessa dal giovanissimo cantante Vincent in una maniera straordinamente espressiva e genuina, senza inutili forzature o effetti. Il brano si conclude con un crescendo parossistico dell'ormai celebre ritornello, e finalmente gli strumenti e la voce tacciono, lasciandoci storditi da una tanto ragionata violenza. Restless Oblivion Forever. Non abbiamo molto tempo per riposarci, tuttavia: "Shroud Of Frost" ci porta in un mondo onirico e vacuo, sebbene espresso da altre chitarre pesantemente distorte. "Help me to escape from this existence". Quasi un universo lovecraftiano, a metà tra il reale e l'irreale, e ciò si nota anche dai testi, estremamente visionari. Assolutamente mirabile il finale, nel quale un muro chitarristico freddo e impenetrabile è accompagnato da cori angelici ed effetti elettronici pregevoli. Chiudete gli occhi mentre lo ascoltate, e vi sembrerà di fluttuare in un'altra dimensione spazio - temporale.

L'intenso finale sfuma introducendoci senza soluzione di continuità alla triste "Alone", brano acustico perduto in un abisso nero senza ritorno, dal quale giungono solo poche e deboli note più un'evanescente voce femminile, anch'essa smarrita irrimediabilmente. Un intermezzo inquietante che porta ad un altro dei cavalli di battaglia della band, "Sunset Of Age": arpeggi sognanti si uniscono ad una pesantezza ritmica e chitarristica invidiabile, che continuamente si azzittisce e riprende vigore, alternata a sezioni atmosferiche inquietanti. Con il duo "Nocturnal Emission" e "Cerulean Twilight" esploriamo lidi ancora più malati e stranianti, lisergici e altamente instabili. Grida di terrore, voci ansimanti, lunghe sezioni in contrattempo che non lasciano mai risolvere la tensione. La dolce "The Silent Enigma" interrompe il cortocircuito regalandoci un brano estremamente malinconico, dalle note vibranti, nel quale Vincent dà il meglio di sè con un cantato stanco e rassegnato, quasi piangente. Nella parte centrale di nuovo si ingrossano voce e strumenti, per poi allontanarsi progressivamente in modo incerto e confuso, come vagabondi. La magistrale "A Dying Wish" tinge la musica di grandeur epica, con la musica che parte in sordina e cresce sempre di più tra intrecci di arpeggi sempre più vicini ad esplodere in una cavalcata elettrica eccezionale, che travolge tutto. Una colonna sonora perfetta per annunciare la fine del mondo e il ritorno all'età della pietra, come declamato tristemente dallo stesso Vincent. Chiude l'album la nerissima strumentale "Black Orchid", funerea e straziante, la massima espressione musicale di angoscia e disperazione.

Quando l'ultima traccia smette di scorrere e sentiamo il rumore del lettore cd appena spento, non può non rimanerci addosso una sensazione di malessere generale, la sensazione che la musica abbia toccato le corde più profonde della nostra anima e ci abbia resi consapevoli del lato oscuro di ogni cosa. Disco semplicemente superlativo, che può piacere alla follia oppure essere odiato per la sua natura sfibrante e negativa, ma che indiscutibilmente trasmette emozioni vere in ogni singola nota.

01 - Restless Oblivion (8:01)
02 - Shroud Of Frost (7:31)
03 - Alone (4:24)
04 - Sunset Of Age (6:55)
05 - Nocturnal Emission (4:20)
06 - Cerulean Twilight (7:05)
07 - The Silent Enigma (4:25)
08 - A Dying Wish (8:11)
09 - Black Orchid (3:40)

mercoledì 24 novembre 2010

Agalloch - "Marrow Of The Spirit"

Profund Lore Records, 2010
Con questo nuovo album in studio si rifanno vivi i sempreverdi Agalloch, a due anni di distanza dalla pubblicazione dell'acclamato EP "The White" e a ben quattro anni dall'ultimo album vero e proprio (il metallico e psichedelico "Ashes Against The Grain"). Nel corso degli anni il gruppo ha sviluppato una personalità e uno stile invidiabile, che li ha portati ormai ad essere una band conosciuta e apprezzata da gran parte del pubblico metal. Non a caso, sono rarissimi i momenti di debolezza nella loro discografia, e questo nuovo "Marrow Of The Spirit" riesce ad essere ancora una volta un disco ispirato, ricco e mai banale. Questo soprattutto perchè è un disco diverso, che sicuramente ha l'effetto di spiazzare i vecchi fan, nel bene o nel male. Vediamo perchè.

L'ultima fatica del quartetto statunitense, infatti, sposta ancora un pò le coordinate della band, arrivando ormai lontanissimo dalle atmosfere soffuse di "The Mantle" che tanto avevano impressionato critica e pubblico. La musica si sposta verso atmosfere più dure e severe, mantenendo comunque la componente naturalistica con la quale abbiamo sempre identificato gli Agalloch. La novità più importante è un notevole appesantimento del sound, che ora si fa veloce e aggressivo, sostenuto da una batteria finalmente non più solo accompagnatrice ma anche protagonista di poderose cavalcate e irruente sfuriate. Il cambio di batterista infatti ha influito notevolmente sull'aspetto ritmico. Basta ascoltare l'inizio dell'album: dopo una breve introduzione, nella quale un triste e spaesato violoncello suona mestamente accompagnato solo dal suono della pioggia, la prima traccia "Into The Painted Grey" ci accoglie con una scarica di violenza che mai si è sentita nella musica del gruppo. Compaiono addittura i blast - beat, novità assoluta. Lo screaming di John Haughm abbandona i suoi peculiari sussurri e diventa un vero grido rauco, rabbioso e incalzante. I dodici minuti abbondanti di questa prima straordinaria traccia rimangono impressi fin da subito per via del loro forte impatto, e non di meno per la presenza di un lavoro solistico di chitarra davvero superbo: nel momento in cui la cattiveria sembra giunta al culmine, ecco sopraggiungere melodie avvolgenti che fanno rimanere col fiato sospeso.

