Pagine utili del blog

sabato 12 marzo 2011

Mournful Congregation - "The Monad Of Creation"

Weird Truth, 2005
"Macrocosmic Doom for Microcosmic Beings". Così recita una frase all'interno del booklet di questo lungo, sfiancante album degli australiani Mournful Congregation. In effetti, la loro musica può dare la sensazione di infinito: costantemente sospesa, mai troppo corposa, sempre in attesa di risolvere su note più sicure e riposanti.

Quella degli australiani è una musica dotata di un certo minimalismo ma contemporaneamente molto articolata e in costante, anche se lenta, evoluzione. Solo quattro tracce di lunghezza biblica (un paio si aggirano sui 18 e sui 20 minuti di durata) suonate nello stile che ha reso celebri gli australiani (perlomeno nell'underground): riff di chitarra estremamente dilatati, atmosfere ridondanti ma pronte a cambiare di scatto, buona presenza di inserti acustici e parti squisitamente melodiche, scarsissima enfasi data alle tastiere e all'organo ecclesiale, a favore di un quasi totale sbilanciamento verso le melodie di chitarra. Non è un Funeral Doom mostruosamente oppressivo come potrebbe essere quello degli Esoteric o dei primi Shape Of Despair: non è nemmeno un doom - death granitico e oscuro come quello degli Evoken. Si tratta di uno stile a parte, che prima mette angoscia con un growl aspirato e profondissimo, davvero da oltretomba, e poi ammalia con passaggi melodici di sconvolgente bellezza, che squarciano il velo e ci regalano perfino dei momenti sereni, cosa rara da trovare in un disco di questo genere. Se si esclude la pacata e rassegnata "When the Weeping Dawn Beheld Its Mortal Thirst" (notare la lunghezza e la visionarietà dei titoli!), la quale è totalmente acustica, i rimanenti brani sono piuttosto omogenei nelle loro distorsioni ed atmosfere oniriche e tese (ma spesso intervallate da break acustici che spezzano la tensione), e non si discostano mai dallo stile canonico della band, seppure siano molto ricchi di variazioni, cambi di tema e decise virate melodiche che li rendono mai troppo schiaccianti, nonostante l'estrema lentezza. "The Monad Of Creation" è un album che fa viaggiare con la mente, da non ascoltare con troppa attenzione, ma semplicemente lasciando che il fiume strumentale entri poco alla volta nel cervello, a volte a tentoni, a volte in maniera irruenta, a volte dolcemente. C'è sicuramente qualcosa di "cosmico" in queste note, una perfetta rappresentazione dell'enormità dell'universo, resa pienamente da queste chitarre così spaesate ma al contempo così consapevoli di ciò che vogliono fare, ovvero rapire l'ascoltatore e trasportarlo in un mondo quasi lovecraftiano.

Non ha senso citare brano per brano, ma non posso non considerare la conclusiva "The Monad Of Creation" come il punto più alto toccato dal disco, con i suoi venti minuti di durata: venti minuti di epiche melodie che non mancheranno di far sognare. In conclusione, definirei tutto quest'album un unico, lunghissimo sogno ad occhi aperti, adatto solo ad un pubblico di nicchia, ma che saprà regalare enormi soddisfazioni a chi riuscirà a capirlo e a farlo proprio.

01 - Mother Water, The Great Sea Wept (18:21)
02 - As I Drown In Loveless Rain (11:21)
03 - When the Weeping Dawn Beheld Its Mortal Thirst (10:03)
04 - The Monad Of Creation (20:53)

venerdì 11 marzo 2011

Intestine Baalism - "An Anatomy Of The Beast"

Repulse Records, 1997
Il 1997 è un anno in cui le sottocorrenti del Death Metal sono in pieno sviluppo, e stanno ormai esplodendo. Ciò è vero in particolare per il Melodic Death: basti pensare che è proprio questa la data di uscita di Something Wild, il leggendario primo disco dei Children Of Bodom che, bello o brutto che sia, ha cambiato la concezione del metal estremo melodico. Per non parlare poi del successo dei primi Arch Enemy - quelli belli con Johan Liiva al microfono - e dell’esplosione di In Flames e Dark Tranquillity. Ma come sempre anche l’underground ha da dire la sua, e così nel lontano Giappone sembrano sbucare quasi dal nulla questi Intestine Baalism.

Il loro stile è qualcosa di semplicemente unico e, che io sappia, rimane unico ancora oggi: essi uniscono l’Old School Death Metal con la nuova emergente corrente melodica, creando un ibrido che non può essere etichettato con successo in nessuno dei due modi singolarmente. Chiariamo subito un concetto: tante altre band appartenenti all’Old School avevano tratti melodici, basti vedere ad esempio i Pestilence o gli Atheist; ma il punto è che gli Intestine Baalism non hanno semplicemente dei tratti melodici: gli Intestine Baalism incorporano proprio il Melodic Death di band come i Dark Tranquillity o i primi Arch Enemy, il che è ben diverso. Basta ascoltare un brano qualsiasi del disco per rendersi conto da soli della differenza: riff selvaggi Old School improvvisamente lacerati da assoli melodici che non hanno nulla da invidiare a quelli dei più blasonati colleghi citati sopra, poi nuovamente inghiottiti dai riff. Anche le strofe ogni tanto sono una sorta di fusione: se ad esempio quelli di Corporal Celebration e Tyrant sono 100% Old School, in Anatomy Of The Beast si assiste a riff decisamente Melodeath. Tutto ciò oltretutto non è una mescolanza forzata come quella tra acqua e olio, ma si tratta di un amalgama senza grumi. A mio parere due cose che contribuiscono alla piena riuscita di quest’album sono la voce e le registrazioni: queste, pur essendo di buona qualità, è come se fossero fatte in uno spazio aperto come una vallata in cui il suono rimbomba, il che dà una singolare profondità e ariosità al tutto (l’effetto è molto più chiaro ed efficace negli assoli di chitarra); quella invece è grezza ai massimi livelli e si alterna tra un ottimo growl poco comprensibile senza compromessi e uno scream arido, tagliente, lancinante. Tre i brani che consiglio su tutti: il duetto Blasphemy Resurrected - A Place The Gods Left Behind, e Cannibal Sodom.

An Anatomy Of The Beast è un tesoro prezioso nascosto nelle profondità della storia del Death Metal, e forse un tale cimelio è rimasto così nascosto proprio perché ibrido: scade troppo nella melodia per i fan dell’Old School, è troppo brutale e sporco per i fan del Melodeath. Nonostante ciò io credo che sia uno degli album Death più belli di sempre, e non vedo alcun motivo per cui non possa essere paragonato ai grandi nomi quali Suffocation, Morbid Angel, Dark Tranquillity, Pestilence, Atheist. Capolavoro.

01 - Corporal Celebration (05:15)
02 - Anatomy Of The Beast (04:28)
03 - Alastor Possess (03:54)
04 - Cannibal Sodom (05:43)
05 - Energumenus (The Birth Of The Cursed Creations) (04:48)
06 - Blasphemy Resurrected (03:40)
07 - A Place The Gods Left Behind (06:11)
08 - Burn Thou In Effigy (01:10)
09 - Tyrant (04:47)

Sadist - "Above The Light"

Nosferatu Records, 1993
Siamo nel 1993, anno in cui il primo Death Metal era ormai un genere affermato e seguito che cominciava a figliare i primi interessanti sottogeneri: Brutal, Technical, Melodic. Quest’ultimo può dire di essersi sviluppato proprio nel 1993: si assiste infatti alla prima release di gruppi come Dissection, Dark Tranquillity, In Flames e Cynic, alla seconda release di Hypocrisy e At The Gates (in entrambi i casi la prima era più vecchia di solo un anno) e allo storico Heartwork dei Carcass. In un simile irripetibile tripudio di classe e magnificenza passa letteralmente inosservato l’esordio degli italiani Sadist, che arriveranno a ricevere qualche attenzione solo tre anni più tardi con Tribe.

Eppure Above The Light è un album che non ha nulla da invidiare ai dischi dei gruppi succitati: si tratta di un lavoro creativo ed ispirato che presenta otto tracce – di cui una è una semplice intro e un’altra è un brano unicamente strumentale – che si snodano in assoli melodici memorabili e riff ispirati, ben concepiti e perfettamente incastonati tra loro. Ma Above The Light non è solo un buon disco superiore alla norma: ha tutte le carte in regola per essere acclamato come uno dei grandi classici del Melodeath, e forse addirittura come il disco che insieme a Focus dei Cynic ha dato il là a quello che potrebbe essere chiamato Progressive Death Metal; nonostante ciò ad oggi resta un disco sconosciuto. Musicalmente parlando sono principalmente due gli aspetti importanti. Il primo sono gli assoli: splendidi duetti tra chitarra e tastiera dal gusto talvolta neoclassico - vedi Enslaver Of Lies e Happiness’N’Sorrow - che vanno sempre a parare da qualche parte, hanno una loro fisionomia ben precisa; si tratta di quel tipo di assoli che rimane impresso, un po’ come quelli degli Iron Maiden. Il secondo è la struttura dei brani: furiosi riff di chitarra ritmica che lasciano emergere linee melodiche bellissime in chitarra e tastiera, e che talvolta si diradano per lasciar spazio a ottimi arpeggi; il tutto supportato da una batteria che fa quello che una batteria deve fare: accelerazioni, improvvisi stop e battere in levare. E’ molto bello anche il growl, tutto in stile Old School: invece che puntare sulla cavernosità è strozzato, soffocato. Ma la cosa più importante è l’estrema naturalezza con cui questa musica scorre via: nonostante la durata di alcuni brani, atipica per il Melodeath, non si ha mai l’impressione che essa sia tirata per le lunghe per mancanza di idee, non è mai “come burro spalmato sottile su troppo pane” [cit. Bilbo Baggins]; è costantemente ispirata, fluida, e presenta una buona varietà di soluzioni. Per chi volesse farsi un’idea veloce i brani più indicati e rappresentativi sono Enslaver Of Lies e Sometimes They Come Back; ma io consiglio di ascoltare il disco per intero perché ne vale davvero la pena. Molto belle anche le progressive Hell In Myself (grande intro!) e Sadist (strumentale), e la camaleontica Breathin’ Cancer.

