Pagine utili del blog

lunedì 31 gennaio 2011

Ashram - "Shining Silver Skies"

Questo blog è nato per recensire album di genere Metal, ma oggi mi sento di dover fare un'eccezione, avendo scoperto un gruppo che seppur di Metal non abbia nemmeno l'ombra, merita di essere divulgato in quanto portatore di "bellezza" musicale in senso stretto, quella su cui tanto si dibatte se esista o non esista. A mio parere esiste eccome, e album come "Shining Silver Skies" ne sono la dimostrazione: difficile, infatti, non riconoscere l'intinseca eleganza e il raffinatissimo gusto presenti in questo album.

Gli Ashram provengono dalla zona del napoletano e annoverano tra le fila Sergio Panarella (alla voce e alla chitarra), Luigi Rubino (al pianoforte) e Alfredo Notarloberti (al violino). Il trio propone un interessante mix di atmosfera new age e musica neoclassica, talvolta dolcissima e soffusa, talvolta irruenta e appassionata. "Shining Silver Skies" è il loro secondo album, seguito del debutto "Ashram", che era stata decisamente una bella sorpresa nel panorama darkwave - neoclassico (o come vogliamo chiamarlo) italiano e non. Questo seguito si muove sulle stesse coordinate sonore, migliorando però ogni aspetto e risultando ancora più emozionante, se possibile. In ogni brano il pianoforte tesse trame avvolgenti, muovendosi tra arpeggi leggeri e capaci di mutare voce e intensità qualora il contesto lo richieda, mentre lo splendido violino prende il ruolo di protagonista (a volte accompagnato da un violoncello nei momenti salienti). Tra brani strumentali e brani cantati, in proporzione più o meno equa, troviamo nell'album una buona varietà compositiva, e soprattutto un'ottima varietà emotiva. Ci sono brani veloci e trascinanti, come l'opener "5 Steps" e soprattutto "Maria And The Violin's String": quest'ultima è una strumentale di soli tre minuti che si regge su una ritmica in 5/8 che picchia, insiste, cresce nota dopo nota tra gli aumentando e i diminuendo, con mirabili intrecci di violino suonato a pizzico e note di pianoforte perfettamente incastonate tra gli archi, sfociando infine in un melodioso epilogo che simboleggia quasi una rinascita dopo la morte. Meraviglia allo stato puro. Ci sono poi episodi romantici e tristi come "Lullaby", dove fa capolino anche la chitarra acustica a sostenere un violino dal suono pieno e intenso, e "All'Imbrunire", mesto connubio di pianoforte e voce che sembra disperso nel vuoto e invocante qualcosa che manca e che non verrà mai. Trovano spazio anche veri e propri inni alla malinconia come "Il Mostro", composizione strappalacrime che si regge su arpeggi in crescendo e su un violino che sembra quasi parlare, tanto espressivo e sfaccettato è il suono che emette. Ma troviamo anche episodi atipici come "Tango Para Mi Padre Y Marialuna", chiaramente ispirato alla famosa danza argentina, o la title track "Shining Silver Skies", nella quale si percepisce un'oscura aura che negli altri brani non si trova quasi mai, e che lascia un vago senso di inquietudine addosso.

Questo album piacerà a tutti i fan della Musica con la M maiuscola, perchè oltre un certo livello non esistono più le distinzioni tra chitarre distorte o meno, tra strutture complesse o meno, e così via: esiste solo la "bellezza" in quanto tale. Procuratevelo a scatola chiusa, e che le dolci note degli Ashram possano accompagnare le vostre giornate nei momenti in cui avete più bisogno di qualcuno che vi culli dolcemente nella vostra malinconia.

01 - 5 Steps (3:07)
02 - Maria And The Violin's String (2:58)
03 - Sweet Autumn (Part II) (2:53)
04 - Lullaby (2:19)
05 - Il Mostro (3:26)
06 - All'Imbrunire (2:27)
07 - Last Kiss (3:35)
08 - Elizabeth (2:34)
09 - For Each And Every Child (4:24)
10 - Tango Para Mi Padre Y Marialuna (3:32)
11 - Lady (3:11)
12 - Shining Silver Skies (3:32)
13 - Rose And Air (2:32)
14 - Ultimo Carillon (3:50)

domenica 30 gennaio 2011

Nightrealm - "Bleakness"

Autoprodotto, 2002
A volte capita di scoprire delle vere e proprie band - rarità, nascoste così bene da chiedersi come si abbia fatto a trovarle. I Nightrealm sono stati (purtroppo devo parlare al passato) un progetto musicale proveniente dalla Finlandia e capitanato dall'omonimo frontman, che si sciolse subito dopo la pubblicazione del loro primo demo, cioè questo "Bleakness". La motivazione dell'abbandono fu descritta come "disinteresse" a continuare la vita di questa band. Non so proprio chi gliel'abbia suggerito, o quali problemi possa aver avuto Nightrealm da spingerlo addirittura ad abbandonare tutto, poiché questo demo di poco più di 30 minuti mostrava delle potenzialità a dir poco fantastiche.

La musica che troviamo in questa autoproduzione è un sorprendente doom - death ricco di ispirazione e sentimento, con quella fondamentale capacità di discernere tra la semplicità e la banalità, e con un buon uso di soluzioni originali e personali. Tra queste, posso citare alcune sezioni insolitamente veloci, un riffing dal sapore talvolta rockeggiante, una calibratissima pesantezza nelle atmosfere e un uso sapiente di strumenti come gli archi, il flauto e l'organo ecclesiale, che aiutano nel creare parti orchestrali di singolare bellezza (come ad esempio nella seconda metà di "Chapter I", o negli ultimissimi minuti dell'album, chiusi da un organo sereno e celestiale).

I brani sono solo cinque e non hanno titoli specifici, preferendo nascondersi dietro dei poetici "capitoli" seguiti da un numero romano. La lentezza tipica del genere doom qui non è mai eccessiva e non soffoca mai i buoni intenti dell'ascoltatore, il growling (talvolta corale e in alcuni momenti perfino trasformato in una voce pulita di stampo sacrale) è di buona fattura, il songwriting è sufficientemento varie ed interessante da rendere questi trenta minuti mai noiosi. La musica è sempre permeata da atmosfere "autunnali" e tristi, come suggerisce la copertina, ma è capace anche di uscire dal baratro della malinconia e di regalare alcuni esaltanti momenti di rivalsa, con una naturalezza sorprendente. Non manca nulla a questo "Bleakness" per sedersi sul trono dei migliori dischi doom mai partoriti: ha tutto quello che un amante del genere possa desiderare. Purtroppo, rimarrà un pezzo di storia destinato a non avere un seguito. E credetemi, poche volte ho rimpianto così tanto il prematuro scioglimento di una band.

01 - Chapter I (7:48)
02 - Chapter II (8:22)
03 - Chapter III (5:54)
04 - Chapter IV (2:43)
05 - Chapter V (7:30)

giovedì 27 gennaio 2011

Sentenced - "The Cold White Light"

Century Media, 2002
Esiste uno strano teorema nel gothic metal, che non si può spiegare a parole (o perlomeno io non ci riesco): la sottile linea che divide un gruppo ispirato da un gruppo che è sì capace, ma non riesce a scollarsi di dosso l'etichetta di "commerciale". Penso agli Evanescence, autori di alcune hit davvero mirabili, ma che non sono mai riusciti a prendermi più di tanto, forse per via di un'attitudine fin troppo semplice e, per l'appunto, "commerciale" (passatemi il termine). I Sentenced si muovono in bilico tra le due categorie, ma per quanto riguarda loro propendo di più verso la categoria di "ispirati", anche se non saprei proprio spiegare cos'hanno in più rispetto a un gruppo come gli Evanescence.

Partiti come band death metal grezza e cattiva, i finlandesi si sono via via evoluti in direzione di un alleggerimento del sound, che li ha portati vicini al classico stile gothic metal da classifica, dotato però di sufficiente credibilità da non scadere nel commerciale o nel banale. "Down", "Frozen" e "Crimson" erano tre ottimi album, che se da un lato peccavano di una certa ripetitività e staticità a livello di soluzioni, dall'altra sapevano come conquistare i cuori degli ascoltatori grazie a melodie avvolgenti, brani sempre trascinanti e ricchi di malinconico pathos. "The Cold White Light" si muove sulle stesse coordinate, guidato dalla profonda voce di Ville Laihiala, che a metà tra il triste e l'ironico spazia su temi suicidiari, amorosi e insomma i soliti che possiamo trovare nel genere gothic metal. Undici tracce che variano molto l'una dall'altra:  troviamo ad esempio episodi irruenti e robusti come "Cross My Heart And Hope To Die", ma soprattutto "Neverlasting", un pezzo in pieno stile rock suonato però con chitarre molto più potenti e distorte, e dalle tematiche tipicamente "vivi la vita al massimo", in apparente contrasto con lo stile della band, cupo e introspettivo; ballate di grande effetto come "Brief Is The Light" e "Everything Is Nothing"; episodi ironici e canzonatori come "Excuse Me While I Kill Myself" e "The Luxury Of A Grave". Dimostrazione che la band riesce a non prendersi troppo sul serio, ironizzando anche sulla propria dichiarata mania per le tombe, il suicidio e in generale la depressione, che qui viene rivisitata anche in chiave divertente. I brani si muovono tutti su strutture piuttosto immediate, ritornelli che fanno subito presa, sporadici passaggi di atmosfera e un generale amore per tutto ciò che è disperatamente romantico e "gotico" (senza arrivare agli eccessi commerciali di band come H.I.M. e soci, però). Ottima "Guilt And Regret", dove fa capolino un pianoforte molto azzeccato nel creare un'atmosfera appunto di "colpa e pentimento", mentre il vero brano "forte" dell'album è a mio avviso la traccia conclusiva "No One There", forte di un'interpretazione vocale davvero convincente e di una tensione emotiva stavolta più che palpabile, mentre in altri brani (come "Blood And Tears", punto debole del disco) poteva essere un pò artefatta.

