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martedì 19 aprile 2011

Nyktalgia - "Nyktalgia"

No Colours, 2004
Tout l'hiver va rentrer dans mon être: colère,
Haine, frissons, horreur, labeur dur et forcé,
Et, comme le soleil dans son enfer polaire,
Mon coeur ne sera plus qu'un bloc rouge et glacé.

Si presentano così i Nyktalgia all’interno del booklet del loro disco d’esordio, con una strofa del “Canto d’autunno” di Baudelaire, non lasciando dubbi sulla loro attitudine musicale maledetta, disperata. Il nome della band trae origine dalla nictalgìa, che pare essere un dolore notturno che colpisce le ossa in particolare di chi è afflitto dalla sifilide. In effetti non potrebbe esserci nulla di migliore per descrivere il loro approccio musicale: glaciale e terrificante, un urlo di dolore nel freddo della notte, l’incarnazione dell’impotenza senza rassegnazione: non a caso sulla copertina compare un uomo nell’atto di suicidarsi. Abbiamo qui un album che non va fuori tema ricercando chissà quale atmosfera, un album che non si perde in composizioni poco oculate, quaranta minuti di Depressive Black Metal ben fatto e concreto che si concentra tutto sull’impatto emotivo diretto. I brani sono interamente costruiti sui riff di chitarra, cavalcanti e strazianti riff impregnati di tristezza esistenziale che oscillano tra momenti blandi e momenti violenti. Il sound è gracchiante e a tratti sgangherato, e il tessuto sonoro già sbrindellato di suo viene definitivamente lacerato da un ottimo scream acutissimo lancinante, uno dei migliori che io conosca. E tra un brandello e l’altro emerge una forza che tiene tutto insieme: la melodia. Ogni singolo riff è pervaso dalla melodia, ma non una sbrodolata pret-a-porter in stile Melodeath da quattro soldi: la forza dei Nyktalgia è saper produrre un riffing melodico splendido e dannato, raffinato e al tempo stesso 100% puro Black.
Cerco di rendere meglio l’idea. Ricordo che un giorno, parecchio tempo fa, decisi di andare alla scoperta del Depressive Black (e dintorni): passai tutta la giornata a spulciare su Youtube sentendo non meno di trenta band diverse che non conoscevo, tra cui Striborg, Vinterriket, Paysage D’Hiver, Trist, Sterbend, Wedard, Deep-pression, Thy Light, Make A Change...Kill Yourself, e altri. Ricordo di aver trovato solo due nomi che mi colpirono davvero: gli Hypothermia e i Nyktalgia. La forza di questi due gruppi, e specialmente dei Nyktalgia, sta tutta nel riffing: un Depressive così concreto, così ricco di riff diretti senza risultare antimelodici, così intriso di splendida melodia senza bisogno di fare uso di improbabili uscite in Ambient, così disperato senza bisogno di risultare macabro, quel giorno risultò unico fra tanti. Con ogni probabilità ciò va additato alla mia scarsa conoscenza del genere, e affermare che questo album porta qualcosa di nuovo al Depressive Black potrebbe far urlare indignati alla menzogna i fan esperti e accaniti del genere...così preferisco limitarmi a dire che io, personalmente, un disco Depressive come questo non l’avevo mai sentito; perlomeno in nessun disco precedente a questo dei Nyktalgia.

Nyktalgia è un disco che dipinge il silenzio con un colore disperato, un disco che col suo stile musicale va dritto nel profondo rivangando le nostre pulsioni rimosse più recondite dalle quali si sprigiona una nera angoscia distruttiva. Non ha senso puntare i riflettori su una canzone particolare: si tratta di quattro capolavori, quattro tele di un cupo blu notte in ognuna delle quali potrete fruire tutta l’impotenza esistenziale. Un disco davvero bello, la No Colours ci ha preso ancora.

01 - Misere Nobis (11:06)
02 - Lamento Larmoyant (09:56)
03 - Cold Void (07:33)
04 - Exitus Letalis (11:51)

domenica 17 aprile 2011

Disarmonia Mundi - "The Isolation Game"

Coroner, 2009
I Disarmonia Mundi sono stati un'eccellente sorpresa quando li scoprii con il loro debutto "Nebularium", un album totalmente autoprodotto, che per qualità compositiva e songwriting non aveva nulla da invidiare a gruppi come Opeth e Novembre. Quel debutto, dalla freschezza genuina e ricchissimo di idee interessanti, che rielaborava i classici canoni del death metal melodico e li mischiava con numerose influenze diverse, andando a costituire un lavoro di tutto rispetto, è rimasto purtroppo un episodio unico nella discografia della band italiana, che è poi scivolata progressivamente verso l'appiattimento stilistico e compositivo.

"The Isolation Game" è la naturale prosecuzione di quest'evoluzione discendente: dopo un secondo album molto più violento, e tutto sommato ancora abbastanza feroce da essere considerato di buon livello, e successivamente dopo un terzo album come "Mind Tricks", che sembrava un disco fotocopia degli ultimi Soilwork (con i quali il gruppo effettivamente condivide uno dei cantanti), ecco arrivare questo quarto lavoro, che non aggiunge veramente nulla a tutto quello che è stato già detto in passato da band che suonano questo genere musicale. Potenza, velocità, chitarre schiacciasassi, melodia, voce alternata tra uno scream (talmente artefatto, esasperato ed "elettronico" da essere ormai privo di senso, ampiamente fastidioso) ed un cantato pulito discreto, ma non sufficientemente incisivo (in alcuni tratti irritante, come nella title track). Nulla più. Un disco che, pur non essendo assolutamente scadente, non ha veramente nulla che lo elevi dalla normalità generale che si riscontra comunemente in un genere inflazionato come il death metal svedese. Un genere del quale ormai sono state abbondantemente tracciate le linee, e che è diventato un po' una catena di montaggio. Episodi buoni non mancano in questo album, come "Structural Wound" dal refrain accattivante, "Blacklight Rush" con le sue violentissime accelerazioni, "Ties That Bind" con le sue melodie di facile presa, "Digging The Grave Of Silence" con il suo finale epicheggiante. Il problema è che i brani, oltre ad essere più o meno tutti uguali tra loro (se escludiamo i due tranquilli intermezzi acustici "Glimmer" e "Beneath A Colder Sun"), esaltano solo nel breve periodo, e mano a mano che si prosegue con gli ascolti, ci si accorge che dopo l'impatto iniziale c'è ben poco materiale che valga la pena conservare. Tutto sa di già sentito, e sostanzialmente è privo di quella personalità che aveva reso "Nebularium" un debutto eccezionale, tra i migliori dischi di death metal melodico / progressive di mia conoscenza. Niente da fare: di quelli che erano i Disarmonia Mundi ormai è rimasta solo una pallida copia, con poche idee e molti clichès. Un vero peccato.

01 - Cypher Drone (4:29)
02 - Structural Wound (3:18)
03 - Perdition Haze (4:20)
04 - Buiding An Empire Of Dust (4:23)
05 - Stepchild Of Laceration (5:01)
06 - The Isolation Game (4:05)
07 - Blacklight Rush (3:47)
08 - Glimmer (2:01)
09 - Ties That Bind (4:05)
10 - Losing Ground (4:14)
11 - Same Old Nails For A New Messiah (3:58)
12 - Digging The Grave Of Silence (4:18)
13 - Beneath A Colder Sun (1:25)
14 - The Shape Of Things To Come (4:10)

martedì 12 aprile 2011

Ne Obliviscaris - "The Aurora Veil"

Autoprodotto, 2007
Avete presente quando Frodo arriva nel mondo incantato degli elfi? Splendide foreste verdi e rigogliose con cascate che si gettano nel vuoto dagli alti costoni rocciosi, i quali accarezzati dal sole vengono scolpiti da un chiaroscuro magico; case simili a templi di qualche antica civiltà che si insediano nel rispetto totale della natura; elementi architettonici arzigogolati che donano splendore al tutto. Ecco, imbattermi nella musica di questa demo per me è stato come arrivare in questo mondo per Frodo.

Il mondo del Metal è così: si pensa sempre di aver sentito già tutto quello che si poteva sentire, che non possano esserci nuove trovate originali, ma puntualmente si rimane piacevolmente sorpresi nel constatare di aver torto. E questa volta a darci torto sono i Ne Obliviscaris, una band di ben sei componenti venuta fuori dall’Australia - peraltro patria di un colosso di innovazione e solidità come gli Psycroptic - che ci delizia con questa sua prima demo. Cosa? Una demo?!? Eh sì, so che a sentire i brani sembrerebbero tratti da un full-length, tanta è la qualità e tanto eccellente è la produzione. Quando scoprii per caso la band su Youtube pensai subito alla loro discografia, immaginandomela composta da almeno tre full-length; e invece si tratta di una semplice demo, per giunta la prima ed unica (ad oggi). Il genere propostoci è una sorta di Progressive Black Metal che però non può essere liquidato così facilmente: si passa per mezzo di ponti tutti all’insegna del Prog dall’enfasi di fasi estreme con tanto di blastbeats e scream all’ariosità di certi momenti in cui la musica pare dispiegarsi come un panno di seta, scandita ora da un toccante violino, ora da soavi note acustiche - spesso e volentieri da entrambi all’unisono. Nelle fasi più estreme invece il batterista Daniel Presland ci mostra perché è stato nominato “piede più veloce in Australia 2006”: un estenuante lavoro con la gran cassa per ottenere un ritmo velocissimo, davvero sfiancante. In questi frangenti i riff di chitarra, una chitarra molto blackened, si stagliano al meglio su tali micidiali mitragliate. Se la poesia dei momenti melodici è puramente strumentale, è tra le violente pieghe stropicciate dei momenti più cruenti che si spiega una prestazione canora a cinque stelle: Xenoyr è capace di passare da un buono scream nella media ad un clean eccellente dalle mille sfaccettature, che nella splendida As Icicles Fall - brano in cui trova spazio anche uno splendido prolungato assolo di chitarra - arriva persino a delle punte moderne in stile quasi emo (!) che però in questo contesto di alta musica suonano davvero bene.

I Ne Obliviscaris sembrano quindi essere una band dalla doppia faccia, a tratti melodici ed emotivi per merito soprattutto di un violino che va oltre qualsiasi possibile elogio, a tratti violenti e velocissimi grazie ad un opportuno uso della grancassa. Una band che consta di musicisti sconosciuti, tutti spuntati fuori dall’underground, che nonostante questo sembrano già avere un’esperienza clamorosa: composizioni perfette, tecnica sopraffina, pathos intenso e coerente. In definitiva The Aurora Veil è una demo che induce a sfregarsi trionfalmente le mani nell’attesa del debutto discografico vero e proprio.

