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venerdì 18 marzo 2011

Cryptopsy - "The Unspoken King"

Century Media, 2008
Quando Copernico propose il modello eliocentrico dell’universo gli piovvero addosso critiche e reazioni come frecce infuocate durante l’assedio di una città. Quando Darwin disse che l’uomo discende da un antenato dalle forme scimmiesche la terra tremò, talmente furono forti le opposizioni che ricevette. Quando Freud ebbe il coraggio di trattare apertamente la sessualità umana rimase pressoché solo contro tutti. Tutto ciò accadde anche ai Cryptopsy quando pubblicarono The Unspoken King.

Cos’hanno combinato Flo Mounier e i Cryptopsy di così grave e appariscente? Hanno abbracciato delle sonorità per loro del tutto nuove, nettamente più moderne e abbastanza lontane dai canoni del Death Metal; hanno un po’ semplificato le loro strutture complesse e labirintiche, senza per questo cadere nella banalità; hanno reclutato un cantante che si esibisce anche in clean; e di tanto in tanto hanno dato qualche leggera spruzzata di tastiere. Il tutto suona come una sorta di Deathcore, nonostante Flo Mounier nelle interviste abbia minimizzato questa sterzata stilistica. In pratica, data la storicità dei Cryptopsy come band Brutal Technical Death Metal, il loro gesto è grave almeno quanto quelli di Copernico, Darwin e Freud. Naturale che gli sia toccata la stessa sorte, dato che al mondo ad essere in maggioranza sono sempre le persone che non sono pronte all’evoluzione: e così ecco scatenato un tornado di critiche e insulti da parte di quei metallari tradizionalisti conservatori che hanno una visione troppo ristretta per poter apprezzare qualsiasi cosa esca dagli standard più classici. Nulla di nuovo nemmeno in ambito Metal, se si pensa a quali assurde critiche sono soggetti gruppi quali Cradle Of Filth, Dimmu Borgir, Dream Theater, Meshuggah; semplicemente ora c’è una band in più da criticare, e questa band sono i Crytopsy. In realtà, se si avesse la capacità di ascoltare anche ciò che a primo impatto non corrisponde esattamente a quello che si vorrebbe sentire, si scoprirebbe che The Unspoken King è un ottimo disco di Metal estremo che sa unire la furia cieca e ribollente ad una melodia mai banale, caratterizzato dalle continue sciabolate ritmiche e melodiche delle due chitarre, dalla mitragliante batteria di Flo Mounier, e dalla prova canora sensazionale di Matt McGachy - a proposito! Quale piacevole novità! Nonostante i Cryptopsy siano sempre stati poco fortunati coi cantanti abbiamo qui un vero gioiellino, capace di spaziare in modo eccellente ed esplosivo dal growl allo scream, armonizzando tutto con ottime linee pulite. Mi spingo addirittura ad asserire che, considerando questo apparente “nuovo inizio” per i Cryptopsy, Matt può costituire una delle fondamenta su cui costruire il futuro.

Questa scelta stilistica modern-oriented non è piaciuta ai più conservatori, ma i conservatori sono fatti così, e non solo in musica; non ci si può fare niente, meglio limitarsi a compatirli. Io credo che nel valutare un disco Metal non si debba badare agli eventuali cambi di genere che un gruppo per forza di cose prima o poi compie, credo piuttosto che le cose importanti siano l’ispirazione e l’emancipazione dalla banalità - la personalità, insomma. I Cryptopsy hanno dimostrato di averne: disco riuscito sebbene diverso dai precedenti, scorrevole e piacevole, sicuramente migliore dell’ultimo claudicante e mal prodotto Once Was Not che camminava con un piede in due scarpe.

01 - Worship Your Demons (02:12)
02 - The Headsmen (05:14)
03 - Silence The Tyrants (04:09)
04 - Bemoan The Martyr (04:10)
05 - Leach (04:48)
06 - The Plagued (04:09)
07 - Resurgence Of An Empire (04:40)
08 - Anoint The Dead (03:19)
09 - Contemplate Regicide (05:29)
10 - Bound Dead (06:26)
11 - (Exit) The Few (02:31)

Unleashed - "Shadows In The Deep"

Century Media, 1992
Attenzione: questa è una recensione retrospettiva che vale per l’intera carriera della band.

L’insalata è un rebus al quale non riuscirò mai a venire a capo. Io amo la verdura di ogni tipo, potrei definirmi un quasi-vegetariano, e credo che non esista ortaggio che non apprezzi; tranne l’insalata. Che poi il punto è che non si può dire che l’insalata non mi piaccia, perché il problema è proprio che non sa di niente: la metti in bocca e sembra di masticare il nulla. Mastichi, mastichi e mastichi...ma nulla, non ne esce neppure il più vago sapore. L’insalata è erba.

Gli Unleashed sono esattamente come l’insalata: freschi e genuini? No, insapori e insignificanti. Per chi non lo sapesse stiamo parlando di una band venuta fuori nel momento di piena esplosione del Death Metal, che ha esordito nel 1991 e che a un anno di distanza si ripresenta sulla scena con Shadows In The Deep, da alcuni considerato un capolavoro. Io lo considero esattamente l’opposto: un disco-spazzatura. Ci troviamo davanti ad una band che suona in modo privo di qualsivoglia ispirazione, inventiva, ferocia o cattiveria, che costruisce un album di nove canzoni usando sì e no una dozzina di riff, e per di più rimanendo drammaticamente inchiodata allo schema strofa-ritornello. Il tutto intrappolato in un sound piatto, sottile e superficiale che riesce nella proibitiva impresa di rendere ancora più banale un disco completamente banale. Ci sono altre band che suonano con questo schema, ad esempio i Grave; e anche lasciando la cerchia Old School Death Metal troviamo nomi illustri come Candlemass, In Flames, Hypocrisy, Kataklysm. Ma nessuno di questi lo fa in modo così blando e scontato! E dire che l’esordio Where No Life Dwells non era così malvagio...disco discreto, ma se non altro manifestava un minimo di ferocia e inventiva nelle strutture. Invece qui non c’è niente...niente di niente, e più la carriera della band si allungava più si assisteva al nulla più totale: miriadi di canzoni mono-riff clonate una dall’altra sul modello di Shadows In The Deep. E non sto parlando di due o tre album...no, perché ridendo e scherzando gli Unleashed hanno trascinato la loro carcassa fino al presente - cioè per ben vent’anni! - arrivando addirittura a firmare per la Nucelar Blast. Un successo costruito sul nulla. Riassumere la storia degli Unleashed è semplice: la parte brillante della loro carriera inizia con Where No Life Dwells, la triste e bellissima intro in arpeggio del loro omonimo primo disco, e si chiude esattamente 46 secondi dopo, con la fine della stessa. Segue la parte mediocre della loro carriera, che coincide coi restanti 36 minuti dello stesso disco. Tutto ciò che viene dopo, dal 1992 fino ad oggi, è il nulla più profondo e vorace. WOW, ben 46 secondi di gloria e 36 minuti di mediocrità! Una band che ascoltata da CD non comunica proprio nulla, proprio come se lasciaste spento lo stereo. E non credo nemmeno che una simile musica spenta e disinteressata sia utilizzabile per pogare, quindi a conti fatti degli Unleashed non si salva niente. Oppure no, forse si salva il logo. Ahah.

Shadows In The Deep potrebbe essere usato come il manifesto della banalità musicale, e tutti gli album successivi della band continuano questa tradizione. Pessimi, senza dubbio la band peggiore che io abbia mai sentito. Da evitare come la peste. Se però doveste mai ritrovarvi tra le mani un disco degli Unleashed non disperatevi del tutto: potete sempre utilizzarlo come sottobicchiere per una buona birra, oppure come frisbee per far correre un po' il vostro cane.

01 - The Final Silence (02:55)
02 - The Immortals (04:23)
03 - A Life Beyond (04:49)
04 - Shadows In The Deep (05:02)
05 - Never Ending Hate (02:33)
06 - Onward Into Countless Battles (04:15)
07 - Crush The Skull (03:36)
08 - Bloodbath (04:09)
09 - Land Of Ice (04:32)

Behemoth - "Pandemonic Incantations"

Novum Vox Mortis/Solistitium, 1998
Se esistesse la top 10 degli album metal più sottovalutati della storia sicuramente Pandemonic Incantations figurerebbe nella lista. Tutti conoscono la doppia faccia dei Behemoth: hanno iniziato suonando Pagan Black con un EP e due splendidi full-length, ma nel 1999 grazie a Satanica sono esplosi in un Death Metal epico personalissimo che li ha portati a tanto meritato successo. Ma cosa c’è tra il Pagan Black e il Death Metal epico? C’è questo Pandemonic Incantations, un disco dimenticato da tutti e trattato con sufficienza da quei pochi che lo ricordano.