Quale può essere allora il motivo di questo ostracismo nei confronti di Above The Light dalla hall of fame del Melodeath? Forse le tanto odiate tastiere che secondo uno strano dogma non andrebbero d’accordo col Death Metal? O forse il fatto che si tratta di un album che era già troppo avanti per l’epoca? O ancora, sarà stata colpa dell’orribile copertina? No dai, la copertina in fondo non è così orribile...quindi la risposta è che davvero non lo so. Pace, me lo godrò da solo!

01 - Nadir (02:12)
02 - Breathin' Cancer (07:25)
03 - Enslaver Of Lies (05:37)
04 - Sometimes They Come Back (06:27)
05 - Hell In Myself (05:32)
06 - Desert Divinities (05:06)
07 - Sadist (04:21)
08 - Happiness’N’Sorrow (06:40)

Dolorian - "When All The Laughter Has Gone"

Wounded Love Records, 1999
Mi convinco ogni giorno di più che come in politica esistono i G8 così nel Metal esistono i G2: Svezia e Finlandia. E’ semplicemente incredibile la quantità e la qualità che questi due paesi riescono a dare al mondo del Metal, e riescono a darle con un’immensa varietà di generi e una duratura continuità nel tempo. Dal Metal più estremo e spinto a quello melodico, dal Progressive al Folk/Viking, dal Power al Doom, passando per numerose interessanti sperimentazioni: nulla di ciò manca a Svezia e Finlandia, e lo si trova in grandi quantità.

La nostra meta per la presente occasione è la ridente Finlandia, terra di floridi boschi e grandi laghi, patria di Babbo Natale e di un idioma simpatico. Ma nulla di tutto ciò fa parte della musica dei Dolorian: questa rappresenta l’altro lato della Finlandia, quello del grande freddo invernale, quello dei sogni infranti dei bambini che scoprono che Babbo Natale non esiste, quello del primato europeo di suicidi con arma da fuoco. E proprio di depressione e morte si parla: quella dei Dolorian è una musica lenta e tenue, deprimente nelle sue melodie che svolazzano come scuri veli dal volto di una vedova; nulla a che fare col Power estremo ameno dei Children Of Bodom o il Folk degli Ensiferum, e nemmeno col Funeral Doom rilassante degli Skepticism. Un genere musicale che può essere fatto rientrare nella categoria Black/Doom, ma con tutte le accortezze del caso: di Doom non c’è poi molto a parte la lentezza. Qui si gioca piuttosto sulle atmosfere, e si ha l’intelligenza di farlo evitando di inserire ciò che non serve (i.e. i soliti, noiosi, ripetitivi riffoni lunghi e interminabili che si limitano ad accompagnare): il risultato è una musica scarna - ma non semplice! - e molto emotiva, che colpisce per la sua piacevole snellezza. Infatti i riff di chitarra ritmica sono leggeri e opachi, mai ostentati o insistenti, e peraltro nemmeno sempre presenti; e per di più quando sono presenti hanno qualcosa da dire, danno vita - insieme al basso - a dei giri davvero interessanti. Comunque, a condurre i brani e a scandire la cadenza sono i numerosi arpeggi e le tastiere, entrambi scelti con criterio: i primi sono tetri e soffusi, spaziano egregiamente anche nei toni bassi e si sfumano lentamente nel nulla, le seconde hanno un sound a tratti spettrale, davvero azzeccato. Inutile citare un brano sugli altri, perché in ciascuno ritroverete intatto quanto detto. Il tutto è completato con una voce che salta da uno scream non troppo potente a degli efficaci sussurri. Una curiosità: i testi dei brani non sono stati resi noti e risultano difficilmente comprensibili; alcuni hanno provato a ricostruirli parzialmente. Il risultato? Morte, morte e depressione. When All The Laughter Has Gone suona come un carillon dell’orrore, lento ma inarrestabile nel suo incedere claudicante, è un piccolo oggettino inerme che però emana tristezza e paura, e chi lo ascolta respira il gelo.

In conclusione si tratta di un grande lavoro, dalla tristezza glaciale e dalla sinfonia oscura. La Finlandia è un posto che la morte va spesso a trovare, e sicuramente ha fatto visita anche ai Dolorian: "Slow, so slow...take, take soul...I'm cold". Non vi resta che caricare il carillon e lasciarvi cullare dalla bieca mietitrice...

01 - Desolated Colours (07:19)
02 - My Weary Eyes (08:22)
03 - A Part Of Darkness (06:24)
04 - When All The Laughter Has Gone (05:52)
05 - Collapsed (09:18)
06 - Fields (04:45)
07 - With Scorn/Perish (11:11)

giovedì 10 marzo 2011

Dimension Zero - "Silent Night Fever"

Regain Records, 2002
Finalmente: un album di puro Swedish Death Metal senza alcun fronzolo, che ha come unico scopo quello di picchiare duro e travolgere l'ascoltatore con assalti sonori che tolgono il fiato, ma che non dimenticano mai che la musica è fatta, oltre che di ritmo, anche di armonia e melodia.

Nati come progetto parallelo di Jesper Stromblad, mastermind degli In Flames, il gruppo si propone come un'estremizzazione di quello che è il suono della band originale, riproposto al doppio della velocità e della ferocia. Riff secchi e taglienti; batteria costantemente in tensione, che passa dal ritmo sostenuto all'assalto furioso ai tom, senza vie di mezzo; una voce ovviamente latrata, piena di rabbia e acredine. Il basso praticamente non esiste, le melodie sono sempre soltanto accennate, mai protagoniste e mai totalmente soffocate dal vortice sonoro. Quello che qui domina è una fantastica violenza ragionata, mai cieca anche nei momenti più veloci e cattivi, una rabbia precisa ed esaltante che ricorda moltissimo l'insuperato capolavoro di death metal "Slaughter Of The Soul" dei mai troppo compianti At The Gates. Si vede che Jesper aveva bisogno di una band con cui esprimere i suoi istinti primordiali: "Silent Night Fever" è una vera e propria mazzata, di quelle che si trovano raramente, e che farà la gioia dei metallari più oltranzisti. Segnalo un solo brano che spicca come colonna portante di tutto l'album, il quale come si può intuire è molto omogeneo e compatto: "Your Darkest Hour". Un brevissimo arpeggio in pulito esplode di una tempesta ritmica e chitarristica da far spavento, confezionando quello che forse è il brano più feroce ed esaltante che io conosca, vertiginosamente ossessivo ma concluso, a sorpresa, da un altro prolungato arpeggio di chitarra pulita, inquietante conclusione di un capolavoro. E non pensate che il resto dell'album vi lascerà delusi, in confronto. Se amate affogare le vostre orecchie in un bagno sonoro di rabbia e nichilismo senza limiti, non perdetevi questa gemma.

01 - Silent Night Fever (3:22)
02 - The Murder-Inn (3:03)
03 - Through The Virgin Sky (4:31)
04 - Your Darkest Hour (4:08)
05 - Not Even Dead (4:01)
06 - They Are Waiting To Take Us (3:52)
07 - Until You Die (3:47)
08 - End (3:00
09 - Slow Silence (2:03)

mercoledì 9 marzo 2011

Ahab - "The Call Of The Wretched Sea"

Napalm Records, 2006
Negli ultimi anni il mondo del Doom Metal ha avuto un’esplosione impensabile: le band che suonano questo genere si sono moltiplicate a ritmo esponenziale di base 4, e provengono un po’ da ogni paese; in particolare ha ricevuto un notevole impulso il filone russo, grazie alla Doom label Solitude Production. Sfortunatamente però la qualità è piuttosto rara: la maggior parte delle band suona un Doom/Death completamente privo di idee che si perde in stancanti riffoni di chitarra, molte altre utilizzano la sezione ritmica solo come sterile accompagnamento alle melodie; e comunque in generale quello che in media una band Doom ha da offrire è qualche melodia carina vagamente triste. Poi però ogni tanto, in questo mare di pochezza, spunta fuori la band rivelazione: questa volta è toccato agli Ahab.