01 - Tapestry Of The Starless Abstract (11:55)
02 - Forget Not (11:51)
03 - As Icicles Fall (09:25)

Sadist - "Crust"

Displeased, 1997
La parola “ibrido” viene usata in ambito metal sostanzialmente in due circostanze: la prima, quella più familiare, è per descrivere un genere musicale che incorpora i più disparati elementi: fusioni di musica classica ed elettronica su fondamenta Heavy, oppure sonorità Black costruite su strutture Prog con spunti tecnici, o ancora Death fortemente influenzato dal Jazz e dalla Fusion. La seconda circostanza invece è più rara e desta meno scalpore: mi riferisco a quegli album il cui genere musicale è l’opposto di quello appena esposto, cioè è un genere inclassificabile che però, invece che essere la fusione di più influenze ben distinte, è un coagulo di elementi di natura imprecisata.

Crust, terzo album dei Sadist, ne è uno degli esempi migliori. Che musica contiene Crust? Cosa sarà mai questo, Melodic Death? Non mi pare proprio. Allora si è forse spostato sul Nu Metal? Ma anche no. Forse molti degli spunti musicali sono riconducibili al Prog, ma questo tentativo naufraga completamente dato che le strutture dei brani sono tutto meno che progressive. Qui è tutto strano e inclassificabile: atmosfere allucinogene inqualificabili, un cantato che alberga in una sconosciuta Terra di Mezzo tra il growl e un clean decadente, un sound che non è né carne né pesce, lontano dal Death quanto dal Metalcore e dal Nu, delle ritmiche dinamiche che costituiscono un mondo a sé. Nemmeno le tastiere sono familiari: se nelle due uscite precedenti della band esse venivano usate negli assoli o comunque in modo abbastanza standard, stavolta assumono un ruolo difficile da descrivere e catalogare; si sa solo che contribuiscono in modo notevole all’atmosfera del disco. L’unica cosa certa è che quest’album, nonostante tutto, è comunque catalogabile come metal estremo - forse...o forse no? Boh, a voi la scelta. In conclusione non c’è un solo elemento in Crust che possa essere ricondotto a una corrente precisa, nemmeno uno.

Il risultato di questo incredibile inaspettato parto dei Sadist, che essi hanno chiamato Crust, è stato decisamente scarso: un album considerato dai più come un mezzo fallimento, un disco che manca di impatto e che non è all’altezza dei loro precedenti Above The Light ma soprattutto Tribe, dato che con quest’ultimo la band sembrava aver trovato un assetto stabile. Ma al di là di questi giudizi affrettati da parte delle menti più ristrette che pretendono che ogni band debba sempre riclonare sé stessa di album in album, qual è il risultato reale del nuovo Crust? Il risultato è grande. Questo come detto è un parto, non un aborto, ed è un parto andato a buon fine: il feto non è malformato. Al contrario, è in salute ed è un corpo tutto particolare che ha il suo inimitabile fascino. Semplicemente è diverso dagli altri.

Crust è uno di quegli album che dopo il primo ascolto lascia tutto com’era prima - un po’ come i proclami di certi filosofi. Non lascia stupore né delusione, semplicemente quando finisce ci si chiede: embè? Io stesso all’inizio ero scettico su quest’album. Tuttavia esce alla distanza: non perché sia troppo complesso e difficile da assimilare - sebbene del resto non sia nemmeno uno zuccherino - ma perché il suo fascino è nascosto, è occulto, è da scoprire poco alla volta. Dategli tempo, e lui vi darà in cambio tante soddisfazioni. Proprio come un figlio che non intraprende la strada voluta dallo stupido padre autoritario, riuscendo alla fine ad eccellere in ciò che egli ama davvero.

01 - Perversion Lust Orgasm (03:19)
02 - The Path (03:49)
03 - 'Fools' And Dolts (03:14)
04 - Holy... (03:04)
05 - Ovariotomy (03:43)
06 - Instinct (04:31)
07 - Obsession-Compulsion (03:56)
08 - Crust (02:42)
09 - I Rape You (04:19)
10 - Christmas Beat (05:17)

Sculptured - "Embodiment"

The End Records, 2008
Scommetto che nessuno, dopo aver ascoltato un brano qualsiasi degli Sculptured, si immaginerebbe mai chi essi siano in verità. La loro musica può piacere o non piacere, molto più probabilmente non piace visto che si tratta di una band che fa Prog sperimentale...probabilmente qualcuno li prenderebbe per dei pazzi maniaci della tecnica, qualcuno sospetterebbe che siano un side-project dei Cynic, qualcun altro forse si spingerebbe a ipotizzare che siano degli alieni travestiti da umani infiltrati sul nostro pianeta. Ma nessuno mai arriverebbe a dire che dietro gli Sculptured si cela nientepopodimenoché...*rullo di tamburi*...Don Anderson, il celebre chitarrista degli Agalloch.

Cosa?!? Don Anderson?!? Gli Agalloch?!? Ebbene sì, e lo asserisco nel pieno possesso delle mie facoltà mentali. Ma mi spingo oltre: non solo è Don Anderson la mente che manovra gli Sculptured, ma sul MySpace della band si legge addirittura: “Known most recently for his work with the band Agalloch, guitarist and songwriter Don Anderson's most personal musical expression remains Sculptured”. Aha! Quindi paradossalmente è un po’ come se fossero gli Agalloch il side-project...ma le novità non finiscono qui, perché a questo album prende parte anche il bassista degli Agalloch, alias Jason Walton. I due si producono, insieme agli altri musicisti, in un Prog sfrenato di fattura molto personale che raccoglie il testimone da band come gli Spiral Architect portando avanti la tradizione Cynic, una musica travolgente e variopinta che incorpora anche elementi di metal estremo come il growl e qualche vaga sonorità della chitarra ritmica. Ci dev’essere qualcosa nel Progressive Metal che spaventa buona parte del pubblico, dato che è un genere da cui molti girano al largo con la vecchia patetica scusa che troppa tecnica rende fredda l’esecuzione. Io invece lo apprezzo molto, specialmente quando la band è così abile da riuscire a fondere i virtuosismi strumentali con una melodia mai pacchiana ma facilmente riconoscibile - e quello degli Sculptured è proprio il caso. La dose di tecnica qui è considerevolmente elevata, specialmente nel ritmo: chitarra e tastiera tessono trame complesse dai sapori variegati e la batteria è tanto labirintica e cervellotica da sembrare a tratti casuale. Ma nonostante ciò ogni brano è immediatamente riconoscibile per via delle sue melodie particolari e degli abbozzi di ritornello - e presenta momenti musicali che sono perfino fischiettabili! Provare per credere, dopo pochi ascolti le melodie principali vi saranno già rimaste in testa.

Questi sono gli Sculptured, una band che nessuno conosce a causa della sua lunga inattività dopo gli ottimi esordi sul finire degli anni ’90. Oggi, dopo ben otto anni, Don Anderson torna improvvisamente a colpire con la sua vecchia fiamma mostrando di averle sempre dedicato attenzione e amore, nonostante il lungo silenzio discografico: Embodiment è la prova di un’evoluzione musicale pensata e sentita, nonché di un impegno sincero che va ben oltre quello che si potrebbe dedicare ad un semplice side-project. Se possiamo dire che ormai Don Anderson è da lungo tempo sposato con gli Agalloch, gli Sculptured rimangono indubbiamente la sua focosa amante segreta.

01 - Taking My Body Apart (08:31)
02 - The Shape Of Rage (06:04)
03 - A Moment Of Uncertainty (06:31)
04 - Bodies Without Organs (07:37)
05 - Embodiment Is The Purest Form Of Horror (10:36)

Moonsorrow - "Tulimyrsky"


Spinefarm, 2008
Per la prima volta nella loro carriera, dopo quattro demo iniziali e cinque full-length consecutivi, anche i Moonsorrow si danno all’extended play, meglio noto come EP. Non so voi ma io sono sempre molto curioso quando c’è di mezzo un EP: non di rado si tratta di interessante materiale sperimentale con cui la band “sonda il terreno” per capire la risposta del pubblico alle sue nuove idee. Niente di tutto ciò per i Moonsorrow, che invece colgono l’occasione fondamentalmente per lanciare un nuovo brano capace fare disco a sé - della serie “da solo vale il prezzo del biglietto!” - e che sarebbe stato difficile contestualizzare all’interno di un full-length.

Quanto a me, ci tenevo a recensire questo EP perché ha il merito di mettere in luce tre aspetti concettuali che mi stanno molto a cuore.
Primo aspetto: il brano inedito, cioè la suite Tulimyrsky. Si tratta di trenta minuti di Viking/Pagan Black Metal sensazionale, brano che consta di colori differenti che nascono dalla mescolanza tra le tinte progressivo-melodiche di Kivenkantaja e la violenza epica di Verisakeet. Un gran pezzo di musica che nonostante la sterminata lunghezza suona spaventosamente spontaneo, dimostrando che quel delizioso capolavoro chiamato Havitetty è riuscito a trasmettere i propri geni. Molte band se ne escono con EP i cui brani inediti sono insignificanti...pochi minuti di gloria, oppure semplici abbozzi scritti coi piedi per sperimentare non si sa di preciso cosa. I Moonsorrow invece ci regalano trenta minuti di grande musica - Tulimyrsky è diventato il mio brano preferito della band.
Secondo aspetto: le cover. Io amo molto le cover perché sono sempre curioso di sentire come una band è capace di far suoi i brani d’altri. Sfortunatamente però non sempre le cover sono granché...accade infatti talvolta che la cover rimanga pressoché uguale all’originale, cioè la band che la suona non riesce a - o non vuole - contestualizzarla appieno nel proprio stile. I Moonsorrow invece ci mostrano alla perfezione cosa significhi suonare una cover: basta ascoltare la celeberrima For Whom The Bell Tolls dei Metallica per apprezzare come i vichinghi finlandesi siano in grado di travestire un brano altrui. Del resto Back To North non è da meno, brano che dal Thrash vecchio stampo dei Merciless cambia pelle e diventa una cavalcata epica, pur mantenendo intatte le melodie principali.
Terzo aspetto: il rifacimento dei loro vecchi brani. Al di là del fatto che sono stati rifatti molto bene, non è questo che voglio mettere in evidenza: il lato da apprezzare di questo rifacimento è che, invece che buttar dentro improbabili remix o inutili versioni live di brani noti, i Moonsorrow hanno preferito ricostruire per bene due brani provenienti dalle loro prime demo che rischiavano altrimenti di rimanere completamente sconosciuti. Possiamo così godere dell’ottimo materiale di quando la band era ancora parecchio orientata verso il Black Metal, ed è sempre bello conoscere le radici di una grande band.