La sfortuna di questo disco è di essere l’ibrido di turno, il classico “album di transizione” che in quanto tale viene considerato solo come qualcosa di provvisorio. Musicalmente non è semplicissimo definirlo: si tratta di un Black Metal sinfonico con però una base ritmica solidissima, forse riconducibile a un Blackened Death Metal; non a caso questo è l’album che vede l’arrivo del leggendario Inferno alla batteria, un Inferno che fin da subito dà sfoggio delle sue abilità nel mescolare velocità e brutalità senza risultare noioso. Per quanto riguarda gli altri strumenti ci sono delle reminescenze del precedente Grom, ma nel complesso è un lavoro forse più vicino a Satanica, non fosse per la presenza abbondante di sintetizzatori che non sono certo un marchio di fabbrica dei Behemoth. Forse la colpa dell’insuccesso di quest’album è anche da imputare ai sintetizzatori stessi, una soluzione mediamente poco apprezzata che lo fa suonare così diverso da tutti gli altri lavori della band polacca...eppure così simile, dato che la furia cieca e l’abilità compositiva proprie dei Behemoth sono presenti anche qui: dopo una breve intro vibrante come una provetta di nitroglicerina che sta per esplodere si è investiti da una musica potente che asfalta tutto quello che si trova dinnanzi, una musica dal sound piacevolmente caotico e dall’energia travolgente, ma che nonostante ciò riesce ad essere sempre melodica. E cosa importa se la discografia dei Behemoth è così impeccabile e annovera così tanti capolavori da far passare questo vecchio album inosservato? Esso merita comunque attenzione, è pregevole e perfettamente riuscito, nonostante Nergal ai tempi non avesse ancora le idee ben chiare sul futuro della band.

Col senno di poi sappiamo che una delle caratteristiche migliori dei Behemoth odierni è la loro ineguagliata capacità di fondere la più violenta brutalità con una melodia epica costantemente fruibile, senza che nessuno dei due aspetti ne risulti minimamente scalfito...e in Pandemonic Incantations troviamo i germi primordiali di tutto ciò, di questa stratosferica attitudine musicale che si concretizzerà definitivamente con quella mostruosità devastante che è Demigod.

01 - Diableria (The Great Introduction) (00:49)
02 - The Thousand Plagues I Witness (05:16)
03 - Satan's Sword (I Have Become) (04:17)
04 - In Thy Pandemaeternum (04:50)
05 - Driven by the Five-Winged Star (05:05)
06 - The Past Is Like A Funeral (06:41)
07 - The Entrance To The Spheres Of Mars (04:45)
08 - Chwała Mordercom Wojciecha (997-1997 Dziesięć Wieków Hańby) (04:48)
09 - Outro (00:57)

Remembrance - "Fall, Obsidian Night"

Firedoom Records, 2010
Copertina dai colori scuri e tristi, titolo poetico: sarà la solita band doom metal? Questa volta si può dire di si: nonostante questo lavoro non sia malissimo, è fin troppo ricco di clichès per guadagnarsi un posto d'onore nel panorama doom.

I Remembrance provengono dalla Francia, questo è il loro terzo album in studio, che come i precedenti è un album doom dalle spiccate tinte funeral, ossia lente e depressive, ma contaminato da melodie quasi easy - listening e popolato da due voci, una maschile (growl profondissimo, forse fin troppo, in relazione alla relativa "leggerezza" della musica) e una femminile (carina, ma forse un po' troppo forzata nei suoi gorgheggi). Un pastone amalgamato piuttosto malamente, piazzandoci sopra qualche prolungato accordo di chitarra (che suona pochissimi riff degni di essere chiamati in questo modo, limitandosi a potenti pennate che si perdono nel vuoto) e qualche giro di tastiera indubbiamente suggestivo, ma insufficiente a giustificare un album intero basato su questi canoni. A peggiorare le cose ci si mette la voce maschile, un growl piuttosto pigro e volendo anche inespressivo, davvero monocorde e incapace di reggere il gioco per tutti i numerosi minuti che compongono l'album.

Intendiamoci, non c'è nulla di particolarmente sbagliato nella musica dei Remembrance: alcuni brani sono ben riusciti, come Stone Mirrors,  che è una canzone orecchiabile, a tratti perfino veloce e dotata di un certo feeling malinconico che la rende abbastanza convincente; oppure l'emozionante "The Omen", sicuramente il miglior brano dell'album, che potrebbe addirittura commuovere per la bellezza delle sue scarne ma intense linee melodiche. Purtroppo, nel disco non c'è molto altro di entusiasmante: i brani sono fin troppo simili gli uni agli altri, generalmente privi di idee brillanti, e si riducono purtroppo ai soliti tre accordi, a qualche raro arpeggio, al solito giro di tastiere e al solito growlare, mischiato a qualche vocalizzo femminile in stile "la bella e la bestia". L'idea non è malvagia, ma è sfruttata male, senza quella personalità che distinguerebbe i Remembrance dalla massa di gruppi doom metal, ormai davvero nutrita. Quei guizzi di interessanti soluzioni compositive del debutto "Frail Visions" (basta ricordare la spettacolare "Your Insignificance", dove davvero sembrava che la band avesse qualcosa di personale da esprimere) si sono appiattiti e sono diventati tristemente normali.

In sostanza, "Fall, Obsidian Night" è un album discreto, a tratti noioso e a tratti piacevole, con qualche breve parentesi di reale ispirazione, che non raggiunge mai livelli sufficienti da rendere questo disco un ascolto obbligato nè tantomeno indimenticabile. Provateci ancora, ragazzi, e chissà che finalmente non riusciate a sfondare davvero.

01 - Ageless Fever (7:05)
02 - Stone Mirrors (9:25)
03 - The Omen (7:06)
04 - Our Memories Are Made Of Stone (4:33)
05 - Ice Cold Conscience (8:31)
06 - Winter Tides (7:52)
07 - Obsidian (6:50)

giovedì 17 marzo 2011

Opeth - "Damnation"

Music For Nations, 2003
Una bambola in copertina, artwork quasi completamente bianco, toni delle parole appena accennati e malapena visibili: forse per una similitudine cromatica, questo album è la vera e propria mosca bianca nella discografia degli Opeth.

Idealmente, "Damnation" costituisce la controparte ideale di "Deliverance", il precedente full - length che faceva della durezza e delle atmosfere oscure il suo punto di forza, pur senza dimenticare le consuete e variegate melodie Made in Opeth. "Damnation" è invece un album suonato totalmente senza distorsioni, delicato ed etereo, un pò settantiano e un pò Porcupine Tree, un po' Pink Floyd e un po' progressive, un po' new age e un po' country. Nessun suono terrificante, nessuna voce in growl: la band svedese ha proprio cambiato faccia, seppure per un solo album. I nostri amici svedesi hanno sempre amato sperimentare, e lo hanno fatto cambiando praticamente ogni album, seppur mantenendo sempre inalterato il loro marchio di fabbrica. Qui la sperimentazione tocca lidi completamente differenti, come capiamo subito ascoltando le prime due tracce, probabilmente le più esemplificative dell'album. "Windowpane" è sostenuta da una batteria incalzante, ma la trama strumentale e soprattutto la linea vocale rimane sempre leggera, non propriamente malinconica, ma più che altro pacata e "narrante". L'uso dell'organo Hammond e alcuni caratteristici assoli di chitarra elettrica contribuiscono non poco a rendere l'atmosfera molto anni '70, un periodo che ha avuto molte rivisitazioni, non tutte propriamente convincenti. "In My Time Of Need" è invece più spinta dal lato emotivo, più intricata dal lato ritmico e più tirata dal lato vocale, ma non manca mai di ritornare alla quiete, dopo aver alzato un po' la testa. Ma gli Opeth non si sono rammolliti: hanno solo deciso, per una volta, di suonare una musica rilassante e piacevole, sotto la costante regia di Steven Wilson che anche stavolta si occupa della produzione e del mixaggio, con ottimi risultati. La suadente e melliflua "Death Whispered A Lullaby" non deve tuttavia ingannare: con la sorprendente "Closure" i nostri confezionano una mosca bianca all'interno della mosca bianca, grazie alla presenza dell'unico riff distorto di tutto l'album nonchè di un'atmosfera insolitamente tesa, ed infine uno splendido finale dal sapore arabeggiante, condito da percussioni indiavolate che si interrompono di colpo (non è un difetto del CD) per passare a "Hope Leaves", diametralmente opposta nella sua tranquillità, e poi a "To Rid The Disease", nella quale il basso fa sentire la sua presenza non come semplice accompagnatore, ma come elemento importante. Chiudiamo il cerchio con la strumentale "Ending Credits", questa volta realmente malinconica e carica di emotività grazie soprattutto ai toccanti assoli di chitarra elettrica. Una vera perla che probabilmente rappresenta il punto più alto dell'album insieme alla sopracitata "Closure".

Manca solo "Weakness", riempitivo finale che non mi sento di citare come reale conclusione, perchè praticamente non esiste nè lato strumentale nè dal lato vocale: un pò di mellotron e voci filtrate, come per chiudere l'album nella maniera più sconsolata possibile, dopo tre quarti d'ora di beatitudine mista ad una leggera venatura di irrequietezza. Già, gli Opeth non hanno perso la capacità di suonare musica sconsolata eppur tremendamente coinvolgente: e questo "Damnation" non è un passo falso, ma solo una riuscita incursione in lidi che la band ha sempre incluso nella propria musica, ma ai quali non ha mai assegnato un ruolo centrale, lasciandoli sempre come validissimi gregari. Tanto di cappello a Mikael e soci.

01 - Windowpane (7:44)
02 - In My Time Of Need (5:49)
03 - Death Whispered A Lullaby (5:49)
04 - Closure (5:15)
05 - Hope Leaves (4:30)
06 - To Rid The Disease (6:21)
07 - Ending Credits (3:39)
08 - Weakness (4:08)

Metallica - "Ride The Lightning"

Elektra Records, 1984
Una domanda che prima o poi si sono fatti tutti i fan dei Metallica (perlomeno dei Metallica che furono) è la seguente: è più bello Master Of Puppets, oppure Ride The Lightning? Deciderlo in modo univoco è forse impossibile: per quanto mi riguarda, considero Master Of Puppets un capolavoro dall'enorme importanza storica, ma anche Ride The Lightning, secondo album della band statunitense, contiene alcuni tra i massimi capolavori dei Metallica e che rappresenta un perfetto album di transizione tra la grezza irruenza del primo Kill'Em All e la conquistata maturità tecnico - compositiva del sopracitato terzo masterpiece.