Si tratta di un quartetto tedesco che propone un Funeral Doom di fattura personalissima: le melodie sono sofisticate e talvolta molto ricercate - si veda ad esempio Below The Sun - e gli arpeggi sono estremamente evocativi; la chitarra ritmica è usata in modo completo come produttrice di riff micidiali e atmosfere oceaniche, fragorose come alte onde di un mare in tempesta; sono presenti anche delle tastiere decisamente poco appariscenti, che però perfezionano la riuscita delle atmosfere; la voce passa da un growl spaventoso, lentissimo e profondo come una caverna ad un clean plumbeo e algido, che sembra quasi provenire da lontano come se fosse portato dalla brezza marina; e infine, udite udite, la batteria non è un semplice metronomo - finalmente! - bensì uno strumento che viene utilizzato nel pieno delle sue potenzialità, con ritmi molto ricercati sebbene sempre lenti e con un lavoro di piatti e piattini a tratti addirittura estenuante. Concettualmente i brani si ispirano al romanzo Moby Dick (!), come testimonia il nome della band, e sia l’artwork che la musica richiamano atmosfere da mare aperto, come se mentre ascoltate il disco foste su una nave solitaria tra le onde. Non a caso la band ha denominato il proprio stile Nautik Funeral Doom Metal - anche se probabilmente questa è in parte una trovata di immagine. Il modo in cui questi ragazzi tedeschi creano le loro canzoni è così interessante che voglio passarne brevemente una ai raggi X; scelgo quindi la mia preferita, Old Thunder. Il brano si apre con un arpeggio spettacolare dal suono pieno ed echeggiante e dai colori sofferenti, supportato molto bene dalla batteria che comincia fin da subito a lavorare sui piatti. Senza perdere un minimo di continuità e coerenza ecco che esplode la chitarra in riff fragorosi, alla quale si aggiunge con gran tempismo un giro di note dinamico che viene ripetuto all’infinito, e che dona leggerezza e dinamismo al tutto. E’ molto interessante notare come è questo giro ad essere ripetitivo, e batteria e chitarra ritmica ad essere ricercate, contrariamente a quanto accade di solito. La batteria in particolare svolge un lavoro ammirevole e sfiancante: è quel tipo di “lavoro sporco” che ad un ascolto superficiale magari neanche si nota, ma che ascoltando con più attenzione riempie di entusiasmo e soddisfazione - qualcuno quindi la sa usare questa diavolo di batteria! La canzone si evolve con un parziale ritorno alla melodia iniziale che sfocia in un abbozzo di assolo di chitarra, il quale si tramuta come per incanto in un cantato clean. Nel finale attaccano di nuovo i riff precedenti e poi il brano si conclude. Ho raccontato tutto ciò con l’intento di dare l’idea di quanto raffinato sia lo spirito compositivo di questa band: una continua ricerca e attenzione al dettaglio, una musica ritmicamente eccellente e molto varia che però riesce a non essere dispersiva, un tripudio di melodie fluide e stupende.

The Call Of The Wretched Sea sembra un album di una band navigata che ha finalmente trovato le proprie identità musicale e maturazione stilistica, e invece non è altro che il disco di esordio di quattro ragazzi tedeschi. Band da tenere d’occhio per il futuro.

01 - Below The Sun (11:45)
02 - The Pacific (10:07)
03 - Old Thunder (09:54)
04 - Of The Monstrous Pictures Of Whales (01:52)
05 - The Sermon (12:36)
06 - The Hunt (11:13)
07 - Ahab's Oath (10:11)

Esoteric - "Epistemological Despondency"

Aesthetic Death, 1994
Solitamente quando si parla delle radici del Funeral Doom Metal si è soliti citare i due colossi Thergothon e Skepticism, e qualche volta i Funeral. Eppure ci sono altre due band che hanno dato i natali al genere: i finlandesi Unholy e gli inglesi Esoteric, band quest’ultima che contribuì proprio col presente disco(ne) Epistemological Despondency. Chissà perché nessuno li cita mai...così ho deciso di farlo io.

In realtà questa non è esattamente la prima release della band, dato che un anno prima era stata la volta di Esoteric Emotions - The Death Of Ignorance, una demo introvabile uscita originariamente in formato cassetta. Di solito le demo sono solo demo...questa però durava 82 minuti. In ogni caso sta di fatto che il primo album vero è Epistemological Despondency, un macigno di quasi un’ora e mezza diviso in due CD da tre quarti d’ora circa l’uno. La proposta musicale dell’allora sestetto di Birmingham è qualcosa di completamente nuovo e spiazzante: per dirla con poche parole si tratta di una specie di Death Metal ultralento con inserti noise, melodie ricercatissime che spaziano dall’introspezione soffocante al rock anni ‘70, e sporadiche improvvise accelerazioni. Senza perdersi in inutili dettagli, il primo disco presenta due brani lentissimi di venti minuti a testa che rappresentano al meglio le sfaccettature noise e le melodie ricercate di cui sopra - fenomenale quella di Bereft! -, inframezzati però dall’improvvisa furiosa Only Hate, un brano Death dal retrogusto, uhm...come dire...esotico? Difficile a dirsi. Il secondo disco si schiude con venti minuti - divisi in due tracce - tutti all’insegna del rock anni ’70, di cui è doveroso segnalare lo splendido assolo di chitarra di Lamented Despondency - probabilmente la traccia migliore dell’intero platter insieme a Bereft. Il tempo restante è inghiottito interamente dall’ultimo brano, Awaiting My Death, che ricalca invece lo stile del primo disco. Nonostante tutte queste influenze abbiamo di fronte un’ora e mezza di Funeral Doom Metal - a meno che non siate di quelli che esigono la presenza dell’organo... - personalissimo e ben orchestrato, che invece che cercare di fondere insieme in modo perpetuo mille correnti musicali diverse lascia saggiamente ad ognuna il proprio momento per emergere. Nessun compromesso quindi! E che gli Esoteric non scendano a compromessi, preferendo suonare qualcosa di personale in cui davvero credono, lo si capisce anche da quanto si legge nel booklet dell’album: accanto alla consueta sezione dedicata ai ringraziamenti -una riga scarna, una volta tanto! - ce n’è una molto più lunga e più interessante dedicata agli insulti, chiamata “Fuck off and die”; sarebbe bello riportarla per intero, ma basti citare quanto segue: “All bands who are ‘out tu put what the people like’. All the sad cunts who have turned underground music into pop-music full of clichés”. Per la cronaca, non si tratta della solita band incoerente che fa proclami e dopo qualche anno si vende a sua volta; gli Esoteric sono ancora oggi, dopo 17 anni, una band esclusivamente underground che continua a suonare ciò che ama suonare. Possiamo dire che suonano per sé stessi? Non lo so, ma se così fosse sarebbero da stimare a prescindere.

Non resta quindi che ringraziare gli Esoteric per aver avuto la coerenza e il buon gusto di suonare e produrre ciò che avevano voglia di suonare e produrre, e averci così regalato questo maestoso capolavoro che rimane nella storia come una delle colonne portanti del Funeral Doom Metal - anche se non tutti gli appassionati se ne ricordano.

Disco 1
01 - Bereft (20:24)
02 - Only Hate (Baresark) (02:41)
03 - The Noise of Depression (18:59)
Disco 2
01 - Lamented Despondency (12:37)
02 - Eradification (Of Thorns) (07:19)
03 - Awaiting My Death (26:07)

martedì 8 marzo 2011

In Flames - "Whoracle"

Nuclear Blast, 1997
Come non esaltarsi di fronte a questo lavoro, che se non è il miglior album degli In Flames, poco ci manca? Nel 1997 il death metal melodico è in piena fase creativa e i mostri sacri stanno producendo o hanno appena prodotto i migliori album del genere: solo due anni prima, i Dark Tranquillity avevano stupito tutti con un album maturo e complesso come "The Gallery", mentre i colleghi In Flames, provenienti dalla stessa città, un anno dopo avevano dato alla luce "The Jester Race", che riprendeva il discorso iniziato con i primi grezzi album e lo arricchiva di melodia e soluzioni accattivanti, lasciandolo però sempre molto aggressivo e compatto. "Whoracle" è la naturale prosecuzione di quell'evoluzione: a differenza dei Dark Tranquillity, che preferiscono puntare sulle atmosfere malinconiche e talvolta drammatiche, gli In Flames si distinguono per un suono ben più tagliente, incisivo, più diretto e di più semplice assimilazione. "Whoracle" è per l'appunto una raccolta di canzoni che seguono un unico filone, ma ciascuna dotata di una personalità propria e riconoscibile, e soprattutto di alcuni elementi efficacissimi: dosi consistenti di melodia, una voce growl graffiante e lancinante, qualche riuscito blitz delle chitarre acustiche, e un'energia poderosa.