Tirando le somme, Tulimyrsky è un EP che sarebbe stato degno di essere comprato in ogni caso, tanta è la bellezza dei trenta minuti della titletrack; sarebbe stato degno di essere comprato sia che avesse contenuto tracce inutili, sia che fosse stato semplicemente un singolo. Ma la band non si è accontentata, e il suo ottimo lavoro nelle cover e nella ricostruzione dei vecchi brani non fa che ingigantire il valore dell’EP. Ben fatto, Moonsorrow.

01 - Tulimyrsky (29:45)
02 - For Whom The Bell Tolls (Metallica cover) (07:42)
03 - Taistelu Pohjolasta (2008 version) (08:11)
04 - Hvergelmir (2008 version) (09:30)
05 - Back To North (Merciless cover) (13:08)

venerdì 8 aprile 2011

Mar De Grises - "The Tatterdemalion Express"

Firebox Records, 2004
La provenienza geografica di una band a volte risulta davvero sorprendente, in quanto ogni nazione si è guadagnata nel tempo la propria "specializzazione" musicale. Nell'ambito metal, per esempio, gli Stati Uniti e la Germania sono conosciuti per aver prodotto numerosissimi gruppi thrash; la Norvegia per aver dato alla luce le più capaci e seminali band di black metal; la Finlandia per il filone doom e soprattutto funeral doom. Se si ascoltasse "The Tatterdemalion Express" senza sapere da dove proviene il gruppo, si potrebbe tranquillamente dire che si tratta di una band finlandese, dato il doom roccioso e atmosferico celato tra i solchi. E invece no: i Mar De Grises provengono dal Cile, terra tradizionalmente non associata ad alcun genere di metal, come del resto un po' tutto il Sud America. Di finlandese, i Mar De Grises hanno solo l'etichetta, la sempreverde Firebox Records. Cosa mai ci sarà in un disco così apparentemente insolito? Tantissima musica di qualità, mi verrebbe da rispondere per prima cosa. Musica che non afferra subito alla gola, ma seduce ascolto dopo ascolto, lentamente ed irresistibilmente.

I Mar De Grises si definiscono un ibrido tra doom e progressive metal, ma ad un ascolto attento si possono classificare più efficacemente come doom atmosferico, con qualche venatura elettronica e sperimentale. Di certo, possiamo dire che la varietà di questo esordio è davvero notevole: in sette episodi, completamente diversi l'uno dall'altro e immediatamente riconoscibili già dopo pochi ascolti, troviamo musica altalenante, capace di passare dalla pesantezza più solenne e monolitica agli intermezzi più rarefatti e liquidi, e non manca nemmeno di collocarsi a metà tra le due, seppur non frequentemente. "The Tatterdemalion Express" dà infatti l'impressione di essere un disco che unisce due componenti ben distinte in un unico collage, ma che non conosce una vera e propria mediazione tra le due. Vi è una netta distinzione tra atmosfera e aggressività, e il gruppo non fa molto per sanare il divario. Con altre band, a volte, ciò risulta disorientante e lascia una sensazione di fastidio, di incompiutezza e incoerenza: la stessa sensazione che si può provare ascoltando superficialmente questo album. Con il progredire degli ascolti, tuttavia, ci si rende conto che i Mar De Grises hanno semplicemente lasciato libera di correre la loro vena artistica, partorendo composizioni che non seguono alcuno schema e sono libere di arrampicarsi come preferiscono lungo le pareti del disco, variando soluzioni e sonorità con sorprendente padronanza dei propri mezzi. Probabilmente hanno fatto apposta a non cercare una mediazione tra due componenti così distinte: e sono convinto che questo elemento dona all'album un'ottima longevità.

Un urlo mostruoso e un riffing desolatamente malinconico sono l'iniziale biglietto da visita di "El Otro",  chilometrica traccia d'apertura. Un muro sonoro impressionante coadiuvato da una voce tombale si sposa con singole e toccanti note di pianoforte, facendoci sentire nel pieno di una lenta Apocalisse: ma dopo pochi minuti tutto si azzittisce e comincia una lunga sezione strumentale, che potrei definire come "quiete inquietante". Suoni quasi impercettibili, distanti, freddi, che paiono sospesi nel vuoto, in cerca di un impossibile luogo dove trovare riposo. Questa sezione si prolunga per tutta la parte centrale del lungo brano, per poi esplodere nuovamente in un finale contorto e dissonante, dove l'aggressività riprende terreno e i riff si fanno urgenti e tesi. Non abbiamo quasi il tempo di raccapezzarci dopo tanto eclettismo sonoro, che subito "To See Saturn Fall" ci investe con una piacevole cascata di riff, stavolta più ariosi e positivi, ma celanti sempre una sottile malinconia di fondo che non ci abbandona mai, nemmeno per un minuto. Ritmi in continua evoluzione e ulteriori alternanze tra momenti pieni e vuoti ci portano ad un apparente, parossistico e terrifico finale che descrive molto bene il suono che potrebbe fare un pianeta che cade, per l'appunto quel Saturno descritto nel titolo: ma subito dopo la tempesta di riff torna a colpirci, con le chitarre che si aggrovigliano e tentano di liberarsi da una stretta attanagliante, mentre le linee tastieristiche in sottofondo conferiscono maggiore drammaticità al momento. Si fanno notare anche i suoni dei piatti, praticamente continui e scroscianti, come se i musicisti volessero esporci alla forza sgretolante dell'acqua. Di colpo la musica tace e arriviamo a "Storm", brano che si sviluppa su temi carichi di pathos ed emotività, ricalcati da una voce a metà tra il growl e il pulito, molto particolare. Un altro momento di apparente calma, sotteso da un pianoforte, ci porta ad un finale dove l'emozione raggiunge il climax, grazie ad una melodia che ci riempie di devastante malinconia, e che pare accompagnarci per mano verso l'ultimo saluto a questo mondo. La seguente "Recklessness" varia nuovamente le coordinate sonore, proponendosi come brano più veloce e aspro, dalla cadenza schiacciasassi che non disdegna melodie che fanno subito presa, e recitato in maniera magistrale da una voce malata e confabulante, un lamento di dolore che non trova sfogo e si lamenta della vacuità della propria vita. Dopo un episodio così roccioso e potente, cambiamo nuovamente coordinate e ci troviamo di fronte ad una strumentale di solo pianoforte, ricca di dissonanze ma capace di far breccia nel cuore di chiunque grazie ad uno sviluppo melodico quasi poetico, che ricorda non poco le atmosfere eteree dei compositori minimalisti moderni.

I primi due minuti di "Be Welcome Oh Hideous Hell" regalano le emozioni più intense di "The Tatterdemalion Express": un devastante assalto sonoro, che dopo un caleidoscopio di riff di chitarra vede la ritmica accelerare repentinamente ed esibirsi in un furioso blast - beat, mentre una voce sognante ed un delicato pianoforte toccano le corde più recondite dell'anima, con una naturalezza che ha dell'incredibile. Seguono altri minuti di pacate dissonanze e suoni sepolti, come se una bestia nascosta stesse per risvegliarsi: ed è ciò che succede nel finale, con una ripresa del tema iniziale ma reso ancora più ossessivo e senza via d'uscita. Brano sicuramente difficile da incasellare in una struttura o in un genere preciso. Concludiamo il nostro istrionico viaggio con la quasi strumentale "Onirica", che inizialmente può passare quasi inosservata per la sua assenza di distorsioni e per l'apparente mancanza di direzione musicale, ma che in realtà è un brano intenso e capace di farci passare da una trasognata estasi ad un brusco risveglio in una realtà fredda e ostile, abbandonata infine con lentezza e rassegnazione, al suono di un pianoforte e di una voce che parla in spagnolo (lingua utilizzata per buona parte dei testi, con buon risultato).

"The Tatterdemalion Express" è un disco che lascia inizialmente interdetti, e che ha bisogno di molto tempo per svelare il suo vero potenziale. Di sicuro non è un disco semplice, nè banale, nè facilmente incasellabile: ma dategli tempo, e scoprirete che i Mar De Grises hanno esordito con un disco speciale, originale e coinvolgente. Scopritelo pezzo per pezzo, senza fretta: presto vi ritroverete catturati dalle sue atmosfere e totalmente incapaci di districarvi dal blob emotivo che i cileni hanno preparato per voi.

Notevole.

01 - El Otro (11:42)
02 - To See Saturn Fall (8:08)
03 - Storm (10:47)
04 - Recklessness (5:43)
05 - Self Portrait no. 1 (4:28)
06 - Be Welcome Oh Hideous Hell (8:04)
07 - Onirica (7:13)

martedì 5 aprile 2011

Skepticism - "Stormcrowfleet"

Red Stream, 1995
Fu con questo disco che gli Skepticism si consacrarono definitivamente come una delle prime cinque band in assoluto a suonare quello che poi verrà rinominato Funeral Doom Metal, dopo un singolare inizio più o meno Death con una demo datata 1992 e un EP decisamente più lento nel 1994. Essendo questo disco intriso di storia, in quanto ricordato da tutti come una delle colonne portanti del genere, desidero iniziare con una nota storica: in realtà il Funeral Doom prese forma grazie a ben cinque fondamentali band quali Funeral, Esoteric, Unholy, Thergothon e Skepticism, e non dalle sole ultime due come spesso viene erroneamente pensato. E inoltre, se le prime quattro partorirono il loro primo full-length nel 1994, gli Skepticism dovettero aspettare il 1995. Quindi gli Skepticism sono sì storicamente molto importanti, ma non hanno alcuna esclusiva; anzi, semmai sono arrivati leggermente dopo i loro succitati colleghi.