Tirando le somme, non si tratta certamente un capolavoro, ed è un disco che a qualcuno potrà sembrare eccessivamente smielato, ma che io a dispetto di tutto continuo a ritenere un album valido e maturo, anche se non complesso nè elaborato. Chi l'ha detto che la musica per essere bella debba essere per forza difficile e cerebrale?

01 - Konevitsan Kirkonkellot (1:40)
02 - Cross My Heart And Hope To Die (4:06)
03 - Brief Is The Light (4:23)
04 - Neverlasting (3:35)
05 - Aika Muitaa Muistot (Everything Is Nothing) (4:32)
06 - Excuse Me While I Kill Myself (3:49)
07 - You Are The One (4:15)
08 - Blood And Tears (4:30)
09 - Guilt And Regret (3:44)
10 - The Luxury Of A Grave (4:43)
11 - No One There (6:15)

Novembre - "Classica"

Century Media, 1999
"Classica" è l'album che ha fatto conoscere i Novembre al grande pubblico internazionale, grazie alla pubblicazione ad opera della Century Media, conosciuta ed importante label straniera. Il complesso romano si è sempre distinto per una buona originalità e per l'assoluta qualità dei propri lavori, permeati da un'ottima capacità di trasporre sentimenti ed emozioni in musica nel modo più genuino e diretto, senza troppi fronzoli, ma mettendoci unicamente passione, unita ad ottime doti compositive e tecniche. "Classica" è un capitolo fondamentale della loro intensa e malinconica discografia: il capitolo più passionale, più rabbioso, più vissuto e coinvolgente.

La loro musica è, come suggerisce il nome, malinconica e autunnale; si nutre di una di matrice doom - death contaminata da melodie a tratti in stile Opeth, dall'attitudine decadente dei primi Katatonia, e nondimeno dalla tradizione popolare italiana, che talvolta emerge come influenza lieve ma significativa per definire la personalità della band (una nota sul booklet spiega che questo album è dedicato a Fabrizio De Andrè). Se il predecessore "Arte Novecento" esplorava atmosfere soffuse, dolci e cantate unicamente in voce pulita, "Classica" si presenta come un lavoro molto più duro e aggressivo; la malinconia non è più contemplativa come nei precedenti lavori, bensì piena di rimorso, pentimento e rabbia impotente, che traspare sia nei testi che nella musica, ad opera di pezzi magistrali come "My Starving Bambina", dominati da chitarre irruente, ritmiche insistenti e una prestazione vocale intensa, tra growl e voce pulita. Il cantato pulito "lamentoso" di Carmelo Orlando è capace di trasformarsi in un growling disperato, riccamente espressivo e mai pigro o banale; le chitarre sono capaci di evoluzioni melodiche spettacolari così come di riff schiacciasassi, che troviamo in brani come "Love Story" (una vera mazzata) o "Onirica East" (brano notturno, disturbante, ricco di soluzioni tecniche mirabili). Ma c'è spazio anche per episodi dalla dolcezza sconvolgente, come "Nostalgiaplatz", malinconica semi - ballad dalle sonorità calde e avvolgenti, a "Foto Blu Infinito", brano strumentale dalle stupende linee melodiche ed impreziosito da un liquido suono di un basso freetless.

Ogni brano è una storia a sè, che si giostra tra improvvise e devastanti accelerazioni, melodie sempre ricercate ed emozionanti, momenti di quiete, il tutto senza mai rientrare in un genere ben definito: la musica dei Novembre è più vicina alla libera espressione artistica ed emotiva che al banale incasellamento in un genere precostituito e pieno di canoni da rispettare. Non saprei trovare un difetto nella musica dei Novembre, e in particolare in questo album: c'è tutto quello che si può desiderare, tecnica, potenza, sentimento, interpretazione, melodia, personalità. Da segnalare la ristampa prodotta nel 2008 dalla Peaceville, che ha migliorato il suono ed aggiunto tre bonus track di cui un inedito, "Colour Of An Eye". Per chi ancora non li conoscesse, è ora di cominciare, poiché lasciar passare inosservato un gruppo simile è davvero un delitto.

01 - Cold Blue Steel (05:23)   
02 - Tales from a Winter to Come (05:37)   
03 - Nostalgiaplatz (04:29)   
04 - My Starving Bambina (04:48)   
05 - Love Story (04:29)   
06 - L'Epoque Noire (March the 7th 12973 A.D.) (04:42)   
07 - Onirica East (06:27)   
08 - Foto Blu Infinito (04:16)   
09 - Winter 1941 (06:35)   
10 - Outro - Spirit of the Forest (Tales... Reprise) (02:57)    

Bonus track nella ristampa 2008:
11 - Colour Of An Eye (5:24)
12 - Tales From A Winter To Come (Demo version) (4:47)
13 - Winter 1941 (Demo version) (2:41)

mercoledì 26 gennaio 2011

Bathory - "Twilight Of The Gods"

Black Mark Productions, 1994
Lo svedese Tomas Forsberg, in arte Quorthon (deceduto nel 2004 per via di un attacco cardiaco all’età di soli 38 anni), è stato un cantante e polistrumentista che tecnicamente non era eccelso nè con gli strumenti nè con la voce. Tuttavia, come capita spesso, queste lievi pecche non gli hanno impedito di entrare negli annali del viking metal, facendosi  ricordare come un artista capace di trasmettere emozioni forti e ricreare scenari fantastici, in particolar modo con l'arrivo del cosiddetto “periodo epico”. Infatti, dopo la pubblicazione del seminale “Under The Sign Of The Black Mark” (caposaldo del black metal pionieristico), il trio Bathory si sfalda e il gruppo rimane composto da un unico membro: Quorthon. Ormai solo, il nostro eroe si occupa sempre di comporre tutti i pezzi, collaborando anche con altri musicisti, ma che restano per l'appunto solo collaborazioni, continuamente mutevoli. Questo è l'inizio di una nuova, splendida era, che permetterà al musicista di esprimere il meglio di sè, anche grazie ad una lenta ma costante maturazione tecnica e artistica.

I primi sprazzi di epicità arrivano con “Blood Fire Death”, ancora grezzissimo, ma già capace di ricreare epici scenari di battaglia tramite composizioni memorabili come “A Fine Day To Die” e “Blood Fire Death”, vere e proprie cavalcate metalliche intrise di spade e sangue. Seguì il fondamentale “Hammerheart”, e poco dopo arrivò questo “Twilight Of The Gods”, probabilmente il miglior album viking metal della storia (anche se non tratta solamente di tematiche vichinghe, ma tocca anche temi sociali come lo sfacelo dell'uomo moderno). Abbandonando quasi del tutto l'aggressività degli esordi e le rocciose composizioni che ascoltavamo sul precedente album, la musica si fa ancora più squisitamente epica e maestosa, decisamente improntata alla melodia e alla solennità, due caratteristiche che colpiscono immediatamente e seducono con estrema efficacia. Con i suoi programmaticamente brani lunghi e lenti, la sua voce possente e melodiosa, i suoi cori ormai onnipresenti, le sue atmosfere magnifiche e le sue sapienti alternanze tra chitarre acustiche ed elettriche, il disco richiama grandi spazi aperti, epocali battaglie e tragici avvenimenti, scolpiti permanentemente nei secoli.

La tecnica strumentale è abbastanza irrilevante, in quanto non è certo sul virtuosismo che la musica punta; la produzione è volutamente sporca e povera, facendo guadagnare mille punti al disco in materia di atmosfera e fascino "antico". Ogni traccia è un mastodonte da brividi lungo la schiena: nessuno come Quorthon è stato capace di trasportare l’ascoltatore nel mondo dei tremendi Vichinghi, che ora rivivono grazie alla sua musica. L’album procede imperterrito per quasi un’ora, tra suite maestose come l'opener "Twilight Of The Gods" o la splendidamente melodica e trascinante "Blood And Iron", per concludere con l'epilogo di “Hammerheart”, che riprende il titolo del precedente album: un vero e proprio inno al Nord, stavolta senza distorsioni (è un estratto de "I Pianeti" di Gustav Holst, liberamente re - interpretato da Quorthon). Tutto splendido dall'inizio alla fine, nessun momento noioso nonostante la ripetitività dei brani, solo tanta emozione pulsante e tanto furore epico. Il migliore brano viking metal mai scritto, secondo me, è proprio la title track posta in apertura: quattordici minuti di epicità granitica, irripetibile. Inizia tutto in sordina, come una preparazione alla battaglia che aleggia nell'aria; si prosegue in crescendo tra cori possenti e linee melodiche superlative; dopo la "narrativa" parte centrale arriva il climax, costituito da una lunga e struggente sezione strumentale, nella quale l'epopea battagliera trova il suo compimento e l'apice della drammaticità evocativa; e infine l'odissea si chiude con una chitarra acustica spaesata e malinconica, incerta nel suo vagare, come un'anima persa che percorre il campo di battaglia quando tutto è ormai finito, raccogliendo le anime dai corpi morti che giacciono in terra per portarli nel Valhalla.

"Twilight Of The Gods" è un capolavoro, un'irripetibile gemma del metal di stampo immaginativo e cinematografico, una perla che resiste al passare degli anni con fierezza e non teme confronti nè rivincite. Nessuna persona che dica di apprezzare la musica metal può permettersi di non possedere questo disco. Fate onore alla memoria di Quorthon e comprate quest'autentica leggenda musicale.

01 - Twilight Of The Gods (14:00)
02 - Through Blood By Thunder (6:15)
03 - Blood And Iron (10:24)
04 - Under The Runes (5:58)
05 - To Enter Your Mountain (7:36)
06 - Song Of Blood (7:34)
07 - Hammerheart (4:56)

Raventale - "After"

BadMoodMan Music, 2010
L'avevamo lasciato con il buonissimo "Mortal Aspirations", ed ecco che Astaroth si rifà vivo dall'Ucraina con i suoi Raventale, nome fittizio dietro il quale si nasconde solo lui, essendo l'unico componente della band. Il disco odierno, complessivamente il quarto nella discografia della band, è ancora una volta piuttosto breve: i suoi trentacinque minuti scarsi di musica potrebbero far pensare ad un EP, ma i fan storici sanno che Astaroth ama pubblicare album brevi, intensi ed incisivi, che non si perdono in troppe divagazioni e vanno sempre diritti alla meta.