L'iniziale "Jotun" è la perfetta summa di tutto ciò che si può trovare nell'album: aggressività e senso melodico mescolati insieme, in modo che non sia mai nessuno dei due a prevalere sull'altro. Più che death metal in senso stretto, che poteva trovarsi sui primi lavori, qui siamo di fronte ad un'evoluzione che porta la band su territori meno oltranzisti e più aperti alla sperimentazione: un buon esempio può essere "Jester Script Transfigured", quasi psichedelica con i suoi stacchi acustici, le melodie liquide e le vocals allucinate, oppure "Worlds Within The Margin", dal testo affascinante e dal feeling molto oscuro. Trova spazio un pò di tutto: dalla travolgente "Episode 666", alla rabbiosa "Food For The Gods", fino alla strumentale "Dialogue With The Stars", che per il suo carattere giocoso e sbarazzino mi ha ricordato non poco i minuetti di Bach (!). Echi di classicismo si sentono chiaramente anche nello stupendo assolo di "The Hive", inizialmente dura ed estremamente dissonante, ma che poi si trasforma in una fuga chitarristica assolutamente esaltante, in un tripudio di scale e abbellimenti che ancora una volta mi hanno fatto venire in mente l'immenso J.S. Bach. C'è spazio anche per qualche sorpresa, come la divertente cover di "Everything Counts" dei Depeche Mode, e per la conclusiva strumentale "Whoracle", dal ritmo ossessivo e ipnotico che chiude l'album in maniera un pò strana, in relazione a tutto ciò che abbiamo ascoltato prima. "Whoracle" è in definitiva un disco fondamentale del death metal melodico anni '90, quello stesso death melodico che la band ha successivamente rinnegato, diventando forse eccessivamente "moderna" e perdendo quella schietta genuinità che la caratterizzava, e che a mio parere in "Whoracle" raggiunge il punto massimo, per quanto la discografia della band sia costellata di ottimi lavori. Un pezzo di storia metallica.

01 - Jotun (3:53)
02 - Food For The Gods (4:21)
03 - Gyroscope (3:25)
04 - Dialogue With The Stars (3:00)
05 - The Hive (4:03)
06 - Jester Script Transfigured (5:46)
07 - Morphing Into Primal (3:05)
08 - Worlds Within The Margin (5:05)
09 - Everything Counts (3:17)
10 - Episode 666 (3:45)
11 - Whoracle (2:43)

venerdì 4 marzo 2011

Death Riders - "Through Centuries Of Dust"

Lost Sound Records, 2011
Entusiasmante. Non riesco a trovare una parola più adatta per descrivere l'album dei conterranei Death Riders, gruppo proveniente dalle Marche e che finalmente, dopo numerosi demo e ben dieci anni di lavoro nell'underground, è arrivato alla pubblicazione del primo album ufficiale.

Dico subito che l'album non è semplice da inquadrare in un'unica categoria: con l'abilità che deriva dal talento e dall'esperienza, i nostri confezionano un album che si muove tra heavy metal, thrash, consistenti spruzzate di power / epic, e perfino qualche eco del sempreverde death metal melodico svedese. La tecnica strumentale dei musicisti è sopraffina, con parti di batteria costantemente in evoluzione e capaci di sfoderare accelerazioni e rallentamenti con grande naturalezza, chitarre funamboliche sempre indecise se dedicarsi a scale e assoli velocissimi oppure a potenti riff di stampo puramente thrash. Ma il punto forte dell'album è una splendida prova vocale, quasi sempre in clean ma con qualche raro sprazzo di growl, del singer Valerio Gaoni, dall'ugola acuta e rabbiosa, ma contemporaneamente molto melodica e perennemente in cerca di nuove modulazioni (mi ha ricordato molto spesso i Lost Horizon, nel loro capolavoro "A Flame To The Ground Beneath". Non c'è spazio per i convenevoli nè per troppa dolcezza e morbidezza: l'album è un continuo martellare di suoni, riff rocciosi, melodie ed epici ritornelli, come nella travolgente opener "The Hedgehog's Dilemma" dall'indole inequivocabilmente battagliera che farà scuotere più di una testa a ritmo di musica, o nella splendida "Legion", vero brano di punta dell'album. Una cosa che mi colpisce molto di questa band è la non banalità:, sia delle linee strumentali che di quelle vocali: non è facile avventurarsi nei terreni del thrash - power - epic senza risultare un clone di altre band già affermate, ma la varietà di influenze in questo disco è, come ho già detto, ampiamente sufficiente per conferirgli una buona personalità e maturità.

Difficile trovare un momento stanco o ripetitivo nell'album, che mantiene un livello di energia sempre molto alto, esplorando soluzioni differenti e riuscite ("Eclipse" non può non ricordare le ritmiche dei mostri sacri del death melodico come In Flames e Dark Tranquillity, più che quelle del classico power - epic).  Solo in finale, con l'acustica "When Everything Lies", i nostri decidono di spegnere le chitarre distorte e di dedicarci un malinconico benservito. Ma più che descrivere le singole canzoni, è importante l'insieme, e cioè un album che pesta duro dall'inizio alla fine, senza risultare nè esagerato nè monocorde, ma semplicemente trascinante e genuinamente "metal". Per me che non sono affatto un appassionato di power nè di epic metal, questa è stata un'ottima sorpresa: dunque, molto probabilmente lo sarà anche per voi!

Siti ufficiali della band:

01 - The Hedgehog's Dilemma
02 - Legion
03 - Death Riders
04 - Shelter
05 - The Eclipse
06 - Season Of Loss
07 - War Inheritance
08 - Sinfonia
09 - Reason And Fate
10 - Crimson Liberty
11 - When Everything Lies

giovedì 3 marzo 2011

Dark Tranquillity - "Haven"

Century Media, 2000
Secondo disco del periodo "elettronico" e moderno dei Dark Tranquillity, questo "Haven" si configura a tutti gli effetti come uno dei migliori lavori partoriti dalla band svedese, che ci ha abituato negli anni a sfornare (quasi) sempre lavori di ottima qualità, se escludiamo qualche mezzo scivolone come il contestato "The Mind's I" e l'inutile EP "Enter Suicidal Angels". Per il resto, la storia della band ha conosciuto solo lavori di grande intensità e classe come il magistrale "The Gallery" o l'innovativo "Projector", a cui segue questo lavoro, il quale fa proseguire il filone sperimentale coraggiosamente iniziato e ottimamente sviluppato in seguito.

Sono lontani i tempi del glorioso death metal melodico che il gruppo stesso ha contribuito a creare: abbandonati gli intricati intrecci strumentali di "The Gallery", il nuovo filone del gruppo si basa su brani più immediati, semplici e di presa diretta, che però riescono ad essere ancora aggressivi, potenti e variegati quel tanto che basta per non scadere nel banale. L'aiuto dell'elettronica non fa che arricchire ulteriormente il sound, che pur modernizzandosi non dimentica le proprie radici: il meraviglioso growl di Mikael Stanne parla ancora da solo, così come parlano da soli i muri di chitarre e gli splendidi break malinconici che da sempre la band infila ovunque, con grande classe. Ecco quindi una valanga di brani trascinanti e intensi come le opener "The Wonders At Your Feet" e "Not Built To Last", veri e propri assalti sonori che non dimenticano mai di includere una consistente dose di melodia, da sempre presente in tutti i dischi dei Dark Tranquillity, unita alla loro classica aggressività vocale e strumentale. Episodi meno violenti e più tristi sono la title track e l'atmosferica "Fabric", uniti a "Ego Drama", vera vetta dell'album grazie alla sua devastante carica emotiva. La cosa interessante di questo album è che i brani sono tutti bene o male costruiti sul classico schema strofa - ritornello, ma non per questo stancano o sono privi di contenuto: dimostrazione che la musica, per essere buona, non deve per forza essere sempre cerebrale e complessa. Si ritorna poi a picchiare duro con la veloce "Rundown", mentre le eccezioni all'omogeneità generale sono le conclusive "Emptier Still", unica traccia in cui affiora il cantato pulito di Stanne (che aveva spopolato in "Projector"), e "At Loss For Words", quasi psichedelica con i suoi inserti di pianoforte e i suoi tappeti di sintetizzatori che rendono molto bene l'idea di sospensione nell'etere, anche se le ritmiche e le chitarre non scherzano di certo, e ci ricordano che si tratta pur sempre di Death metal: evoluto, raffinato e molto meno grezzo rispetto ai suoi gloriosi esordi, ma d'altra parte io amo ripetere che l'animale che non si evolve muore. Dunque, ancora una volta dobbiamo dire "bravi!" ai Dark Tranquillity, perchè ancora una volta sono riusciti a stupirci con un ottimo lavoro.

01 - The Wonders At Your Feet (3:04)
02 - Not Built To Last (3:40)
03 - Indifferent Suns (3:38)
04 - Feast Of Burden (3:28)
05 - Haven (3:34)
06 - The Same (3:13)
07 - Fabric (3:58)
08 - Ego Drama (4:37)
09 - Rundown (3:55)
10 - Emptier Still (3:42)
11 - At Loss For Words (6:42)

sabato 26 febbraio 2011

Metallica - "Master Of Puppets"

Elektra, 1986
Un'incursione nei classici non fa mai male: soprattutto non fa mai male ricordare quegli album che ad oggi, anche se magari si ascoltano poco, hanno fatto la storia del Metal per come lo conosciamo, e senza i quali l'evoluzione del genere sarebbe stata sicuramente molto diversa. Sto parlando degli album epocali, che pur se non perfetti e ancora abbastanza grezzi, sono stati e continuano ad essere un punto di riferimento per chi nel 2010 si mette a suonare metal, consapevole che non potrà non essere influenzato, anche se solo in parte, dai grandi nomi del genere.