Nondimeno essi apportano notevoli novità: Stormcrowfleet non ha niente a che vedere con la granitica pesantezza di Thergothon e Funeral, non ha nulla da spartire con il rozzo grezzume degli Unholy, né tantomeno con la claustrofobia Made In Esoteric. Esso ci spiazza piuttosto con un Funeral Doom Metal posato e rilassante, a tratti gentile, che per la prima volta nella storia dona al genere un’ariosità fino ad ora impensabile - e che resterà sempre nel tempo il marchio di fabbrica della band. La musica degli Skepticism non ha davvero nulla che possa essere definito pesante, nemmeno dal punto di vista emotivo: essa fluisce con il loro growl distensivo e le loro atmosfere epico-cavalleresche mai drammatiche, una musica conciliante ma intensa la cui collocazione naturale è seduti in contemplazione in riva ad un ruscello in un bosco autunnale, coi raggi di luce che filtrano dalle rosse alte frasche e un manto di foglie dai colori caldi che riveste il suolo. Basta ascoltare Sign Of The Storm e The Galliant Crow per calarsi psicologicamente in una tale situazione di quiete interiore, di armonia con la natura, di contemplazione. Composizioni lunghe dall’incedere lento e solenne, caratterizzate da un sound basso e profondo, in cui la batteria non si limita mai ad accompagnare ma preferisce - saggiamente - arricchire la musica con leggere toccate sui piatti e roboanti tamburi di battaglia. La chitarra è soffusa come la luce in un sottobosco coperto da ampie frasche di alti alberi, e i sintetizzatori paiono il riecheggiare degli epici duelli medievali ivi svoltisi. Perfettamente riuscito è il trittico Pouring/By Silent Wings/The Rising Of The Flames, gonfio di epicità e di intensità crescente di brano in brano. Il growl basso e pacato è perfetto per creare un tutt’uno sonoro dai sapori unici e irripetibili. E nonostante i pesanti passi delle armature; nonostante il sangue versato e le frecce scoccate; nonostante i violenti zoccoli dei cavalli; nonostante tutto ciò il bosco è ancora lì fertile e pullulante di vita animale, gli alti alberi si ergono ancora fieri facendo ombra a chi li rimira alzando il capo stupito, e i ruscelletti continuano a scorrere con la loro tipica calma. Questo recondito legame con la natura che in fondo tutti possediamo si chiude in bellezza con la maestosa The Everdarkgreen, forse il momento migliore dell’intero disco.

Ma al di là di tutte queste parole credo che il modo migliore per descrivere l’immaginifica musica degli Skepticism sia quello di figurarsi il titolo dell’album: Stormcrowfleet, uno stormo, anzi una flotta di neri corvi che all’imbrunire si leva nel cielo, dipingendo morbide pennellate nere su una poetica tela bruno-rossiccia.

Tra le rossastre nubi
Stormi d’uccelli neri
Com’esuli pensieri
Nel vespero migrar.

01 - Sign Of The Storm (10:10)
02 - Pouring (08:45)
03 - By Silent Wings (07:03)
04 - The Rising Of The Flames (11:28)
05 - The Galliant Crow (07:36)
06 - The Everdarkgreen (12:15)

giovedì 31 marzo 2011

Fungoid Stream - "Oceanus"

Furias Records, 2010
Il mondo del metal non finisce mai di stupire. Puoi sentire tutto, ma proprio tutto, dal Black al Power, dall’Avantgarde all’Epic, puoi andare a spulciare nell’underground e scoprire un nugolo di band particolari che si inventano un proprio genere musicale. Puoi addirittura fare una ricerca mirata sull’Encyclopaedia Metallum facendoti una cultura sulle band che suonano i generi più strani...ma alla fine, dopo aver scoperto tutto ciò, salta fuori comunque qualcosa di nuovo e sbalorditivo. Stavolta questo qualcosa si chiama Oceanus.

Dopo un debutto magistrale tornano infatti sulla scena gli argentini Fungoid Stream con il loro secondo album, registrato nell’estate del 2007 ma - per motivi a me oscuri - uscito soltanto nel 2010. Nonostante i testi siano ancora frammenti dell’opera di Lovercraft, l’artwork e il booklet ci parlano di un viaggio nell’apparente tranquillità delle profondità oceaniche, un mondo suggestivo popolato da strane creature che per i profani come me costituisce il punto di incontro tra i piani astrali e lo spazio. E così, dopo il turbinio di bolle susseguente l’immersione, scivoliamo lentamente nell’oscurità più profonda dell’oceano, galleggiamo in questa vastità sconosciuta, e una volta giunti sul fondale marino ci imbattiamo in splendide creature: troviamo una fauna dalla strumentazione minimale, che è un lento rincorrersi di placidi e solitari arpeggi, canti di balene e tastiere che paiono imitare la loro solitudine, cori sirenici di ogni genere e brulicanti narrazioni. E i fondali marini da noi raggiunti, suolo su cui si svolgono questi inseguimenti, sono sofficemente rivestiti da chitarre e voci soffuse mai invadenti. I Fungoid Stream confermano dunque tutto ciò che di buono avevano fatto sentire in Celaenus Fragments, compreso il loro immenso range di suoni al quale vengono dedicate un’attenzione ed una ricercatezza maniacali - nonostante il minimalismo strumentale. Ma Oceanus non è solo una conferma, bensì un passo avanti: l’idea che esso dà dei Fungoid Stream è quella di una band che ha fatto tesoro delle proprie ottime idee e ha raggiunto una maggior sapienza compositiva, riuscendo a non concentrarsi unicamente sulle atmosfere in tastiera che tanto li caratterizzava, ma a comporre brani completi e raffinati sorretti da buone strutture. I più eccellenti mi sembrano Antarktos e Night-Gaunts: entrambi sono apparentemente dei crescendo, ma entrambi risprofondano improvvisamente in una calma strumentale che porta con sé una tempesta emotiva, dipinta da arpeggi e tastiere che rimangono soli a tingere il silenzio. Splendida poi anche The Gardens Of Yin, coi suoi toni opprimenti, per non parlare dell’intro di Oceanus e Nemesis: nella prima aprono dei sintetizzatori fantastici che accompagnano un canto di balena, mentre la seconda si produce subito in un assolo melodico di chitarra degno dei migliori elogi.

Oceanus ruberà tre quarti d’ora scarsi della vostra vita per darvi in cambio un’ampia gamma cromatica di emozioni e un vassoio di momenti irripetibili tutti da assaporare. Oceanus, l’icona di una band che ha il grande merito di essere essenziale: usa sempre il minimo indispensabile che le occorre per ottenere il risultato desiderato, evitando di aggiungere strumenti che altrimenti si limiterebbero ad accompagnare - minimalismo che mette in risalto la loro abilità compositiva e le loro precise idee musicali. I Fungoid Stream rappresentano secondo la mia personalissima opinione quanto di più interessante c’è attualmente sulla scena Funeral Doom, insieme ad Ahab, Ea, Arcana Coelestia e Urna. L’unica pecca di questo disco è che poi finisce...

01 - Star-Winds (05:52)
02 - Antarktos (07:31)
03 - The Gardens of Yin (06:52)
04 - Interlude - The Pnakotic Manuscripts (02:21)
05 - Night-Gaunts (05:18)
06 - Oceanus (07:36)
07 - Nemesis (06:48)

mercoledì 30 marzo 2011

Anaal Nathrakh - "Hell Is Empty, And All The Devils Are Here"

FETO, 2007
L’uomo è indubbiamente una specie forte e grandiosa, ma con le sue gesta si autoproclama anche imperatore della stupidità e della superstizione: dalla sua debole mente emotiva scaturiscono illusioni ultraterrene, dalle sue possenti mani scorrono fiumi di sangue e devastazione. Con le sue gesta l’uomo spalanca le porte dell’inferno da cui si sprigionano i demoni peggiori: l’inquinamento, la religione, le guerre. E così l’inferno è vuoto, e tutti i demoni sono qui. Non potrebbe esserci biglietto da visita migliore per gli annichilenti Anaal Nathrakh, l’artwork desolante e i titoli del cui nuovo album lasciano trasparire chiaramente.

Quel che invece non traspare ma è nitido e cristallino è che la colonna sonora che accompagna la fuoriuscita dei demoni dall’Ade è eccellente: il duo sembra in gran spolvero, con Irrumator che gioca come non mai sulla potenza travolgente di riffoni tutti Grindcore, e soprattutto con V.I.T.R.I.O.L. che si esibisce in una quantità notevole di soluzioni vocali distruttive, oltre naturalmente a sfoggiare le sue solite urla infestanti che lo rendono tanto glorioso. Hell Is Empty è un lavoro estremo ed esplosivo che continua in pieno la tradizione musicale della band, ed diviso in diversi momenti: dopo un’intro colossale i primi brani segnano la parte più melodica del disco con i classici ritornelli in clean che lacerano il frastuono circostante come un raggio di luce attraverso un cielo temporalesco - due su tutti: Virus Bomb e The Final Absolution. Segue una fase di transizione rappresentata da Shatter The Empyrean, ancora col ritornello clean, e dalla spettacolare Lama Sabachthani, brano dalla melodia molto Black in cui V.I.T.R.I.O.L. tuona può volte: “Eloi! Eloi! Lama Sabachthani!”; ciò significa “Dio! Dio! Perché ti sei dimenticato di me?”, e sarebbero le ultime parole di Cristo in croce secondo i Vangeli di Marco e Matteo. Questo tradimento di Dio verso il proprio pargolo non può fare altro che condurre ad un finale apocalittico: qui esplode il Grindcore più selvaggio, mettendo a nudo le influenze musicali della band e travolgendo ogni cosa. Splendide in particolare l’abominevole Genetic Noose, con un cantato grugnito semplicemente favoloso, e Sanction Extremis, caratterizzata dal giro di chitarra melodica che condisce il finale - l’unica uscita nettamente melodica nelle ultime quattro tracce. Il disco si chiude alla perfezione con Castigation And Betrayal, il brano più veloce, estremo, distruttivo che io abbia sentito in tutta la mia vita. Applausi, prego! Un lavoro che uccide e poi strazia i cadaveri, un’arma di sterminio di massa che suona più come un “best of” che non come un full-length qualsiasi: se Eschaton era un album che ruotava attorno a dei punti focali precisi, Hell Is Empty colpisce in pieno con ogni singolo brano - perfetto se preso nel complesso, perfetto anche se preso nei suoi singoli episodi.

Il clean di questo disco trascina. I riff Grindcore trascinano. Le melodie Black, l’impatto sonoro, il ritmo, tutto ciò trascina. Il disco intero trascina, è trascinante a livelli inverosimili, trascina via ogni corpo di ogni massa, in qualsiasi condizione. Se anche foste incatenati ad un muro vi trascinerebbe via ugualmente, a costo di far crollare il muro stesso o di far uscire le vostre articolazioni dalla loro sede originaria. Uno degli album più riusciti che io abbia mai sentito, Hell Is Empty rappresenta senza dubbio un punto d’arrivo per la band.