"Ride The Lightning" è un album acido, pesante, ma non più così spiccatamente veloce e cattivo come il suo predecessore: iniziano infatti a trovare posto alcune sezioni acustiche, break di apparente tranquillità, una sorprendente e meravigliosa ballad come "Fade To Black" (se non la migliore, sicuramente una delle più toccanti di tutto il genere metal), brani melodici e quasi easy - listening come "Escape" e perfino un brano strumentale lungo e articolato, il lovecraftiano "The Call Of Ktulu". Ma andiamo con ordine, poichè ogni brano ha il suo punto di forza. L'iniziale "Fight Fire With Fire" si apre con una chitarra acustica solare e positiva, salvo poi trasformarsi in un brano quasi grindcore, teatro di un riffing serrato e cupissimo, sul quale la voce di James Hetfield, posseduta e demoniaca, declama strofe di odio e di violenza, delle quali lui stesso poi si stupirà (ha poi dichiarato di aver scritto la maggior parte dei testi sotto l'effetto dell'alcol, e di essersi sorpreso della violenza che riusciva a imprimergli). Anche la title track "Ride The Lightning", oltre ad essere un brano dal ritmo trascinante e dal riffing stridente e aspro che invoglia subito all'air guitar, ha un testo visionario e paranoico, come non potrebbe essere altrimenti per un condannato alla sedia elettrica, che descrive il momento in cui scopre di stare realmente per morire, e che gli mancano solo pochi minuti per salutare il mondo che lo circonda. Notevole anche l'assolo centrale suonato dal buon Kirk Hammett, vera colonna portante della sezione chitarristica del gruppo. "For Whom The Bell Tolls", dal titolo programmatico, è una cadenzata ed inquietante marcia, che procede con lentezza ma in maniera inarrestabile. (curiosità: notate la somiglianza con "Angel Of Death" degli Angel Witch!). Si arriva dunque a "Fade To Black", dal testo disperato oltre ogni limite, probabile testamento morale di un suicida. Musicalmente, quale fan dei Metallica ai tempi si sarebbe aspettato un brano così sofferto, melodico, popolato da duetti tra chitarra acustica e chitarra elettrica che suona assoli commoventi, nonchè dalla triste cantilena di James, che qui abbandona la durezza del cantato ma non manca di lasciar trasparire una rabbia esistenziale che pare sconfinata? Probabilmente nessuno. Un brano che rimarrà per sempre nel cuore di tutti i fan dei Metallica, per non dire dei metallari in generale. Non ci credete? Ascoltate l'assolo finale. Dopo questa meraviglia è il turno di due brani veloci e più orecchiabili come "Trapped Under Ice" ed "Escape", meno caratteristici e più semplici da assimilare, ma non per questo meno validi: il germe della commercialità non aveva ancora contagiato la band, che qui suonava ancora in maniera completamente spontanea e genuina, quella maniera di suonare che quando viene persa è il disastro. Si torna a pestare duro con la frenetica "Creeping Death", dal ritmo incalzante e distruttivo: anche questo è un grande classico della discografia dei Metallica, riproposta praticamente sempre in sede live, e non potrebbe essere altrimenti vista la devastante carica che sprigiona. Ascoltate anche la versione suonata live dagli Apocalyptica, con i loro violoncelli distorti, e capirete bene cosa intendo. Chiude l'atipica strumentale "The Call Of Ktulu", che si sviluppa lentamente su un tema oscuro ed inquietante, fino ad arrivare al parossismo della tensione che si risolve solo dopo un lungo e sfiancante finale, nel quale lentamente il mostro di Lovecraft si spegne e ci lascia tornare alla vita di sempre.

Che altro dire? Importanza storica indiscutibile, qualità eccelsa per essere solo al secondo disco, violenza perfettamente calibrata e ricca di significato, capacità di songwriting e ispirazione quasi ai massimi livelli. Non è perfetto, ma poco ci manca. Per la cronaca: alla luce di tutto, la mia risposta alla domanda che ho posto all'inizio non può che essere "Ride The Lightning".

01 - Fight Fire With Fire (4:45)
02 - Ride The Lightning (6:37)
03 - For Whom The Bell Tolls (5:11)
04 - Fade To Black (6:55)
05 - Trapped Under Ice (4:04)
06 - Escape (4:24)
07 - Creeping Death (6:36)
08 - The Call Of Ktulu (8:53)

Ikuinen Kaamos - "The Lands Of The Plague"

Autoprodotto, 2004
Prima di approdare al death metal melodico con qualche spruzzata di black e progressive, che è la musica degli Ikuinen Kaamos di oggi, questa interessante band finlandese ha avuto un passato decisamente più oltranzista e dedito ad un vero e proprio black metal feroce e tagliente, come testimoniano i loro primi demotape autoprodotti e mai rilasciati da nessuna etichetta discografica. Eppure, nonostante si tratti di nastri promozionali, con i loro primi passi mostravano già una maturità e un'abilità tecnica molto interessante, che poi sarebbe sfociata nella produzione di dischi di alto livello come "The Forlorn", il loro disperato, malinconico e travolgente album di debutto.

Le influenze degli Opeth, che nella carriera della band diventeranno via via sempre più marcate, sono ancora assenti: ai suoi albori, il gruppo attinge da mostri sacri del black metal come gli Emperor, e cioè una voce screaming particolarmente tagliente, ritmi veloci ma non monocordi e capaci di giocare su diversi tempi, il tutto conditio con melodie che già presagiscono ad uno spostamento verso il death metal melodico (ma non troppo). "The Lands Of The Plague" è l'ultimo dei quattro demo prodotti dagli Ikuinen Kaamos, è il meno aggressivo e tuttavia da ogni sua nota traspare una cattiveria e una rabbia genuina, sincera e senza compromessi. Solo tre brani per un totale di quindici minuti di musica, ma assicuro che si tratta di quindici minuti molto intensi: dal cantato estremo dell'opener "Forever Doomed" ai blast beat e alle tristi parti strumentali di "Lost Within Time", fino alla conclusiva e violentissima "Nothing Remains", che più che mai mi ha ricordato i primi Satyricon ed Emperor, e che si conclude con una dolce virata verso la tristezza, resa da due chitarre già espressive e intense, che nei lavori successivi raggiungeranno una qualità e un'intesa eccellente.

Ovviamente introvabile, ma ricco di significato e di emozioni, nonostante la sua brevissima durata. Vale la pena di conoscerlo, specialmente se apprezzate già le uscite ufficiali degli Ikuinen Kaamos: esso completerà il quadro e mosterà la genesi di una band ispirata e capace, e oserei dire anche ampiamente sottovalutata.

01 - Forever Doomed (5:05)
02 - Lost Within Time (4:15)
03 - Nothing Remains (5:47)

martedì 15 marzo 2011

Gorguts - "Considered Dead"

Roadrunner Records, 1991
Ci sono diversi tipi di bomba, il Death Metal è una bomba a orologeria che esplose all’inizio degli anni ’90 dopo che sul finire degli ’80 band come Possessed, Death, Morbid Angel etc. avevano provveduto a caricarla. L’impatto fu devastante: nel giro di pochissimi anni si assistette ad un’ondata di band da ogni parte d’Europa e d’America, alcune scioltesi pochi anni più tardi dopo aver rilasciato solo un paio di demo, altre vive e vegete - e alcune anche in salute! - ancora oggi.

Non fece eccezione il Canada, paese sempre molto interessante dal punto di vista del Metal, che prima di proiettare sulla scena i leggendari Cryptopsy sfornò i Gorguts. In realtà non c’è molto da dire su questo disco: si tratta in tutto e per tutto di un classico dell’Old School Death Metal, dalla musica all’artwork, dai titoli delle canzoni al look dei musicisti. Tuttavia ho deciso di recensirlo comunque per due motivi: primo, perché i Gorguts hanno in seguito sviluppato un genere musicale del tutto personale, quindi è bene conoscere anche le loro radici; secondo, perché si tratta di un album di ottima fattura all’interno della cerchia Old School ma purtroppo poco conosciuto rispetto ad altri colossi dello stesso genere. Ma non pensate che da parte mia si tratti di un atteggiamento di pietà o compatimento: Considered Dead non ne ha proprio bisogno, e se amate l’Old School i suoi riff memorabili e i suoi assoli mozzafiato sapranno conquistarvi. Il disco si apre alla grande con Stiff And Cold, il quale spiana la strada a quella che è forse la migliore traccia, Disincarnated, caratterizzata da un giro di note pregevole. Da segnalare anche l’anomala strumentale Waste Of Mortality, aperta da una chitarra acustica, un brano che per struttura e riff sembra una canzone come tutte le altre, ma semplicemente non è cantata; e la traccia di chiusura Inoculated Life, che si produce in un assolo di chitarra davvero notevole. Una nota di forza anche alla registrazione dei brani di qualità decisamente migliore di molti altri lavori di quegli anni, abbastanza buona da permettere agli stessi di avere una certa profondità sonora ma non così ottima da snaturare le atmosfere del genere - in una sola parola: ottimale.

Cos’ha questo disco di particolare? Nulla. Ha qualcosa che lo renda meritevole di essere distinto dalla massa di album Old School dei primi anni ’90? No. Semplicemente si tratta di uno dei tanti lavori ben fatti di quell’epoca, e come tale merita la stessa attenzione di tutti gli altri. Caldamente consigliato a tutti i cultori del genere e agli amanti del Death suonato alla vecchia maniera.