Il 1986, data di uscita di "Master Of Puppets", è un anno importante per il metal: il thrash è ancora un bimbo giovanissimo, dato alla luce con la pubblicazione del seminale "Kill'em All" e svezzato con il successivo e mirabile "Ride The Lightning", e cominciano a moltiplicarsi le band che uniscono la velocità e l'irruenza del punk con le tipiche sonorità metal, pesanti e oppressive. Seppur migliorabili dal punto di vista tecnico, i primi due album dei Metallica hanno dato le basi a tutto il genere thrash metal, e con "Master Of Puppets" si raggiunge l'apice compositivo del gruppo statunitense, opinione condivisa da quasi tutto il mondo metal. La tecnica strumentale migliora, la voce di James Hetfield acquista maturità, i brani si fanno ancora più lunghi, ricercati e carichi di pathos, spaziando da feroci cavalcate ad episodi addirittura introspettivi e malinconici. Il celeberrimo brano di apertura, "Battery", potrebbe inizialmente ammaliare con le sue serene chitarre acustiche, salvo poi trasformarsi in un furioso assalto metallico che, senza mai perdere il senso della melodia, colpisce come un treno in faccia. Ancora oggi, raramente si trovano brani dalla potenza così devastante come questo, nonostante le sonorità moderne siano più ricche e corpose. Ma non è solo furia cieca, non è solo odio vomitato a fiumi dalla splendida voce di James: c'è posto anche per passaggi intricati, rallentamenti e accelerazioni ancora più pestate di quelle precedenti, in un connubio assolutamente esaltante, che costituisce uno dei migliori brani mai scritti dai Metallica. Segue la title track, anch'essa talmente famosa da essere ormai entrata nell'immaginario collettivo metal: si basa su un lavoro chitarristico pregevole e un testo carico di significato (nello specifico, la dipendenza dalla droga pesante, perfettamente espressa dal meraviglioso break centrale che simboleggia il "paradiso artificiale" creato da queste sostanze, salvo poi tornare alla misera vita di prima). Il cantato di James è ancora una volta graffiante, provocatorio ed intensamente espressivo, e la lunghezza del brano (otto minuti e mezzo) testimonia l'evoluzione dei Metallica verso sonorità sempre più complesse, che vedranno l'apice nel successivo "...And Justice For All". Ma questa è un'altra storia. Proseguiamo con "The Thing That Should Not Be", ossessiva e ipnotica nelle sue sonorità cupe, un vero brano da incubo, per poi arrivare a "Welcome Home (Sanitarium)", altro brano sapientemente giostrato tra furia e rassegnata malinconia, per una condizione straziante: quella del malato psichiatrico rinchiuso in un istituto, che non ha altre speranze di salvezza se non uccidere i suoi aguzzini, convinti di fare il bene dei malati tenendoli rinchiusi per tutta la vita senza mai vedere il sole. Anche qui la forza espressiva della voce, degli strumenti e del testo è resa all'ennesima potenza, per un altro capolavoro che a mio personale giudizio è il brano più spiccatamente intenso mai scritto dal gruppo.

Non è da meno la veloce e aggressiva "Disposable Heroes", che tratta un tema ancora più crudo, cioè i ragazzini spediti a morire al fronte come carne da macello "(Soldier boy, made of clay...you will do what i say, when i say, back to the front!"). "Leper Messiah" è un brano più lento, forse il meno brillante del lotto, ma comunque molto valido se paragonato a qualsiasi altro pezzo di una qualsiasi normale band di thrash metal. Ma ecco che arriva un altro capolavoro: "Orion". Le particolari sonorità delle chitarre e del basso, pieni di effetti, rendono questo lungo e complesso brano strumentale un vero viaggio tra le costellazioni più distanti, rivelando un'altra sfaccettatura dei Metallica, che ormai non hanno più come unico scopo quello di essere veloci e cattivi, ma anche di sperimentare qualche novità (che poi negli anni li porterà a rinnegare quasi completamente il loro passato metallico). Chiude il lotto la ferocissima "Damage Inc.", dall'inizio ambient, ma dalla continuazione frenetica che non lascia nemmeno un attimo di tregua. Degna conclusione di un album che ha fatto la storia, e che per quanto si possa dire dei Metallica e dei loro atteggiamenti, rimane un capolavoro insuperato. Semplicemente da avere, non ci sono scuse!

01 - Battery (5:12)
02 - Master Of Puppets (8.35)
03 - The Thing That Should Not Be (6:36)
04 - Welcome Home (Sanitarium) (6:27)
05 - Disposable Heroes (8:16)
06 - Leper Messiah (5:40)
07 - Orion (8:27)
08 - Damage Inc. (5:32)

giovedì 24 febbraio 2011

Eluveitie - "Everything Remains As It Never Was"

Nuclear Blast, 2010
"Tutto rimane come non è mai stato". Dietro questo titolo enigmatico si trova la quarta fatica discografica degli svizzeri Eluveitie, da sempre dediti ad un piacevole folk - metal di stampo celtico, che però non utilizza come base il classico black metal, bensì il death melodico di stampo Gothenburg (evidentissime sono qui le influenze degli ultimi Dark Tranquillity, per citare un nome). Il percorso della band elvetica è stato sempre piuttosto lineare, a parte la riuscita e per certi versi coraggiosa svolta di "Evocation I: The Arcane Dominion", album totalmente acustico, con questo nuovo album gli Eluveitie tornano a pestare duro, con chitarre distorte e ritmiche velocissime, talvolta ai limiti del blast - beat, e la cavernosa voce growl che riprende prepotentemente il possesso della scena. Il tutto però abbonda di melodie estremamente orecchiabili, gioiose e trascinanti, che tolgono quasi del tutto la sensazione di aggressività e lasciano solamente l'entusiasmo. Stranamente, il brano che è stato scelto come apertura di album, e che reca il nome del medesimo, non è poi così convincente e potrebbe dare un'impressione immediatamente negativa: veloce e potente sì, ma piuttosto scialbo. La situazione migliora con "Thousandfold": fin dal primo ascolto, il brano scelto come singolo esalta gli animi, nonostante la sua struttura a dir poco trita e ritrita. Il suo connubio tra chitarre distorte, ghironde e violini è ancora una volta capace di far scuotere le teste a tempo di musica, eliminando tutti i cattivi pensieri che ci passano per la testa e sostituendoli con una sana felicità di vivere.

Con il passare delle tracce la situazione migliora sempre più, grazie ad episodi davvero convincenti come "The Essence Of Ashes" (il cui riff ricorda non poco la splendida "Hedon" dei sopracitati Dark Tranquillity, quasi un omaggio!) come la strumentale "Isara", che non può non ricordare un pascolo montano in una giornata di pieno sole, e la travolgente "Quoth The Raven", dalle pregevoli e intricate parti strumentali e nella quale fa capolino anche il cantato femminile, sia pulito sia  per un breve momento in growl (!). Brano leggermente differente è "(Do)Minion", maggiormente oscuro e negativo rispetto alla media dell'album, e dal chorus perfino drammatico; ma successivamente ci pensa "Lugdonon" a ribaltare questa anomalia, con un brano che è quasi una giocosa filastrocca per bambini. Con l'evocativa strumentale "The Liminal Passage" si chiude questo album, che fin da subito ha diviso molto i fan. C'è chi lo considera un ottimo disco e chi una decisa caduta di tono. Che dire? La verità sta nel mezzo, come sempre. Sicuramente questo disco non apporta grandi novità al sound del gruppo, in quanto è fin troppo debitore degli illustri predecessori "Spirit" e "Slania", ma comunque è ancora una volta in grado di regalarci un'oretta di ottima musica, l'ideale da ascoltare durante una passeggiata in montagna, tra alberi e fiori variopinti, fino ad arrivare ad un rifugio nel quale passare la giornata, attorniati da mucche al pascolo. Non sarà un capolavoro, ma c'è bisogno che un album sia per forza innovativo e geniale per essere apprezzato?

01 - Otherworld (1:57)
02 - Everything Remains As It Never Was (4:25)
03 - Thousandfold (3:20)
04 - Nil (3:43)
05 - The Essence Of Ashes (3:59)
06 - Isara (2:44)
07 - Kingdom Come Undone (3:22)
08 - Quoth The Raven (4:42)
09 - (Do)minion (5:07)
10 - Setlon (2:36)
11 - Sempiternal Embers (4:52)
12 - Lugdonon (4:01)
13 - The Liminal Passage (2:15)

venerdì 18 febbraio 2011

Anathema - "Eternity"

Peaceville Records, 1996
"Eternity" è l'album di transizione degli inglesi Anathema, e uno dei capisaldi della loro discografia: per la prima volta il gruppo mette da parte le pesanti atmosfere doom metal che avevano caratterizzato i primi tre album, i pesantissimi "Serenades", "Pentecost III" e soprattutto "The Silent Enigma", vero capolavoro del genere ed indimenticata perla della discografia della band. Ma dopo la pubblicazione del succitato masterpiece, era ora di evolversi: i nostri ci sono riusciti in maniera mirabile pubblicando questo "Eternity", album più dolce, soffuso, ricco di atmosfera e povero di chitarre distorte, anche se talvolta le medesime fanno capolino con una violenza tale da far ritornare immediatamente nel passato della band. Ma si tratta di momenti circoscritti: in "Eternity" domina il romanticismo, la commozione, l'atmosfera celestiale e "angelica", come recita il brano d'apertura, immediatamente seguente alla bellissima introduzione pianistica "Sentient". Il cantato growl è completamente scomparso: ci troviamo di fronte ora unicamente ad una voce sofferta, triste ed espressiva, a volte tremolante e incerta, che sposa perfettamente sezioni tastieristiche e chitarre acustiche in brani dalla fortissima carica sentimentale. Ma come a voler spezzare questo alone magico, arrivano vere e proprie mazzate come "The Beloved", disperatamente veloce, ed "Eternity pt. I", dal cantato stavolta molto aggressivo (memorabile la rabbia di Vincent Cavanagh nel gridare "Do you think we're forever?"). Ma ecco che tornano i brani sospesi nella nebbia cosmica, come "Eternity pt. II", "Hope" (cover di Dave Gilmour, e si capisce perchè abbiano deciso di includerla, data l'importante influenza della psichedelia pinkfloydiana in questo album), e "Suicide Veil", dominata da un basso liquido e da sintetizzatori dal sapore ancora una volta "cosmico", e capace di passare in un istante ad un'esplosione di rabbia ed epico furore quasi battagliero.