01 - Solifugae (Intro) (01:05)
02 - Der Hölle Rache Kocht in Meinem Herzen (03:39)
03 - Screaming Of The Unborn (02:46)
04 - Virus Bomb (03:35)
05 - The Final Absolution (03:55)
06 - Shatter The Empyrean (03:04)
07 - Lama Sabachthani (03:48)
08 - Until the World Stops Turning (02:53)
09 - Genetic Noose (03:34)
10 - Sanction Extremis (Kill Them All) (03:32)
11 - Castigation And Betrayal (04:02)

martedì 29 marzo 2011

Sigh - "Gallows Gallery"

Candlelight / Baphomet, 2005
L’antefatto. A quanto pare l’ultimo sperimentalissimo Imaginary Sonicscape non è piaciuto alla Century Media, nemmeno dopo essersi permessa di tagliare due brani dei dodici originali. Non contenta, la casa discografica non ha concesso ai Sigh di pubblicare Gallows Gallery perché richiedeva alla band qualcosa di più Black-oriented. Così i giapponesi, al termine di un irrisolvibile braccio di ferro, hanno dovuto cercarsi una nuova label trovandola nella Candlelight Records. Finalmente poterono pubblicare il nuovo album, ma sembra che sia apparso con un sound deplorevole e con un ordine diverso della tracklist. Così due anni dopo, accasatisi alla The End Records, è arrivata la ristampa rimasterizzata, con copertina azzurra invece che arancione e nuovo ordine della tracklist. Nella presente recensione faccio riferimento a questa seconda edizione dato che è quella in mio possesso, e dato che è quella che si trova sul mercato.

Le novità. Buone nuove dal fronte Sigh. Prima buona notizia: i Sigh hanno finalmente cambiato batterista! Il vecchio Satoshi Fujinami si defila al basso lasciando spazio al nuovo Junichi Harashima - che, sia chiaro, non è niente di eccezionale, ma se non altro è veloce e ogni tanto si ricorda che esiste la grancassa. Seconda buona notizia: il lucido delirio di grandezza di Mirai è andato scemando, e il leader della band ha optato per tornare a comporre musica con un indirizzo preciso. Terza buona notizia: i Sigh hanno cambiato batterista! Ah no, l’ho già detto...ma le ottime notizie si ripetono volentieri.

Il disco. Credo si tratti del genere musicale più difficile da inquadrare che io abbia mai sentito: se infatti le strutture dei brani rimandano in parte all’Heavy Metal classico, e se la loro sostenuta andatura ricorda in alcuni istanti il Punk, dall’altro lato il sound della chitarra ritmica è molto sporco - ma è uno sporco strano, nulla a che vedere col Black Metal, il quale è qui presente solo sotto forma di lontana eco in una percentuale inferiore all’1%. In aggiunta a tutto ciò il disco è disseminato di euforici assoli in organo hammond in stile Deep Purple che fanno molto anni ’70, e di assoli di chitarra che invece coi Deep Purple non c’entrano niente. A tali irrefrenabili duetti si aggiunge di tanto in tanto un piacevole sax, e altre volte ancora sono gli inserti di musica elettronica a tener banco; ma una volta tanto abbiamo delle contaminazioni elettroniche fatte bene: molto defilate, relegate solo a qualche apparizione, e soprattutto prive di quell’insopportabile sound gommoso tipico dell’Industrial. E la voce? La voce...non saprei descriverla. Per la prima volta non c’è traccia del classico scream dei Sigh, qui trova spazio solo un clean mediamente alto spesso ricavato mediante la sovrapposizione di più voci - non so per quale assurdo motivo, ma mi fa pensare tanto agli Aristogatti! Al di là di questa breve divagazione, se questo disco non fosse Metal si potrebbe parlare addirittura di Art Rock. Brani forsennati costruiti su strutture semplici Heavy/Punk con un sound inqualificabile, parti soliste in organo, chitarra e sax, inserti di musica elettronica - una sorta di meeting tra l’avanguardia e il retrò: when Avantgarde and Classic unite. Cosa ci si potrebbe aspettare da un simile pazzesco guazzabuglio, soprattutto alla luce dell’ultimo Imaginary Sonicscape? Uno stile sonoro altrettanto ampio e sterminato che ci porta in crociera in ogni angolo della musica. E invece no! La cosa più straordinaria è proprio che lo stile musicale di Gallows Gallery è perfettamente lineare, in pieno contrasto con Imaginary Sonicscape. E non solo, è persino incredibilmente semplice e diretto! La naturalezza dei brani è così esagerata che questo disco sembra il risultato di parecchi anni di studio e tentativi, sembra il culmine di un’estenuante carriera spesa per conciliare l’inconciliabile...e invece è un fulmine a ciel sereno, un disco arrivato quasi per caso senza che nessuno potesse sospettarlo, oso addirittura azzardare che si tratti di un mero tentativo - del tutto riuscito.

Conclusione. Un po’ forse per l’andamento molto sostenuto, un po’ forse per l’euforia dei brani, un po’ sicuramente per la straordinaria abilità di Mirai nell’accostare l’inaccostabile - sta di fatto che Gallows Gallery colpisce in positivo, pur staccandosi decisamente da tutto quello che sono stati i Sigh in passato. Gallows Gallery è la dimostrazione definitiva che i Sigh sono una band alla costante ricerca delle novità, una band che dopo più di un decennio di sperimentazioni non ha ancora trovato - o non ha ancora voluto trovare - un proprio stile preciso. Insomma, i Sigh sono l’incarnazione musicale della filosofia di vita “vivere alla giornata”, e nella giornata odierna si vive di Gallows Gallery. Enjoy!

01 - Pale Monument (03:53)
02 - In A Drowse (03:27)
03 - The Enlightenment Day (03:33)
04 - Confession To Be Buried (06:21)
05 - The Tranquilizer Song (03:20)
06 - Midnight Sun (03:45)
07 - Silver Universe (03:51)
08 - Gavotte Grim (07:27)
09 - Messiahplan (03:47)

lunedì 28 marzo 2011

Dream Theater - "A Change Of Seasons"

EastWest Records America, 1995
"A Change Of Seasons" è un disco spesso sottovalutato nella discografia dei Dream Theater, autentici magnati del progressive metal: sarà perchè conta di una sola lunga traccia, dalla durata di ben ventitrè minuti, mentre il resto dell'album è composto unicamente da cover: sarà perchè si trova a metà tra due colossi come "Awake" e "Scenes From A Memory" (non contando il poco fortunato "Falling Into Infinity"), dischi sicuramente più conosciuti dalla maggior parte dei fan della band; sta di fatto che non tutti si ricordano di questo piccolo capolavoro, il primo dei due album in studio nel quale Derek Sherinian è stato ingaggiato alle tastiere.

Il gusto raffinato di "Images And Words" si sposa alla perfezione con le atmosfere dure ed oscure di "Awake", partorendo una lunga, intricatissima e variegata composizione, divisa in sette parti. La storia è quella di una vita intera: lo speranzoso inizio, la giovinezza nella quale il mondo sembra a portata di mano e la meraviglia per il mondo riempie il cuore; la corruzione, la consapevolezza che l'innocenza è finita; l'ineluttabile proseguire del tempo con tutte le conseguenze che ne derivano, e infine la presa di coscienza che la vita è finita e che è ora di tirare le somme.  Non a caso, al disco viene sempre associato il bellissimo film di Peter Weir, ossia "L'attimo fuggente", che compare nell'album con alcune citazioni, e del quale talvolta viene proiettato qualche spezzone dal vivo, come anticipazione del brano stesso. Una storia intensa, resa alla perfezione da una musica passionale, che sposa perfettamente melodia e virtuosismo tecnico, come da tradizione Dream Theater: in quest'unica composizione troviamo un po' di tutto, dagli arpeggi sognanti dell'introduzione a parti squisitamente aggressive e distorte, da lunghe parti cantate tendenti all'epico, fino a drammatici intermezzi suonati in sordina, in un quadro generale dominato da un senso di progressione, ma contemporaneamente di incertezza: quella che deriva dal timore di perdere la strada, come spesso può accadere nel corso di una vita. Gli intrecci strumentali sono sempre pregevoli, a parte alcune rare eccezioni (poco convincente l'inizio della sezione "Innocence", ad esempio): sull'implacabile chitarra di Petrucci e sulla virtuosa batteria di Portnoy si staglia fiera la voce di James LaBrie, dall'ugola acuta e capace di assumere mille sfumature timbriche diverse: una qualità non da poco per un cantante. A mano a mano che i minuti passano veniamo risucchiati via via in un turbine di assoli, riff contorti, parti di batteria sincopate e mai statiche, da un basso pulsante e vivo, da arrangiamenti di tastiera dal gusto talvolta sbarazzino, come si nota specialmente negli intermezzi strumentali. Il meglio si ha però quando gli strumenti rallentano, le fughe chitarristiche si fermano, e la musica diventa compatta, grandiosamente epica, dominata da masse strumentali che suonano all'unisono, o da solitari assoli di chitarra che paiono quasi parlare, tale è la loro espressività. Specialmente in questi intensi intermezzi, la prova vocale di James raggiunge il suo acme, con un cantato strepitoso che rende alla perfezione i sentimenti del protagonista, costretto a confrontarsi con una realtà difficile. Tutti quelli che ritengono che LaBrie abbia una gran voce ma sia inespressivo, dovrebbero perlomeno provare a ricredersi. Il brano si conclude, in perfetta tradizione Dream Theater, con un crescendo drammaticamente intenso, che cresce in velocità e potenza fino al parossismo, per poi esaurirsi quasi di colpo e tornare al triste arpeggio iniziale. Abbiamo effettuato un lungo viaggio, ma il punto di partenza e il punto di arrivo sono sempre gli stessi: una metafora del ciclo vitale?

"A Change Of Seasons" è un album maturo, ispirato e genuino, ingiustamente sottovalutato. Nella discografia di un gruppo colossale come i Dream Theater c'è stato spazio per qualche momento di incertezza, ma questo EP si colloca senza dubbio tra i migliori lavori della band. Consigliato a tutti gli amanti della buona musica in generale.

01 - A Change Of Seasons (23:10)
  • I) The Crimson Sunrise
    II) Innocence
    III) Carpe Diem
    IV) The Darkest Of Winters
    V) Another World
    VI) The Inevitable Summer
    VII) The Crimson Sunset
02 - Funeral for a Friend - Love Lies Bleeding (10:49)
03 - Perfect Strangers (5:33)
04 - The Rover - Achilles Last Stand - The Song Remains the Same (7:29)
05 - The Big Medley (10:33)

Draconian - "Arcane Rain Fell"

Napalm Records, 2005
I Draconian sono spesso considerati un gruppo di serie B nel panorama gothic - doom, accusati di essere troppo attaccati ai clichès del genere e di non essere capaci di mostrare alcuna personalità, nè alcuna idea realmente interessante. Non sono pienamente d'accordo: potrei dire che non lo sono affatto, ma preferisco mantenere qualche riserva, per motivi che spiegherò in seguito.