"After" non fa eccezione: anche qui, come nei suoi predecessori, troviamo un'interessante mix di black - doom metal grezzo e minimale, perennemente in movimento e con pochi momenti di pausa, i quali fungono da spartiacque in mezzo a cavalcate di chitarra e batteria lunghe e sognanti. La varietà compositiva non è mai stato il punto forte dei Raventale, e anche qui si nota una certa staticità nel songwriting; tuttavia, devo dire che da questo punto di vista il nostro Astaroth è molto migliorato, confezionando pezzi lievemente più vari e dinamici rispetto al solito. Non che i precedenti fossero brutti, anzi: semplicemente erano molto ripetitivi, ma questo faceva parte della loro intima essenza, ed era giusto così. Per quanto ciò si riscontri anche in questa release, quest'aspetto è stato smussato e ciò dimostra che Astaroth è stato capace di evolvere il proprio sound senza snaturarlo nemmeno in minima parte.

"After" potrebbe essere la colonna sonora di un viaggio a cavallo lungo una steppa, o comunque un luogo sufficientemente desolato e spoglio: il punto forte della musica dei Raventale, infatti, rimane l'alone onirico, la capacità di prendere per mano e condurre lungo un viaggio che annulla i pensieri e trasporta in un mondo quasi rilassante, seppur espresso per mezzo di chitarre distorte e voce growl. Un plauso è da fare anche per quanto riguarda proprio il cantato: finalmente emerge come si deve dal tappeto strumentale, non più sepolto come nei precedenti lavori, nei quali era praticamente un ronzio di fondo, che avrebbe potuto benissimo non esserci. Vedo ora di analizzare un pò i cinque brani che compongono l'album: l'opener "Gone" consiste in dieci minuti di triste rabbia, con poche variazioni nello sviluppo del brano ma con un finale ambient - atmosferico davvero pregevole, in piena tradizione Raventale: non possono non tornare in mente le brevi sezioni strumentali prive di distorsioni che troviamo in ogni loro album, pochi minuti capaci di evocare beatitudine con una facilità enorme. La title - track "After" è anch'essa oscura e molto doomish, richiamante un po' le atmosfere degli Anathema di "The Silent Enigma" e un po' il black metal di artisti come Burzum, lancinante e vagamente epicheggiante. L'ottima strumentale "Youth", è costruita su progressioni di accordi classiche ma sempre efficacissime nel ricreare atmosfere malinconiche, e intervallata da altri sprazzi di atmosfera creati dai sintetizzatori, abilmente amalgamati nel generale contesto doom metal. Solo cinque minuti, ma molto intensi. Stupisce invece la presenza di "Flames", praticamente una cover di un loro stesso brano, che si trovava sul primo album: non si capisce perchè abbiano voluto registrarla nuovamente, dato che l'originale non era affatto male. Ma i Raventale ci hanno abituato anche a queste stranezze, come quando misero in mezzo al loro album "Long Passed Days" la cover di "Sunset Of Age" degli Anathema, in posizione centrale rispetto alle altre tracce, e dunque assolutamente atipica.

La traccia conclusiva, senza titolo, è il brano più duro e dissonante dell'album, il più legato alla matrice strettamente black metal di gruppi come i Satyricon, anche per quello che riguarda le linee vocali. L'album è consigliato a chi nella musica non ricerca troppi fronzoli ma ama il minimalismo e l'immergere le proprie orecchie in un flusso sonoro continuo e con poche interruzioni. Forse alcune soluzioni avrebbero potuto essere sfruttate meglio, ma in definitiva ci troviamo davanti ad un lavoro sicuramente meritevole, fresco e piacevole quanto basta per non cadere facilmente nel dimenticatoio. Ancora una volta, ottimo lavoro, caro Astaroth.

01 - Gone (10:05)
02 - After (5:01)
03 - Youth (5:10)
04 - Flames (6:52)
05 - Untitled (7:20)

lunedì 24 gennaio 2011

Colosseum - "Chapter I: Delirium"

Firedoom Records, 2007
Questo primo capitolo inaugura la trilogia dei finnici Colosseum, band che ormai si è sciolta per sopraggiunta morte del leader Juhani Palomaki, già attivo negli Yearning ed impegnato nei suoi ultimi anni di vita con questo nuovo progetto Funeral Doom, dalle tinte fortemente oniriche e funeree, come una grandiosa tragedia teatrale. I nostri si muovono su coordinate sonore che definirei a metà tra le raffinate orchestrazioni degli Shape Of Despair e il gusto estremo dei Tyranny (altre due band casualmente finlandesi), e il risultato finale è indubbiamente di ottimo livello: i suoi punti forti sono un'attenta cura dei dettagli e soprattutto la presenza di linee melodiche molto evocative e sempre protagoniste assolute, che incantano i sensi e trasportano l'anima lungo sentieri maestosi e scenografici.

Come ciascuno dei loro colleghi, anche i Colosseum viaggiano su tempi esasperatamente lenti, evocano morte ad ogni singola nota, scrivono testi oscuri e allucinati e cantano con una voce ringhiosa e gutturale: nello specifico, la voce del compianto leader Juhani è un mostruoso lamento spostato completamente nel registro grave e costantemente raddoppiato, così da dargli un alone di funerea maestosità che può piacere o non piacere nel suo estremismo, ma che di certo non manca di personalità e inventiva. Ci sono altri elementi "anomali" che saltano piacevolmente all'orecchio, come gli inserti elettronici e tastieristici che aumentano la già spiccata teatralità della musica, oppure i lunghi e sognanti assoli di chitarra, eccezionalmente puliti ed espressivi: assoli che sono difficili da sentire in un genere che notoriamente non si basa su lunghe ed elaborate melodie chitarristiche. Gli episodi si susseguono con classe ed eleganza, sviluppandosi lentamente e facendoci vivere emozioni caleidoscopiche: sezioni che atterriscono, aperture melodiche sublimi, lente e disperate marce funebri, momenti onirici e psichedelici, parti strumentali che rilucono come diamanti neri dalla bellezza abbagliante. Il comune denominatore è la ricerca di una particolarissima "teatralità funerea", che poi proseguirà pressochè invariata nei due successivi full - length del gruppo. Se proprio devo citare un brano in particolare, non posso che soffermarmi sulla stupefacente "Aesthetics Of The Grotesque", brano dalle atmosfere enormi, quasi illimitate, intrise di una malinconia bruciante; ma il meglio arriva con l'incredibile coda, talmente imponente e maestosa da far scendere perfino lacrime di commozione, e senza nemmeno troppa difficoltà: uno dei momenti più meravigliosi che mi sia capitato di vivere ascoltando un album.

"Delirium", tuttavia, non è esente da alcuni piccoli difetti, che per quanto non siano particolarmente rilevanti, gli impediscono di elevarsi allo status di vero capolavoro. La solenne bellezza delle melodie e delle atmosfere non è sufficientemente controbilanciata da un songwriting dinamico e da uno sviluppo interessante di ciascun brano: ci sono anche episodi un po' statici ed eccessivamente pachidermici come "Saturnine Vastness" o "Corridors Of Desolation", che pur godendo di tutte le ottime proprietà che ho descritto prima, hanno un andamento un po' troppo pesante e ripetitivo che appesantisce il fluire dell'album. In generale il disco, facendo molto leva su alcuni elementi (melodie, suoni particolari, stati d'animo evocati) finisce talvolta per trascurarne degli altri, come la fluidità, la ricerca di progressione, la personalizzazione dell'accompagnamento chitarristico che qui è spesso costituito unicamente da accordi singoli. Con questo non intendo assolutamente dire che questo debutto sia un album che si ascolta un paio di volte e poi si butta via: contiene infatti molti brani troppo belli per dire una cosa simile, ma è vero che ascoltarlo tutto di fila è un compito gravoso e che lo spettro della noia potrebbe ogni tanto fare capolino. Quel che servirebbe per renderlo un capolavoro è un po' più di varietà nel songwriting e uno sviluppo meno lineare, ma tutto sommato posso dire che "Delirium" è un ottimo album, capace di far vivere momenti davvero meravigliosi: "Weathered", "Delirium" e "Aesthetics Of The Grotesque" sono capitoli che splendono di luce propria, anche se ho la netta impressione che questa band dia il meglio di sè quando è presa a piccole dosi, ascoltando i brani uno alla volta. In ogni caso, un lavoro notevole, che non manca di ispirazione e che non mancherà di commuovere gli animi più sensibili con la sua meravigliosa tragicità: per un appassionato del genere, almeno un ascolto è d'obbligo.

01 - The Gate Of Adar (10:50)
02 - Corridors Of Desolation (6:40)
03 - Weathered (13:00)
04 - Saturnine Vastness (10:09)
05 - Aesthetics Of The Grotesque (12:17)
06 - Delirium (11:40)

martedì 18 gennaio 2011

Skepticism - "Alloy"

Red Stream, 2008
Padri del Funeral Doom Metal insieme ai connazionali Thergothon, che però si sono sciolti dopo un solo album, i finlandesi Skepticism hanno avuto una carriera lunga, ma non particolarmente intensa a livello di produzioni: dal 1991, data di formazione, ad oggi hanno prodotto solo quattro album completi, più una buona serie di EP, i primi testimonianti il loro passato di death metal band, gli altri delle curiosità sperimentali. rilasciati come anticipazioni degli album in studio, ma contenenti versioni differenti dei brani che sarebbero poi stati proposti nelle uscite ufficiali.  Questo stesso "Alloy" ha avuto una gestazione di ben cinque anni, al punto che si credeva che gli Skepticism si fossero irrimediabilmente persi, e invece eccoli qua. Come si saranno evoluti? Le ottime sperimentazioni di "Farmakon" saranno state portate avanti o ci sarà un ritorno alle loro (gloriose) origini?