Con l'avanzare delle tracce troviamo episodi sempre più sorprendenti, come l'oscura "Radiance", la mesta e lamentosa "Far Away" e la terza parte di "Eternity", forse il brano più debitore a "The Silent Enigma", altamente drammatico e dai suoni stavolta devastanti, brano che non mancherà di emozionare. Dopo la tristissima nenia "Cries In The Wind", chiude l'album la strumentale "Ascension", che non avrebbe potuto stare nel posto migliore: un barlume di positività e serenità in un album completamente triste, depresso e sconsolato, ma non di una tristezza o di una depressione fini a sè stesse, bensì di un sentimento che chiama vita, che non si ribella alla passività. Unica nota negativa dell'album è la produzione: un mixaggio più accurato avrebbe sicuramente valorizzato le splendide atmosfere create dagli inglese, ma forse è anche questa precarietà sonora che rende il disco ancora più interessante e "vissuto". In definitiva, se non un capolavoro, poco ci manca: di sicuro uno dei dischi più emozionalmente intensi della discografia degli Anathema, e forse di tutto il doom metal. Da avere!

01 - Sentient (3:02)
02 - Angelica (5:52)
03 - The Beloved (4:46)
04 - Eternity pt. I (5:37)
05 - Eternity pt. II (3:13)
06 - Hope (Dave Gilmour cover) (5:57)
07 - Suicide Veil (5:12)
08 - Radiance (5:54)
09 - Far Away (5:32)
10 - Eternity pt. III (4:45)
11 - Cries In The Wind (5:03)
12 - Ascension (3:22)

giovedì 10 febbraio 2011

Until Graves - "In Your Name"

Autoprodotto, 2010
Provenienti da Roma, i neonati Until Graves si muovono a metà tra sonorità thrash, echi di death melodico di stampo Gothenburg, e perfino una certa matrice gothic - doom, che appare più o meno regolarmente nei pezzi, anche se questo EP è abbastanza eterogeneo. Per essere un'autoproduzione, colpisce subito la qualità sonora, degna di una registrazione professionale, mentre dal lato stilistico si può notare subito un buon gusto melodico, grazie al sapiente utilizzo del pianoforte e delle tastiere, il primo presente quasi in ogni brano come elemento che impreziosisce non poco il sound, le seconde come semplice accompagnamento in sottofondo, per creare atmosfera. Il tutto unito ovviamente a chitarre pesanti e ruvide, assoli veloci e taglienti, una voce in bilico tra growl, scream e clean, insomma un bel cocktail che lascia ben presagire per il futuro di questa band.

Andiamo con ordine: "For Salvation" funge da ottima opener, introdotta da un pianoforte ricco di espressività e coadiuvato da accordi di chitarra che lasciano presto spazio ad una ritmica veloce, intervallata da assoli brevi e acuti, forse un po' troppo stridenti. Si cambia registro con "In Your Name", che molto mi ha ricordato le sonorità di gruppi death - gothic del calibro di Graveworm e Morphia, spiccatamente melodici e solari, nonostante il pesante growl. "Only Cries" invece è un tributo alle ritmiche tipicamente melodic death, ma non mancano anche riusciti rallentamenti , voci in clean unite al growl e l'onnipresente pianoforte a donare quel tanto di varietà che basta per creare un bel brano. "Swearwords And Poetries" si distingue per un uso più massiccio degli archi e per un ingrossamento dei suoni di chitarra, mentre la conclusiva "Darkness Arrival" stupisce con delle sezioni corali che molto richiamano il periodo epico dei Bathory, nonché per le ritmiche stavolta inclini al death metal tradizionale.

Nel complesso che dire? Sicuramente una band ancora acerba e da sgrezzare, ma con buoni mezzi tecnici e un grande margine di miglioramento, capace di amalgamare influenze diverse senza farle stridere. Mi auguro che possano proseguire il loro cammino musicale in modo proficuo, poiché le potenzialità ci sono tutte.

Siti ufficiali della band:

01 - For Salvation (6:52)
02 - In Your Name (4:26)
03 - Only Cries (5:42)
04 - Swearwords And Poetries (5:13)
05 - Darkness Arrival (4:13)

mercoledì 2 febbraio 2011

In The Woods... "Strange In Stereo"

Misanthropy Records, 1999
"Strange In Stereo" rappresenta un deciso cambiamento di direzione rispetto a "Omnio", che a sua volta era una decisa inversione di rotta rispetto al debutto "Heart Of The Ages". I norvegesi In The Woods..., sciolti da diverso tempo, chiudono la loro breve ma intensa carriera musicale con quest'ultimo album, che personalmente trovo molto difficile da definire, e ancora più difficile da assimilare e da capire. Gli In The Woods... hanno sempre amato sperimentare e cambiare album dopo album, e infatti anche questo è estremamente differente rispetto a tutti gli altri, al punto da spiazzare con un sicuro effetto disorientante.

Siamo lontani dal black metal ricco di atmosfera degli esordi, ma siamo lontani anche dal raffinato e sognante progressive metal di "Omnio": la musica che troviamo su questa release è invece molto più rarefatta, enigmatica, ricca di elementi nuovi e, ovviamente, di grande qualità al pari delle precedenti uscite. Per fare un esempio dell'effetto spiazzante del disco, si potrebbe dire che i fan storici faranno fatica a digerire il deciso cambio di vocalità, che per quanto riguarda la voce maschile (ormai completamente pulita) si traduce in una "lamentosità" molto maggiore, mentre vede nella voce femminile un elemento importantissimo, con brani cantati in modo volutamente lancinante e a volte addirittura sgraziato. L'album dà una forte sensazione di essere "dispersi" nell'etere, di fluttuare. Le parti veramente aggressive sono ormai poche e di scarsa importanza: predomina invece un sound delicato, ma contemporaneamente disturbante e psichedelico, mai pienamente rilassante. L'album è molto lungo ed è difficile ascoltarlo tutto assieme, proprio per via della sua pesantezza, che non si esprime con riff distorti e cantato urlato, ma con inquietanti dissonanze ed intermezzi solo apparentemente pacati, ma in realtà ricchi di tensione e inquietudine.

Doom metal, progressive metal, musica ambient, post - rock dalle tinte fosche: tutto si fonde in questa sorprendente release, uno degli album che personalmente ho trovato più difficili in assoluto da comprendere e apprezzare. Cito due brani a mio giudizio molto significativi: l'opener "Closing In", estremamente teatrale nel suo incedere cadenzato e potente, e la lunga "Generally More Worried Than Married", capace perfino di qualche espressione di solarità e di melodia non più angosciante, ma quasi liberatrice. Il resto dovrete scoprirlo da voi, perchè mai come ora gli In The Woods... hanno partorito un album che non si può a spiegare, ma va solo ascoltato ed interpretato in maniera assolutamente personale. Consigliato, ovviamente, ai musicomani dal palato fine.

01 - Closing In (5:41)
02 - Cell (4:33)
03 - Vanish In The Absence Of Virtue (4:16)
04 - Basement Corridors (5:18)
05 - Ion (5:39)
06 - Generally More Worried Than Married (8:52)
07 - Path Of The Righteous (6:55)
08 - Dead Man's Creek (7:43)
09 - Titan Transcendence (5:40)
10 - Shelter (0:36)
11 - By The Banks Of Pandemonium (7:56)

lunedì 31 gennaio 2011

Ashram - "Shining Silver Skies"

Questo blog è nato per recensire album di genere Metal, ma oggi mi sento di dover fare un'eccezione, avendo scoperto un gruppo che seppur di Metal non abbia nemmeno l'ombra, merita di essere divulgato in quanto portatore di "bellezza" musicale in senso stretto, quella su cui tanto si dibatte se esista o non esista. A mio parere esiste eccome, e album come "Shining Silver Skies" ne sono la dimostrazione: difficile, infatti, non riconoscere l'intinseca eleganza e il raffinatissimo gusto presenti in questo album.