Inizio invece col dire che questo "Arcane Rain Fell" è senz'ombra di dubbio il miglior lavoro partorito in casa Draconian, e che si tratta di un disco di tutto rispetto, anche se può benissimo non piacere. Qualcuno potrebbe apprezzare a fatica la romantica voce di Lisa Johansson mentre duetta con il mostruoso growl di Anders Jacobsson: entrambi i cantanti hanno una timbrica e uno stile particolarmente "patetico" e teatrale, che potrà farli amare alla follia oppure farli detestare: questa band non accetta vie di mezzo, o li si apprezza o li si odia. Comincio a dire i motivi per cui apprezzo questo "Arcane Rain Fell": innanzitutto per un buon songwriting, per le ottime melodie, per le strutture dei brani di sufficiente complessità e varietà, per la capacità di alternare sapientemente dolcezza e rabbia; successivamente per l'ottima produzione, sempre pulita e potente. Infine, per la presenza di un capolavoro che si colloca immediatamente come momento più alto dell'intera discografia del gruppo, e cioè la lunghissima e altrettanto sofferta "Death, Come Near Me", teatro di un romanticismo disperato e intensissimo. Ma come non citare anche la durezza dell'opener "A Scenery Of Loss", che cresce lentamente aumentando il volume delle chitarre, fino ad arrivare a spunti quasi death metal? Oppure, come non stupirsi di fronte alle appassionate e contorte melodie di "Daylight Misery", o al vibrante tema centrale di "Heaven Laid In Tears"? Difficile rimanere insensibili a brani di tale intensità e bellezza, ma purtroppo non è tutto rose e fiori come sembra: ora devo spiegare il perchè delle mie riserve. Come mai non sono totalmente in disaccordo con chi considera quest'album un lavoro mediocre? Perchè in realtà contiene troppi riempitivi, che potrebbero tranquillamente non esserci. Se l'album fosse formato solamente dai brani che ho citato, starei probabilmente parlando di un EP - capolavoro, uno dei miei dischi preferiti: tuttavia non posso ignorare la prolissità di un brano come "The Apostasy Canticle", che pur sforzandosi di apparire grintoso e appassionato, in realtà risulta piatto e poco coinvolgente: stesso discorso per "The Abhorrent Rays" e per "The Everlasting Scar", brani assolutamente ordinari e privi di idee: il primo sembra quasi un pezzo rock commerciale, il secondo usa praticamente solo riff riciclati dai precedenti brani, e dunque non è nulla di realmente interessante, nonostante le variazioni ritmiche che potrebbero conferirgli un minimo di dinamismo. L'intermezzo recitato "Expostulation",  unico brano che ancora non ho citato, è sicuramente piacevole ma in fin dei conti piuttosto inutile.

Che dire in definitiva? I Draconian sono una band con buone potenzialità, ma che riescono a sfruttare le medesime solo a metà: questo album è un insieme di brani splendidi e brani di scarso valore, che uniti in un solo album lasciano un po' l'amaro in bocca, perchè ripeto, se ci fossero state solo le tracce 1, 2, 5 e 8, ora starei a parlare di uno dei più bei dischi gothic - doom di sempre. Ciò non toglie, tuttavia, che la metà "valida" dell'album valga di per sè l'acquisto. Per chi avesse dei dubbi, consiglio di ascoltare la sopracitata "Death, Come Near Me" per farsi un'idea: vedrete che la voglia di comprarlo vi verrà comunque, anche se solo metà disco è realmente valevole di essere ascoltato e vissuto.

01 - A Scenery Of Loss (9:11)
02 - Daylight Misery (5:30)
03 - The Apostasy Canticle (9:51)
04 - Expostulation (2:05)
05 - Heaven Laid In Tears (Angel's Lament) (6:54)
06 - The Abhorrent Rays (5:32)
07 - The Everlasting Scar (6:00)
08 - Death Come Near Me (15:22)

venerdì 25 marzo 2011

Arcana Coelestia - "Le Mirage De L'Ideal"

ATMF, 2009
Non è certo per slancio patriottico se un antipatriottico come me afferma che negli ultimi dieci anni l’Italia ha raggiunto un’ottima situazione in ambito Metal, seconda solo ai fastosi panorami di Scandinavia e Stati Uniti, e forse a Germania e Gran Bretagna. E la situazione è ottima tanto come quantità quanto come qualità: basti pensare a band quali Forgotten Tomb, DoomSword, Sadist, Illogicist, DGM, per non parlare della nutritissima scena underground.

Il bello della varietà è che è come l’entropia: non può far altro che crescere, e mal che vada rimane costante. E se negli ultimi anni è cresciuta così tanto, una fetta consistente del merito va riconosciuta agli Arcana Coelestia, che con Le Mirage De L’Ideal danno un seguito a quel capitolo iniziale Ubi Secreta Colunt pubblicato nel 2007. Fin dall’inizio fu chiaro che si trattava di una proposta eterogenea molto interessante e difficile da inquadrare, ma che sostanzialmente può essere fatta rientrare nel girone Black/Doom. Ma una cosa è esordire con un buon disco che formula delle potenziali promesse, ben altra cosa è riuscire poi a mantenerle con il secondo full-length: Le Mirage De L’Ideal ci riesce nel più fantastico dei modi.

Le Mirage De L’Ideal si presenta come una personalissima rielaborazione dello stile degli Esoteric, e, sebbene il modo di suonare la chitarra ritmica sia il medesimo e le linee vocali si somiglino molto, gli Arcana Coelestia trasformano la paralizzante claustrofobia dei britannici in qualcosa di arioso ed etereo: le atmosfere opprimenti e psicopatiche sono qui sublimate in paesaggi onirici, mentre gli arpeggi oscuri cedono il passo al pianoforte - magistrale l’outro finale! Da sottolineare anche le leggiadre uscite in clean vocals, sicuro valore aggiunto che impreziosisce il tutto. Col senno di poi ci si rende conto che tutto ciò era già stato accennato in Ubi Secreta Colunt; ma se quella fu una speranzosa semina di idee ancora non del tutto delineate, è solo ora che dal terreno si ergono robusti alberi da frutto carichi di succulenti baccelli: gli Arcana Coelestia sfornano un lavoro dalle tinte celestiali - guarda a caso! -, un po’ onirico e un po’ allucinatorio, due concetti che sono molto più vicini di quanto non si possa pensare. Bisogna spendere parole d’elogio anche nei confronti della produzione: i suoni non sono mai netti, ma si sfumano piuttosto uno nell’altro creando un effetto galleggiante, fluttuante, semplicemente delizioso - l’effetto è davvero quello di “un mirage”! E’ possibile rendere musicalmente l’effetto di un miraggio? Impensabile, ma gli Arcana Coelestia ci riescono. Pazzesco...da notare in particolare la batteria: imponente e lontana, dà una profondità incredibile ai brani, come se rimbombassero da cieli lontani. Questo è un esempio clamoroso di come, qualora il materiale musicale composto sia già di per sé valido, una produzione particolare e ricercata - e soprattutto non necessariamente moderna e pulita! - possa fare di un ottimo album musicale un capolavoro unico e irripetibile.

E così la musica fila via sublime e tremendamente immaginifica, une opéra mélancolique in deux actes che viaggia leggera ma imponente come un’ampia nuvola irradiata dalla luce di un sole tramontante, sprofondando lentamente nella tragica narrazione baudelaireiana di Delirium per poi riemergere per il gran finale. Nel panorama Funeral Doom, composto ormai delle solite band Doom/Death tutte uguali, mancava una perla lucente come questo album, che più che un miraggio dell’ideale è una palpabile ideale realtà: maestoso.

Acte Premier:
01 - Duskfall (10:55)
02 - Requiem (For The Fathomless Void Of Redemption) (08:18)
03 - Le Mirage De L'Idéal (07:34)

Acte Deuxième:
04 - Tragedy & Delirium I - The Tragedy (05:33)
05 - Tragedy & Delirium II - The Delirium (06:45)
06 - ...Thus Fade In Nocturnal Deluge (10:27)

Incantation - "Blasphemy"

Candlelight Records, 2002
Come tutti ben sanno il Death Metal è nato dal Thrash, e non a caso i primi gruppi storici - ad es. Death, Possessed, Obituary, e persino i primi Morbid Angel - presentano una chiara matrice Thrash nelle strutture dei brani. Gli Incantation furono invece una delle primissime band, insieme a Immolation e Suffocation, a suonare un Death Metal violento per davvero: più veloce e oscuro, con un growl cavernoso e un ritmo pieno zeppo di blastbeats.

C’è però un mistero nel mondo del Death Metal: alcune band di vecchia data, magari anche con pochissimi dischi all’attivo, rimangono nella storia e vengono ricordate da tutti; altre parimenti valide e magari con più dischi pubblicati finiscono invece nel dimenticatoio perenne. Gli Incantation - come anche i Monstrosity e i The Chasm, tanto per citare due nomi eccellenti - appartengono al secondo gruppo, e il loro quinto album Blasphemy è forse il loro album meno acclamato. Inutile dire che è il mio preferito, ahahah! Gli Incantation vengono ricordati, da chi li ricorda, principalmente per il loro album d’esordio Onward To Golgotha (1992) che viene considerato come una colonna portante nel suo genere, ma le due vere gemme della loro discografia sono probabilmente Diabolical Conquest (1998) e The Infernal Storm (2000). Blasphemy è il loro immediato successore, e incorpora con personalità tutti quelli che sono i costituenti musicali tipici degli Incantation: velocità folli alternate a plumbei passaggi Doom-oriented, numerosi riff di grande impatto, growl crudo e oscuro. Gli Incantation sono questo, e questo ci ripropongono anche in Blasphemy: dalle violente Crown Of Decayed Salvation, Descend Seraphic Irreverence e la stessa titletrack alle gemme Rotting With Your Christ, His Weak Hand, passando per il riff nostalgico quasi commuovente di A Once Holy Throne, fino ad arrivare alla sperimentale Uprising Heresy, lenta e decadente. Finito qui? In realtà no, perché quando inserite il CD nel vano dell’apposito lettore il display vi segnala 13 invece che 11. Si scopre infatti che dopo le undici canzoni segnalate sulla tracklist segue una lunghissima traccia di quasi-silenzio da cui emergono in tutta calma una serie di rumorini molesti...il tutto si concretizza nella traccia numero 13, una parlata di una persona posseduta - suppongo - che sarebbe interessante decifrare per sviscerare eventuali messaggi subliminali. Nel complesso Blasphemy è un tripudio di riff su riff, tutti stupendi dai più veloci ai più lenti, rigorosamente accompagnati da una veste sonora tutta Old School; e gli Incantation sono un gruppo in piena tradizione Death che è capace di strafare solo per mezzo dei riff, senza mai annoiare. Qui non c’è virtuosismo, qui non c’è originalità: c’è solo uno dei migliori Death Metal datati che potrete mai sentire.