Possiamo dire entrambe le cose. Il sound si è fatto sicuramente più semplice e diretto che in "Farmakon", dove predominavano le strutture dilatate e complesse; ma contemporaneamente è più "leggero" e meno mortifero di quello che trovavamo nei loro primi, pesantissimi lavori. Si potrebbe parlare di ritorno al passato, ma con la novità di essere un disco più facilmente fruibile, anche se è ben lontano dal potersi definire "commercializzato". Sarebbe un errore pensare che i maestri Skepticism abbiano deciso di concedersi al grande pubblico: già dalla prima traccia, la maestosa ed enorme "The Arrival", capiamo che i nostri non hanno perso nemmeno un briciolo di classe e di, se vogliamo, snobismo: la loro musica era e rimane per pochi appassionati, che amano farsi travolgere da un muro sonoro che evoca tristezza e malinconia di natura inestricabile, soffocante. Un brano che riesce a gettare su chi l'ascolta un velo di angoscia, tramite uno splendido e profondissimo growl che si unisce a linee melodiche solenni e meravigliosamente accompagnate dall'organo ecclesiale, strumento cardine dei finnici, quello che li ha resi famosi. Il disco prosegue su coordinate simili, esplorando sfumature sonore molto interessanti: "March October" è un pezzo che per certi versi avrebbe potuto stare anche su "Farmakon", grazie alla buona quantità di soluzioni melodiche e armoniche in esso presenti (addirittura una chitarra solista, cosa quasi sconosciuta nella musica degli Skepticism) mentre "Antimony" si fa notare per la grande quantità di riff di chitarra a cascata, che la rendono sufficientemente melodica da essere quasi piacevole, se non fosse per il raggelante growl e per il severo organo che non manca mai di far sentire la sua voce. Non posso mancare di segnalare anche la meravigliosa "Pendulum", brano lento eppure capace di creare una tensione emotiva fortissima, quasi fosse la colonna sonora di un film dell'orrore: tra accelerazioni, rallentamenti e giri strumentali che riportano al punto di partenza, il brano si sviluppa in un crescendo semplicemente esaltante, che sfocia in un finale dove la tensione raggiunge il climax, reggendosi su un tema inquietante che cresce progressivamente di forza fino ad esplodere in un epilogo vibrante e demoniaco. Chiude il disco "Oars In The Dusk", brano relativamente veloce e dinamico, che si conclude con un crescendo veloce e dal respiro epico, quasi da cerimonia militare. Al primo ascolto questo album potrà non colpire particolarmente i sensi e l'anima: bisogna rigirarselo un po', assimilarlo poco per volta e infine riconoscere che gli Skepticism sono stati capaci di guardare al futuro pensando al passato, e regalandoci ancora una volta un album di ottimo livello. Certo,  riproporre un'altra "The March And The Stream" o "The Falls" è difficile, ma nessuno ha detto che sia per forza necessario. Complimenti ai ritrovati Skepticism!

01 - The Arrival (6:38)
02 - March October (10:30)
03 - Antimony (8:46)
04 - The Curtain (5:48)
05 - Pendulum (9:13)
06 - Oars In The Dusk (6:22)

sabato 15 gennaio 2011

Mournful Congregation - "The Dawning Of Mournful Hymns"

Weird Truth Productions, 2002
Mastodontico: non si può dire altro di questo doppio album - raccolta degli australiani Mournful Congregation, band poco conosciuta, sottovalutata e della quale è difficile reperire il materiale. Per fortuna, i numerosi demo, EP e split album prodotti dalla band in giovane età non sono andati perduti o relegati solo a qualche raro nastro per collezionisti, ma sono stati resi disponibili con questo album, che raccoglie tutto ciò che la band ha scritto prima di pubblicare il suo reale primo album in studio, "The Monad Of Creation", datato 2005 anche se la band esiste da molto più tempo, addirittura dal 1993.

Nello specifico, la band australiana è un pilastro originalissimo ed insostituibile del Funeral Doom Metal, proposto in una maniera molto personale: come si può ben notare dall'ascolto di questo lunghissimo doppio album (100 minuti di musica in totale!) i nostri rallentano all'inverosimile i ritmi, ribassano le chitarre e growlano in modo aspirato come tutti i gruppi Funeral, ma a questo uniscono un ottimo gusto per le sezioni acustiche, per la melodia che arriva dritta al cuore e per l'uso quasi esclusivo delle chitarre, a discapito delle tastiere e delle orchestrazioni che sono sì usate, ma ridotte veramente all'osso. L'artwork completamente nero non deve ingannare: accanto alla pesantezza e all'angosciosità tipica di questo sottogenere, i nostri sono capaci di una dolcezza insospettabile, che a volte sfocia in brani davvero struggenti e che hanno le potenzialità per piacere anche a chi non si sente minimamente avvezzo al metal estremo. La musica è in ordine cronologico, dunque il primo brano del primo dei due CD è il più vecchio e da lì si procede sempre verso le produzioni più recenti: non si nota un grandissimo cambiamento dai primi agli ultimi demo ed EP, se non un incremento della componente melodico - acustica ed un lieve alleggerimento delle atmosfere, che rimangono comunque sempre opprimenti e talora perfino claustrofobiche. C'è da dire che i primi brani sono forse un po' piatti se confrontati alle produzioni più recenti, a volte fin troppo quadrati e poco vari, ma ciò testimonia anche il fatto che la band è riuscita ad evolversi in maniera lenta ma costante, arricchendo il proprio sound delle splendide melodie chitarristiche che l'hanno resa importante nel suo genere. L'uniformità del tutto rende inutile descrivere traccia per traccia, perciò mi limito a citare solo due brani, entrambi posti a chiusura del rispettivo CD. "An Epic Dream Of Desire" chiude il primo dei due ed è un brano di oltre quindici minuti di durata, nel quale la voce è solo un sussurro di sottofondo e il growl non compare mai: a mio parere il miglior brano mai scritto dal gruppo, è un vero e proprio mastodonte di malinconia, capace di emozionare con poche e semplici note perse nel vuoto, singole e tremolanti, prodotte ora da una chitarra elettrica, ora da una chitarra acustica. "The Epitome Of Gods And Men Alike" (notare i titoli, molto poetici, così come i testi) dura la metà ma non è meno intensa: il growl qui ritorna, ferale e posseduto, e si unisce a spettacolari assoli e melodie di chitarra, dotate di una carica emotiva semplicemente disarmante.

Tutta così la musica dei Mournful Congregation: semplice, pulita, armoniosa e melodica, mantenendo sempre inalterato il suo pesante velo di tristezza e latente disperazione. Un gruppo da scoprire, e questo album è il modo migliore per farlo.

Disco 1

01. Fading Light Of A Dying Sun (11:45)
02. Astralic Dreams (10:06)   
03. Weeping (02:47)   
04. Suffer The Storms (09:17)
05. Heads Bowed (12:32) 
06. Miriam (02:57)   
07. An Epic Dream Of Desire (15:43)

Disco 2

01. Skyward Gaze, Earthward Touch (09:41)
02. Rememberance Of The Transcending Moon (11:21)
03. Empirical Choirs (07:26)
04. Tears From A Grieving Heart (10:02)
05. Opal Of The Stream Beneath The Hills (13:10)
06. Elemental (00:53)
07. The Epitome Of Men And Gods Alike (08:23)

martedì 11 gennaio 2011

Anorexia Nervosa - "Redemption Process"

Listenable Records, 2004
Quinto album in studio per gli Anorexia Nervosa, gruppo francese piuttosto affermato nell'ambito del symphonic black metal più estremo e veloce. Come i suoi illustri predecessori, questo album colpisce immediatamente l'ascoltatore con la forza di un macigno scagliato a folle velocità, arricchendosi notevolmente con una sezione sinfonica di tutto rispetto e una produzione sicuramente più adeguata rispetto a quella dei precedenti lavori, anche se ancora non si può definire questo album "ben registrato". Il black metal esige una produzione grezza, ma a mio parere quando la vena sinfonica è importante la produzione deve andare di pari passo, raffinandosi: in caso contrario si rischia che le ottime orchestrazioni, come quelle che troviamo in questo platter, siano addirittura difficili da sentire, inghiottite dalle chitarre. In sostanza, tuttavia, la produzione di questo album è discreta e rende abbastanza giustizia a questo disco fatto di assalti ferocissimi, scenari apocalittici e perfino qualche sprazzo melodico, in un marasma sonoro di indubbio impatto.

Lo stile è quello del black sinfonico con pochi fronzoli, nel quale cori e sezioni orchestrali sono ben presenti  ma vengono messi in secondo piano, e frequentemente suonano "in sordina". Il sound è non particolarmente elaborato come ad esempio quello dei Dimmu Borgir, ma più diretto e spaccaossa, anche se i brani raggiungono durate abbastanza ragguardevoli. I pezzi, come spesso accade nel genere, tendono ad assomigliarsi un pò tutti tra loro, ma ciò non toglie che si tratti di un lavoro di qualità, come confermano le due splendide highlight "The Shining" e "Sister September": la prima, posta in apertura di album, è costruita su una scala ascendente semplicemente maestosa e si sviluppa in un turbinoso e funambolico crescendo, condito da blast beat quasi onnipresenti e da uno screaming che definire indemoniato è dire poco; la seconda più melodica, lenta ed epica, anthemica nel suo incedere possente e fiero. Spicca anche "An Amen", un brano ancora più oscuro e morboso, come ci si aspetta da una band come gli Anorexia Nervosa, che ha fatto del sound malato e schizoide un suo punto di forza. Tra episodi riusciti ed altri un po' meno convincenti, l'album riesce comunque a trasmettere scariche di violenza formidabile, condita da una velocità esecutiva davvero notevole: ciò è sufficiente a rendere "Redemption Process" un album di ottimo livello nel suo genere, breve ma intenso e feroce quanto basta per essere ricordato. Con una produzione appena leggermente migliore, sarebbe stato un capolavoro: ma anche così è un disco ragguardevole, da consigliare vivamente agli appassionati del genere.