Gli Ashram provengono dalla zona del napoletano e annoverano tra le fila Sergio Panarella (alla voce e alla chitarra), Luigi Rubino (al pianoforte) e Alfredo Notarloberti (al violino). Il trio propone un interessante mix di atmosfera new age e musica neoclassica, talvolta dolcissima e soffusa, talvolta irruenta e appassionata. "Shining Silver Skies" è il loro secondo album, seguito del debutto "Ashram", che era stata decisamente una bella sorpresa nel panorama darkwave - neoclassico (o come vogliamo chiamarlo) italiano e non. Questo seguito si muove sulle stesse coordinate sonore, migliorando però ogni aspetto e risultando ancora più emozionante, se possibile. In ogni brano il pianoforte tesse trame avvolgenti, muovendosi tra arpeggi leggeri e capaci di mutare voce e intensità qualora il contesto lo richieda, mentre lo splendido violino prende il ruolo di protagonista (a volte accompagnato da un violoncello nei momenti salienti). Tra brani strumentali e brani cantati, in proporzione più o meno equa, troviamo nell'album una buona varietà compositiva, e soprattutto un'ottima varietà emotiva. Ci sono brani veloci e trascinanti, come l'opener "5 Steps" e soprattutto "Maria And The Violin's String": quest'ultima è una strumentale di soli tre minuti che si regge su una ritmica in 5/8 che picchia, insiste, cresce nota dopo nota tra gli aumentando e i diminuendo, con mirabili intrecci di violino suonato a pizzico e note di pianoforte perfettamente incastonate tra gli archi, sfociando infine in un melodioso epilogo che simboleggia quasi una rinascita dopo la morte. Meraviglia allo stato puro. Ci sono poi episodi romantici e tristi come "Lullaby", dove fa capolino anche la chitarra acustica a sostenere un violino dal suono pieno e intenso, e "All'Imbrunire", mesto connubio di pianoforte e voce che sembra disperso nel vuoto e invocante qualcosa che manca e che non verrà mai. Trovano spazio anche veri e propri inni alla malinconia come "Il Mostro", composizione strappalacrime che si regge su arpeggi in crescendo e su un violino che sembra quasi parlare, tanto espressivo e sfaccettato è il suono che emette. Ma troviamo anche episodi atipici come "Tango Para Mi Padre Y Marialuna", chiaramente ispirato alla famosa danza argentina, o la title track "Shining Silver Skies", nella quale si percepisce un'oscura aura che negli altri brani non si trova quasi mai, e che lascia un vago senso di inquietudine addosso.

Questo album piacerà a tutti i fan della Musica con la M maiuscola, perchè oltre un certo livello non esistono più le distinzioni tra chitarre distorte o meno, tra strutture complesse o meno, e così via: esiste solo la "bellezza" in quanto tale. Procuratevelo a scatola chiusa, e che le dolci note degli Ashram possano accompagnare le vostre giornate nei momenti in cui avete più bisogno di qualcuno che vi culli dolcemente nella vostra malinconia.

01 - 5 Steps (3:07)
02 - Maria And The Violin's String (2:58)
03 - Sweet Autumn (Part II) (2:53)
04 - Lullaby (2:19)
05 - Il Mostro (3:26)
06 - All'Imbrunire (2:27)
07 - Last Kiss (3:35)
08 - Elizabeth (2:34)
09 - For Each And Every Child (4:24)
10 - Tango Para Mi Padre Y Marialuna (3:32)
11 - Lady (3:11)
12 - Shining Silver Skies (3:32)
13 - Rose And Air (2:32)
14 - Ultimo Carillon (3:50)

domenica 30 gennaio 2011

Nightrealm - "Bleakness"

Autoprodotto, 2002
A volte capita di scoprire delle vere e proprie band - rarità, nascoste così bene da chiedersi come si abbia fatto a trovarle. I Nightrealm sono stati (purtroppo devo parlare al passato) un progetto musicale proveniente dalla Finlandia e capitanato dall'omonimo frontman, che si sciolse subito dopo la pubblicazione del loro primo demo, cioè questo "Bleakness". La motivazione dell'abbandono fu descritta come "disinteresse" a continuare la vita di questa band. Non so proprio chi gliel'abbia suggerito, o quali problemi possa aver avuto Nightrealm da spingerlo addirittura ad abbandonare tutto, poiché questo demo di poco più di 30 minuti mostrava delle potenzialità a dir poco fantastiche.

La musica che troviamo in questa autoproduzione è un sorprendente doom - death ricco di ispirazione e sentimento, con quella fondamentale capacità di discernere tra la semplicità e la banalità, e con un buon uso di soluzioni originali e personali. Tra queste, posso citare alcune sezioni insolitamente veloci, un riffing dal sapore talvolta rockeggiante, una calibratissima pesantezza nelle atmosfere e un uso sapiente di strumenti come gli archi, il flauto e l'organo ecclesiale, che aiutano nel creare parti orchestrali di singolare bellezza (come ad esempio nella seconda metà di "Chapter I", o negli ultimissimi minuti dell'album, chiusi da un organo sereno e celestiale).

I brani sono solo cinque e non hanno titoli specifici, preferendo nascondersi dietro dei poetici "capitoli" seguiti da un numero romano. La lentezza tipica del genere doom qui non è mai eccessiva e non soffoca mai i buoni intenti dell'ascoltatore, il growling (talvolta corale e in alcuni momenti perfino trasformato in una voce pulita di stampo sacrale) è di buona fattura, il songwriting è sufficientemento varie ed interessante da rendere questi trenta minuti mai noiosi. La musica è sempre permeata da atmosfere "autunnali" e tristi, come suggerisce la copertina, ma è capace anche di uscire dal baratro della malinconia e di regalare alcuni esaltanti momenti di rivalsa, con una naturalezza sorprendente. Non manca nulla a questo "Bleakness" per sedersi sul trono dei migliori dischi doom mai partoriti: ha tutto quello che un amante del genere possa desiderare. Purtroppo, rimarrà un pezzo di storia destinato a non avere un seguito. E credetemi, poche volte ho rimpianto così tanto il prematuro scioglimento di una band.

01 - Chapter I (7:48)
02 - Chapter II (8:22)
03 - Chapter III (5:54)
04 - Chapter IV (2:43)
05 - Chapter V (7:30)

giovedì 27 gennaio 2011

Sentenced - "The Cold White Light"

Century Media, 2002
Esiste uno strano teorema nel gothic metal, che non si può spiegare a parole (o perlomeno io non ci riesco): la sottile linea che divide un gruppo ispirato da un gruppo che è sì capace, ma non riesce a scollarsi di dosso l'etichetta di "commerciale". Penso agli Evanescence, autori di alcune hit davvero mirabili, ma che non sono mai riusciti a prendermi più di tanto, forse per via di un'attitudine fin troppo semplice e, per l'appunto, "commerciale" (passatemi il termine). I Sentenced si muovono in bilico tra le due categorie, ma per quanto riguarda loro propendo di più verso la categoria di "ispirati", anche se non saprei proprio spiegare cos'hanno in più rispetto a un gruppo come gli Evanescence.

Partiti come band death metal grezza e cattiva, i finlandesi si sono via via evoluti in direzione di un alleggerimento del sound, che li ha portati vicini al classico stile gothic metal da classifica, dotato però di sufficiente credibilità da non scadere nel commerciale o nel banale. "Down", "Frozen" e "Crimson" erano tre ottimi album, che se da un lato peccavano di una certa ripetitività e staticità a livello di soluzioni, dall'altra sapevano come conquistare i cuori degli ascoltatori grazie a melodie avvolgenti, brani sempre trascinanti e ricchi di malinconico pathos. "The Cold White Light" si muove sulle stesse coordinate, guidato dalla profonda voce di Ville Laihiala, che a metà tra il triste e l'ironico spazia su temi suicidiari, amorosi e insomma i soliti che possiamo trovare nel genere gothic metal. Undici tracce che variano molto l'una dall'altra:  troviamo ad esempio episodi irruenti e robusti come "Cross My Heart And Hope To Die", ma soprattutto "Neverlasting", un pezzo in pieno stile rock suonato però con chitarre molto più potenti e distorte, e dalle tematiche tipicamente "vivi la vita al massimo", in apparente contrasto con lo stile della band, cupo e introspettivo; ballate di grande effetto come "Brief Is The Light" e "Everything Is Nothing"; episodi ironici e canzonatori come "Excuse Me While I Kill Myself" e "The Luxury Of A Grave". Dimostrazione che la band riesce a non prendersi troppo sul serio, ironizzando anche sulla propria dichiarata mania per le tombe, il suicidio e in generale la depressione, che qui viene rivisitata anche in chiave divertente. I brani si muovono tutti su strutture piuttosto immediate, ritornelli che fanno subito presa, sporadici passaggi di atmosfera e un generale amore per tutto ciò che è disperatamente romantico e "gotico" (senza arrivare agli eccessi commerciali di band come H.I.M. e soci, però). Ottima "Guilt And Regret", dove fa capolino un pianoforte molto azzeccato nel creare un'atmosfera appunto di "colpa e pentimento", mentre il vero brano "forte" dell'album è a mio avviso la traccia conclusiva "No One There", forte di un'interpretazione vocale davvero convincente e di una tensione emotiva stavolta più che palpabile, mentre in altri brani (come "Blood And Tears", punto debole del disco) poteva essere un pò artefatta.

Tirando le somme, non si tratta certamente un capolavoro, ed è un disco che a qualcuno potrà sembrare eccessivamente smielato, ma che io a dispetto di tutto continuo a ritenere un album valido e maturo, anche se non complesso nè elaborato. Chi l'ha detto che la musica per essere bella debba essere per forza difficile e cerebrale?