Questo disco non aggiunge nulla a quello che gli Incantation sono stati e sono tuttora, né tantomeno nulla gli toglie. Si potrebbe scrivere una recensione identica a questa per tutti gli altri loro album. Così, volendone scegliere uno, ho scelto quello che a pelle preferisco...sarà forse la disposizione dei brani, saranno forse i riff specifici, o forse semplicemente è un’irricostruibile scelta inconscia. Ma ciò che conta è che gli Incantation invece sono consci, e possono vantare una discografia invidiabile; questo Blasphemy non ne è che una dimostrazione impeccabile.

01 - Blasphemy (04:16)
02 - The Fallen (02:27)
03 - A Once Holy Throne (03:09)
04 - Crown Of Decayed Salvation (05:43)
05 - Rotting With Your Christ (03:38)
06 - His Weak Hand (05:04)
07 - The Sacrilegious Apocalypse Of Righteousness And Agonizing Dementia (The Final Defilement Of Your Lord) (02:06)
08 - Deceiver (Self-Righteous Betrayer) (04:18)
09 - Descend Seraphic Irreverence (02:53)
10 - Uprising Heresy (08:34)
11 - Misanthropic Indulgence (05:41)

Raventale - "On A Crystal Swing"

Backfire Productions, 2006
"On A Crystal Swing" è il primo suggestivo album di Astaroth, artista ucraino che rappresenta l'unico componente dei Raventale. Con questo disco, la band mette le proprie radici nel terreno ed esplora sonorità che pescano dal black metal ma si contaminano notevolmente con atmosfere doom, ma non di quelle angosciose e terrificanti, bensì calme e riflessive, ipnotiche, lontane anni luce dalla graniticità. Aggiungiamoci anche qualche riuscito inserto di elementi folk - classicheggianti - ambient, e il risultato finale sboccia in tutta la sua delicata bellezza, andando a formare un lavoro breve, molto scarno ed essenziale a livello melodico e strutturale, ma sempre dotato di una forte carica evocativa e di un'atmosfera che richiama freddi boschi invernali e paesaggi dimenticati e silenziosi, come nella migliore tradizione black metal. Nessuna aggressività e tanta dolcezza, superbamente camuffata dietro una voce sporca e chitarre deliziosamente ronzanti.

La voce in screaming, contrariamente a ciò che ci si aspetterebbe da un disco che affonda le proprie radici nel black, rimane piuttosto in sordina; nel suo timbro un po' gracchiante ma pulito risulta essere un elemento gregario, lievemente soffocato dagli strumenti e mai posto in primo piano: caratteristica che la rende affascinante, anche perchè i testi sono in lingua madre e conservano la spiccata musicalità dell'idioma ucraino, bellissimo come tutte le lingue slave. A livello puramente strumentale, le trame melodiche sono assai semplici e non si può mai parlare di linee melodiche vere e proprie, in quanto esse sono formate quasi sempre da lunghe successioni di accordi e note doppie, senza mai lasciare spazio al solismo chitarristico che comunque apparirebbe abbastanza fuori luogo in un disco come questo. I tappeti di archi in sottofondo, gentili e discreti, creano talvolta la linea melodica principale, lasciando alle chitarre un puro compito di accompagnamento. Il minimalismo che ne consegue diventerà marchio di fabbrica dei Raventale, capaci di incantare con pochissimi elementi, ma senza tralasciare la propria evoluzione musicale di album in album.

Da questo lavoro traspare la severità delle foreste nordiche e la loro raggelante bellezza, come possiamo sentire già nel primo vero brano "Shredding The Skies By Fire", debitore delle atmosfere dei Satyricon di "Mother North". Brano che si regge su una ritmica veloce e possente, su lunghe cavalcate di chitarra abbastanza statiche ma sempre coinvolgenti, che trasmettono un'idea di "viaggio", nella loro monotonia. Questo sarebbe un disco ideale da ascoltare durante un lungo viaggio in treno, mentre si superano foreste, fiumi, laghi e montagne innevate, senza mai fermarsi per giorni e giorni. L'album si muove quasi sempre sulle stesse coordinate: ripetitività, minimalismo, piccole dosi di atmosfera (come per esempio nel prologo, ma soprattutto nella breve ed intensa strumentale "The Cradle Of Rain", dove un pianoforte dolcissimo sposa il suono della pioggia), ritmiche mai troppo veloci o irruente, riusciti inserti di strumenti particolari come lo struggente flauto che ci accompagna per mano nel finale di "On A Crystal Swing" o le sognanti sezioni di archi di "Resinous Blackness Of The Sky", che aiutano le chitarre a trasformarsi da ruvide a malinconiche. Un lavoro grezzo e scarno, ma curatissimo nel suo contesto: la dimostrazione che la semplicità a volte è più efficace di tanta ricercatezza, che spesso diventa solo inutile pomposità. I Raventale sono così: semplici, crudi, diretti, totalmente sè stessi. Un disco che mi sento di consigliare vivamente, specialmente se dovete affrontare un viaggio avventuroso attraverso terre lontane e sconosciute: sarà la colonna sonora perfetta.

Magico.

01 - Prologue (2:00)
02 - Shredding The Skies By Fire (6:26)
03 - The Forest Spread Out In The Grey Melancholy (13:40)
04 - Resinous Blackness Of The Skies (7:12)
05 - The Cradle Of Rain (2:08)
06 - On A Crystal Swing (9:34)

giovedì 24 marzo 2011

Into Eternity - "The Scattering Of Ashes"

Century Media, 2006
Ognuno ha le sue band preferite, e la sorpresa di ognuno viene catturata da soluzioni musicali diverse. Capita però poche volte di restare letteralmente a bocca aperta nel sentire una nuova band...a me stesso è successo ad oggi solo due volte, la prima delle quali fu proprio ascoltando The Scattering Of Ashes degli Into Eternity.

Non ricordo nemmeno come scoprii questa band, ricordo soltanto che i primi brani che ascoltai furono Severe Emotional Distress e Nothing. E ricordo che durante l’ascolto quasi non ci credevo. La sensazione è quella del tipo: ma è vero per davvero? Come ci sono riusciti? Infatti quello che subito colpisce è che gli Into Eternity sono riusciti a comprimere ed amalgamare in poco spazio attitudini favolose come forti tendenze tecniche, batteria veloce con grande uso della grancassa e dei crush, repentini cambi di ritmo, assoli dal sapore neoclassico e scale di vario tipo, e una voce spettacolare che fa growl, scream e clean - e che clean! Ritornelli in falsetto atomico, grande esordio di Stu Block! Anche il sound è una specie di ibrido: è una via di mezzo tra Melodic Death e Metalcore, senza sbilanciarsi nettamente a favore di nessuno dei due, e mantiene tinte sempre molto pulite. Insomma, non è Metalcore, ma è decisamente troppo pulito per essere Melodeath - forse è per questo che la band viene fantasiosamente classificata come Progressive Melodic Death...sorvoliamo. Ma è merito soprattutto della struttura dei brani se questo album colpisce subito al primo impatto: ognuno infatti è caratterizzato da un proprio ritornello in clean - in falsetto atomico! - che rimane in testa facilmente, mentre nelle strofe e nei ponti sono fortemente compressi con maestria tutti i vari elementi di cui sopra, con tanto di cambi di ritmo e variazione nel cantato. La musica che ne viene partorita è veloce e mitragliante, eterogenea ma unitaria, estremamente dinamica, esplosiva ma sempre melodica: Out e Nothing sono forse gli esempi migliori di ciò.
Purtroppo però l’uso sconsiderato e ripetuto di una struttura fissa è spesso una letale arma a doppio taglio: e infatti a lungo andare quest’album un po’ annoia. Intendo dire che i primi quattro brani sono spettacolari; già A Past Beyond Memory inizia un po’ a suonare come “riciclata”, ma fortunatamente per lei è seguita da Surrounded By Night, un brano molto melodico che coi suoi arpeggi introduce qualcosa di nuovo; in questo modo anche la successiva micidiale Eternal fa la sua bella figura. Ma ahimè ora della fine si è già sentito tutto quello che c’era da sentire, si è già apprezzato tutto quello che c’era da apprezzare, e gli ultimi tre brani - che se presi singolarmente sono fantastici - risultano un po’ di troppo, dato che la soluzione è sempre la stessa: ritmo veloce, scale e assoli, ritornelli in clean. In sintesi: un album strepitoso sulla singola canzone, un po’ noioso però sull’intera lunghezza - anche se parliamo di appena quaranta minuti.

In principio era lo stupore: le strofe rapide e dinamiche rendevano ancor più stupefacenti i ritornelli clean, così melodici e fruibili, e gli assoli di chitarra erano sempre accolti con la ola. Ma poi a lungo andare la soluzione è sempre la stessa, la struttura dei brani è sempre la stessa, e l’incantesimo è rotto. E’ così soddisfatta la legge (quasi) universale della ripetitività: la ripetitività è inversamente proporzionale alla durata della passione. Sia ben chiaro: The Scattering Of Ashes è un pezzo unico e sensazionale di musica estrema melodica che si lascia ascoltare con estrema goduria; semplicemente non è in grado di tener banco in modo eccellente dall’inizio alla fine della sua durata, nonostante il valore di ciascun brano. Del resto undici perle da sole non fanno una collana...