01 - ...And Then Comes Lividity (00:43)
02 - Stiff And Cold (04:26)
03 - Disincarnated (04:29)
04 - Considered Dead (03:33)
05 - Rottenatomy (04:47)
06 - Bodily Corrupted (03:41)
07 - Waste Of Mortality (04:39)
08 - Drifting Remains (03:44)
09 - Hematological Allergy (04:10)
10 - Inoculated Life (03:53)

Candlemass - "Dactylis Glomerata"

Music For Nations, 1998
Dopo il primo scioglimento dei Candlemass nel 1994 il loro ex-leader Leif Edling si dedicò ad un progetto chiamato Abstrakt Algebra, che vide la pubblicazione di un ottimo album omonimo nel 1995, soltanto un anno più tardi. Ma questa sua nuova band venne accolta in maniera molto fredda...e le case discografiche di punta non se ne interessarono. Così, nell’impossibilità di pubblicare come previsto un secondo album chiamato Abstrakt Algebra II, Leif decise nel 1997 di riunire i Candlemass – una riunione di nome, ma non di fatto: infatti Leif reclutò dei nuovi musicisti che nulla avevano a che vedere coi precedenti gloriosi Candlemass, musicisti tra cui figurava anche Michael Amott, ai tempi da poco uscente dai defunti Carcass e ancora alle prime armi coi suoi Arch Enemy. Il tutto si concretizzò nell’album Dactylis Glomerata, uscito un anno più tardi, in cui venne fatto uso parziale del materiale che avrebbe dovuto comporre Abstrakt Algebra II (nella fattispecie i brani Dustflow, Cylinder, Abstrakt Sun, Lidocain God).

Anzitutto lasciatemi dire che questa reunion puzza tanto di non saper accettare la sconfitta: io sono sovente in malafede, e a mia detta pur di rilanciare il suo nuovo materiale Leif ha deciso di sfruttare il sacro nome dei Candlemass. Ma va beh, poco male, dato che l’album sembra suonare davvero bene: Wiz è un ottimo brano di apertura, cupo e opprimente, e le successive I Still See The Black e Dustflow sono due piccole perle: tetre, avvolte nell’ombra, ma comunque sognanti e sperimentali, grazie all’ottima prova canora di Bjorn Flodkvist e a delle tastiere gestite magistralmente. Il disco prosegue bene con il curioso intermezzo Cylinder e Karthago, un altro buon brano. Fino qui fila via tutto liscio, e, se non a gonfie vele, quasi: abbiamo di fronte una versione “Matrix” dei vecchi Candlemass, una versione che ha sostituito l’epicità e la teatralità con un che di astratto in giacca lunga di pelle e occhiali neri a specchio. Ma qualcosa si inceppa. Apathy sembra un brano rimasto in fase di bozza, mentre Abstrakt Sun e Lidocain God - entrambe provenienti dal materiale di Abstrakt Algebra II - sono semplicemente orribili: suonano come due brani Hard Rock caduti in quest’album per caso, probabilmente al contrario di Dustflow non sono state rimodellate coerentemente col resto del materiale; sembrano un errore di stampa. Niente contro l’Hard Rock, per carità, il fatto è che in questo contesto è come un broccolo nel caffelatte. L’outro Molotov non può nemmeno essere valutata, sarebbe stata al posto giusto se avesse chiuso un finale degno, ma messa lì così dopo due fallimenti e un brano insapore non ha proprio alcun senso. Male, molto male...ma la cosa brutta non è tanto il fallimento in sé, quanto ciò che ci sta dietro: l’impressione è infatti che questo disco sia un lavoro sbrigativo e arraffazzonato, come se Leif si fosse stancato di lavorarci su dopo essere arrivato a metà e avesse deciso di completarlo con le prime idee venutegli in mente, col primo materiale capitatogli in mano. Oltretutto questo materiale non sarebbe stato all’altezza nemmeno del progetto Abstrakt Algebra, dato che il primo ed unico album dato alle stampe è decisamente migliore. E’ tutto questo che fa più rabbia, è questo ad essere intollerabile.

Dactylis Glomerata è un album concepito bene ma portato a termine da cani, un album che non aveva nessunissimo motivo di uscire sotto il nome dei Candlemass. Forse sarebbe bastato che Leif si fosse accontentato di qualche label di fama minore...non l’ha fatto, e il risultato è fango gettato sulla storia del Doom Metal.

01 - Wiz (04:05)
02 - I Still See The Black (06:19)
03 - Dustflow (09:24)
04 - Cylinder (01:23)
05 - Karthago (06:38)
06 - Abstrakt Sun (06:40)
07 - Apathy (04:07)
08 - Lidocain God (03:31)
09 - Molotov (01:30)

Sigh - "Imaginary Sonicscape"

Century Media, 2001
Premessa: la presente recensione è riferita alla ristampa del disco ad opera della The End Records (2009), che riproduce la tracklist completa così come la band l’aveva concepita, ma che la Century Media purtroppo non le permise di realizzare. In questa nuova tracklist figurano i brani aggiuntivi Voices e Born Condemned Criminal, assenti nella versione originale del disco.

I giapponesi Sigh, guidati dal vulcanico Mirai Kawashima, sono una band che contrariamente a quanto si dice talvolta non ha mai realmente suonato Black Metal. Questo è sì sempre stato al centro delle loro influenze, ma più che altro a livello sonoro; dal punto di vista compositivo troviamo da sempre delle contaminazioni con vari generi, provenienti anche da oltre il mondo del Metal. Ma fu in particolare quell’EP del 1997, Ghastly Funeral Theatre, che inaugurò l’era espressamente Avantgarde della band: il qui presente Imaginary Sonicscape non è altro che la continuazione di Scenario IV: Dread Dreams nonché di questa era, sebbene si tratti di una continuazione che era del tutto imprevedibile, una continuazione che ha un che di visionario.

Imaginary Sonicscape è un vortice sonoro dove incredibilmente compare ogni genere musicale possibile immaginabile: oltre al solito Metal, che di Black qui ha conservato solo lo scream, troviamo musica classica, accenni di musica sinfonica, blues, rock anni ’70, spunti jazz, reggae, elettronica, caraibica, mid-tempo in stile pop, toni epici oscuri - giusto per citare solo quelli che ho riconosciuto io. La cosa interessante però non è tanto questa pantagruelica abbondanza, quanto il fatto che siffatti generi vengono accostati in modo così spontaneo che sembra quasi che siano nati apposta per essere posti vicini. Tanto per fare qualche esempio: Dreamsphere ed Ecstatic Transformation sono due brani tutti all’insegna dei Deep Purple, ma nel primo si stagliano alla perfezione passaggi dai toni oscuri su un arpeggio reggae (!!) - la stessa soluzione che si ritrova anche in Scarlet Dream. Nietzschean Conspiracy e Voices ci mostrano invece quanto possa essere feconda la musica elettronica se usata con giudizio e creatività: nella prima emerge all’improvviso un assolo magnifico in organo hammond (!) che pur non c’entrando nulla con l’elettronica vi si sposa benissimo, e nella seconda si passa da placidi gorgheggi digitali a terrificanti apprensioni che sembrano tratte da un incubo, fino ad erompere all’improvviso in un assolo di chitarra mozzafiato (!). Oppure potremmo parlare del riff melodico molto pop (!) di A Sunset Song, un brano che colpisce anche per i suoi momenti ora blues e ora caraibici (!!), o ancora dell’intermezzo in stile far west (!!) di Bring Back The Dead. Anche la musica classica si ritaglia un buono spazio: basti citare il brillante Impromptu in pianoforte, oppure il Requiem conclusivo. In mezzo a questo caos fanno capolino Born Condemned Criminal, una specie di ballad dal sapore tipicamente ottanti ano (!), e Slaughtergarden Suite, un brano progressivo dalle tinte molteplici che non saprei catalogare. L’artwork e il booklet sembrano riflettere questa attitudine inqualificabile: da un lato abbiamo degli accostamenti cromatici ilari ed acidi come verde chiaro, bianco e arancione, con delle foto ridicole dei componenti della band vestiti con camicie colorate e circondati da enormi fiori variopinti - della serie: abbiamo bisogno di una vacanza alle Hawaii, comprate questo disco affinché possiamo permettercela. D’altro canto compaiono numerose immagini inquietanti tratte - suppongo - da qualche periodo storico dell’affascinante arte giapponese, raffigurazioni di draghi nauseabondi, uomini dai volti distorti, scimmie che divorano le budella di una donna, e una serie di altre immagini minuziosamente ermetiche dai tratti grafici tipicamente nipponici.

In altre parole non possiamo nemmeno parlare di Metal a tutti gli effetti, il quale qui è solo una base sonora comune: qui c’è tutto, questo disco abbatte le differenze musicali unificando tutto ciò che c’è tra il lontano ‘800 fino all’elettronica più moderna. Il modo migliore per descrivere questo album è interpretarne il titolo: Imaginary Sonicscape, un paesaggio sonoro immaginario, e ascoltarlo è un po’ come spalancare una finestra, appoggiarsi assopiti sul davanzale e da lì ammirare l’intero panorama musicale. Esso pare irreale, come se vedessimo la neve che cade su una spiaggia soleggiata, è come la realtà vista però nel mondo dei sogni: scene così reali e impossibili al tempo stesso, collegamenti insensati che nondimeno ci fanno star bene oppure ci suscitano angoscia, accostamento spontaneo di particolari presi da contesti tra loro lontanissimi. Ecco, Imaginary Sonicscape è questo: non è musica, è l’attività onirica della musica stessa, e Mirai è riuscito a strapparla al mondo della visionaria fantasticheria facendone un oggetto reale, ben delineato, immanente.