01 - The Shining (5:30)
02 - Antinferno (6:47)
03 - Sister September (6:34)
04 - Worship Manifesto (5:29)
05 - Codex Veritas (7:07)
06 - An Amen (7:28)
07 - The Sacrament (6:32)

mercoledì 5 gennaio 2011

Forest Of Shadows - "Where Dreams Turn To Dust"

Rage Of Achilles, 2001
"Where Dreams Turn To Dust" è forse l'esempio più calzante e perfetto di come si possa suonare un Doom metal caldo, avvolgente, malinconico e introspettivo senza cadere nella pochezza artistica e nella faciloneria, ma al contrario utilizzando pochissimi elementi per creare composizioni meravigliose.

I Forest Of Shadows nascono dalla mente di un'unica persona, che risponde al nome di Niclas Frohagen, polistrumentista svedese che si occupa di tutto, con poche collaborazioni esterne e molto impegno personale. L'EP che ho tra le mani, impreziosito da due bonus track provenienti dai precedenti demo della band, è a mio parere uno dei migliori dischi Doom che siano mai stati suonati: l'atmosfera che Niclas riesce ad evocare in questo lavoro è semplicemente unica, irripetibile. L'attitudine della sua musica è un feeling maestoso, autunnale, sempre estremamente melodico e dalle linee facilmente riconoscibili, ma mai banali nonostante la loro semplicità. A dimostrarlo c'è il primo brano, "Eternal Autumn", dal titolo programmatico: una meravigliosa introduzione di flauto lascia improvvisamente esplodere una melodia evocativa, grondante rugiada, impregnata di colori e suoni di un bosco autunnale. Tempi lenti e solenni, stacchi acustici di pregevole fattura, voce alternata tra un growl insospettabilmente caldo ed un cantato pulito di grande espressività, quasi panteista nella sua gentile pacatezza. Più volte il brano varia il tema portante, per poi tornare sul tema precedente, confezionando nove minuti e mezzo di viaggio attraverso l'ammaliante bellezza della stagione fredda e decadente che risponde al nome di autunno. La successiva "Wish" è un viaggio stavolta più sognante, che inizia in modo duro con un growl stavolta più severo e aspro, ma che si perde successivamente in lunghe strofe cantate in pulito e coadiuvate da una chitarra acustica che sa ritagliarsi perfettamente il suo spazio, senza mai passare in primo piano. Strofe rilassanti e bucoliche, che conducono per mano lungo un sentiero di foglie secche, come fosse l'ultimo viaggio che ci è concesso su questa Terra. Concludendosi con una frase emblematica "So i close my eyes, and I sigh", arriviamo a "Of Sorrow Blue", brano ancora più malinconico e mesto, nel quale fanno capolino alcune spettacolari sezioni di archi, che spezzano la rocciosa progressione della chitarra ritmica con alcuni break melodici da commozione istantanea. Ma le sorprese non sono finite: nella parte centrale il brano prende improvvisamente quota, le chitarre si ingrossano, i ritmi diventano veloci al punto di inserire la doppia cassa (!), la voce esprime un misto di rabbia e tristezza mirabile: ed infine scolliniamo dolcemente, andando a morire in un finale acustico di chitarra e violino, ancora una volta dalla bellezza disarmante.

Il disco ufficiale sarebbe finito qui, e il materiale che abbiamo ascoltato finora sarebbe già sufficiente per renderlo un capolavoro: ma non è finita. Chi è stato così fortunato da procurarsi la versione rimasterizzata, che include le bonus track, scoprirà che esse non sono semplicemente dei riempitivi, ma sono altri due bellissimi pezzi. "Under A Dying Sun" è una lunghissima composizione di oltre quindici minuti, dalla struttura variegata e in costante evoluzione, tanto che si potrebbe quasi parlare di progressive doom: nonostante non ci siano mai particolari soluzioni a livello tecnico. In questo lungo brano troviamo davvero di tutto: accelerazioni in doppia cassa, rallentamenti, sezioni acustiche, melodie distorte e sognanti, come in un connubio di tutto quello che abbiamo ascoltato nei tre brani precedenti. E non dimentichiamoci che è una sola persona a comporre e suonare tutti gli strumenti: un'ulteriore nota di merito va a Niclas per il suo lavoro. Dopo aver attraversato paesaggi ed emozioni di ogni genere, è giunto il momento di concludere il disco con "The Silent Cry", introdotta da un malinconico pianoforte che in meno di un minuto potrebbe nuovamente commuovere gli animi più sensibili. Altri cinque minuti di melodie eleganti e distorsioni "gentili", se così possiamo chiamarle, ma anche di sezioni più violente e veloci, che non diventano mai sguaiate, perchè sempre controbilanciate dalla delicatezza intrinseca della musica. Con una progressione dissonante si chiude finalmente il disco, e a questo punto le parole che posso dire sono terminate: non mi resta che consigliare caldamente a tutti di procurarsi questo dischetto, che saprà essere la perfetta colonna sonora delle vostre stagioni fredde, e che vi farà più volte provare la sensazione di trovarvi in una foresta, senza nessuno attorno, circondati unicamente da foglie bagnate e rami secchi. E di scoprire che è un'esperienza meravigliosa.

01 - Eternal Autumn (9:26)
02 - Wish (8:24)
03 - Of Sorrow Blue (11:30)
04 - Under A Dying Sun (Bonus Track) (15:36)
05 - The Silent Cry (Bonus Track) (5:20)

Death - "Symbolic"

Roadrunner Records, 1995
Un insieme di tecnica sopraffina, aggressività e rabbia, pensieri profondi ed emotività incontenibile: questo a mio parere è "Symbolic", penultimo album in studio dei Death, band che conosciamo tutti per la triste storia che ha visto protagonista il geniale leader Chuck Schuldiner, deceduto prematuramente per via di una neoplasia cerebrale che non gli ha lasciato scampo. "Symbolic" prosegue la linea evolutiva iniziata con "Human", che cominciava già a differenziare il death "ignorante" e grezzo degli esordi arricchendolo con soluzioni tecniche e stilistiche nuove, e proseguito poi con il seminale "Individual Through Patterns", che portava tecnica e sentimento ad un livello ancora superiore. Qualcuno ha definito "Symbolic" un disco freddo e macchinoso, ma non sono affatto d'accordo: l'ingresso del funambolico Gene Hoglan alla batteria, autore di una performance semplicemente sbalorditiva, e una maggiore attenzione per i dettagli non significa per forza essere macchinosi, ma semplicemente più raffinati. Anche l'ingresso dei nuovi membri, Kelly Conion al basso e Bobby Koelble alla seconda chitarra, potrebbe causare rimpianti, ma non è questo il caso: i nuovi arrivati non si fanno certo problemi e massacrano comunque le nostre orecchie con scariche di violenza spaventose e mai banali. Nonostante l'evoluzione che li ha portati lontani dai pesantissimi esordi di "Scream Bloody Gore" e "Leprosy" e dalla morbosità di "Spiritual Healing", i Death non hanno deciso di ammorbidirsi: questo è un album che pesta duro dall'inizio alla fine, viaggiando sulla doppia cassa, tempi dispari e riff taglienti, come si può notare già nella sinistra opener che porta il nome del disco, teatro di  ferali loop chitarristici e di improvvise e devastanti accelerazioni sostenute dal consueto screaming acido di Chuck, tra i più espressivi che io ricordi nel genere death metal.

Le strutture dei brani si fanno più complesse, talvolta ai limiti del progressive metal, e si fa notare anche il lavoro solistico, che stupisce come al solito per precisione e incisività, senza mai scadere nel virtuosismo fine a sè stesso. Interessante novità dell'album è la presenza più massiccia di spunti melodici e di sezioni addirittura malinconiche, in brani come "Sacred Serenity", "Without Judgement" e la conclusiva "Perennial Quest", dal meraviglioso finale acustico pennellato qua e là da tocchi di chitarra elettrica, sperduta e desolante. Ogni brano ha una particolarità che lo rende speciale, e il disco non è affatto monotono come si potrebbe pensare per un album death metal: basta ascoltare per esempio la ben conosciuta "Crystal Mountain", diventata uno dei simboli della band: fughe chitarristiche si affiancano ad una batteria quasi impazzita, che viaggia spesso e volentieri sulla doppia cassa, ma senza rubare spazio ad alcune sezioni melodiche di ottimo gusto, che donano un ampio respiro al brano. Ma il brano che mi ha colpito di più è "1000 Eyes", dannatamente mordente con la sua velocità e il suo drumming fuori dall'usuale, e con il suo ritornello in impennata, memorabile. Ogni brano contribuisce a rendere questo album un capolavoro del genere, assolutamente irrinunciabile per qualsiasi appassionato di Metal, poiché con questo album i Death hanno rasentato la perfezione assoluta, sotto tutti i punti di vista: tecnico, stilistico, emotivo ed esecutivo. Crudo, spiazzante e dannatamente vero: questo è "Symbolic", un album da avere.

01 - Symbolic (6:35)
02 - Zero Tolerance (4:50)
03 - Empty Words (6:24)
04 - Sacred Serenity (4:28)
05 - 1000 Eyes (4:30)
06 - Without Judgement (5:30)
07 - Crystal Mountain (5:09)
08 - Misanthope (5:06)
09 - Perennial Quest (8:20)

lunedì 3 gennaio 2011

Shape Of Despair - "Written In My Scars"

Solarfall Records, 2010
Sono passati ben sei anni dall'ultima prova discografica dei finnici Shape Of Despair, grande nome del Funeral Doom Metal che si è fatto rispettare dopo la pubblicazione di dischi seminali come "Shades Of..." e "Angels Of Distress". A parte la raccolta omonima, uscita nel 2005, il gruppo sembrava definitivamente scomparso dalle scene, tanto che molti fan si erano rassegnati al fatto che "Sleeping Murder" sarebbe rimasto l'ultimo brano composto dalla band. Invece no: grande è stata la sorpresa quando è stato annunciato questo EP in edizione limitata a 500 copie. Ma ancora più sorprendente è stato scoprire che conteneva solo due pezzi, di durata non chilometrica come di consueto, ma entrambi intorno ai sei minuti, e soprattutto scoprire che il disco sarebbe stato pubblicato unicamente su vinile.