01 - Konevitsan Kirkonkellot (1:40)
02 - Cross My Heart And Hope To Die (4:06)
03 - Brief Is The Light (4:23)
04 - Neverlasting (3:35)
05 - Aika Muitaa Muistot (Everything Is Nothing) (4:32)
06 - Excuse Me While I Kill Myself (3:49)
07 - You Are The One (4:15)
08 - Blood And Tears (4:30)
09 - Guilt And Regret (3:44)
10 - The Luxury Of A Grave (4:43)
11 - No One There (6:15)

Novembre - "Classica"

Century Media, 1999
"Classica" è l'album che ha fatto conoscere i Novembre al grande pubblico internazionale, grazie alla pubblicazione ad opera della Century Media, conosciuta ed importante label straniera. Il complesso romano si è sempre distinto per una buona originalità e per l'assoluta qualità dei propri lavori, permeati da un'ottima capacità di trasporre sentimenti ed emozioni in musica nel modo più genuino e diretto, senza troppi fronzoli, ma mettendoci unicamente passione, unita ad ottime doti compositive e tecniche. "Classica" è un capitolo fondamentale della loro intensa e malinconica discografia: il capitolo più passionale, più rabbioso, più vissuto e coinvolgente.

La loro musica è, come suggerisce il nome, malinconica e autunnale; si nutre di una di matrice doom - death contaminata da melodie a tratti in stile Opeth, dall'attitudine decadente dei primi Katatonia, e nondimeno dalla tradizione popolare italiana, che talvolta emerge come influenza lieve ma significativa per definire la personalità della band (una nota sul booklet spiega che questo album è dedicato a Fabrizio De Andrè). Se il predecessore "Arte Novecento" esplorava atmosfere soffuse, dolci e cantate unicamente in voce pulita, "Classica" si presenta come un lavoro molto più duro e aggressivo; la malinconia non è più contemplativa come nei precedenti lavori, bensì piena di rimorso, pentimento e rabbia impotente, che traspare sia nei testi che nella musica, ad opera di pezzi magistrali come "My Starving Bambina", dominati da chitarre irruente, ritmiche insistenti e una prestazione vocale intensa, tra growl e voce pulita. Il cantato pulito "lamentoso" di Carmelo Orlando è capace di trasformarsi in un growling disperato, riccamente espressivo e mai pigro o banale; le chitarre sono capaci di evoluzioni melodiche spettacolari così come di riff schiacciasassi, che troviamo in brani come "Love Story" (una vera mazzata) o "Onirica East" (brano notturno, disturbante, ricco di soluzioni tecniche mirabili). Ma c'è spazio anche per episodi dalla dolcezza sconvolgente, come "Nostalgiaplatz", malinconica semi - ballad dalle sonorità calde e avvolgenti, a "Foto Blu Infinito", brano strumentale dalle stupende linee melodiche ed impreziosito da un liquido suono di un basso freetless.

Ogni brano è una storia a sè, che si giostra tra improvvise e devastanti accelerazioni, melodie sempre ricercate ed emozionanti, momenti di quiete, il tutto senza mai rientrare in un genere ben definito: la musica dei Novembre è più vicina alla libera espressione artistica ed emotiva che al banale incasellamento in un genere precostituito e pieno di canoni da rispettare. Non saprei trovare un difetto nella musica dei Novembre, e in particolare in questo album: c'è tutto quello che si può desiderare, tecnica, potenza, sentimento, interpretazione, melodia, personalità. Da segnalare la ristampa prodotta nel 2008 dalla Peaceville, che ha migliorato il suono ed aggiunto tre bonus track di cui un inedito, "Colour Of An Eye". Per chi ancora non li conoscesse, è ora di cominciare, poiché lasciar passare inosservato un gruppo simile è davvero un delitto.

01 - Cold Blue Steel (05:23)   
02 - Tales from a Winter to Come (05:37)   
03 - Nostalgiaplatz (04:29)   
04 - My Starving Bambina (04:48)   
05 - Love Story (04:29)   
06 - L'Epoque Noire (March the 7th 12973 A.D.) (04:42)   
07 - Onirica East (06:27)   
08 - Foto Blu Infinito (04:16)   
09 - Winter 1941 (06:35)   
10 - Outro - Spirit of the Forest (Tales... Reprise) (02:57)    

Bonus track nella ristampa 2008:
11 - Colour Of An Eye (5:24)
12 - Tales From A Winter To Come (Demo version) (4:47)
13 - Winter 1941 (Demo version) (2:41)

mercoledì 26 gennaio 2011

Bathory - "Twilight Of The Gods"

Black Mark Productions, 1994
Lo svedese Tomas Forsberg, in arte Quorthon (deceduto nel 2004 per via di un attacco cardiaco all’età di soli 38 anni), è stato un cantante e polistrumentista che tecnicamente non era eccelso nè con gli strumenti nè con la voce. Tuttavia, come capita spesso, queste lievi pecche non gli hanno impedito di entrare negli annali del viking metal, facendosi  ricordare come un artista capace di trasmettere emozioni forti e ricreare scenari fantastici, in particolar modo con l'arrivo del cosiddetto “periodo epico”. Infatti, dopo la pubblicazione del seminale “Under The Sign Of The Black Mark” (caposaldo del black metal pionieristico), il trio Bathory si sfalda e il gruppo rimane composto da un unico membro: Quorthon. Ormai solo, il nostro eroe si occupa sempre di comporre tutti i pezzi, collaborando anche con altri musicisti, ma che restano per l'appunto solo collaborazioni, continuamente mutevoli. Questo è l'inizio di una nuova, splendida era, che permetterà al musicista di esprimere il meglio di sè, anche grazie ad una lenta ma costante maturazione tecnica e artistica.

I primi sprazzi di epicità arrivano con “Blood Fire Death”, ancora grezzissimo, ma già capace di ricreare epici scenari di battaglia tramite composizioni memorabili come “A Fine Day To Die” e “Blood Fire Death”, vere e proprie cavalcate metalliche intrise di spade e sangue. Seguì il fondamentale “Hammerheart”, e poco dopo arrivò questo “Twilight Of The Gods”, probabilmente il miglior album viking metal della storia (anche se non tratta solamente di tematiche vichinghe, ma tocca anche temi sociali come lo sfacelo dell'uomo moderno). Abbandonando quasi del tutto l'aggressività degli esordi e le rocciose composizioni che ascoltavamo sul precedente album, la musica si fa ancora più squisitamente epica e maestosa, decisamente improntata alla melodia e alla solennità, due caratteristiche che colpiscono immediatamente e seducono con estrema efficacia. Con i suoi programmaticamente brani lunghi e lenti, la sua voce possente e melodiosa, i suoi cori ormai onnipresenti, le sue atmosfere magnifiche e le sue sapienti alternanze tra chitarre acustiche ed elettriche, il disco richiama grandi spazi aperti, epocali battaglie e tragici avvenimenti, scolpiti permanentemente nei secoli.

La tecnica strumentale è abbastanza irrilevante, in quanto non è certo sul virtuosismo che la musica punta; la produzione è volutamente sporca e povera, facendo guadagnare mille punti al disco in materia di atmosfera e fascino "antico". Ogni traccia è un mastodonte da brividi lungo la schiena: nessuno come Quorthon è stato capace di trasportare l’ascoltatore nel mondo dei tremendi Vichinghi, che ora rivivono grazie alla sua musica. L’album procede imperterrito per quasi un’ora, tra suite maestose come l'opener "Twilight Of The Gods" o la splendidamente melodica e trascinante "Blood And Iron", per concludere con l'epilogo di “Hammerheart”, che riprende il titolo del precedente album: un vero e proprio inno al Nord, stavolta senza distorsioni (è un estratto de "I Pianeti" di Gustav Holst, liberamente re - interpretato da Quorthon). Tutto splendido dall'inizio alla fine, nessun momento noioso nonostante la ripetitività dei brani, solo tanta emozione pulsante e tanto furore epico. Il migliore brano viking metal mai scritto, secondo me, è proprio la title track posta in apertura: quattordici minuti di epicità granitica, irripetibile. Inizia tutto in sordina, come una preparazione alla battaglia che aleggia nell'aria; si prosegue in crescendo tra cori possenti e linee melodiche superlative; dopo la "narrativa" parte centrale arriva il climax, costituito da una lunga e struggente sezione strumentale, nella quale l'epopea battagliera trova il suo compimento e l'apice della drammaticità evocativa; e infine l'odissea si chiude con una chitarra acustica spaesata e malinconica, incerta nel suo vagare, come un'anima persa che percorre il campo di battaglia quando tutto è ormai finito, raccogliendo le anime dai corpi morti che giacciono in terra per portarli nel Valhalla.

"Twilight Of The Gods" è un capolavoro, un'irripetibile gemma del metal di stampo immaginativo e cinematografico, una perla che resiste al passare degli anni con fierezza e non teme confronti nè rivincite. Nessuna persona che dica di apprezzare la musica metal può permettersi di non possedere questo disco. Fate onore alla memoria di Quorthon e comprate quest'autentica leggenda musicale.

01 - Twilight Of The Gods (14:00)
02 - Through Blood By Thunder (6:15)
03 - Blood And Iron (10:24)
04 - Under The Runes (5:58)
05 - To Enter Your Mountain (7:36)
06 - Song Of Blood (7:34)
07 - Hammerheart (4:56)