Alla luce di quanto detto rimane un solo dubbio: ma Imaginary Sonicscape è un bel disco? Quando lo ascoltai per la prima volta rimpiansi fortemente di averlo acquistato, e così fu per parecchio tempo; oggi posso invece dire che è uno dei dischi più strabilianti della mia collezione. Sicuramente soffre di alcuni difetti, come il ritmo eccessivamente banale e ripetitivo - a furia di mid-tempo la batteria pare più un metronomo - o la struttura dei brani, a tratti fin troppo semplicistica. Ci si potrebbe chiedere come mai con questa mirabolante messe di influenze diverse i Sigh abbiano deciso di impostare buona parte del loro lavoro su banali mid-tempo in strofa e ritornello, ma si può anche obiettare che simili punti di riferimento aiutano ad apprezzare la sterminatezza musicale del disco. Tuttavia, prescindendo da queste considerazioni stilistiche, dal punto di vista della coerenza musicale e dell’abilità compositiva Imaginary Sonicscape è un capolavoro colossale: Mirai ci mostra la sua strabiliante padronanza di tutti i generi musicali nonché delle tastiere di ogni tipo, ostentando una naturalezza compositiva nel mescolare i generi più disparati che ha dell’incredibile. Mirai compone la musica con la facilità con cui Ronaldinho calcia il pallone. Quindi in conclusione la bellezza di questo disco dipende dalla vostra capacità di tollerare una simile mole di diversi generi musicali: se il vostro gusto artistico non è limitato da angusti limiti, se amate la musica a 360 gradi nel vero senso della parola e se godete nell’apprezzare l’abilità compositiva dei musicisti, allora Imaginary Sonicscape diventerà il vostro disco preferito che custodirete gelosamente e nel quale vi tufferete ogni volta che avrete voglia di contemplare la grandezza delle capacità artistiche umane.

01 - Corpsecry - Angelfall (06:42)
02 - Scarlet Dream (05:11)
03 - Nietzschean Conspiracy (05:24)
04 - A Sunset Song (06:49)
05 - Impromptu (Allegro Maestoso) (01:24)
06 - Dreamsphere (Return To The Chaos) (06:51)
07 - Voices (07:03)
08 - Ecstatic Transformation (05:35)
09 - Born Condemned Criminal (05:43)
10 - Slaughtergarden Suite(10:57)
11 - Bring Back The Dead (06:40)
12 - Requiem - Nostalgia (07:58)

sabato 12 marzo 2011

Mournful Congregation - "The Monad Of Creation"

Weird Truth, 2005
"Macrocosmic Doom for Microcosmic Beings". Così recita una frase all'interno del booklet di questo lungo, sfiancante album degli australiani Mournful Congregation. In effetti, la loro musica può dare la sensazione di infinito: costantemente sospesa, mai troppo corposa, sempre in attesa di risolvere su note più sicure e riposanti.

Quella degli australiani è una musica dotata di un certo minimalismo ma contemporaneamente molto articolata e in costante, anche se lenta, evoluzione. Solo quattro tracce di lunghezza biblica (un paio si aggirano sui 18 e sui 20 minuti di durata) suonate nello stile che ha reso celebri gli australiani (perlomeno nell'underground): riff di chitarra estremamente dilatati, atmosfere ridondanti ma pronte a cambiare di scatto, buona presenza di inserti acustici e parti squisitamente melodiche, scarsissima enfasi data alle tastiere e all'organo ecclesiale, a favore di un quasi totale sbilanciamento verso le melodie di chitarra. Non è un Funeral Doom mostruosamente oppressivo come potrebbe essere quello degli Esoteric o dei primi Shape Of Despair: non è nemmeno un doom - death granitico e oscuro come quello degli Evoken. Si tratta di uno stile a parte, che prima mette angoscia con un growl aspirato e profondissimo, davvero da oltretomba, e poi ammalia con passaggi melodici di sconvolgente bellezza, che squarciano il velo e ci regalano perfino dei momenti sereni, cosa rara da trovare in un disco di questo genere. Se si esclude la pacata e rassegnata "When the Weeping Dawn Beheld Its Mortal Thirst" (notare la lunghezza e la visionarietà dei titoli!), la quale è totalmente acustica, i rimanenti brani sono piuttosto omogenei nelle loro distorsioni ed atmosfere oniriche e tese (ma spesso intervallate da break acustici che spezzano la tensione), e non si discostano mai dallo stile canonico della band, seppure siano molto ricchi di variazioni, cambi di tema e decise virate melodiche che li rendono mai troppo schiaccianti, nonostante l'estrema lentezza. "The Monad Of Creation" è un album che fa viaggiare con la mente, da non ascoltare con troppa attenzione, ma semplicemente lasciando che il fiume strumentale entri poco alla volta nel cervello, a volte a tentoni, a volte in maniera irruenta, a volte dolcemente. C'è sicuramente qualcosa di "cosmico" in queste note, una perfetta rappresentazione dell'enormità dell'universo, resa pienamente da queste chitarre così spaesate ma al contempo così consapevoli di ciò che vogliono fare, ovvero rapire l'ascoltatore e trasportarlo in un mondo quasi lovecraftiano.

Non ha senso citare brano per brano, ma non posso non considerare la conclusiva "The Monad Of Creation" come il punto più alto toccato dal disco, con i suoi venti minuti di durata: venti minuti di epiche melodie che non mancheranno di far sognare. In conclusione, definirei tutto quest'album un unico, lunghissimo sogno ad occhi aperti, adatto solo ad un pubblico di nicchia, ma che saprà regalare enormi soddisfazioni a chi riuscirà a capirlo e a farlo proprio.

01 - Mother Water, The Great Sea Wept (18:21)
02 - As I Drown In Loveless Rain (11:21)
03 - When the Weeping Dawn Beheld Its Mortal Thirst (10:03)
04 - The Monad Of Creation (20:53)

venerdì 11 marzo 2011

Intestine Baalism - "An Anatomy Of The Beast"

Repulse Records, 1997
Il 1997 è un anno in cui le sottocorrenti del Death Metal sono in pieno sviluppo, e stanno ormai esplodendo. Ciò è vero in particolare per il Melodic Death: basti pensare che è proprio questa la data di uscita di Something Wild, il leggendario primo disco dei Children Of Bodom che, bello o brutto che sia, ha cambiato la concezione del metal estremo melodico. Per non parlare poi del successo dei primi Arch Enemy - quelli belli con Johan Liiva al microfono - e dell’esplosione di In Flames e Dark Tranquillity. Ma come sempre anche l’underground ha da dire la sua, e così nel lontano Giappone sembrano sbucare quasi dal nulla questi Intestine Baalism.

Il loro stile è qualcosa di semplicemente unico e, che io sappia, rimane unico ancora oggi: essi uniscono l’Old School Death Metal con la nuova emergente corrente melodica, creando un ibrido che non può essere etichettato con successo in nessuno dei due modi singolarmente. Chiariamo subito un concetto: tante altre band appartenenti all’Old School avevano tratti melodici, basti vedere ad esempio i Pestilence o gli Atheist; ma il punto è che gli Intestine Baalism non hanno semplicemente dei tratti melodici: gli Intestine Baalism incorporano proprio il Melodic Death di band come i Dark Tranquillity o i primi Arch Enemy, il che è ben diverso. Basta ascoltare un brano qualsiasi del disco per rendersi conto da soli della differenza: riff selvaggi Old School improvvisamente lacerati da assoli melodici che non hanno nulla da invidiare a quelli dei più blasonati colleghi citati sopra, poi nuovamente inghiottiti dai riff. Anche le strofe ogni tanto sono una sorta di fusione: se ad esempio quelli di Corporal Celebration e Tyrant sono 100% Old School, in Anatomy Of The Beast si assiste a riff decisamente Melodeath. Tutto ciò oltretutto non è una mescolanza forzata come quella tra acqua e olio, ma si tratta di un amalgama senza grumi. A mio parere due cose che contribuiscono alla piena riuscita di quest’album sono la voce e le registrazioni: queste, pur essendo di buona qualità, è come se fossero fatte in uno spazio aperto come una vallata in cui il suono rimbomba, il che dà una singolare profondità e ariosità al tutto (l’effetto è molto più chiaro ed efficace negli assoli di chitarra); quella invece è grezza ai massimi livelli e si alterna tra un ottimo growl poco comprensibile senza compromessi e uno scream arido, tagliente, lancinante. Tre i brani che consiglio su tutti: il duetto Blasphemy Resurrected - A Place The Gods Left Behind, e Cannibal Sodom.

An Anatomy Of The Beast è un tesoro prezioso nascosto nelle profondità della storia del Death Metal, e forse un tale cimelio è rimasto così nascosto proprio perché ibrido: scade troppo nella melodia per i fan dell’Old School, è troppo brutale e sporco per i fan del Melodeath. Nonostante ciò io credo che sia uno degli album Death più belli di sempre, e non vedo alcun motivo per cui non possa essere paragonato ai grandi nomi quali Suffocation, Morbid Angel, Dark Tranquillity, Pestilence, Atheist. Capolavoro.