Potremmo addirittura pensare che gli Agalloch abbiano deciso di darsi al black metal melodico, se la dolce introduzione acustica - elettrica di "The Watcher's Monolith" non ci riportasse agli Agalloch che già conosciamo, solo in versione più malinconica e introspettiva. I ritmi rallentano, le apparentemente dimenticate chitarre acustiche riprendono possesso della scena, ricompaiono gli evocativi cori che trasportano direttamente in una foresta autunnale attraversata da un profondo canyon, la cui sponda opposta è totalmente irraggiungibile. Anche se i nostri si sono incattiviti, non hanno certo perso la capacità di evocare scenari naturali con il solo uso della voce e delle chitarre, nè hanno perso la capacità di creare melodie splendide e ricche. Un vortice di riff, accelerazioni, rallentamenti e intrecci strumentali sfuma lentamente e il brano si chiude con alcune tristi note di pianoforte che suonano accompagnate dai suoni dei grilli la sera. Inizia quindi la lunghissima "Black Lake Nidstang", brano atipico, impalpabile e ricco di sperimentazione sonora. Qui la psichedelia di "Ashes Against The Grain" è perfettamente riconoscibile, e direi anche molto più intensa. Come non ricollegare gli stridenti suoni dei sintetizzatori all'acido epilogo di "The Grain" e di "Scars Of The Shattered Sky", che mostravano un mondo ormai rovinato da guerre e distruzioni tramite un suggestivo suono minimalista ed elettronico? Percussioni ipnotiche e voci sussurrate ci accompagnano per i primi minuti, poi si aggiunge una chitarra che pare non sapere esattamente dove andare, persa in un mare di incertezza. Finalmente il brano recupera una direzione e si sviluppa come una triste nenia, cupa e rassegnata, che trasmette una sensazione di smarrimento e incerto vagabondaggio. John passa da un sussurro appena accennato ad un cantato "lanciato nel vuoto", che non avevamo mai sentito da parte sua: grande l'espressività di questo poliedrico vocalist, che in questa occasione mi ha perfino ricordato Alan Nemtheanga, vocalist degli epici Primordial. Questo per far capire come il gruppo abbia effettivamente affrontato un'evoluzione musicale e sia riuscito ad incorporare elementi nuovi nel proprio sound, senza per questo snaturarsi. Il brano prosegue con un lungo intermezzo ambient e si conclude con un'inaspettata ed entusiasmante accelerazione, che finalmente risolve la tensione del brano e la scioglie come neve al sole. Arriviamo quindi a "Ghost Of The Midwinter Fires", il brano più legato al passato degli Agalloch, il più melodico e "leggero", che finalmente esplora tonalità positive e solari. Una spettacolare progressione chitarristica di svariati minuti, che porta soluzioni tecniche mai adottate ed interessanti effetti sonori, ci porta ad una parte centrale appassionata e violenta, dove ritroviamo i blast - beat e la rabbia tipicamente black metal, ma ecco che il suono si raddolcisce nuovamente e gli Agalloch ci regalano un finale mozzafiato, nel quale l'intesa tra le quattro chitarre usate in registrazione raggiunge la perfezione, tramite un intreccio magistrale. Ancora piacevolmente sconvolti da tutti questi episodi così coinvolgenti e così diversi tra loro, arriviamo all'ultimo brano, "To Drown", che ha il compito di chiudere il disco nella maniera più inconsueta. Si tratta di un altro pezzo soffuso ed evanescente, in totale contrasto con l'irruenza del brano precedente e nel quale ricompaiono il violoncello, la voce pulita e sussurrata, la chitarra acustica perduta nel suo mondo, la chitarra elettrica che si libra nell'aria con note acute e prolungate, come se volesse effettivamente spiccare il volo. Brano di una malinconia devastante, che si chiude con una dissonante abiura suonata da un violoncello ribelle, che riprende il tema dellla prima traccia. Questa conclusione non può non lasciare l'ascoltatore con un forte senso di smarrimento, come se non sapesse più dove girarsi.

Fedeli alla loro tradizione, che li ha sempre portati a riflettere bene prima di pubblicare un disco e a non lavorare mai di fretta, gli Agalloch sono nuovamente riusciti a crescere e a stupirci, partorendo un disco di tutto rispetto. Per i fan del gruppo, l'acquisto è ad occhi chiusi, anche se non tutti forse apprezzeranno questo cambio di stile così netto: ma sarà solo una questione di tempo. Per tutti gli altri, mi sentirei di consigliare la stessa cosa: procuratevelo senza remore. Se ancora non conoscete gli Agalloch, cosa a mio avviso deprecabile, è ora di cominciare: "Marrow Of The Spirit" potrebbe essere la vostra migliore sorpresa.


"They escaped the weight of darkness...to drown into another..."

01 - They Escaped The Weight Of Darkness (3:41)
02 - Into The Painted Grey (12:25)
03 - The Watcher's Monolith (11:46)
04 - Black Lake Nidstang (17:34)
05 - Ghost Of The Midwinter Fires (9:39)
06 - To Drown (10:27)