Dopo una lunga ricerca e una lunga attesa mi trovo finalmente tra le mani questo 33 giri e, con una certa emozione, posiziono la puntina sulla superficie picea del vinile. Si può dire che, nella sua brevità, questo "Written In My Scars" sia una prova ben riuscita, che porta avanti un certo lato sperimentale del gruppo: quello che di solito la band fa in dodici minuti e più, qui è condensato in sei. La title track è il primo dei due brani, etereo e sognante grazie all'uso di sonorità chitarristiche particolari e alla splendida voce di Natalie Koskinen, che accompagna il ferale singer Pasi nel suo consueto growl da oltretomba. Le orchestrazioni di "Angels Of Distress" si uniscono all'alleggerimento sonoro che trovavamo su "Illusion's Play", mentre le strutture rimangono estremamente semplici e poco articolate, risultando quasi ipnotiche. I finnici non hanno perso un briciolo della loro capacità di creare atmosfera con pochi elementi e con orchestrazioni ben mirate, ma non hanno neppure perso la capacità di innovare: la successiva "The Bliss Of Sudden Loss" è infatti ben diversa, basata su riff di chitarra ariosi e insistentemente ripetuti, e stavolta priva di voce femminile e arrangiamenti tastieristici. Anche il ritmo, pur sempre lento, accelera lievemente e si fa dinamico: si può dire che il brano sia una continuazione della linea iniziata con la sopracitata "Sleeping Murder", che mostrava gli Shape più diretti e meno crepuscolari, anche se in termini relativi. Disco breve, ma non interlocutorio: se queste sono le premesse, c'è da aspettarsi un ritorno sulle scene in grande stile con il prossimo album, che aspettiamo con ansia. Nell'attesa, un piccolo grande pezzo da collezione per chi è riuscito ad accaparrarselo, dato che ormai è quasi completamente esaurito. Aspettiamo il loro ritorno con fiducia.

01 - Written In My Scars (6:01)
02 - The Bliss Of Sudden Loss (5:47)

martedì 28 dicembre 2010

Evergrey - "In Search For Truth"

InsideOut Music, 2001
Sempre in bilico tra power e progressive metal e capitanati dall'intensa voce roca di Tom Englund, gli Evergrey sono una della realtà più interessanti nel loro ambito. Costantemente impegnati a mostrare come il power metal non sia solamente un ammasso di gruppi clone in crisi di idee, i cinque svedesi sono da sempre dediti a tematiche oscure e sinistre: "In Search Of Truth", infatti, contiene una marcata vena "dark" che gli dona una buona longevità, evitando di farlo scadere in una collezione di facili melodie da classifica che si dimenticano il giorno dopo.

La storia di questo concept è quella di un uomo che "sente le voci" e non si sente più al sicuro da nessuna parte, poiché è convinto di essere spiato da entità aliene. L'atmosfera di paranoia è evidente sia nel testo sia nella musica, che è potente e maestosa, debitrice degli stilemi del power ma anche piacevolmente contaminata dal progressive metal e dall'AOR (a volte sembra di sentire echi dei Royal Hunt). La voce di Tom è una delle migliori che si possano trovare nel genere: potente e ricca di espressività, è il meglio che si potrebbe chiedere per una musica del genere. L'uso delle orchestrazioni, ben calibrato e dosato quando serve, aumenta ancora di più la tensione che prosegue a mano a mano che il disco procede. La veloce "The Masterplan", ottima opener dal ritmo sincopato e dal refrain trascinante, porta alla più cadenzata e indiavolata "Rulers Of The Mind", nella quale l'apparente addolcimento della voce di Englund nel ritornello è solo un inganno: la seguente "Watching The Skies", probabilmente il pezzo migliore del disco, è quanto mai apocalittica e sinistra, in cui i suoni bassi si fanno di una profondità insospettabile per un gruppo power. I ritmi si fanno sempre più spezzati e sincopati, le chitarre suonano pesanti dissonanze; la tensione, altissima lungo tutto il brano in perfetto stile Evergrey, impedisce i cali di attenzione, facendo arrivare al finale col fiato sospeso. Una tregua ci è offerta con la malinconica "State Of Paralysis", breve intermezzo di pianoforte e voce, per poi ritornare a fare sul serio con "The Encounter" e "Mark Of The Triangle", i brani più metallici del lotto. "Dark Waters" è un altro episodio magistrale, che in una struttura semplice unisce azzeccatissimi arrangiamenti pianistici (che in questo album compaiono spesso) e una progressione melodica davvero accattivante, stavolta pienamente power metal. L'amara e disperata "Different Worlds", nella quale Englund fornisce la sua miglior prova vocale, è ancora una volta dominata da un pianoforte, cristalino e pulito, ma nel finale una chitarra stupendamente potente fa riprendere quota al brano, consegnandoci un pezzo d'intensità disarmante.

Il disco è chiuso da "Misled", brano che, ahimè, poteva essere costruito meglio: erano andati bene fino ad ora, e la parte strumentale del suddetto brano è molto interessante, ma il ritornello è davvero scontato. Peccato. Tuttavia, non facciamo gli schizzinosi: questo è un ottimo album e una leggera caduta di tono non sarà sufficiente per affossarlo. Peccato che con gli ultimi album i nostri Evergrey siano scaduti nella banale formula commerciale, seppur orecchiabile: ma ciò nulla toglie agli album di ottimo valore, come questo, dati alla luce in passato.

01 - The Masterplan (4:46)
02 - Rulers Of The Mind (5:57)
03 - Watching The Skies (6:16)
04 - State Of Paralysis (2:13)
05 - The Encounter (4:38)
06 - Mark Of The Triangle (6:22)
07 - Dark Waters (6:02)
08 - Different Worlds (5:29)
09 - Misled (5:59)

sabato 25 dicembre 2010

Green Carnation - "Light Of Day, Day Of Darkness"

The End Records, 2001
Un'ora esatta di musica, racchiusa in un'unica traccia senza alcuna interruzione, è quello che questo interessantissimo e originale album offre a chi non si spaventa per la sua lunghezza. Una lunghezza che tuttavia è solo apparente: cosa rappresenta un'ora nell'economia di una vita intera? Questo discorso vale ancora di più quando si tratta di dischi come questo, che fanno scorrere il tempo con una velocità doppia rispetto al normale. Succede sempre così, quando si scopre qualcosa di bello: non si fa in tempo ad assaporarlo, che è già finito. Fortunatamente, nel caso di un album, basta schiacciare di nuovo play e ricominciare da capo.

"Light Of Day, Day Of Darkness" è un emozionante viaggio all'interno di una condizione dolorosa, quella della perdita di un figlio. Il tema non è casuale: la tragedia ha colpito direttamente il mastermind del gruppo, che risponde al nome di Tchort. Conosciamo già questo artista per le sue numerose collaborazioni e per essere stato parte anche degli In The Woods..., dalle ceneri dei quali nacquero poi i Green Carnation: un artista sorprendente per il suo eclettismo e per la sua capacità compositiva, che in questo album raggiunge probabilmente il massimo. Non è possibile non notare come questo disco sia impregnato di vita, e ciò si nota sia dalla musica (inquieta, passionale e riccamente elaborata) sia dal testo (particolarmente introspettivo e tormentoso, una vera poesia). Come spesso succede, i momenti difficili danno ispirazione per tirare fuori il meglio di sé, e sicuramente la morte del bimbo mai nato ha influenzato profondamente le scelte stilistiche alla base di questo album. Non è da trascurare nemmeno il fatto che l'album sia stato ispirato anche dalla nascita di un altro figlio, che ha contrapposto il dolore alla gioia: due sentimenti che nella musica coesistono e si compenetrano costantemente, senza che mai nessuno dei due possa dirsi slegato dall'altro. Se il precedente e splendido "Journey To The End Of The Night" era un capolavoro di atmosfere ombrose e decadenti, nel quale traspariva unicamente l'atroce dolore per il figlio perduto, questo nuovo "Light Of Day..." unisce a quella pesante negatività una certa speranza e positività, seppur appena accennate; sta per avere inizio una nuova ed emozionante vita umana. Dovremo aspettare il successivo "Blessing In Disguise", perfetta conclusione della trilogia, per uscire dal tunnel buio e tornare definitivamente alla luce.

Alla luce di tutto ciò, non si può certo definire "Light Of Day..." come un album facile o immediato. Ricco di sfumature, di emozioni contrastanti, caratterizzato da partiture strumentali in continua evoluzione, si tratta di un album che va ascoltato poco alla volta e va capito, prima di poterlo giudicare. Dal punto di vista strettamente musicale, esso fonde ottimamente le intricate evoluzioni del progressive metal, la pesantezza emotiva tipica del doom, una discreta componente atmosferica e perfino una certa attitudine thrash, facile da notare nelle parti più dure e veloci, nelle quali le chitarre non temono di mostrarsi aggressive e irruente. Cavalcate metalliche poderose e ritmi martellanti che quando serve fanno piazza pulita, distorsioni spinte al punto giusto senza mai perdere il senso della melodia, ricchezza e varietà nei timbri e nell'interpretazione vocale, sprazzi di melodie elegiache e momenti di pura emozione, riff mai scontati e raramente ripetitivi, ottimo uso delle tastiere e del sempreverde organo Hammond: è disarmante la naturalezza con la quale scorre la musica, senza mai annoiare nemmeno per un minuto, come se concepirla fosse stata la cosa più semplice di questo mondo: quasi un gioco. Un aspetto molto interessante è l'uso quasi esclusivo della voce pulita, che dona un tocco di epicità al tutto, tale da ricordare quasi i Bathory del periodo intermedio (il paragone è piuttosto lontano, ma non campato per aria). Rarissimo ed occasionale è invece lo screaming, che si riduce solo a qualche isolato grido di dolore in sottofondo. Al suo posto troviamo una voce femminile, che si fa sentire qua e là con alcuni azzeccati interventi, per poi perdersi in gorgheggi un po' sgraziati durante un lungo e inquietante interludio centrale, sostenuto in sottofondo da un sassofono tremolante e spaesato: forse l'unico momento debole dell'album, ma è anche detto che bisogna contestualizzarlo, per capirlo: dietro quelle grida straziate c'è probabilmente l'orrore di una madre che perde un figlio, e infatti quando la musica riparte ci troviamo ad ascoltare un assolo stupendamente malinconico ma al contempo carico di speranza e di forza per rinascere.