01 - Corporal Celebration (05:15)
02 - Anatomy Of The Beast (04:28)
03 - Alastor Possess (03:54)
04 - Cannibal Sodom (05:43)
05 - Energumenus (The Birth Of The Cursed Creations) (04:48)
06 - Blasphemy Resurrected (03:40)
07 - A Place The Gods Left Behind (06:11)
08 - Burn Thou In Effigy (01:10)
09 - Tyrant (04:47)

Sadist - "Above The Light"

Nosferatu Records, 1993
Siamo nel 1993, anno in cui il primo Death Metal era ormai un genere affermato e seguito che cominciava a figliare i primi interessanti sottogeneri: Brutal, Technical, Melodic. Quest’ultimo può dire di essersi sviluppato proprio nel 1993: si assiste infatti alla prima release di gruppi come Dissection, Dark Tranquillity, In Flames e Cynic, alla seconda release di Hypocrisy e At The Gates (in entrambi i casi la prima era più vecchia di solo un anno) e allo storico Heartwork dei Carcass. In un simile irripetibile tripudio di classe e magnificenza passa letteralmente inosservato l’esordio degli italiani Sadist, che arriveranno a ricevere qualche attenzione solo tre anni più tardi con Tribe.

Eppure Above The Light è un album che non ha nulla da invidiare ai dischi dei gruppi succitati: si tratta di un lavoro creativo ed ispirato che presenta otto tracce – di cui una è una semplice intro e un’altra è un brano unicamente strumentale – che si snodano in assoli melodici memorabili e riff ispirati, ben concepiti e perfettamente incastonati tra loro. Ma Above The Light non è solo un buon disco superiore alla norma: ha tutte le carte in regola per essere acclamato come uno dei grandi classici del Melodeath, e forse addirittura come il disco che insieme a Focus dei Cynic ha dato il là a quello che potrebbe essere chiamato Progressive Death Metal; nonostante ciò ad oggi resta un disco sconosciuto. Musicalmente parlando sono principalmente due gli aspetti importanti. Il primo sono gli assoli: splendidi duetti tra chitarra e tastiera dal gusto talvolta neoclassico - vedi Enslaver Of Lies e Happiness’N’Sorrow - che vanno sempre a parare da qualche parte, hanno una loro fisionomia ben precisa; si tratta di quel tipo di assoli che rimane impresso, un po’ come quelli degli Iron Maiden. Il secondo è la struttura dei brani: furiosi riff di chitarra ritmica che lasciano emergere linee melodiche bellissime in chitarra e tastiera, e che talvolta si diradano per lasciar spazio a ottimi arpeggi; il tutto supportato da una batteria che fa quello che una batteria deve fare: accelerazioni, improvvisi stop e battere in levare. E’ molto bello anche il growl, tutto in stile Old School: invece che puntare sulla cavernosità è strozzato, soffocato. Ma la cosa più importante è l’estrema naturalezza con cui questa musica scorre via: nonostante la durata di alcuni brani, atipica per il Melodeath, non si ha mai l’impressione che essa sia tirata per le lunghe per mancanza di idee, non è mai “come burro spalmato sottile su troppo pane” [cit. Bilbo Baggins]; è costantemente ispirata, fluida, e presenta una buona varietà di soluzioni. Per chi volesse farsi un’idea veloce i brani più indicati e rappresentativi sono Enslaver Of Lies e Sometimes They Come Back; ma io consiglio di ascoltare il disco per intero perché ne vale davvero la pena. Molto belle anche le progressive Hell In Myself (grande intro!) e Sadist (strumentale), e la camaleontica Breathin’ Cancer.

Quale può essere allora il motivo di questo ostracismo nei confronti di Above The Light dalla hall of fame del Melodeath? Forse le tanto odiate tastiere che secondo uno strano dogma non andrebbero d’accordo col Death Metal? O forse il fatto che si tratta di un album che era già troppo avanti per l’epoca? O ancora, sarà stata colpa dell’orribile copertina? No dai, la copertina in fondo non è così orribile...quindi la risposta è che davvero non lo so. Pace, me lo godrò da solo!

01 - Nadir (02:12)
02 - Breathin' Cancer (07:25)
03 - Enslaver Of Lies (05:37)
04 - Sometimes They Come Back (06:27)
05 - Hell In Myself (05:32)
06 - Desert Divinities (05:06)
07 - Sadist (04:21)
08 - Happiness’N’Sorrow (06:40)

Dolorian - "When All The Laughter Has Gone"

Wounded Love Records, 1999
Mi convinco ogni giorno di più che come in politica esistono i G8 così nel Metal esistono i G2: Svezia e Finlandia. E’ semplicemente incredibile la quantità e la qualità che questi due paesi riescono a dare al mondo del Metal, e riescono a darle con un’immensa varietà di generi e una duratura continuità nel tempo. Dal Metal più estremo e spinto a quello melodico, dal Progressive al Folk/Viking, dal Power al Doom, passando per numerose interessanti sperimentazioni: nulla di ciò manca a Svezia e Finlandia, e lo si trova in grandi quantità.

La nostra meta per la presente occasione è la ridente Finlandia, terra di floridi boschi e grandi laghi, patria di Babbo Natale e di un idioma simpatico. Ma nulla di tutto ciò fa parte della musica dei Dolorian: questa rappresenta l’altro lato della Finlandia, quello del grande freddo invernale, quello dei sogni infranti dei bambini che scoprono che Babbo Natale non esiste, quello del primato europeo di suicidi con arma da fuoco. E proprio di depressione e morte si parla: quella dei Dolorian è una musica lenta e tenue, deprimente nelle sue melodie che svolazzano come scuri veli dal volto di una vedova; nulla a che fare col Power estremo ameno dei Children Of Bodom o il Folk degli Ensiferum, e nemmeno col Funeral Doom rilassante degli Skepticism. Un genere musicale che può essere fatto rientrare nella categoria Black/Doom, ma con tutte le accortezze del caso: di Doom non c’è poi molto a parte la lentezza. Qui si gioca piuttosto sulle atmosfere, e si ha l’intelligenza di farlo evitando di inserire ciò che non serve (i.e. i soliti, noiosi, ripetitivi riffoni lunghi e interminabili che si limitano ad accompagnare): il risultato è una musica scarna - ma non semplice! - e molto emotiva, che colpisce per la sua piacevole snellezza. Infatti i riff di chitarra ritmica sono leggeri e opachi, mai ostentati o insistenti, e peraltro nemmeno sempre presenti; e per di più quando sono presenti hanno qualcosa da dire, danno vita - insieme al basso - a dei giri davvero interessanti. Comunque, a condurre i brani e a scandire la cadenza sono i numerosi arpeggi e le tastiere, entrambi scelti con criterio: i primi sono tetri e soffusi, spaziano egregiamente anche nei toni bassi e si sfumano lentamente nel nulla, le seconde hanno un sound a tratti spettrale, davvero azzeccato. Inutile citare un brano sugli altri, perché in ciascuno ritroverete intatto quanto detto. Il tutto è completato con una voce che salta da uno scream non troppo potente a degli efficaci sussurri. Una curiosità: i testi dei brani non sono stati resi noti e risultano difficilmente comprensibili; alcuni hanno provato a ricostruirli parzialmente. Il risultato? Morte, morte e depressione. When All The Laughter Has Gone suona come un carillon dell’orrore, lento ma inarrestabile nel suo incedere claudicante, è un piccolo oggettino inerme che però emana tristezza e paura, e chi lo ascolta respira il gelo.

In conclusione si tratta di un grande lavoro, dalla tristezza glaciale e dalla sinfonia oscura. La Finlandia è un posto che la morte va spesso a trovare, e sicuramente ha fatto visita anche ai Dolorian: "Slow, so slow...take, take soul...I'm cold". Non vi resta che caricare il carillon e lasciarvi cullare dalla bieca mietitrice...

01 - Desolated Colours (07:19)
02 - My Weary Eyes (08:22)
03 - A Part Of Darkness (06:24)
04 - When All The Laughter Has Gone (05:52)
05 - Collapsed (09:18)
06 - Fields (04:45)
07 - With Scorn/Perish (11:11)

giovedì 10 marzo 2011

Dimension Zero - "Silent Night Fever"

Regain Records, 2002
Finalmente: un album di puro Swedish Death Metal senza alcun fronzolo, che ha come unico scopo quello di picchiare duro e travolgere l'ascoltatore con assalti sonori che tolgono il fiato, ma che non dimenticano mai che la musica è fatta, oltre che di ritmo, anche di armonia e melodia.

Nati come progetto parallelo di Jesper Stromblad, mastermind degli In Flames, il gruppo si propone come un'estremizzazione di quello che è il suono della band originale, riproposto al doppio della velocità e della ferocia. Riff secchi e taglienti; batteria costantemente in tensione, che passa dal ritmo sostenuto all'assalto furioso ai tom, senza vie di mezzo; una voce ovviamente latrata, piena di rabbia e acredine. Il basso praticamente non esiste, le melodie sono sempre soltanto accennate, mai protagoniste e mai totalmente soffocate dal vortice sonoro. Quello che qui domina è una fantastica violenza ragionata, mai cieca anche nei momenti più veloci e cattivi, una rabbia precisa ed esaltante che ricorda moltissimo l'insuperato capolavoro di death metal "Slaughter Of The Soul" dei mai troppo compianti At The Gates. Si vede che Jesper aveva bisogno di una band con cui esprimere i suoi istinti primordiali: "Silent Night Fever" è una vera e propria mazzata, di quelle che si trovano raramente, e che farà la gioia dei metallari più oltranzisti. Segnalo un solo brano che spicca come colonna portante di tutto l'album, il quale come si può intuire è molto omogeneo e compatto: "Your Darkest Hour". Un brevissimo arpeggio in pulito esplode di una tempesta ritmica e chitarristica da far spavento, confezionando quello che forse è il brano più feroce ed esaltante che io conosca, vertiginosamente ossessivo ma concluso, a sorpresa, da un altro prolungato arpeggio di chitarra pulita, inquietante conclusione di un capolavoro. E non pensate che il resto dell'album vi lascerà delusi, in confronto. Se amate affogare le vostre orecchie in un bagno sonoro di rabbia e nichilismo senza limiti, non perdetevi questa gemma.