01 - Novus Inceptum (Intro) (01:40)
02 - Severe Emotional Distress (03:55)
03 - Nothing (03:56)
04 - Timeless Winter (03:25)
05 - Out (04:55)
06 - A Past Beyond Memory (03:38)
07 - Surrounded By Night (05:08)
08 - Eternal (03:13)
09 - Pain Through Breathing (03:52)
10 - Suspension Of Disbelief (04:28)
11 - Paralyzed (03:11)

martedì 22 marzo 2011

Anaal Nathrakh - "Eschaton"

Season of Mist, 2006
A tutti prima o poi nella vita capitano esperienze a cui inizialmente si stenta a credere, esperienze che cambiano il nostro modo di concepire le cose, esperienze che rendono reale ciò che pensavamo fosse impossibile, o meglio di cui non sospettavamo nemmeno l’esistenza. Una di quelle capitate a me si chiama Eschaton: quest’album è un’esperienza sonora devastante.

Si tratta del terzo album degli Anaal Nathrakh, e se il loro precedente Domine Non Es Dignus già fu una mazzata di velocità ed estremismo variegata da sperimentazioni di vario tipo, questo Eschaton è completamente a senso unico: qualsiasi vago spiraglio di riflessività o sperimentazione è stato completamente abbandonato per concentrarsi su quello che è forse il loro migliore marchio di fabbrica: l’esplosività sonora. Sonorità nucleari, velocità spaziale, totale assenza di spazi vuoti nel sound se non tra un brano e l’altro: in altre parole, frastuono assordante. Eschaton suona come un cocktail di vitriolo e nitroglicerina, come una maratona olimpionica corsa su un campo minato. Riff esasperanti velocissimi, batteria spesso spianata in lunghi blastbeats, urla lancinanti e prolungate, voce incomprensibile, ma nonostante tutto ciò ogni brano è perfettamente fruibile grazie alla sua semplicità strutturale. Emergono inoltre con facilità alcuni giri di chitarra, come in The Yellow King, e imperano sovrani gli strabilianti ritornelli in clean di Between Shit And Piss..., When The Lion..., Timewave Zero che dimostrano come alla band debbano essere piaciuti i precedenti esperimenti della splendida Do Not Speak e di This Cannot Be The End. Questi punti di riferimento rappresentano i fuochi attorno a cui tutto il resto ruota, i soli di una virulenta galassia: aiutano a non essere inghiottiti nei buchi neri del grande chaos generale, e permettono così di padroneggiarlo piacevolmente. Questo aiuta a fare di Eschaton un corpo unico, di grande impatto e di fluido scorrimento, senza però renderlo troppo unitario: i brani di punta sono infatti in grado di fare una figura da Hit Parade anche se presi singolarmente. In una parola, quest’album è devastante. Solo nell’ultimo brano Regression To The Mean si ha un po’ di “riposo”, efficace mastodontica outro dai toni snervanti.

L’unico rammarico è non avere a disposizione i testi - da sempre la band non li rende noti, e le parole sono indecifrabili a orecchio - che a giudicare dai titoli profilano un’escatologia della distruzione e dell’oblio. E così, non potendo vivere quest’esperienza escatologica dal sapore nichilista, quest’album rimane una colossale esperienza sonora. Esperienza che dovrebbe fare chiunque è convinto di aver già raggiunto i massimi livelli di violenza musicale, sicuramente non ne resterà deluso.

01 - Bellum Omnium Contra Omnes (03:16)
02 - Between Shit And Piss We Are Born (03:54)
03 - Timewave Zero (03:01)
04 - The Destroying Angel (03:11)
05 - Waiting For The Barbarians (04:46)
06 - The Yellow King (04:54)
07 - When The Lion Devours Both Dragon And Child (04:57)
08 - The Necrogeddon (04:11)
09 - Regression To The Mean (03:12)

domenica 20 marzo 2011

Frozenthia Depresis - "Margot"

Label sconosciuta, 2007
Dolce delizia sprofondare il proprio Io nella fredda malinconia, nel sentirsi a terra e nel provare un intimo desiderio di non volersi rialzare, nel sentirsi confinati dietro un vetro solcato dalle tante piccole gocce d’acqua che ti raggiungono al suolo, bagnandolo e facendoti sprofondare nel fango. “La malinconia è la felicità di essere tristi” [cit. Victor Hugo], e la felicità è ciò che ogni essere umano a suo modo insegue...

...come nella vita, così in musica: sicché, vagando a caso su Youtube alla ricerca di nuove band, mi capita di imbattermi nella demo di questi Frozenthia Depresis, band esordiente francese che cattura l’attenzione per il nome molto evocativo e per la cover fortemente empatica. Quando però do il via al primo brano, Introversion, nome e cover passano subito in secondo piano: le immagini che mi circondano escono lentamente dal mio cono visivo, svaniscono poco a poco come se divergessero all’infinito, l’atmosfera intorno a me si fa via via più spessa e intensa, la mia attenzione è completamente risucchiata da qualcosa che si percepisce ma che non si vede con gli occhi, né col cuore. La musica dei Frozenthia Depresis mi ha ormai fatto prigioniero, e mi fa galleggiare mandandomi alla deriva nelle profondità più recondite del mio inconscio. Depressive Black Metal? Ambient Black Metal? Depressive/Ambient e basta? Non ha importanza. Si tratta di una musica minimale ai massimi livelli, completamente priva di basso e batteria, dove solo una chitarra graffiante usata sapientemente raschia contro uno scream freddo come lo zero assoluto. Le atmosfere che ne scaturiscono sono stupefacenti - in entrambi i sensi - grazie anche all’assenza delle inutili odiose contaminazioni elettroniche. Margot non è un album musicale, Margot è un viaggio, ma non tanto per dire come si usa ormai fare un po’ con tutti i dischi...Margot è un viaggio per davvero, e come tale è composto da momenti diversi: Introversion e Azacachia Tepiseuth sono l’incarnazione musicale della copertina, piovose e tutte all’insegna della solitudine, interamente giocate sulla dualità scream/chitarra. Con Abstract cala il gelo: se prima piovigginava ora nevica leggero, la voce si fa più rarefatta e la chitarra si limita a pungolare il silenzio con note acute, leggeri fiocchi di neve. Verloren invece si concentra sulla voce, ed è un lento sfumare in un amplesso di soli scream, una versione sublimata dei Neri per caso. Poi l’amplesso ha fine e il sogno svanisce, e dopo quaranta minuti intensissimi torno nel mondo reale.

Non ha senso chiedersi cosa si sta ascoltando, non ha nemmeno senso cercare di riportarlo ai canoni del Black Metal o della musica in generale. Margot è una donna platonica, iperuranica, che vi conduce impreteribilmente al mondo delle idee pure in cui siete liberi di riabbracciare voi stessi: tristezza dalla malinconia, malinconia nella tristezza. Ma, come ho sentito dire, la tristezza è un sentimento necessario per godere della felicità...e i Frozenthia Depresis dimostrano quanto questo sia vero. Band da tenere d’occhio, può creare dipendenza.

01 - Introversion (05:41)
02 - Azacachia Tepiseuth (13:43)
03 - Abstract (10:01)
04 - Verloren (09:39)

Deeds Of Flesh - "Of What's To Come"

Unique Leader Records, 2008
Tempo fa lessi una recensione di Crown Of Souls, l’album dei Deeds Of Flesh immediatamente precedente a questo (2005). La recensione, mediamente positiva, terminava dicendo: “I fan più accaniti difficilmente rimarranno delusi, chi è in cerca di novità sicuramente sì...ma questi sono i Deeds Of Flesh, prendere o lasciare. Dopo dodici anni di carriera e sei full-length uno più intransigente dell'altro c'è ancora qualcuno che si aspetta un qualche tipo di evoluzione?”. Ebbene, Of What’s To Come è l’evoluzione!

I Deeds Of Flesh hanno sempre suonato un Brutal Death Metal abbastanza tecnico - ma non troppo - tutto imperniato sulla sezione ritmica: numerosissimi riff veloci e taglienti, batteria costantemente spianata in blastbeats e ricchissima di cambi di tempo. Il loro stile ha subito poche variazioni nell’arco dei loro sei album...ma ecco che improvvisamente se ne escono con questo Of What’s To Come, un disco che abbraccia la concezione moderna del Brutal/Technical Death Metal: entra in formazione l’ottimo Erlend Caspersen (Blood Red Throne), e non a caso il basso esce fuori molto più spesso in primo piano producendosi in giri strabilianti e in effetti curiosi. Entra in formazione pure Sean Southern, ed ecco comparire numerosi assoli e scale di chitarra veloci, trasportanti e talvolta dissonanti. Inoltre la sezione ritmica dell’ormai consolidata coppia Lindmark/Hamilton in alcuni momenti assume sapori dal retrogusto Math, e in generale il sound è più moderno che in passato. I brani sono tutti abbastanza simili, e per farsi un’idea più o meno esauriente di cosa si ha di fronte è sufficiente ascoltare l’opener Waters Of Space, che mette in risalto un po’ tutti questi aspetti. Voglio ugualmente segnalare due pezzi su tutti: Unearthly Invent, forse quello che meglio mette in luce l’abilità di Caspersen e le sporadiche influenze Math, e la tonante titletrack Of What’s To Come. A questo punto potrebbe sorgere un dubbio: i Deeds Of Flesh sono diventati null’altro che una delle tantissime Brutal/Technical band presenti sulla scena oggigiorno? Neanche per sogno: sono infatti riusciti a reinterpretare con un’attitudine pienamente moderna il loro riconoscibile leggendario stile, senza che nessuna delle due cose risulti sacrificata - il che è qualcosa di grande, se si pensa che molte delle pur ottime band Brutal/Technical di oggi appaiono simili ad un’accozzaglia di riff casuali. Tanta roba. A testimoniare questa comunione del presente col passato fa capolino come ultima traccia la loro classica Infecting Them With Falsehood, ri-registrata senza venir affatto snaturata.

“Now we are basing content on the future of human’s existence, concentrating on a new concept of mankind’s place in the universe and the challenges faced. […] From now on each Deeds Of Flesh release will be the next chapter in the big picture of the new concept”. Questo è quanto si può leggere sul loro MySpace. Siamo dunque all’inizio di una nuova era per i Deeds Of Flesh, una band che ha dimostrato di avere ancora tanto da dare al mondo del Death, che non avverte minimamente il peso della vecchiaia e che anzi ha saputo sfruttare il suo immenso bagaglio di esperienze per produrre qualcosa di moderno che emerge di gran carriera dall’oceano di nuove band. Quando il maestro è ancora più bravo degli allievi...

01 - Waters Of Space (05:30)
02 - Eradication Pods (03:34)
03 - Unearthly Invent (03:32)
04 - Of What's To Come (05:56)
05 - Virvum (03:16)
06 - Century Of The Vital (05:00)
07 - Harvest Temples (04:05)
08 - Dawn Of The Next (04:04)
09 - Infecting Them With Falsehood (04:26)