Certamente non è facile affrontare l'ascolto, poiché implica concentrazione e volontà di portarlo a termine: ma per coloro che amano ascoltare gli album interi e non le singole canzoni, ciò non rappresenterà di certo un problema. Il segreto è lasciarsi coinvolgere da questo meraviglioso connubio sonoro, senza pensare a quanto manca alla fine, perché sono certo che una volta finito vi dispiacerà che la band non abbia scritto almeno una decina di minuti di musica in più. In definitiva, uno dei dischi più coinvolgenti e "vissuti" della mia discografia: vivamente consigliato, e non solo ai metallari.

01 - Light Of Day, Day Of Darkness (1:00:05)

giovedì 23 dicembre 2010

Opeth - "My Arms, Your Hearse"

Candlelight Records, 1998
Gli elementi cardine dell'Opeth sound, che ormai si è costituito come stile a sè stante, li conosciamo già; ma per chi non li conoscesse ancora, deve sapere che i nostri suonano un interessante ed originale mistura di progressive, black e death metal, molto variegata e ricca di spunti melodici, parti acustiche ed alternanza tra le due voci del sempreverde Mikael Akerfeldt, in grado di destreggiarsi ottimamente sia con il growl sia con il cantato pulito.

Tra le vecchie produzioni degli Opeth, questa è sicuramente l'opera più grezza e diretta, che concede meno alla melodia e alle parti acustiche, senza però perdere l'alone magico ed evocativo che è la colonna portante del quintetto svedese. Dopo qualche cambio di line - up, i nostri evolvono il sound gelido e severo di "Morningrise" scrivendo musica veloce, aggressiva e vorticosa, che tuttavia sa lasciare spazio ai consueti stacchetti acustici e alle melodie arpeggiate che non hanno perso nemmeno un grammo della loro dolcezza. Il rumore della pioggia , unito a poche note di pianoforte, apre il disco in maniera esemplare: fin da subito ci si rende conto che la musica degli Opeth è adatta a ricreare scenari naturali ed epici, decadenti e malinconici così come la storia che sta dietro a questo concept - album: si parla del fantasma di un uomo che, dopo la morte, vaga per i boschi dove abita ancora la sua compagna, che però essendo viva non può accorgersi della sua presenza. Ma ad un certo punto la donna si renderà conto che qualcosa aleggia intorno a lei, e quando scoprirà chi è...beh, se volete sapere come finisce, ascoltate il disco e soprattutto leggete i testi! Per adesso concentriamoci sulla musica, che non lascia scampo: l'irruento attacco di "April Ethereal" si ricorda come uno dei più violenti nella discografia del gruppo. Il brano successivamente si sviluppa in una tempesta di riff incessanti sostenuti da una batteria veloce e ottimamente tecnica, ma a spezzare la tensione ci pensano alcuni meravigliosi break melodici nei quali il growl viene messo da parte e arrivano i cori. Ascoltare il brano è come intraprendere un cammino attraverso una foresta, seguendo un fiume in compagnia di mille spiritelli, mentre le chitarre elettriche cercano di rubare spazio a quelle acustiche ma si trovano improvvisamente soppiantate dalla malia di queste ultime. Meravigliosamente ritmata e trascinante la parte finale, che sfumando dolcemente ci introduce a "When", brano inizialmente devastante, ma che piano piano stempera la sua furia e lascia campo libero alle chitarre senza distorsioni, perennemente affiancate dagli arpeggi della chitarra acustica. Particolarità del disco è il passare continuamente da atmosfere fredde e autunnali ad altre più calde e primaverili, come un continuo ciclo di stagioni perfettamente rappresentato ora dalle massacranti distorsioni, ora dalla delicatezza delle corde pizzicate appena. Altri brani memorabili sono la violenta "Demon Of The Fall", molto amata dai fan degli Opeth, e la soffertissima "Karma", dove Mikael canta in entrambi gli stili con tutto il trasporto di cui è capace, e dove ogni tanto le chitarre si ribellano accelerando improvvisamente, come a sottolineare l'imprevedibilità di un inverno, che può sommergere tutto sotto la neve in poche ore.

Accanto ai pezzi più violenti come "The Amen Corner" e "Demon Of The Fall" ci sono alcuni intermezzi privi di distorsioni e growl, come "Madrigal", "Credence" e "Epilogue", brani meditativi e introspettivi che fungono da perfetti smorzatori di violenza all'interno dell'album. Il tutto si amalgama alla perfezione in un disco intenso, feroce e aggressivo, ma al contempo irresistibilmente poetico e mistico. Nondimeno, rappresenta un'ottima evoluzione degli Opeth, capaci di rinnovare costantemente il proprio sound senza rimanere fissi nei vecchi schemi. Come non sentirsi sperduti in un freddo bosco nordico mentre si ascoltano queste note? Provare per credere.

01 - Prologue (1:01)
02 - April Ethereal (8:43)
03 - When (9:16)
04 - Madrigal (1:19)
05 - The Amen Corner (8:45)
06 - Demon Of The Fall (6:14)
07 - Credence (5:28)
08 - Karma (7:54)
09 - Epilogue (4:01)

mercoledì 22 dicembre 2010

Swallow The Sun - "Plague Of Butterflies"

Spinefarm Records, 2008
Nonostante duri un'ora abbondante, "Plague Of Butterflies" è considerato un extended play, in quanto contiene una sola traccia inedita, mentre il resto è tutto materiale bonus che era presente sul loro primo demo "Out Of This Gloomy Light", datato 2003. Tale traccia, che dà il nome al disco, è una mastodontica suite dalla durata di quasi trentacinque minuti, divisa in tre parti: dico subito che a mio parere è la migliore composizione mai scritta dagli Swallow The Sun in tutta la loro carriera, e con questo invito chiunque a dedicarle l'attenzione che merita, ancora prima di spiegarvi perché dovreste farlo.

In fondo, non c'è bisogno di tante presentazioni per gli Swallow The Sun: i finlandesi hanno sempre prodotto dischi di ottima qualità, e sufficientemente diversificati tra loro per poterne seguire l'evoluzione. Alcuni erano infatti più metallici, altri più introspettivi, altri più melodici e facilmente accessibili: nonostante la matrice death - doom sia sempre rimasta stabile, c'è sempre stata una lieve differenziazione tra album ed album. "Plague Of Butterflies" prende tutte le caratteristiche del gruppo e le amalgama in un solo, spettacolare brano, che oltre a mostrarci il meglio di tutto ciò che la band finlandese sa fare, si distingue anche per un uso leggermente maggiore delle orchestrazioni e delle parti atmosferiche, quindi continua anch'esso l'evoluzione sopracitata. Se temete che il gruppo si sia un po' rammollito e si sia magari dato al gothic di facile ascolto, vi fermo subito: il 90% della musica è sempre fatto di chitarra, basso e batteria, strumenti che se ben sfruttati possono essere più che sufficienti per creare un capolavoro senza tempo. Aggiungiamoci anche le tre voci del cantante, che passa con naturalezza dalla voce pulita ad un growl estremamente profondo e gutturale, fino ad arrivare ad un lacerante screaming che suona come un vero e proprio lamento di dolore inconfessabile e disperato; e il cerchio si completa.

Tutta questa lunghissima composizione è fatta di musica che squarcia gli animi, scavando in profondità senza preoccuparsi di procurarci dolore, in quanto è esattamente il suo scopo. Nel disco si narra una storia di un eremita che vive in una foresta e che perde l'amata Evael, la quale è fuggita poiché sapeva di essere portatrice di una tremenda piaga, la piaga delle farfalle per l'appunto. In tutti e tre i sottobrani che compongono l'opera troviamo una buona alternanza tra atmosfera e rocciosità, tra melodia e rabbia, tra disperazione e bellezza: parafrasando una loro vecchia e splendida canzone, potremmo dire che anche questa volta la musica degli Swallow The Sun è fatta di "Gloom, Beauty and Despair". Oscurità, bellezza e disperazione. La drammaticità da sempre presente nel sound del gruppo, unita alla leggera vena "horror" anch'essa sempre presente, viene qui notevolmente amplificata ed espressa con sonorità talvolta durissime, talvolta appena percettibili, quasi fluttuanti. I muri di chitarre si ergono per poi crollare all'improvviso, le soluzioni melodiche non mancano mai e fanno correre più di un brivido lungo la schiena, il cantato è ai massimi livelli ed esprime via via sentimenti differenti, senza mai fossilizzarsi in un unico stile. Tensione sempre alle stelle, sensazione che qualcosa stia per esplodere, senso di oppressione; sono tutte sensazioni facilmente trasmesse da questo brano, che non presenta mai una caduta di tono o una parte noiosa, anche se probabilmente gli Swallow The Sun avrebbero fatto meglio a dividere fisicamente l'opera in tre tracce e ad articolare meglio tra loro le varie parti, che a volte appaiono un po' troppo slegate. Ma sono difetti marginali: vedendoli sotto un'altra ottica, la scelta di incidere una traccia unica costringe gli ascoltatori a viverla per intero, senza poter troppo saltare da una parte all'altra; l'effetto "slegato" riesce poi a creare un feeling di continuo straniamento, mantenendo alta l'attenzione.