01 - Silent Night Fever (3:22)
02 - The Murder-Inn (3:03)
03 - Through The Virgin Sky (4:31)
04 - Your Darkest Hour (4:08)
05 - Not Even Dead (4:01)
06 - They Are Waiting To Take Us (3:52)
07 - Until You Die (3:47)
08 - End (3:00
09 - Slow Silence (2:03)

mercoledì 9 marzo 2011

Ahab - "The Call Of The Wretched Sea"

Napalm Records, 2006
Negli ultimi anni il mondo del Doom Metal ha avuto un’esplosione impensabile: le band che suonano questo genere si sono moltiplicate a ritmo esponenziale di base 4, e provengono un po’ da ogni paese; in particolare ha ricevuto un notevole impulso il filone russo, grazie alla Doom label Solitude Production. Sfortunatamente però la qualità è piuttosto rara: la maggior parte delle band suona un Doom/Death completamente privo di idee che si perde in stancanti riffoni di chitarra, molte altre utilizzano la sezione ritmica solo come sterile accompagnamento alle melodie; e comunque in generale quello che in media una band Doom ha da offrire è qualche melodia carina vagamente triste. Poi però ogni tanto, in questo mare di pochezza, spunta fuori la band rivelazione: questa volta è toccato agli Ahab.

Si tratta di un quartetto tedesco che propone un Funeral Doom di fattura personalissima: le melodie sono sofisticate e talvolta molto ricercate - si veda ad esempio Below The Sun - e gli arpeggi sono estremamente evocativi; la chitarra ritmica è usata in modo completo come produttrice di riff micidiali e atmosfere oceaniche, fragorose come alte onde di un mare in tempesta; sono presenti anche delle tastiere decisamente poco appariscenti, che però perfezionano la riuscita delle atmosfere; la voce passa da un growl spaventoso, lentissimo e profondo come una caverna ad un clean plumbeo e algido, che sembra quasi provenire da lontano come se fosse portato dalla brezza marina; e infine, udite udite, la batteria non è un semplice metronomo - finalmente! - bensì uno strumento che viene utilizzato nel pieno delle sue potenzialità, con ritmi molto ricercati sebbene sempre lenti e con un lavoro di piatti e piattini a tratti addirittura estenuante. Concettualmente i brani si ispirano al romanzo Moby Dick (!), come testimonia il nome della band, e sia l’artwork che la musica richiamano atmosfere da mare aperto, come se mentre ascoltate il disco foste su una nave solitaria tra le onde. Non a caso la band ha denominato il proprio stile Nautik Funeral Doom Metal - anche se probabilmente questa è in parte una trovata di immagine. Il modo in cui questi ragazzi tedeschi creano le loro canzoni è così interessante che voglio passarne brevemente una ai raggi X; scelgo quindi la mia preferita, Old Thunder. Il brano si apre con un arpeggio spettacolare dal suono pieno ed echeggiante e dai colori sofferenti, supportato molto bene dalla batteria che comincia fin da subito a lavorare sui piatti. Senza perdere un minimo di continuità e coerenza ecco che esplode la chitarra in riff fragorosi, alla quale si aggiunge con gran tempismo un giro di note dinamico che viene ripetuto all’infinito, e che dona leggerezza e dinamismo al tutto. E’ molto interessante notare come è questo giro ad essere ripetitivo, e batteria e chitarra ritmica ad essere ricercate, contrariamente a quanto accade di solito. La batteria in particolare svolge un lavoro ammirevole e sfiancante: è quel tipo di “lavoro sporco” che ad un ascolto superficiale magari neanche si nota, ma che ascoltando con più attenzione riempie di entusiasmo e soddisfazione - qualcuno quindi la sa usare questa diavolo di batteria! La canzone si evolve con un parziale ritorno alla melodia iniziale che sfocia in un abbozzo di assolo di chitarra, il quale si tramuta come per incanto in un cantato clean. Nel finale attaccano di nuovo i riff precedenti e poi il brano si conclude. Ho raccontato tutto ciò con l’intento di dare l’idea di quanto raffinato sia lo spirito compositivo di questa band: una continua ricerca e attenzione al dettaglio, una musica ritmicamente eccellente e molto varia che però riesce a non essere dispersiva, un tripudio di melodie fluide e stupende.

The Call Of The Wretched Sea sembra un album di una band navigata che ha finalmente trovato le proprie identità musicale e maturazione stilistica, e invece non è altro che il disco di esordio di quattro ragazzi tedeschi. Band da tenere d’occhio per il futuro.

01 - Below The Sun (11:45)
02 - The Pacific (10:07)
03 - Old Thunder (09:54)
04 - Of The Monstrous Pictures Of Whales (01:52)
05 - The Sermon (12:36)
06 - The Hunt (11:13)
07 - Ahab's Oath (10:11)

Esoteric - "Epistemological Despondency"

Aesthetic Death, 1994
Solitamente quando si parla delle radici del Funeral Doom Metal si è soliti citare i due colossi Thergothon e Skepticism, e qualche volta i Funeral. Eppure ci sono altre due band che hanno dato i natali al genere: i finlandesi Unholy e gli inglesi Esoteric, band quest’ultima che contribuì proprio col presente disco(ne) Epistemological Despondency. Chissà perché nessuno li cita mai...così ho deciso di farlo io.

In realtà questa non è esattamente la prima release della band, dato che un anno prima era stata la volta di Esoteric Emotions - The Death Of Ignorance, una demo introvabile uscita originariamente in formato cassetta. Di solito le demo sono solo demo...questa però durava 82 minuti. In ogni caso sta di fatto che il primo album vero è Epistemological Despondency, un macigno di quasi un’ora e mezza diviso in due CD da tre quarti d’ora circa l’uno. La proposta musicale dell’allora sestetto di Birmingham è qualcosa di completamente nuovo e spiazzante: per dirla con poche parole si tratta di una specie di Death Metal ultralento con inserti noise, melodie ricercatissime che spaziano dall’introspezione soffocante al rock anni ‘70, e sporadiche improvvise accelerazioni. Senza perdersi in inutili dettagli, il primo disco presenta due brani lentissimi di venti minuti a testa che rappresentano al meglio le sfaccettature noise e le melodie ricercate di cui sopra - fenomenale quella di Bereft! -, inframezzati però dall’improvvisa furiosa Only Hate, un brano Death dal retrogusto, uhm...come dire...esotico? Difficile a dirsi. Il secondo disco si schiude con venti minuti - divisi in due tracce - tutti all’insegna del rock anni ’70, di cui è doveroso segnalare lo splendido assolo di chitarra di Lamented Despondency - probabilmente la traccia migliore dell’intero platter insieme a Bereft. Il tempo restante è inghiottito interamente dall’ultimo brano, Awaiting My Death, che ricalca invece lo stile del primo disco. Nonostante tutte queste influenze abbiamo di fronte un’ora e mezza di Funeral Doom Metal - a meno che non siate di quelli che esigono la presenza dell’organo... - personalissimo e ben orchestrato, che invece che cercare di fondere insieme in modo perpetuo mille correnti musicali diverse lascia saggiamente ad ognuna il proprio momento per emergere. Nessun compromesso quindi! E che gli Esoteric non scendano a compromessi, preferendo suonare qualcosa di personale in cui davvero credono, lo si capisce anche da quanto si legge nel booklet dell’album: accanto alla consueta sezione dedicata ai ringraziamenti -una riga scarna, una volta tanto! - ce n’è una molto più lunga e più interessante dedicata agli insulti, chiamata “Fuck off and die”; sarebbe bello riportarla per intero, ma basti citare quanto segue: “All bands who are ‘out tu put what the people like’. All the sad cunts who have turned underground music into pop-music full of clichés”. Per la cronaca, non si tratta della solita band incoerente che fa proclami e dopo qualche anno si vende a sua volta; gli Esoteric sono ancora oggi, dopo 17 anni, una band esclusivamente underground che continua a suonare ciò che ama suonare. Possiamo dire che suonano per sé stessi? Non lo so, ma se così fosse sarebbero da stimare a prescindere.

Non resta quindi che ringraziare gli Esoteric per aver avuto la coerenza e il buon gusto di suonare e produrre ciò che avevano voglia di suonare e produrre, e averci così regalato questo maestoso capolavoro che rimane nella storia come una delle colonne portanti del Funeral Doom Metal - anche se non tutti gli appassionati se ne ricordano.

Disco 1
01 - Bereft (20:24)
02 - Only Hate (Baresark) (02:41)
03 - The Noise of Depression (18:59)
Disco 2
01 - Lamented Despondency (12:37)
02 - Eradification (Of Thorns) (07:19)
03 - Awaiting My Death (26:07)

martedì 8 marzo 2011

In Flames - "Whoracle"

Nuclear Blast, 1997
Come non esaltarsi di fronte a questo lavoro, che se non è il miglior album degli In Flames, poco ci manca? Nel 1997 il death metal melodico è in piena fase creativa e i mostri sacri stanno producendo o hanno appena prodotto i migliori album del genere: solo due anni prima, i Dark Tranquillity avevano stupito tutti con un album maturo e complesso come "The Gallery", mentre i colleghi In Flames, provenienti dalla stessa città, un anno dopo avevano dato alla luce "The Jester Race", che riprendeva il discorso iniziato con i primi grezzi album e lo arricchiva di melodia e soluzioni accattivanti, lasciandolo però sempre molto aggressivo e compatto. "Whoracle" è la naturale prosecuzione di quell'evoluzione: a differenza dei Dark Tranquillity, che preferiscono puntare sulle atmosfere malinconiche e talvolta drammatiche, gli In Flames si distinguono per un suono ben più tagliente, incisivo, più diretto e di più semplice assimilazione. "Whoracle" è per l'appunto una raccolta di canzoni che seguono un unico filone, ma ciascuna dotata di una personalità propria e riconoscibile, e soprattutto di alcuni elementi efficacissimi: dosi consistenti di melodia, una voce growl graffiante e lancinante, qualche riuscito blitz delle chitarre acustiche, e un'energia poderosa.

L'iniziale "Jotun" è la perfetta summa di tutto ciò che si può trovare nell'album: aggressività e senso melodico mescolati insieme, in modo che non sia mai nessuno dei due a prevalere sull'altro. Più che death metal in senso stretto, che poteva trovarsi sui primi lavori, qui siamo di fronte ad un'evoluzione che porta la band su territori meno oltranzisti e più aperti alla sperimentazione: un buon esempio può essere "Jester Script Transfigured", quasi psichedelica con i suoi stacchi acustici, le melodie liquide e le vocals allucinate, oppure "Worlds Within The Margin", dal testo affascinante e dal feeling molto oscuro. Trova spazio un pò di tutto: dalla travolgente "Episode 666", alla rabbiosa "Food For The Gods", fino alla strumentale "Dialogue With The Stars", che per il suo carattere giocoso e sbarazzino mi ha ricordato non poco i minuetti di Bach (!). Echi di classicismo si sentono chiaramente anche nello stupendo assolo di "The Hive", inizialmente dura ed estremamente dissonante, ma che poi si trasforma in una fuga chitarristica assolutamente esaltante, in un tripudio di scale e abbellimenti che ancora una volta mi hanno fatto venire in mente l'immenso J.S. Bach. C'è spazio anche per qualche sorpresa, come la divertente cover di "Everything Counts" dei Depeche Mode, e per la conclusiva strumentale "Whoracle", dal ritmo ossessivo e ipnotico che chiude l'album in maniera un pò strana, in relazione a tutto ciò che abbiamo ascoltato prima. "Whoracle" è in definitiva un disco fondamentale del death metal melodico anni '90, quello stesso death melodico che la band ha successivamente rinnegato, diventando forse eccessivamente "moderna" e perdendo quella schietta genuinità che la caratterizzava, e che a mio parere in "Whoracle" raggiunge il punto massimo, per quanto la discografia della band sia costellata di ottimi lavori. Un pezzo di storia metallica.

01 - Jotun (3:53)
02 - Food For The Gods (4:21)
03 - Gyroscope (3:25)
04 - Dialogue With The Stars (3:00)
05 - The Hive (4:03)
06 - Jester Script Transfigured (5:46)
07 - Morphing Into Primal (3:05)
08 - Worlds Within The Margin (5:05)
09 - Everything Counts (3:17)
10 - Episode 666 (3:45)
11 - Whoracle (2:43)

venerdì 4 marzo 2011

Death Riders - "Through Centuries Of Dust"

Lost Sound Records, 2011
Entusiasmante. Non riesco a trovare una parola più adatta per descrivere l'album dei conterranei Death Riders, gruppo proveniente dalle Marche e che finalmente, dopo numerosi demo e ben dieci anni di lavoro nell'underground, è arrivato alla pubblicazione del primo album ufficiale.

Dico subito che l'album non è semplice da inquadrare in un'unica categoria: con l'abilità che deriva dal talento e dall'esperienza, i nostri confezionano un album che si muove tra heavy metal, thrash, consistenti spruzzate di power / epic, e perfino qualche eco del sempreverde death metal melodico svedese. La tecnica strumentale dei musicisti è sopraffina, con parti di batteria costantemente in evoluzione e capaci di sfoderare accelerazioni e rallentamenti con grande naturalezza, chitarre funamboliche sempre indecise se dedicarsi a scale e assoli velocissimi oppure a potenti riff di stampo puramente thrash. Ma il punto forte dell'album è una splendida prova vocale, quasi sempre in clean ma con qualche raro sprazzo di growl, del singer Valerio Gaoni, dall'ugola acuta e rabbiosa, ma contemporaneamente molto melodica e perennemente in cerca di nuove modulazioni (mi ha ricordato molto spesso i Lost Horizon, nel loro capolavoro "A Flame To The Ground Beneath". Non c'è spazio per i convenevoli nè per troppa dolcezza e morbidezza: l'album è un continuo martellare di suoni, riff rocciosi, melodie ed epici ritornelli, come nella travolgente opener "The Hedgehog's Dilemma" dall'indole inequivocabilmente battagliera che farà scuotere più di una testa a ritmo di musica, o nella splendida "Legion", vero brano di punta dell'album. Una cosa che mi colpisce molto di questa band è la non banalità:, sia delle linee strumentali che di quelle vocali: non è facile avventurarsi nei terreni del thrash - power - epic senza risultare un clone di altre band già affermate, ma la varietà di influenze in questo disco è, come ho già detto, ampiamente sufficiente per conferirgli una buona personalità e maturità.

Difficile trovare un momento stanco o ripetitivo nell'album, che mantiene un livello di energia sempre molto alto, esplorando soluzioni differenti e riuscite ("Eclipse" non può non ricordare le ritmiche dei mostri sacri del death melodico come In Flames e Dark Tranquillity, più che quelle del classico power - epic).  Solo in finale, con l'acustica "When Everything Lies", i nostri decidono di spegnere le chitarre distorte e di dedicarci un malinconico benservito. Ma più che descrivere le singole canzoni, è importante l'insieme, e cioè un album che pesta duro dall'inizio alla fine, senza risultare nè esagerato nè monocorde, ma semplicemente trascinante e genuinamente "metal". Per me che non sono affatto un appassionato di power nè di epic metal, questa è stata un'ottima sorpresa: dunque, molto probabilmente lo sarà anche per voi!

Siti ufficiali della band:

01 - The Hedgehog's Dilemma
02 - Legion
03 - Death Riders
04 - Shelter
05 - The Eclipse
06 - Season Of Loss
07 - War Inheritance
08 - Sinfonia
09 - Reason And Fate
10 - Crimson Liberty
11 - When Everything Lies

giovedì 3 marzo 2011

Dark Tranquillity - "Haven"

Century Media, 2000
Secondo disco del periodo "elettronico" e moderno dei Dark Tranquillity, questo "Haven" si configura a tutti gli effetti come uno dei migliori lavori partoriti dalla band svedese, che ci ha abituato negli anni a sfornare (quasi) sempre lavori di ottima qualità, se escludiamo qualche mezzo scivolone come il contestato "The Mind's I" e l'inutile EP "Enter Suicidal Angels". Per il resto, la storia della band ha conosciuto solo lavori di grande intensità e classe come il magistrale "The Gallery" o l'innovativo "Projector", a cui segue questo lavoro, il quale fa proseguire il filone sperimentale coraggiosamente iniziato e ottimamente sviluppato in seguito.

Sono lontani i tempi del glorioso death metal melodico che il gruppo stesso ha contribuito a creare: abbandonati gli intricati intrecci strumentali di "The Gallery", il nuovo filone del gruppo si basa su brani più immediati, semplici e di presa diretta, che però riescono ad essere ancora aggressivi, potenti e variegati quel tanto che basta per non scadere nel banale. L'aiuto dell'elettronica non fa che arricchire ulteriormente il sound, che pur modernizzandosi non dimentica le proprie radici: il meraviglioso growl di Mikael Stanne parla ancora da solo, così come parlano da soli i muri di chitarre e gli splendidi break malinconici che da sempre la band infila ovunque, con grande classe. Ecco quindi una valanga di brani trascinanti e intensi come le opener "The Wonders At Your Feet" e "Not Built To Last", veri e propri assalti sonori che non dimenticano mai di includere una consistente dose di melodia, da sempre presente in tutti i dischi dei Dark Tranquillity, unita alla loro classica aggressività vocale e strumentale. Episodi meno violenti e più tristi sono la title track e l'atmosferica "Fabric", uniti a "Ego Drama", vera vetta dell'album grazie alla sua devastante carica emotiva. La cosa interessante di questo album è che i brani sono tutti bene o male costruiti sul classico schema strofa - ritornello, ma non per questo stancano o sono privi di contenuto: dimostrazione che la musica, per essere buona, non deve per forza essere sempre cerebrale e complessa. Si ritorna poi a picchiare duro con la veloce "Rundown", mentre le eccezioni all'omogeneità generale sono le conclusive "Emptier Still", unica traccia in cui affiora il cantato pulito di Stanne (che aveva spopolato in "Projector"), e "At Loss For Words", quasi psichedelica con i suoi inserti di pianoforte e i suoi tappeti di sintetizzatori che rendono molto bene l'idea di sospensione nell'etere, anche se le ritmiche e le chitarre non scherzano di certo, e ci ricordano che si tratta pur sempre di Death metal: evoluto, raffinato e molto meno grezzo rispetto ai suoi gloriosi esordi, ma d'altra parte io amo ripetere che l'animale che non si evolve muore. Dunque, ancora una volta dobbiamo dire "bravi!" ai Dark Tranquillity, perchè ancora una volta sono riusciti a stupirci con un ottimo lavoro.

01 - The Wonders At Your Feet (3:04)
02 - Not Built To Last (3:40)
03 - Indifferent Suns (3:38)
04 - Feast Of Burden (3:28)
05 - Haven (3:34)
06 - The Same (3:13)
07 - Fabric (3:58)
08 - Ego Drama (4:37)
09 - Rundown (3:55)
10 - Emptier Still (3:42)
11 - At Loss For Words (6:42)