In sostanza, "Plague Of Butterflies" è un vero e proprio dramma in chiave doom - death metal, una squarciante odissea che commuoverà gli animi sensibili così come gli animi induriti grazie al suo incedere articolato e vario, alla sua stupefacente vena sentimentale e a sonorità prettamente devastanti ed efficacissime. Chi riuscirà ad accogliere la devastante e inguaribile malinconia che trasuda dalle note degli Swallow The Sun, scoprirà presto di non poterne più fare a meno, così come non si può fare a meno di qualcosa che ci procura dolore ma che contemporaneamente il nostro animo anela, perchè in esso è racchiusa l'essenza di ciò che ci caratterizza.

"You're losing the sunsets, you will never get them back..."

01 - Losing The Sunsets / Plague Of Butterflies / Evael (34:42)
02 - Through Her Silvery Body (8:01)
03 - Out Of This Gloomy Light (5:34)
04 - Swallow (5:27)
05 - Under The Waves (6:36)

martedì 21 dicembre 2010

Agalloch / Nest (Split Album)

Infinite Vinyl Records, 2004
Copertina con colori pastello per questo piccolo split - album che vede protagonisti gli statunitensi Agalloch e i finlandesi Nest. I primi dediti ad una mistura di metal, folk e paganesimo devoto alla natura, i secondi fautori di un neo - folk molto legato alle tradizioni della loro terra.

Vinile limitato a mille copie, si configura subito come pezzo per collezionisti, ma non per questo musicalmente insignificante: in dieci minuti di musica i due gruppi, che propongono un brano a testa, creano un'atmosfera di pace e tranquillità quasi assoluta, nella quale perdersi osservando le foglie d'autunno che cadono o un temporale estivo. Il pezzo degli Agalloch è una ripresa del tema finale di "Hallways Of Enchanted Ebony", presente sul loro debutto "Pale Folklore", quindi tecnicamente nulla di nuovo; eppure, se nel brano originario la melodia era solo accennata, qui viene sviluppata maggiormente da due chitarre acustiche pacate e serene, in un brano strumentale semplicissimo ma molto evocativo. I Nest ci propongono un pezzo ancora più atmosferico, impreziosito dal kantele (tipico strumento a corda finlandese) e dal didgeridoo, strumento a fiato usato dagli aborigeni australiani che dona un feeling estremamente "naturalistico" al pezzo. Fanno capolino anche delle parti cantate, o meglio recitate dallo stesso John Haughm, vocalist degli Agalloch, ma sono poco più che un contributo alla musica, che tesse trame vellutate e piacevolissime.

Fine, è tutto qui. Un dischetto semplice, brevissimo ma di grande effetto: è indubbio che ascoltarlo guardando fuori dalla finestra, in un pomeriggio autunnale, mentre la puntina del giradischi produce il suo leggero graffio sulla superficie del vinile, può regalare qualche momento di intensa meditazione e pace con sé stessi. Se riuscite a trovarlo, beninteso...

Agalloch
01 - The Wolves Of Timberline (4:52)

Nest
02 - Last Vestige Of Old Joy (5:21)

lunedì 20 dicembre 2010

In Flames - "Subterranean"

Wrong Again Records, 1994
Padri costituenti del death melodico svedese di scuola Goteborg, genere che si è affermato sia per la provenienza geografica che per la particolarità del sound, gli In Flames non hanno certamente bisogno di presentazioni. Anche se ultimamente paiono aver smarrito un po' la bussola, essendosi allontanati moltissimo dal sound che li ha resi famosi ed apprezzati, rimangono pur sempre un gruppo intramontabile, che come pochi ha saputo unire aggressività feroce e uno splendido gusto melodico quasi mai oscuro ed anzi molto luminoso. 

Dopo l'acerbo ma interessante debutto "Lunar Strain", molto ricco di richiami alla musica popolare svedese, i nostri pubblicano questo EP "Subterranean", gemma dimenticata nella loro discografia, anche per via di una produzione piuttosto scadente che non ne ha mai valorizzato il contenuto. Solo cinque tracce, ma di qualità sopraffina: in questo dischetto il quintetto svedese pesta duro sull'acceleratore, ma con un ottimo gusto melodico che rende ogni canzone assolutamente coinvolgente e fruibile anche da orecchie non avvezze alle sonorità death metal. L'opener "Stand Ablaze" inizialmente ci ammalia con un pianoforte, che presto lascia però spazio ad un brano veloce e virtuoso, in cui le due chitarre si danno battaglia per vedere quale riuscirà a creare le migliori linee armoniche e melodiche. Lo screaming di Henke Forss, antico cantante della band, è tagliente e rabbioso al punto giusto, senza risultare eccessivo. Dopo un'opener così entusiasmante, ci si aspetterebbe una caduta di tono, e invece no: "Everdying" riesce ad essere ancora più bella, tra ritmi spezzati, vocals davvero demoniache ed evoluzioni chitarristiche imprevedibili, che sfociano in parti acustiche meravigliose. La title track "Subterranean" è un brano più cadenzato, dal ritmo semplice e scherzoso e sempre estremamente melodico nella sua pacata aggressività, caratteristica distintiva degli In Flames. Le linee melodiche non sono mai particolarmente complicate, ma nel contempo sono molto elaborate, che non è un sinonimo: su poche note i nostri riescono sempre a costruire temi convincenti, che fanno battere il piede e tengono sempre alta l'attenzione. Dopo il breve intermezzo acustico "Timeless" arriviamo alla conclusiva "Biosphere", altro brano solare ed altamente melodico, introdotto da un riff particolarmente giocoso che si sviluppa in modo convincente supportato da frequenti cambi di ritmo. Pochi minuti di musica, ma la garanzia di goderseli al massimo, in quanto estremamente facili da assimilare e carichi di metallica potenza, quella che fa muovere le membra a tempo di musica e fa scatenare in camera propria mimando il gesto di suonare la chitarra. Di fronte ai blasonati lavori successivi della band, in particolare gli splendidi "The Jester Race" e "Whoracle", questo piccolo gioiellino non sfigura affatto.

01 - Stand Ablaze (4:34)
02 - Everdying (4:22)
03 - Subterranean (5:46)
04 - Timeless (1:46)
05 - Biosphere (5:10)

domenica 19 dicembre 2010

In The Woods... - "Three Times Seven On A Pilgrimage"

Prophecy Productions, 2000
Questa compilation rappresenta l'addio alle armi della poco conosciuta band avantgarde metal In The Woods...Un vero peccato che la carriera del gruppo sia finita qui, poiché a mio parere i nostri avevano ancora molto da dire: dopo un esordio di raffinato black metal con "Heart Of The Ages", lo spostamento netto su lidi progressive con "Omnio" e le inusitate sperimentazioni minimaliste di "Strange In Stereo", chissà quale sarebbe stato il quarto album in studio? Vero che la band ha proseguito la carriera grazie al rientro di numerosi membri nei Green Carnation (band dalla quale sono nati gli In The Woods... come progetto parallelo), ma rimane comunque un peccato che il gruppo sia sia sciolto dopo appena tre album pubblicati.

Possiamo però consolarci con questa raccolta, che unisce tutti i mini - vinili ed EP che la band ha pubblicato nel corso degli anni, i quali contenevano anche alcune cover. Qui ne troviamo ben quattro: una splendida versione della già di per sè splendida "Epitaph" dei King Crimson, una più metallica "Let There Be More Light" dei sempreverdi Pink Floyd (grandissimi ispiratori degli In The Woods... da "Omnio" in poi), un divertente remake della rockeggiante "White Rabbit" dei Jefferson Airplane, ed infine "If It's In You" di Syd Barrett, ex Pink Floyd. Il resto del disco è costituito da B-Side che avrebbero dovuto finire su "Omnio", sperimentazioni minimaliste e rifacimenti di vecchi brani. Una compilation estremamente eterogenea, dunque, che amplia un pò l'esiguo repertorio degli In The Woods... e chiude degnamente una carriera durata sicuramente troppo poco. I brani più significativi sono "Karmakosmik", pezzo di stampo progressive rock costruito su un arpeggio liquido e sognante, "Empty Room", dall'inizio lento e arpeggiato che piano piano prende forma e velocità fino a trasformarsi in una cavalcata metallica dove la voce maschile è urlata mentre quella femminile è semplicemente allucinata, e la vecchia "Child Of Universal Tongue", passata attraverso numerosi remake e già presente nel loro vecchio demo "A Return To Isle Of Men". Da segnalare anche l'atipica ed interamente elettronica "Soundtrax For Cycoz 1st Edition", che mostra il lato più sperimentale e rumorista della band, e il riuscito remake della vecchia "Mourning The Death Of Aase", presente sul primo album della band, e che ora vede partecipare massicciamente le chitarre distorte. Gli In The Woods... completeranno il loro canto del cigno con l'uscita di "Live At Caledonian Hall", tre anni più tardi, dopodiché si scioglieranno definitivamente. In sostanza "Three Times Seven On A Pilgrimage" chiude degnamente la carriera di questa sfortunata band, sempre sottovalutata. Un pezzo da collezione interessante, certo non un'uscita irrinunciabile, ma comunque valida nella sua sperimentale eterogeneità.

01 - Seed Of Sound (1:31)
02 - Karmakosmik (8:13)
03 - Epitaph (King Crimson cover) (9:14)
04 - Empty Room (11:34)
05 - Let There Be More Light (Pink Floyd cover) (6:31)
06 - Child Of Universal Tongue (8:03)
07 - Soundtrax For Cycoz 1st Edition (4:25)
08 - White Rabbit (Jefferson Airplane cover) (3:33)
09 - Mourning The Death Of Aase (5:34)
10 - If It's In You (Syd Barrett cover) (6:10)